giovedì 15 agosto 2019

La Bestia di Kap'thon




La chiesa si sgretolava davanti ai nostri occhi, come un castello di sabbia sotto la pioggia.
Ancora non riuscivamo a vederlo, ma sentivamo i ruggiti mostruosi che provenivano da sotto l'edificio. Stava risalendo dal sottosuolo, ormai era vicino.
Egli. L'Oscuro. Il Divoratore.
La Bestia di Kapt'hon.

Eravamo arrivati venerdì sera, stanchi ma felici. Sembrava un bel posto per passare il weekend. Ci eravamo attrezzati: avevamo portato tende, provviste e sacchi a pelo. Mancavano solo gli alcolici, ma era nostra intenzione porvi subito rimedio.
Il paesino, circondato dal verde, si chiamava Avery. A malapena duemila abitanti, un paio di negozietti e una chiesa che si stagliava sulla collina più alta.
C'erano un grande silenzio, pochissima gente e aria pulita. Era proprio quello che ci voleva.
Scendemmo dalle macchine e respirammo a pieni polmoni. Il sole era caldo e piacevole, c'era una leggera brezza estiva e non c'era umidità nell'aria. Erano le condizioni ideali per una gita.
Eravamo in sei: io, la mia fidanzata Sandy, Phil, la sua fidanzata Janet, Greg e il suo fidanzato Mark. Eravamo tutti amici da una vita, ma era da tanto che non passavamo un weekend tutti insieme.
“Ah, sento che questa aria pulita mi farà male.” Disse Phil, sorridendo.
“Io sono più preoccupata per il sole. Potresti addirittura abbronzarti, ti immagini?” Gli rispose Janet.
Greg e Mark risero.
Phil diede un bacio a Janet.
“Tranquilla, non accadrà.”
Avevamo parcheggiato le nostre due macchine sul ciglio della strada, dove non avrebbero dato fastidio a nessuno. Il piano era di trovare un posto carino tra gli alberi dove piantare le tende, poi un paio di noi sarebbero andati a comprare qualcosa da bere.
Camminammo per una decina di minuti, lasciandoci il paesino alle spalle. Trovammo un perfetto spiazzo tra gli alberi, a circa cinquecento metri dalla strada, e ci mettemmo subito al lavoro.
Greg e Sandy erano i più bravi a montare le tende, si misero subito all'opera e in venti minuti le tre tende erano pronte.
“Ottimo lavoro, ragazzi.” Dissi io,alzando i pollici in segno di apprezzamento.
Sandy mi diede un bacio.
“Grazie.”
Intanto io e Janet avevamo preparato sassi e legna per il fuoco di quella notte, mentre Phil e Mark avevano sistemato le lampade e le sedie pieghevoli intorno al focolare.
Eravamo pronti per un campeggio coi fiocchi. O così pensavamo.
“Chi viene con me a comprare da bere?” Chiese Greg.
“Io non ce la faccio a camminare ancora, per oggi ho dato.” Rispose Mark.
“Fannullone. Steve, tu vieni?”
“Perché no? Andiamo.” Risposi io. “Amore, tu vieni?”
“Preferirei guardare il tramonto, ho paura di perdermelo se vengo in paese.”
“OK, nessun problema.”
“Vengo io, voglio vedere se hanno la tequila che mi piace.” Disse Janet.
Nessuno degli altri aveva voglia di camminare ancora per quel giorno, così andammo io, Janet e Greg.

Ci mettemmo meno tempo di prima, senza tutta la roba da portare. Arrivammo nel piccolo alimentari di Avery verso le otto di sera, ma la luce del sole era ancora molto intensa.
Il posto era vuoto, fatta eccezione per il gestore, che alzò gli occhi dal suo libro quando ci sentì entrare. Era un vecchietto con un naso molto pronunciato, pochi capelli sporchi e disordinati e l'aria estremamente irritabile. Nonostante la sua età, aveva l'aria robusta e gli occhi estremamente vigili, sebbene decisamente malevoli.
“Salve!” Dissi amichevolmente.
Il vecchio mi guardò, senza dire una parola. Poi si mise di nuovo a leggere. Stava leggendo un libro di pelle nera, dall'aspetto decisamente vissuto. Non c'era un titolo.
Io e gli altri ci scambiammo uno sguardo perplesso, poi ci mettemmo all'opera. Se il gestore non aveva voglia di fare conversazione, era un suo diritto. La nostra priorità, in quel momento, era solo prendere abbastanza alcolici da uccidere un elefante.

Ci presentammo alla cassa cinque minuti dopo, portando una quantità imbarazzante di bevande: quattro cartoni di birra da sei, due bottiglie di gin, due bottiglie di tequila, due bottiglie di rum, due bottiglie di whisky, limonata e coca cola. Avevamo praticamente esaurito le scorte del negozio.
Quando arrivammo alla cassa, trovammo il gestore che parlava al telefonino.
“K'rahk, nyeth.” Disse al suo interlocutore, prima di riattaccare. Non so perché, ma quelle strane parole mi diedero i brividi.
Il vecchio si mise a fare i conti, senza mai rivolgerci la parola, e mi porse lo scontrino.
Fissò Janet in un modo che non mi piacque per niente, mentre lei e Greg imbustavano tutto e io tiravo fuori i soldi dal portafoglio.
Gli augurammo una buona serata, mentre andavamo via, ma ovviamente non ci rispose.
“Tipino simpatico, eh?” Disse Greg, mentre tornavamo alla tenda con le nostre buste.
“Oh, sì.” Risposi io. “Caloroso.”
“Si vede che odia la gente che viene da fuori. Probabilmente tratta così tutti i turisti.” Disse Janet.
“Ecco perché ce ne sono così pochi.” Risposi io. “Secondo voi che lingua stava parlando, al telefono? Tedesco?”
“Non mi pare.” Rispose Greg. “Ma anche io mi stavo chiedendo che lingua fosse.”
“A me ha fatto accapponare la pelle, sarò sincera. Era meglio quando non parlava.”
Ormai eravamo arrivati all'accampamento. Gli altri avevano acceso il fuoco e avevano già iniziato a cuocere la carne e le verdure. L'odore era delizioso.
“Siete sicuri che basterà?” Ironizzò Sandy, vedendo tutte le bottiglie che stavamo tirando fuori.
“Oh, questo è solo il primo viaggio. Ora andiamo a prendere il resto.” Risposi io, mentre mi sedevo accanto a lei.
Ridemmo tutti, mentre aprivamo le prime birre della serata. Ormai il sole era quasi tramontato del tutto, e iniziava a fare fresco.
Bevemmo e mangiammo e ridemmo fino a tarda notte. Dovevano essere almeno le tre quando, barcollando visibilmente, spegnemmo il fuoco e ci mettemmo tutti a dormire.
Fu una bella nottata. E fu anche l'ultima volta che fummo tutti insieme.

Nonostante il sonno e l'alcol che mi intorpidiva la mente, non riuscivo a dormire. Mi ci volle un po' per rendermi conto di che cosa mi disturbasse: c'era troppo silenzio. So che starete pensando: evidentemente ero il classico ragazzo di città che va in crisi senza il suono del traffico a cullarlo. Ma no, non era quello. Non c'era neanche il suono di uccelli, di animali tra i cespugli, di insetti. Niente di niente. C'era qualcosa di innaturale e sbagliato, in questo.
Guardai il mio orologio, stando attento a non svegliare Sandy che invece dormiva profondamente. Erano le cinque del mattino. Con cautela, mi alzai in piedi e coprii Sandy con il sacco a pelo. Volevo uscire dalla tenda e fumarmi una sigaretta, se c'è una cosa che odio e stare a letto quando non riesco a dormire. Tanto valeva godersi la notte, prima di provare nuovamente a prendere sonno.
Uscii dalla tenda e richiusi la cerniera lentamente, cercando di non far rumore. La prima, debole luce del sole illuminava il nostro accampamento quanto bastava per non dover accendere le lanterne. Mi misi su una delle sedie pieghevoli e mi accesi una sigaretta. Sorrisi nel constatare che c'era quantomeno un suono a farmi compagnia: il rumoroso, prepotente russare di Phil. Il fatto che Janet non lo avesse soffocato nel sonno la prima volta che avevano dormito insieme dimostrava quanto fossero fatti per stare insieme.
Mentre fumavo, mi chiesi se magari non fosse la nostra presenza ad aver fatto sparire insetti e uccelli. Ma non mi sembrava plausibile. Ero stato in campagna tante volte, e non avevo mai sentito un tale silenzio.
Avevo spento la sigaretta tra i resti del focolare e stavo per alzarmi, quando sentii un suono alle mie spalle. Sembravano passi. Mi voltai a guardare e vidi qualcosa muoversi. La luce era ancora debole, ma mi sembrò di vedere una figura incappucciata sparire nel buio degli alberi. Riflettei un attimo sul da farsi: era il caso di chiedergli chi fosse e svegliare gli altri? Forse avevo visto male. Era molto presto, mi avrebbero ucciso se li avessi svegliati per niente.
Fortunatamente l'onere di scegliere mi fu risparmiato, perché Janet ci svegliò tutti, urlando come una pazza. Le urla erano davvero agghiaccianti, di puro terrore. Corsi subito verso la loro tenda.
“Janet! Phil! Tutto bene? Che succede?”
Le urla proseguivano, straziate e terrorizzate. Gli altri uscirono dalle tende, allarmati.
“Janet, cosa succede? Svegliati!” Sentii Phil urlare da dentro la loro tenda.
“Arriva! Arriva! La Bestia!” Urlò a squarciagola Janet.
“Amore, svegliati! Svegliati!” Urlò Phil.
“La Beeeeeee-”
Le urla si interruppero all'improvviso, come se qualcuno avesse spento un televisore.
“Phil? Cos- Dove mi trovo?” La voce di Janet era nervosa, ma niente in confronto alle urla di prima. Sembrava più confusa, che terrorizzata.
“Siamo nella tenda, ti ricordi?”
“Sì...”
“Devi aver avuto in incubo...”
Ormai erano tutti svegli e in piedi accanto a me. Sentivamo Phil che confortava Janet. Aspettammo nervosamente che Phil aprisse, ma il peggio sembrava essere passato e infatti, dopo qualche minuto, Janet e Phil uscirono dalla tenda.
Janet aveva l'aria scossa, ma stava bene. Phil era visibilmente preoccupato.
“Scusate ragazzi, devo aver avuto un incubo. Però... Però, non me lo ricordo...” Disse Janet.
“Non hai mai neanche parlato nel sonno, è davvero strano...” Le disse Phil, che continuava a sembrare molto preoccupato e le carezzava la schiena.
Ci sedemmo tutti intorno ai resti del fuoco. Ormai la luce del sole iniziava ad essere forte, stava diventando giorno. Nessuno di noi sarebbe riuscito a dormire, ormai.
Dopo una decina di minuti, durante il quale preparammo il caffè e lo mandammo giù senza parlare, finalmente Janet spezzò il silenzio.
“Che cosa... Che cosa ho urlato?”
“Non te lo ricordi davvero?” Chiese Mark, perplesso.
Janet scosse la testa.
“Hai parlato di una bestia. Hai detto che stava arrivando una bestia.” Le disse Sandy, posando la propria tazza a terra.
Janet scosse la testa, incredula.
“Pazzesco, non ricordo niente. Non ricordo neanche di aver sognato. E' come se fosse successo a qualcun'altro...”
Phil le stringeva la mano. Continuava ad avere l'aria preoccupata.
“Beh, magari è colpa dell'alcol, abbiamo bevuto tanto...” Azzardò Greg, ma senza convinzione.
“Mah, forse...” Rispose Janet.
Questo sarebbe stato un buon momento per dire “dai, era solo un incubo”, ma nessuno di noi lo fece. Sentivamo che qualcosa non andava. Eravamo tutti all'erta, come se ci fosse qualcosa di sbagliato nell'aria. C'era qualcosa di strano in quei boschi.
Questa riflessione mi fece tornare in mente la figura incappucciata che avevo visto. O credevo di aver visto. Decisi che era giusto dirlo agli altri.
“Ragazzi, vi devo dire una cosa.”
Tutti si girarono a guardarmi.
“Ero già sveglio quando Janet ha iniziato a urlare. Non riuscivo a dormire, così ero uscito a fumarmi una sigaretta. E mi pare proprio di aver visto qualcuno, tra gli alberi.”
“Qualcuno?” Disse Sandy, allarmata. “E perché non ce l'hai detto subito?”
“Beh, era buio e non ero sicuro di aver visto bene. Poi Janet ha iniziato a urlare e mi è passato di mente fino a questo momento.”
“E che aspetto aveva?” Chiese Mark.
“Beh, era ancora abbastanza buio, ma mi sembrava incappucciato, chiunque fosse.”
Lessi sui loro volti lo stesso nervosismo che sentivo io, ma cosa potevo fare? Dovevo dirglielo.
“Magari era solo un'impressione...” Disse Phil.
“Certo, può essere. “ Risposi io.
“Ma non lo pensi, vero?” Mi chiese Sandy.
“No, non lo penso. C'era qualcuno, secondo me.”
Dopo qualche minuto di silenzio, Greg disse quello che stavamo pensando tutti.
“Sentite, ma perché non ce ne andiamo da questo posto di merda? Non mi sento a mio agio, qui.”
Annuimmo tutti. Era un'ottima idea.
“Ti aiuto a smontare le te-”
Ma le parole di Sandy furono interrotte da un suono stranissimo e assordante. Non avevo mai sentito nulla di simile. Era come un allarme antiaereo, ma era anche come l'urlo di un animale. Era come le urla di centinaia di persone, ma anche come l'esplosione di una bomba. Ed era allo stesso tempo diverso da ognuna di queste cose. Sentii riempirmi di terrore.
Ci coprimmo tutti le orecchie, urlando. Il suono cresceva e cresceva di intensità.
Fu per questo che non sentimmo i loro passi. Finché non fu troppo tardi.
Vidi una figura incappucciata affiorare dagli alberi, dietro a Mark. Feci per avvertirlo, ma sentii delle mani che mi afferravano le spalle e un dolore tremendo alla testa.
Poi, il buio.

Non so quanto tempo passò, prima che mi svegliassi. Probabilmente qualche ora. La testa mi faceva un male fottuto, e anche le spalle. Mi accorsi rapidamente di essere incatenato al muro, con le mani sospese sopra la mia testa. Il posto era poco illuminato, ma credetti di vedere altre persone incatenate ai muri circostanti. Erano gli altri, o almeno alcuni di loro. La stanza era molto grande, erano a metri di distanza da me.
“Ragazzi, state bene?” Chiesi ad alta voce.
La mia voce, in quella stanza buia, mi fece venire i brividi: c'era uno strano eco, sembrava di essere dentro una chiesa.
“Steve... Stai bene?” Era la voce di Sandy. Grazie al cielo.
“Amore! Io sì, e tu?”
“Più o meno... Chi altro c'è?”
“Ehi...” Era Greg.
“Ci sono anche io...” Era Phil.
“Mark? Janet?” Chiamai.
Nessuna risposta.
“Mark! Janet!”
Niente.
“Cazzo!” Sentii dire a Phil. “Janet! Mark!”
Ma ancora niente.
“Forse non si sono ancora svegliati.” Disse Sandy. Era un'ipotesi ragionevole.
“Speriamo...” Disse Greg.
Phil non disse nulla.
Sentimmo tutti dei passi, poi una porta, che nessuno di noi aveva notato fino a quel momento, si aprì alla sinistra di Greg. Entrò un fascio di luce, proiettando l'ombra allungata e inquietante di una figura incappucciata.
“Buongiorno.” Ci disse una voce calma e profonda.
“Fateci uscire da qui!” Urlò subito Sandy. Ma la sua voce non era spaventata, era incazzata nera.
“Temo di non poterlo fare.” Rispose semplicemente la figura misteriosa, mentre si avvicinava a lei.
“Figlio di puttana, stalle lontano!” Urlai.
”Non c'è da preoccuparsi, voglio solo accendere le lampade” Rispose la figura sempre senza scomporsi.
Una lampada ad olio si accese alla destra di Sandy. Non appena la luce illuminò un po' meglio il nostro sequestratore, lei gli sputò addosso.
Sempre mantenendo una grande calma, la figura si ripulì il cappuccio.
“La sua tenacia è ammirevole, signorina. Ma alquanto inutile.”
Una a una, l'uomo incappucciato accese tutte le lampade che c'erano nella stanza. Vidi che era una stanza ottagonale, di pietra. Ogni muro era largo almeno cinque metri, e aveva delle catene per tenere immobilizzata una persona. Una persona a muro, ma solo quattro dei muri erano occupati, non c'era traccia di Janet o Mark. Eravamo incatenati in modo tale che ci fosse una parete vuota a separare ognuno di noi dagli altri, in un modo simmetrico e quasi ritualistico. Questa constatazione non mi piacque affatto. Al centro della grande stanza c'era qualcosa di grande, coperto da un telo nero e sospeso da lunghe catene che andavano fino al soffitto. Mi accorsi che non riuscivo a vedere da dove partivano, la stanza era molto, molto alta. Doveva essere sottoterra.
L'uomo incappucciato si mise al centro della stanza, vicino al telo nero. Notai che indossava una tunica rosso scuro, mentre il cappuccio era nero. I colori erano diversi, ma l'aspetto generale era simile a quello dei membri del Ku Klux Klan. Si vedevano solo i suoi occhi, che brillavano alla luce delle torce.
“Signori, lasciate che mi presenti. Sono il Maestro di Cerimonie di questa delegazione. Voi potete chiamarmi Ralph.”
La frase era così assurda, che mi venne quasi da ridere. La situazione era terrificante, ma questo stronzo parlava come un dannatissimo Testimone di Geova.
“Perché siamo qui?” Chiese Greg. “E dove sono gli altri?”
“Sì, dove sono Janet e Mark?” Chiese Phil. Notai che gli sanguinava la testa. E sembrava tormentato dalla preoccupazione.
Ralph parlò lentamente, mentre raddrizzava leggermente il telo nero. Non sapevo cosa ci fosse lì sotto, ma non poteva essere nulla di buono.
“Il vostro amico, che mi dite chiamarsi Mark, è purtroppo riuscito a fuggire. Ma non andrà lontano. La polizia è parte della delegazione. Lo troveranno. O sarà proprio lui ad andare da loro, molto probabilmente.”
“E Janet?” Chiese Phil, ormai furioso. “Dove cazzo è Janet?”
“Lei ha un ruolo più importante di qualunque di noi. Come predetto dal Sacro Tomo, l'avvento della Bestia è stato annunciato da una donna. La vostra amica ha ricevuto un grandissimo onore. Senza di lei, il Risveglio sarebbe stato impossibile.”
“Che cazzo vuol dire?” Chiese Sandy, ancora furente.
Io, però, iniziavo ad avere un sospetto.
“Vede, signorina. Qui avete a che fare con qualcosa di antico. Più antico del pianeta stesso. Dorme qui da prima della scoperta dell'America. Da prima di Roma. Da prima delle piramidi. Ma sapevamo che un giorno sarebbe stato il momento di risvegliarlo. Il Sacro Tomo ci ha indicato la data, e ogni delegazione era pronta. Per nostra fortuna, il privilegio di risvegliarla è capitato a noi. Gli abitanti di Kap'thon.”
“E che cazzo sarebbe Kap'thon?” Chiese Greg,
Ralph si girò verso di lui.
“Un'antica città. Vi trovare nel tempio che una volta risedeva al centro di essa. Avery sorge sulle sue rovine. Così come le altre delegazioni sorgono sulle rovine di altre città simili. Ognuna delle delegazioni sperava di essere stata eretta vicino al luogo di riposo della Bestia. Ma, come dicevo, questa fortuna è toccata a noi.”
Gli altri lo guardavano come se fosse pazzo (e lo era), ma credo che io fossi l'unico ad aver capito di cosa stesse parlando Ralph.
“Sta parlando di un dio? Un idolo?”
Ralph si girò verso di me.
“E' un po' riduttivo, ma sostanzialmente esatto, sì.”
“Tutto questo è per risvegliare un idolo.”
“Esatto.”
“Che vive qui.”
“Non sapevamo dove dormisse, le delegazioni sono state fondate in vari luoghi papabili, con la speranza che una di esse fosse vicina a Lui. E così è stato.”
“E come sapete che si trova qui?” Chiesi io, nascondendo a fatica il mio sarcasmo.
“Caro ragazzo, non ha forse sentito quel suono?”
Rimasi spiazzato da questa domanda. Fino a quel momento mi ero dimenticato del suono che ci aveva distratti quando eravamo stati aggrediti alle tende, soffermandomi sulla minaccia umana che ci aveva incatenato ai muri. Ma effettivamente quel suono era stato così... alieno, assurdo.
Poteva essere vero?
La figura incappucciata annuì. Sebbene non potessi vedere il suo volto, credo proprio che stesse sorridendo.
“Sì, quel suono alieno. Era Lui, la Bestia di Kap'thon. Si sta per svegliare. Abbiamo interpretato correttamente i segnali, e quel suono è stata la conferma finale. E' qui. Ed è l'ora. Come scritto nel Sacro Tomo, sono arrivati sei stranieri, proprio il giorno prima del Risveglio.”
“Ma è una follia!” Urlò Greg. “E ora che cosa vorreste fare?”
“Quello che va fatto, giovanotto. I segnali non possono essere ignorati e tutto deve essere seguito alla perfezione. Sono secoli che ci prepariamo a questo. Secoli!”
Per la prima volta la sua voce tradì un minimo di nervosismo.
“Dobbiamo... Dobbiamo fare ciò che ci è stato detto. La vostra amica ha sognato Lui, e questo ha messo definitivamente in moto eventi che nessuno di voi, o noi, può fermare. Si sta svegliando, manca solo un ultimo incoraggiamento.”
“Dov'è Janet, allora?” Chiese di nuovo Phil, ormai disperato. “Che ne avete fatto?”
“Purtroppo, annunciare il Risveglio è un ruolo ingrato, davvero ingrato.”
Ralph tirò giù il telo, dandoci modo di vedere cosa c'era sotto. Urlammo tutti, ma nessuno urlò quanto Phil.
Non so descrivere cosa le avessero fatto, ma la cosa migliore che si può dire è che quantomeno ora Janet era morta. Penzolava dal soffitto, dondolando leggermente e facendo cigolare le catene. I suoi occhi, l'unica parte di lei ancora immacolata, sembravano accusarci di averla lasciata sola. Di essere ancora vivi.
Phil urlava e urlava, mentre Ralph faceva cenno ad altre tre figure incappucciate di entrare. L'ultima chiuse la porta alle sue spalle.
“Mi dispiace molto.” Ci disse Ralph, mentre Phil scoppiava a piangere. “Dobbiamo fare tutti dei sacrifici.”
“Bastardi! Figli di puttana! Urlò Sandy. “Vi uccideremo, mi sentite? Giuro che vi uccideremo!”
“Credo sia poco probabile. “ Disse Ralph, avvicinandosi a me.
Le altre figure incappucciate si avvicinavano agli altri.
“Il Sacro Tomo parla di cinque morti, compresa la ragazza che annuncia il Risveglio. E il Sacro Tomo non mente mai. Per vostra fortuna, però, le vostre morti non devono essere dolorose quanto quella della vostra amica.”
Ralph e le altre figure incappucciate tirarono fuori dei lunghi coltelli, dalla lama ondulata, e ce li puntarono alla gola.
“No, lasciateci andare! Bastardi!” Disse Greg.
“Silenzio, la prego.” Disse Ralph. Il suo tono era ancora educato, gradevole. Sembra il tono di un professore che ammonisce uno studente. Con la mano libera, tirò fuori un vecchio orologio da taschino e guardò le lancette.
“Molto bene, Fratelli. Mancano esattamente due minuti a mezzogiorno. Al mio segnale, tagliate le loro gole. E il rito sarà completo.”
Le altre figure incappucciate annuirono.
Tentammo disperatamente di liberarci i polsi, ma era inutile. Le catene erano molto resistenti, tanto che i “Fratelli” neanche si curarono dei nostri sforzi.
Sandy guardava con odio l'uomo davanti a lei, ma questa volta non sputò. Greg sembrava terrorizzato. Phil invece non aveva neanche gli occhi aperti e continuava a piangere silenziosamente la morte di Janet. Credo che a lui non interessasse più vivere o morire, ormai. E non mi sentivo di biasimarlo.
Io mi sentivo, non saprei come dire, vuoto. Stordito.
“Un minuto.” Annunciò Ralph.
Qualcuno bussò alla porta.
Ralph perse la pazienza, per la prima volta.
“Ma insomma, dannazione! Che c'è? Eravamo stati molto chiari! Manca poch-”
Ralph fu interrotto dal suono di tre spari.
BANG! BANG! BANG!
Rimbombarono mostruosamente nella stanza, una cosa assordante.
Uno a uno, gli uomini incappucciati che puntavano le lame alla gola degli altri caddero a terra, morti. Tutti ci voltammo a guardare verso la porta. Lì, con lo zigomo gonfio e i capelli arruffati, c'era Mark. Indossava la tunica di uno dei Fratelli, ma si era tolto il cappuccio. In mano, teneva un revolver.
Ricordai una cosa che ci aveva detto Greg, ormai anni prima: “Oh, sì, Mark è meglio di Billy the Kid. Quattro volte vincitore di tiro al piattello. Un giorno dovete vederlo in azione, è uno spettacolo.”
Il giorno era arrivato.
“Ma- Ma che diavolo....?” Ralph non riusciva a credere ai suoi occhi, a quanto pare. “Come hai fatto a trovarci?”
Mark fece un passo verso di lui. Nel farlo, notò il corpo di Janet. Vidi qualcosa rompersi dentro di lui, quasi ne sentii il suono.
Mark guardò di nuovo verso Ralph. Aveva un'espressione che non gli avevo mai visto prima. Che non avevo mai visto in vita mia, onestamente.
Puro furore.
“Questo revolver tiene sei colpi.” Disse Mark.
Ralph guardò il suo orologio. Sentivo la lama del suo coltello che mi sfiorava il pomo di Adamo.
“No, tu non capisci! Mancano solo venti sec-”
BANG!
Un colpo di pistola spappolò la mano di Ralph, che si mise subito a urlare dal dolore. Il suo sangue mi schizzò il viso.
“Uno.” Disse Mark, avvicinandosi a lui.
Ralph implorava pietà, ma in quella stanza non importava a nessuno.
BANG!
Un altro colpo di pistola gli portò via le palle.
“Due.”
Ormai Ralph era svenuto per il dolore e lo shock, ma questo fece solo arrabbiare di più Mark.
“No! Resta sveglio! Devi vedere! Devi vedere anche tu la morte in faccia! Come lei!"
Un altro colpo di pistola, e la testa di Ralph si aprì come un cocomero. Riflettei che non avevamo mai visto la sua faccia. Pazienza.
“Tre.” Disse Mark, con l'aria disgustata. Non so se da Ralph o da quello che aveva appena fatto, forse entrambe le cose.
Prese fiato, chiudendo gli occhi. Quando li riaprì, l'espressione omicida (e allarmante) che aveva mentre uccideva Ralph era sparita. Almeno in parte.
Nessuno di noi sapeva cosa dire.
“Ora... Ora vi libero, ragazzi. Spero che avesse le chiavi in ta-”
Le pareti iniziarono a vibrare, mentre un suono assordante ci riempì le orecchie. Era dieci volte peggio di quando lo avevamo sentito la prima volta, e questa volta la maggior parte di noi non poteva neanche coprirsi le orecchie.
Guardai l'orologio da taschino di Ralph, che era caduto ai miei piedi.
Era mezzogiorno.

Camminavamo velocemente. Come Mark, ci eravamo messi le tuniche dei morti. Speravamo che la poca luce delle torce non bastasse a mostrare le macchie di sangue, se un altro di quegli stronzi incappucciati ci avesse visti. Per fortuna le tuniche erano già rosse, quantomeno.
Io e Greg non fummo sorpresi, quando scoprimmo che uno dei fanatici morti era l'anziano del negozio di alimentari. Gli diedi un calcio, dopo avergli preso la tunica.
Il suono terribile continuava a ripetersi, ad intervalli sempre più brevi. Era come un respiro, o una serie di sbadigli. La Bestia, a quanto pare, esisteva davvero. E si stava svegliando.
“Ma non capisco, il rituale non è stato completato, no?” Mi chiese Mark, mentre ci guidava fuori da quel posto maledetto.
“E invece sì...” Dissi io. “Sono morte quattro persone, più... Più Janet. Hanno avuto quello che volevano, alla fine.”
Mark si girò a guardarmi.
“Non ci avevo pensato... Non era mia intenz-”
“Amore, avremmo fatto tutti la stessa cosa, al tuo posto. Anche se probabilmente non saremmo stati efficienti quanto te. Ma ora portaci fuori di qui, OK?” Gli disse Greg. La voce gli tremava.
“OK...”
Sandy mi stringeva fortissimo la mano, e io stringevo fortissimo la sua.
Phil chiudeva la fila. Non aveva più parlato, da quando avevamo lasciato la stanza in cui ci avevano imprigionati. E dove era rimasto il corpo di Janet.
“Non possiamo lasciarla qui.... Non possiamo lasciarla qui...”
Era tutto quello che riusciva a ripetere, quando Mark lo aveva liberato. E chi poteva dargli torto?
Ma il tempo stringeva, e Janet purtroppo non poteva seguirci. Così avevo preso Phil per le spalle e gli avevo fatto una promessa che speravo di poter mantenere.
“Phil, ti prometto che torneremo per lei. La porteremo via da questo posto orribile e la riporteremo a casa. Ma ora dobbiamo andarcene, lo capisci? Janet... Janet avrebbe voluto che tu uscissi da qui.”
E così eravamo usciti da lì. Nessuno tranne Phil aveva avuto il coraggio di guardare il corpo di Janet, mentre imboccavamo la porta.
“Quanto ci vuole per arrivare in superficie?” Chiesi ora a Mark, durante uno degli intervalli di silenzio.
“Una decina di minuti, siamo a metà strada. Siamo abbastanza in profondità. Questo posto è incredibile.”
“Mark, ma come cazzo hai fatto a cavartela? E a trovarci?”
Ora Mark ci guidò su per una rampa di scale. Tutto era scolpito nella pietra, come un orribile segreto custodito dalle profondità della terra.
“Fortuna. Solo fortuna.” Ci disse Mark, mentre cominciava a venirgli il fiatone. “Il tizio che ha cercato di stordire me doveva essere molto fuori forma, o poco convinto, perché la sua presa era davvero debole. Gli ho dato una gomitata e ho iniziato a correre. Per chiamare aiuto, lo giuro. Non vi avrei lasciato-”
“Mark, dopo tutto quello che hai fatto per noi non devi certo dircelo. Sappiamo che non ci avresti abbandonato. Poi cos'è successo?” Dissi io, stringendogli brevemente la spalla.
“OK. Beh, sono arrivato al paese. La mia intenzione era di trovare la polizia, o comunque qualcuno che potesse aiutarmi. Ovviamente non c'era nessuno in giro, era troppo presto. Così sono corso fino alla piazzetta del paese, quella davanti alla chiesa. Speravo di trovare la polizia, o un municipio. Qualcosa. Correvo a rotta di collo, quando ho visto una macchina della polizia e tre persone che parlavano poco lontano. Ho creduto di svenire per il sollievo. Stavo per mettermi a urlare, quando ho visto che una di loro indossava la tunica. La stessa dei tizi che ci avevano aggrediti. E i due poliziotti parlavano con lui. Anzi, peggio, stavano ridendo insieme a lui. Per fortuna non mi hanno visto, però. Così mi sono nascosto dietro a degli alberi. Ho aspettato che i poliziotti se ne andassero, ho seguito lo stronzo con la tunica fino all'entrata di questo posto e l'ho stordito. Se avessi saputo cosa avevano fatto a Janet, avrei ucciso anche lui... Poi mi sono messo a cercarvi. Il resto... Il resto lo sapete.”
“E la pistola?” Chiesi io, colmo di ammirazione per il coraggio e l'abilità di Mark.
“Ce l'aveva il tizio con la tunica. Credo fosse un poliziotto anche lui...”
“Porca puttana...” Disse Sandy. “Dobbiamo andarcene subito di qui. E portare qui la polizia dalla città. O anche l'esercito.”
Annuii, ma dentro di me pensavo a quei suoni terribili. Se La Bestia esisteva davvero e si stava svegliando, aveva senso ormai pensare a polizia ed esercito? Il nostro mondo stava per finire?
Ma non dissi nulla, e continuai solo a camminare verso l'uscita. Una cosa per volta.
Arrivammo ad una porta di legno e ferro battuto, dall'aria antica ed usurata.
“Ecco, proprio qui.” Disse Mark. “Siamo arrivati.”
Aprì la porta, ma non venimmo investiti dalla luce del sole come mi ero immaginato. Il cielo era nero. Lampi silenziosi esplodevano dentro grosse nuvole innaturali e statiche.
Uscire da lì fu comunque un sollievo, però. Uno a uno uscimmo, poi chiudemmo la porta e continuammo a correre per altri cento metri. Infine cademmo, stravolti, sull'erba del bosco. Togliersi le tuniche fu un sollievo altrettanto grande, sia per ciò che rappresentavano sia perché puzzavano di sangue e sudore. Non volevo vederle mai più in vita mia.
“E ora che si fa?” Chiese Greg, dopo qualche minuto in cui tutti avevamo ripreso fiato. “Andiamo alle macchine?”
Annuii.
“Che altro possiamo fare?”
“E... E quella cosa?” Ci chiese Sandy.
Mi resi conto che non sentivamo più quei suoni da una decina di minuti. La cosa, invece di tranquillizzarmi, mi diede i brividi. Era tutto troppo immobile, nell'aria.
“Poco che possiamo fare.” Disse Mark. “Meglio andarcene e sperare che quella cosa, qualunque cosa sia, possa essere uccisa. Magari basterà un missile in mezzo-”
Improvvisamente una figura uscì dai cespugli e si avventò su di Mark. Era un cinquantenne pelato e con una notevole pancia. Indossava solo mutande e canottiera, e non ci fu difficile capire che era il Fratello a cui Mark aveva rubato la tunica.
“Sporchi miscredenti! Vi ammazzo!” Urlava il fanatico, mentre le sue mani stringevano la gola di Mark. “Vi ammazzo!”
La pistola di Mark cadde per terra. Sarebbe stata comunque inutile, ormai era scarica.
Prima che io o uno degli altri due presenti potessimo anche solo renderci conto di che cosa stesse accadendo, Sandy si alzò in piedi. La vidi raccogliere un grosso sasso dal terreno.
Il suono del sasso che colpiva il cranio del fanatico fu assordante, disgustosamente molliccio e assolutamente soddisfacente. Il bastardo cadde a terra, urlando per il dolore, e lasciò andare Mark.
Ma Sandy non aveva finito. Lo colpi un altra volta. E un'altra. E un'altra.
“Fanculo La Bestia! Fanculo i tuoi amici! E! Fanculo! Tu!”
Quando ebbe finito, ormai non era rimasto più nulla della testa del cinquantenne calvo. Solo una pozza rossa e frammenti di osso. Sandy buttò il sasso nei cespugli e gli diede le spalle.
“Fanculo... Fanculo..” La sentii dire, mentre si avviava verso il paese.
Guardai gli altri (Mark si massaggiava ancora la gola), poi ci sbrigammo a seguirla.
Con un po' di titubanza, presi la mano di Sandy, temendo che potesse respingermi. Invece me la strinse forte e mi guardò.
“Non parleremo MAI di quello che ho appena fatto.” Non era una richiesta.
“A me va benissimo.” Le risposi, dandole un bacio sulla fronte.

Eravamo quasi arrivati alle macchine, quando ci circondarono. Una quarantina di persone, tutte vestite con le tuniche rosse e nere dei Fratelli. Gli altri abitanti del paese.
Impugnavano pistole, falci e coltelli.
Uno di loro venne avanti. Teneva un telefonino all'orecchio.
“Sì. Sì, li abbiamo presi. Venite alla chiesa. Saranno puniti come meritano.”
Mise via il telefono e ci guardò.
“Devo dire che è ammirevole la vostra tenacia. E immagino che dovremmo ringraziarvi. Avete risvegliato voi La Bestia, dopotutto.”
“Lasciateci andare, ormai avete avuto quello che volete!” Disse Mark.
L'uomo incappucciato rise, di gusto.
“Non essere ridicolo, ragazzo. Ammiro il vostro spirito, davvero. Ma dovete essere puniti per ciò che avete fatto ai nostri Fratelli, profezia o meno. Inoltre, la profezia richiede un ultimo tributo in sangue. E credo proprio che stavolta tocchi a voi.”
La folla iniziò a spingerci verso la collina dove sorgeva la chiesa del paese.
Si udì un'altra volta quel suono agghiacciante, ma questa volta durò poco. Poi si ripetette ancora. E ancora. Sempre più frequente.
“La Bestia sta per svegliarsi.” Ci disse l'uomo incappucciato. “L'epicentro sembra essere sotto la chiesa. Andiamo, dopo di voi.”
E così ci incamminammo tutti.

Guardai il mio orologio. Era l'una e un quarto quando arrivammo di fronte alla chiesa. Il suono ormai non si udiva più, ma c'era un'inquietante vibrazione di sottofondo. Mi accorsi presto che la terra tremava. Tutto tremava.
“In ginocchio.” Ci disse l'uomo incappucciato che guidava la folla. “Avanti.”
Ci inginocchiammo.
“Tu chi sei?”Gli chiesi.
“Il mio nome è Lang. Jeffrey Lang. Sono il sindaco di Avery, e il Gran Sacerdote di questa delegazione.”
“E allora Ralph chi era?”
“Il Maestro dei Cerimonie. E il mio braccio destro.”
Gli sorrisi amaramente, annuendo.
“Wow. Quindi sei tu il vero pezzo grosso.”
“Esatto.” Sentii una traccia di irritazione, nella sua voce.
“Insomma, è arrivato il momento, eh? Sta per risvegliarsi.”
Lang annuì, ma non disse nulla. Lo vidi armeggiare con un medaglione, aveva l'aria antica.
Gli cadde per terra. Mi resi conto che le mani gli tremavano vistosamente, mentre lo raccoglieva. Mi venne da ridere.
“Signor Lang?”
“Cosa?” La voce gli tremava. Di irritazione, sì, ma sentivo anche paura. Neanche poca.
“Mi sembra nervoso.”
Lang non rispose.
“Mi chiedo se non sia dovuto alla paura.”
“Che cosa vai dicendo, idiota? Aspettiamo questo momento da secoli e secoli!”
Risi forte.
“Sarà, ma a me sembra che abbiate tutti una scopa in culo. Possibile che abbiate paura della vostra amata Bestia?”
“Silenzio!”
Risi di nuovo, e questa volta si unirono a me anche Sandy e gli altri.
“Cos'è, iniziate a chiedervi se La Bestia farà davvero distinzioni tra un umano che indossa i jeans e un umano con una cazzo di tunica rossa?”
Lang mi diede un pugno.
“Silenzio! Non tollererò questa mancanza di rispetto!”
Risi forte, e anche gli altri.
“Oh, Lang. Sei adorabile.”
Mi colpì di nuovo.
“Infedele! Egli sta per sorgere! L'Oscuro! Il Divoratore di Mondi! La Bestia! La... La Bestia di Kap'thon! E quando sorgerà getterà la terra in un'oscurità eterna! Tutti voi perirete! Solo noi, che l'abbiamo servito lealmente, saremo risparmiati! Così e scritto!”
Sorrisi di nuovo, mentre mi scorreva sangue dal naso. Ormai non speravo più che ce la saremmo cavata, quindi far perdere le staffe a quel fanatico non mi faceva né caldo né freddo. Anzi, mi dava un po' di soddisfazione, quantomeno.
“Beh, signor Lang. Immagino che lo scopriremo subito. Guardi.” Feci cenno verso la chiesa.
Lang si voltò a guardare. L'intera folla trattenne il fiato.
La chiesa stava crollando, mentre qualcosa di gigantesco iniziava ad uscire dal suolo sottostante.
La Bestia era finalmente arrivata.

Descrivere la Bestia non le renderebbe giustizia, come non renderebbe giustizia all'immenso, ottenebrante terrore che sentivamo dentro di noi. Era enorme, alta decine e decine di metri. Era come pura tenebra che si muove e respira, un frammento di spazio che era sceso sulla terra. Immenso, vuoto e freddo. Incredibilmente freddo.
Enormi, gelidi occhi gialli ci studiavano. Il cielo sopra ad Avery era plumbeo, attraversato da enormi fulmini rossi che illuminavano i nostri volti ma non sembravano riflettersi sulla pelle della Bestia.
Tutti i fedeli si erano inginocchiati, tranne Lang.
“Ryuk'lemhy, bastav'lye!” Declamò il sindaco, rivolgendosi all'enorme creatura che si stagliava davanti a noi. Teneva alto il medaglione che gli avevo visto raccogliere pochi minuti prima. “Hyuk'nada, bast'rajik!”
La folla intorno a noi lo imitò, ripetendo le sue parole.
“Oh, grande Bestia!” Urlò Lang. “Ti offriamo questo modesto sacrificio per festeggiare il tuo ritorno! Saziati delle loro carni, prima di gettare la terra nell'oscurità eterna! Noi, i tuoi fedeli servitori di Kap'thon, ti diamo il benvenuto in questo piccolo, patetico mondo!”
La bestia abbassò la sua mostruosa testa e studiò Lang. Poi, sentimmo tutti una voce gelida e aliena. Ma non stava davvero parlando, la voce era nelle nostre teste. Come un legame telepatico. Qualcosa che non necessitava di una lingua comune, ma comunicava direttamente ai nostri cervelli i pensieri della Bestia.
“Chi siete, voi?” Chiese la creatura.
Lang sembrò momentaneamente sorpreso, ma non si perse d'animo.
“Siamo i tuoi fedeli servitori, o Bestia! Gli eredi di Kap'thon!”
La Bestia inclinò la testa, in un'espressione che era chiaramente confusa.
“Servitori?”
Lang ora sembrava visibilmente preoccupato, la voce gli tremava.
“M-ma certo, o Bestia! I tuoi fedeli servitori! Abbiamo eseguito il sacrificio per farti emergere dal sonno profondo in cui ti trovavi! E' merito nostro se ora tu cammini di nuo-”
Un enorme piede schiacciò Lang. Urlammo tutti, colti di sorpresa.
”Idiota.” Disse la Bestia. “Non desideravo essere svegliato. Avevo appena preso sonno.”
La Bestia si voltò a guardare gli altri Fratelli.
“E voi, con quelle ridicole vesti, sareste i miei servitori? Cosa siete, una sorta di setta? Di ordine religioso?”
Per un momento ci fu silenzio, poi uno dei Fratelli si alzò coraggiosamente in piedi.
“Sì, mio signore! Siamo qui solo per servirti e venerarti! Sono secoli che ti aspettiamo! Abbiamo memorizzato il Sacro Tomo e aspettato secoli interi!”
“Tomo?” Ora la voce della Bestia mi sembrava decisamente indispettita. “Quale tomo?”
“Q-questo, mio signore!” Un altro Fratello incappucciato sollevò un antico libro di pelle nera. Registrai distrattamente che era lo stesso che stava leggendo il proprietario del negozio di alimentari. “Il Sacro Tomo! Ci ha istruito e detto cosa fare! Abbiamo ucciso la ragazza e gli altri per risvegliarti! Ora puoi sedere sul trono e ricoprire la terra nell'oscu-”
La Bestia schiacciò la folla con il palmo della sua enorme mano nera. Alcuni scapparono, ma la bestia li schiacciò uno a uno con il pollice, come pulci.
“Maledetti. Stupidi. Umani!” La sentimmo sbraitare, mentre schiacciava i fedeli. “Gli avevo detto di farsi gli affari loro e lasciarmi dormire, ma no! Loro prendono il mio pisolino e ci imbastiscono. Sopra. Una cazzo. Di religione!”
Pronunciò le ultime parole con furia, mentre schiacciava altri due Fratelli. Ormai ne rimaneva solo uno, che urlava disperato.
“No, ti prego, mio signore! Pietà! Pietà! Abbi-”
La Bestia lo schiacciò con il pollice.
“Trono. Trono! Ma quale trono?” Ora il suo tono era indignato. “Un Antico che rende la terra il suo regno? Sarei lo zimbello di tutti! Stupidi umani, uno non può distrarsi un sec-”
La Bestia si interruppe. Si era accorta che c'eravamo ancora noi. Sentii Sandy imprecare sotto voce. Greg e Mark erano pietrificati. Phil piangeva in silenzio. Io sentivo la pelle che mi formicolava, mentre il mio corpo veniva attraversato da ondate di terrore così puro che non so come facesse il mio cuore a sopportarle.
“Voi chi siete?” Chiese La Bestia. “Altri fanatici?”
Gli altri mi guardarono. Io deglutii e mi feci coraggio.
“N-no, non siamo parte dei Fratelli. Siamo solo gente di passaggio. Non c'entriamo niente con tutto questo.”
La Bestia mi studiò per un momento. Poi emise un sospiro di sollievo. Questa volta non fu telepatico, ma fu anzi una poderosa ondata di vento che ci fece cadere tutti a terra.
“Meno male. Non sopporto i fanatici.”
Enormi ali di tenebra si aprirono dietro alla schiena della Bestia.
“Io me ne torno a casa. E' l'ultima volta che dormo su un altro pianeta. Ogni volta la stessa storia!”
La Bestia si diede una spinta che fece tremare la terra e prese il volo, lasciando profondi solchi nel terreno. Bucò le nuvole nere sopra di noi e sparì, dirigendosi verso lo spazio.
I fulmini rossi erano spariti. Pian piano, anche le nuvole nere si diradarono, e tornò il sole. Gli uccelli tornarono a cantare. Era come se non fosse successo nulla.
Non so quanto restammo immobili a guardare il cielo, forse un'ora intera, ma alla fine ci alzammo tutti in piedi, dirigendoci verso le macchine e cercando di ignorare i resti spappolati dei Fratelli. Nessuno di noi sapeva cosa dire. Volevamo solo andare in città, chiamare la polizia (non sapendo esattamente cosa avremmo detto) e riportare il corpo di Janet a casa.

Mentre guidavo, pensavo ai Fratelli, e a quello che avevano fatto per la loro stupida causa.
Nonostante tutto, nonostante tutte le cose oscure e terrificanti che ci riserva l'universo, il vero orrore sono gli uomini. E quello che riescono a fare nel nome di ciò in cui credono, o in cui vogliono credere.

FINE




















giovedì 11 luglio 2019

Lenny


Conoscevo un sicario, una volta. Si chiamava Lenny, ma il suo... nome d'arte era Stripe. Non so perché, in realtà. Mai chiesto.
Beh, Lenny morì come un idiota. E' una vecchia storia che noi dell'ambiente citiamo spesso. A volte ne ridiamo, a volte ne parliamo con tristezza. Rimane il fatto che fu una morte veramente stupida.
Lenny stava seduto sulla sua poltrona, con una bottiglia di whisky in una mano e la pistola nell'altra.
Si stava grattando la tempia con la canna della pistola, quando gli partì un colpo.
Ed è morto così. Da scemo.
Lo sappiamo perché c'erano le telecamere nella stanza dell'albergo. E' sempre così, quando il gran Capo ci dà un incarico e ci fa stare nel suo hotel. Vuole tenerci d'occhio.
Se non ci fossero state le telecamere, avremmo tutti pensato che si era suicidato, per quanto triste fosse questa eventualità.
Anche la morte accidentale è triste, non fraintendetemi. Ma il suicidio era meno...inelegante. Meno stupido, insomma.
Quando la storia venne fuori, fu uno specie di scandalo. Lenny era una leggenda, prima della sua morte. Uno dei migliori.
Uno di quelli per cui tutti si toglievano il cappello e si pisciavano segretamente sotto. Uno della vecchia guardia.
Quindi, capite, questa morte fu uno smacco non da poco, per chi lo ammirava. Me compreso.
Ci penso spesso, a Lenny.
Aveva sempre avuto questa abitudine di bere e tenere la pistola in mano. Diventava malinconico e sentimentale, quanto beveva.
Parlava dei suoi contratti, di sangue e di lacrime e poi brindava e voleva un abbraccio e ci mandava affanculo e andava a dormire.
Stessa cosa, ogni volta. E il tutto impugnando la pistola.
Ci metteva un gran nervosismo, non ve lo nascondo.
Anche per questo fu più facile accettare la causa della sua morte. Lo avevamo visto fare cose stupide, in passato, quando beveva.
Da sobrio era una lama, un vero bastardo. Freddo e efficiente. Ma da ubriaco... era triste, riflessivo. Più umano, alla fine.
Per molto tempo, ho pensato a Lenny come un grande uomo che fece una sola cazzata in vita sua, quella finale.
Ma ora capisco. Capisco che, da ubriaco, veniva fuori il meglio di Lenny. Veniva fuori la parte di lui che odiava ciò che facciamo per vivere. La parte con una coscienza.
E Lenny tirava fuori la pistola perché, sotto sotto, sapeva di meritare la morte. E la desiderava.
Forse cercava il coraggio di farla finita in maniera classica, ma anche se è morto per un colpo accidentale rimane in realtà un suicidio.
Ogni volta che beveva, Lenny cercava di morire. E alla fine ci è riuscito. Il meglio di lui ha vinto.
Ora lo capisco, perché mi ritrovo nella stessa situazione.
Me ne sto qui, su questo cornicione, e vedo tutte le cose orrende che ho fatto. E loro vedono me.
Me ne sto qui e bevo, cercando il coraggio di saltare. O sperando che, una volta ubriaco, cadrò per sbaglio.
Scusa Lenny, avevo frainteso.
Alla salute.
E vaffanculo.

venerdì 28 giugno 2019

Ostaggi



Me ne stavo in silenzio, mentre osservavo l'uomo con la pistola e l'impermeabile. Sentivo grosse gocce di sudore freddo colarmi sulla fronte, ma non avevo il coraggio di alzare la mano per asciugarmele.
L'uomo con l'impermeabile se ne stava al bancone del bar, sorseggiando il suo caffè. Non aveva mai lasciato la pistola, da quando era entrato.
“Buongiorno.” Aveva detto, entrando con l'arma spianata. “Non intendo farvi del male, ma vi prego di non uscire. Grazie dell'attenzione, e scusate per l'inconveniente.”
Poi, si era seduto e aveva ordinato un caffè.
Questo accadeva ormai dieci minuti fa. Il silenzio ora era quasi totale.
Nessuno sapeva cosa volesse l'uomo. E nessuno aveva il coraggio di chiederglielo.
Quando parlò, alcuni di noi si fecero sfuggire un'esclamazione strozzata di paura. Me compreso.
“Vi chiedo di nuovo scusa.” Il suo tono era gentile, ma triste. “So che non è giusto, tutto questo.”
Si girò a guardarci. Eravamo una decina, in tutto. 6 uomini e 4 donne. Più il barista dietro il bancone.
Si rivolse a tutti noi, guardando tutta la stanza.
Poi, si fermò a guardare proprio me. Indicò la mia cartella con la mano libera.
“Sono disegni, lì dentro?”
Annuii, nervosamente.
“ Sei un artista?”
Annuii di nuovo. Poi, mi sembrò il caso di dire qualcosa. Avrebbe potuto innervosirsi.
“Sì. Studio all'artistico qui vicino. Sono- erano per un esame”
“Perché dici che lo erano, al passato?” Sembrava sinceramente interessato. Il suo tono era gentile.
Mi schiarii la gola.
“Perché- perché poi oggi non ci sono andato a consegnarli.”
Lui mi sorrise.
“Hai marinato la scuola, quindi?”
Mi ritrovai, mio malgrado, a sorridere nervosamente.
“Sì...”
Lui si girò completamente per guardarmi, restando appollaiato sullo sgabello del bar.
“Non per farmi i fatti tuoi, ragazzo, ma posso chiederti perché?”
Tutti ci guardavano. E guardavano la pistola.
L'uomo se ne accorse e la guardò anche lui. Tutti distolsero lo sguardo.
“Mi dispiace. Odio le pistole. Ma temevo fosse l'unico modo per... Non fa niente.”
La mise in tasca.
“Non voglio farvi male e non voglio spaventarvi. Beh, spaventarvi ulteriormente. Mi dispiace. L'ho messa via, ma vi prego di rimanere qui, d'accordo?”
Tutti annuirono. C'era ancora ansia nell'aria, ma quel gesto aveva aiutato.
L'uomo si rivolse nuovamente a me.
“Come ti chiami?”
“Giorgio.”
“Piacere, Giorgio. Io sono Michele.”
“P-Piacere.”
Lui fece un breve gesto cortese, chinando il viso.
“ Ti va di dirmi perché hai saltato la scuola, Giorgio?”
Mi schiarii nuovamente la gola.
“E' per via del mio professore.”
“Come si chiama il tuo professore?” La sua espressione si era accigliata.
“Il professor Verdi.”
“Verdi. E cos'ha che non va?”
Ci pensai un istante.
“E' uno stronzo.” Risposi semplicemente.
Alcuni degli altri clienti risero. Anche Michele rise, sebbene con un fondo di tristezza.
Io sorrisi, con poca convinzione. Solo pensare a Verdi mi faceva ribollire il sangue nelle vene.
Lo odiavo. Ero ostaggio di un uomo armato, ma se qualcuno mi avesse chiesto chi volevo morto in quell'istante, avrei comunque detto Verdi.
Michele mi guardò. I suoi occhi erano intelligenti e gentili. La sua barba grigia lo faceva somigliare ad un attempato Hernest Hemingway. Doveva avere almeno 70 anni.
“Che cosa ti ha fatto, il professor Verdi? Se posso chiedertelo.”
Tutti mi guardavano ora. Sembravano sinceramente curiosi.
L'atmosfera si era rasserenata un po'.
Fanculo, pensai. Se ci può aiutare ad uscire da qui, perché no?
Iniziai a raccontare la mia esperienza col professor Verdi.

Ero all'ultimo anno. Ero sempre andato bene, fino ad allora.
Mi piaceva la mia università. Mi piacevano la maggior parte dei miei compagni di corso.
E amavo disegnare. Più di qualsiasi cosa al mondo.
Ero andato abbastanza spedito, durante i primi anni. Quasi non ci credevo.
Purtroppo, però, l'ultimo anno arrivò Verdi.
Non so perché ce l'avesse con me, ve lo giuro. Non feci mai nulla di particolare contro di lui.
Ma a volte, non so, certe persone sembrano decidere che non gli piaci. Magari è come parli. O come ti vesti. O è nel tuo odore, che vi devo dire.
Fatto sta che io a Verdi non piacevo proprio.
Insegnava Anatomia Artistica. Una materia che mi piace. Che mi piaceva.
Ricordo ancora la prima volta che gli consegnai un disegno.
Ci aveva chiesto una cosa abbastanza basilare, un corpo femminile visto di schiena.
Ricordo come lo guardò. Ovvero per un secondo.
Guardò invece me, per quelli che sembrarono dieci secondo interi.
Poi sogghignò e fece una battuta, ad alta voce.
“E' un vero peccato che questa sia l'unica donna che vedrai mai, è un cesso!”
Il tono era sarcastico, viscido.
Poi rise da solo, tossicchiando come se fosse stata una battuta geniale.
Poche persone risero, e senza convinzione.
Non ce l'ho con loro, era una di quelle situazioni dove più che altro si ride perché si è in imbarazzo.
Ma io non risi. Credo che sul mio viso lesse offesa e stupore. Non me l'ero proprio aspettato.
Beh, doveva avere una grande opinione del suo senso dell'umorismo, perché vedermi che non ridevo lo offese a morte.
Smise di ridere e mi mandò via, bocciando il mio disegno.
Da quel giorno, divenne sempre peggio.
Qualunque disegno io portassi, lui lo derideva. E derideva me.
Erano sempre battute di quello stampo. Insinuazioni, vetriolo e poca eleganza.
Non erano le battute in sé che mi offendevano, ma l'idea che un fottuto professore universitario scendesse a quel livello. Che fosse così meschino. E piccolo.
Nonostante questo, ve lo giuro, io continuavo comunque a metterci l'anima, nei miei disegni.
Ma niente, lui me li bocciava. E mi sfotteva.
Lo so, forse qualcuno potrebbe pensare che sto solo cercando di giustificarmi.
Che, semplicemente, i miei disegni non erano un granché.
Battute o non battute, magari i voti non erano legati a questa nostra “faida” (una faida dove, in realtà, solo uno parlava e l'altro si mordeva la lingua).
Semplicemente, non ero bravo.
Ho però la prova che si trattasse di accanimento.
Un giorno mi misi d'accordo con una mia compagna, Sara.
Sara era simpatica e aveva spesso manifestato indignazione, nei confronti del comportamento di Verdi.
Lei non aveva problemi con lui. Verdi le dava bei voti e la trattava bene.
Anzi, a volte ci provava addirittura con lei ed era anche peggio di quanto insultava me.
Il suo fare il simpatico era sgradevole quanto il suo fare l'antipatico.
Se uno è viscido, non è che basta sorridere per cambiarlo.
Così chiesi un favore a Sara. Le chiesi di scambiarci i disegni, un giorno.
Non era un esame, era solo un esercizio che ci aveva detto di fare per allenarci sul torso maschile, in preparazione del vero esame.
Sara acconsentì. Anche lei era curiosa di vedere cosa sarebbe successo.
Va precisato che Sara era molto brava. Più di me, se devo proprio essere sincero.
Avrebbe preso bei voti anche se Verdi non fosse stato un laido, voglio che sia chiaro.
Ma entrambi i nostri disegni erano curati, ci eravamo stati parecchio tutti e due.
Ce li scambiammo e andammo da Verdi.
Beh, andò come potete immaginare. Verdi fece un monologo sulla bellezza e l'espressività del mio disegno, mentre Sara lo teneva in mano e cercava di non sembrare disgustata.
Invece il disegno di Sara, tenuto tra le mie mani tremanti di rabbia, fu fatto assolutamente a pezzi.
Lo definì puerile e sciatto. Chiaramente, disse Verdi, non ci avevo neanche provato.
Non ce la feci a sentire la fine della sua critica. Feci dietrofront e uscii dalla classe, mentre Verdi mi intimava di tornare da lui.
Ridiedi il disegno a Sara, mentre lasciavo l'aula.
Lei mi guardò con tristezza.
“Mi dispiace, Giorgio.”

Tutto questo avveniva una settimana prima del giorno al bar. Il giorno dell'esame.
All'esame dovevo portare quel disegno, ultimato, e altri cinque o sei.
Ma, quella mattina, guardando la facciata della facoltà, non ce l'ho fatta.
Ho ripensato a quell'episodio. A tutti gli insulti di Verdi. A quanto avevo faticato sui miei disegni e a come li avrebbe sicuramente fatti a pezzi con la sua lingua biforcuta.
A come mi sarei portato appresso questo esame per mesi o anni.
Verdi stava facendo di tutto per uccidere il mio sogno di finire l'università.
E stava anche riuscendo a ferire profondamente il mio amore per il disegno.
Così non ce l'ho fatta.
Mi sono voltato e ho marinato la scuola.
Ho deciso di salvare il mio amore per l'arte, almeno per un po'.
E di risparmiarmi le battute di Verdi.
Sono entrato in quel bar e mi sono preso una birra.
L'avevo quasi finita, quando era entrato Michele con la sua pistola.
Ed è per questo che mi ritrovai a raccontare la mia storia a Michele e agli altri ostaggi.
Fine.

Tutti mi guardavano, compreso Michele. Notai che alcune persone non apparivano più spaventate, solo interessate. Era come se si fossero dimenticate di essere in ostaggio e stessero solo facendo conversazione al bar.
Michele mi sorrise. Un sorriso triste, di chi ne ha viste, di cose ingiuste.
Indicò la mia cartella.
“Sentiti liberissimo di dirmi di no, ma potrei vedere i tuoi lavori? Ti dispiace?”
Ci pensai un attimo, poi feci spallucce e gli portai la mia cartella.
Lui mi ringraziò e si mise a guardare i miei disegni. Io tornai al mio posto.
Passarono alcuni minuti, in silenzio.
Notai che Michele si era soffermato su un disegno in particolare.
Sorridendo, guardò prima me e poi tutti gli altri clienti.
“Giorgio, ti dispiace se mostro agli altri il mio preferito?”
Annuii. A dire la verità, ero curioso di vedere quale aveva scelto.
Michele sorrise e girò il foglio, così che tutti potessero vederlo.
Era un disegno a carboncino, uno dei miei primi. Era un nudo femminile, molto basilare.
La donna se ne stava in punta di piedi, come se stesse danzando. Sorrideva, mentre la luce colpiva i suoi seni e le sue guance.
L'avevo disegnata immaginando una storia d'amore. Mentre facevo le ombreggiature, mi ero immaginato che stesse danzando per l'uomo che amava, soli in una stanza calda e piena di musica.
“E' bellissimo, non trovate?” Chiese Michele, con un tono così genuino che quasi mi sentii a disagio.
Gli altri clienti annuirono e sorrisero.
“Che bello!”
“Ma quanto ci metti, a fare un disegno così?”
“E' stupendo!”
“Non è che è in vendita?”
Alcuni dei complimenti mi sembrarono esagerati, come se stessero solo assecondando Michele. Ma altri mi sembrarono sinceri. Sentii le mie guance arrossire.
“Grazie...”
Michele si alzò in piedi e mi riportò i disegni, appoggiandoli delicatamente sul mio tavolo.
Mi guardò negli occhi.
“Non permettere a quel professore di uccidere una cosa così bella, Giorgio. Continua a disegnare.”
Non sapevo cosa dire, quindi annuii senza convinzione.
Lui mi guardò, inizialmente con tristezza. Poi sembrò prendere una decisione e si sedette dall'altra parte del tavolo.
“Giorgio, sai perché è il mio preferito?”
Scossi la testa, confuso.
“Sono tutti molto belli, ma c'è un qualcosa di...puro, viscerale in questo. Potrei sbagliare, ma mi dà l'idea che tu ci abbia messo una certa passione. Non era solo un compito, sbaglio?”
Lo guardai, sorpreso.
“E' vero, mi era piaciuto molto disegnarlo.”
“ Sai cosa mi ricorda, questo disegno?”
Scossi nuovamente la testa.
“Mi ricorda mia moglie. Mi ricorda come la vedevo io, quando era viva. Quando eravamo ancora fidanzati, passavo spesso i week-end da lei. E quando camminava in giro, nuda, la vedevo esattamente così. Qualsiasi cosa facesse, era come se stesse ballando. Solo per me.”
Ero imbarazzato, ma anche lusingato. Era un complimento troppo genuino, troppo sentito, per non essere apprezzato.
Michele mi mise una mano sulla spalla. Avrei dovuto forse avere paura, ma non ce l'avevo. Non era una brutta persona e non avrebbe mai fatto male a nessuno di noi.
Sentivo solo gentilezza, e tristezza.
“Giorgio, se sei in grado di rappresentare qualcosa di così bello e giusto, non devi mai rinunciarci. Mai. Il mondo ha bisogno di bellezza. Ha bisogno di chi la sa vedere. E, più di qualsiasi cosa, ha bisogno di chi sa farla vedere ad altri.”
Tutti ci guardavano, affascinati dalle sue parole.
C'era sempre meno paura nel bar. Avrei giurato che, più di qualsiasi altra cosa, fossimo tutti semplicemente curiosi. Curiosi di capire cos'aveva quest'uomo apparentemente gentilissimo.
Perché era qui? Perché ci aveva presi in ostaggio?
Mi tolse la mano dalla spalla, poi si girò verso il barista.
“Lei deve essere sfinito, è in piedi dietro al bancone da un'ora e passa. Perché non si siede qui? Ci penso io al bancone.”
Il barista, titubante, venne verso di noi.
Michele si alzò e gli offrì il posto, poi andrò dietro il bancone.
Io, il barista e tutti gli altri lo guardammo.
Michele si mise una mano in tasca. Per un secondo, fummo tutto preoccupati, ma Michele tirò fuori solo un portafogli sgualcito di pelle.
Sembrò triste, nel constatare la nostra ansia, ma non disse nulla.
Dal portafogli estrasse alcune banconote da cento euro e e posò sulla cassa.
“Ho preso la pensione, ieri.” Ci spiegò.
Tutti lo guardavano, curiosi.
Questi sono per i drink.” Disse Michele, rivolgendosi al barista.
“D-Drink?” Chiese il barista, confuso.
“Ebbene sì. Intendo offrire un drink a ogni persona qui dentro, lei compreso. Poi, vi lascerò andare via. So che un drink è una scusa davvero inadeguata per il disturbo che vi ho arrecato, ma lasciate che vi offra almeno questo.”
Tutti lo guardavano, confusi.
Una signora dai capelli biondi parlò per la prima volta, quel giorno.
“Davvero ci lascerà andare?”
Michele annuì.
“Non ci farà del male?”
Michele diventò triste.
“Assolutamente no. Non è mai stata mia intenzione, lo giuro. Volevo solo... Non importa. Lei cosa beve, signora?”
E fu così che, confusi e spiazzati, tutti i clienti (e il barista) furono serviti da Michele.
Prese gli ordini e portò da bere ai tavoli, uno per uno.
Io presi solo una coca cola, non mi andava altra birra.
Il barista si prese un gin tonic. Poi, guardò i soldi sul bancone.
Sembrò lottare con sé stesso, prima di parlare.
“Ehm, guardi che sono troppi soldi. Non ha speso così tanto.”
Michele alzò una mano e sorrise.
“Non importa. Sono anche per... per il disturbo, va bene? Magari in futuro può offrire di nuovo da bere a questa brava gente, se tornano qui.”
Il barista annuì, più confuso che mai.
Michele si versò dello scotch.
“Alla vostra salute.”
Gli altri alzarono i bicchieri e bevvero insieme a lui.
Passarono dieci minuti, poi tutti avevamo svuotato i bicchieri.
Michele ci guardò.
“Vi ringrazio davvero per la vostra compagnia. Potete andare. Vi chiedo umilmente perdono per la paura che vi ho fatto provare.”
Titubanti, alcuni clienti si alzarono. Credo che temessero una qualche trappola crudele.
Michele annuì di nuovo. Era molto triste, nonostante sorridesse per rassicurarli.
“Andate, andate. Non vi farò niente.”
Detto questo, si sedette ad un tavolo in fondo, dandoci le spalle.
La maggior parte della gente uscì quasi subito.
Io stavo per farlo, ma qualcosa mi trattenne.
Mi voltai a guardare Michele. Anche il barista, la donna bionda e un muratore di nome Alì con cui chiacchieravo ogni tanto erano ancora nel bar.
Credo che avessimo tutti la stessa domanda. E che ci rendessimo tutti conto che Michele non era mai stato pericoloso, solo triste. Molto, molto triste.
Fui io, però, a porgli la domanda.
“Perché sei venuto qui con quella pistola, Michele?”
Michele sussultò. Pensava di essere rimasto solo.
Notai, con preoccupazione, che aveva tirato fuori la pistola. Era sul tavolo, davanti a lui.
Michele si voltò.
“Giorgio. Signori. Andate, andate! Non rimanete qui con questo stupido vecchio...”
I miei genitori mi avrebbero urlato contro, se avessero visto cosa stavo facendo. Ma fu più forte di me.
Mi avvicinai al tavolo, seguito dagli altri. Fui abbastanza commosso, nel vedere che mi seguivano.
Forse non volevano lasciarmi solo, forse erano preoccupati per Michele anche loro. Forse entrambe le cose.
In ogni caso, fu un bel gesto.
Ora eravamo in piedi, davanti al tavolo di Michele. Guardavamo con un po' di preoccupazione la pistola, ma in quel momento capii che non temevamo per noi stessi, ma per Michele.
Credo che in quel momento avessimo tutti capito.
“Michele, tu sei venuto qui per ucciderti, non è vero?”
Michele ci sorrise, deglutendo. Si stava sforzando di non piangere.
Annuì, mentre una lacrima gli scendeva per la guancia.
Mi sedetti davanti a lui. Non avevo più paura della pistola. Forse può sembrarvi folle, ma non c'eravate.
L'idea che Michele ci facesse male sembrava ridicola. Era un uomo vecchio, triste e solo. Faceva del male solo a sé stesso.
“Perché? Perché vuoi ucciderti?”
Michele si asciugò la guancia.
“Non ho più nulla, Giorgio. Mia moglie è morta da anni, ormai. Mio figlio è morto poco dopo, per uno stupido incidente d'auto. Non ho più amici. Non ho più l'età per lavorare. Non ho hobby o passioni. E sono stanco. Sono stanco di quella casa vuota, di quel silenzio. Di svegliarmi la notte e di piangere quando mi rendo conto che li ho solo solo sognati. Che non torneranno più. Sono stanco di essere vecchio e solo.”
La donna bionda, che in seguito scoprii chiamarsi Maria, si sedette anche lei al tavolo. Alì fece lo stesso.
“E perché ci ha sequestrati?” Chiese la donna. Il tono era un curioso misto di severo e gentile.
Michele scosse la testa.
Alì non aveva mai parlato, quel giorno. Aveva solo fatto un cenno con la testa, quando Michele gli aveva dato la sua limonata.
Ora, però, fu lui a parlare. E centrò in pieno il cuore della questione.
“Lei non voleva essere solo, vero? Voleva compagnia. Voleva essere sicuro che ci fosse qualcuno con lei.”
Michele annuì, mentre nuove lacrime cominciavano a scendere.
“Ma non capisco.” Disse Maria. “Poteva avere compagnia anche senza sequestrarci. Poteva entrare e parlare con qualcuno, no?”
Michele la guardò, sorrideva e piangeva allo stesso tempo.
“Non pensavo che sarei stato ascoltato. La gente evita i vecchi, specie quelli che non conosce. Mi avrebbero assecondato, sopportato. Io volevo... Volevo...”
“Voleva che la ascoltassimo davvero.” Disse il barista, che si chiamava Carlo.
Michele annuì, poi scoppiò a piangere sul serio. Posò il viso sulle propria braccia conserte e pianse, pianse, pianse.
Maria gli mise una mano sulla spalla.
Io presi la pistola e la allontanai. Michele non battette ciglio, non so neanche se se ne accorse.
Era un revolver, vecchio. Aprii il caricatore, poi mostrai il contenuto agli altri.
C'era un solo colpo, nella pistola.
Un solo colpo, per l'unica persona a cui Michele avesse mai voluto sparare.

Credo che se fosse dipeso solo da me e gli altri tre ostaggi che lo videro piangere, la polizia non sarebbe mai stata chiamata. Ma, comprensibilmente, uno degli altri ostaggi che erano già usciti la chiamò.
Michele fu incriminato, ma nessuno lo considerava davvero un pericolo. Lo misero ai domiciliari, in attesa del processo.
Ogni tanto, nonostante le proteste dei miei genitori e lo scherno delle autorità (che mi consideravano un po' scemo per averlo richiesto), mi fu accordato il permesso di andarlo a trovare.
Lui mi fece vedere le foto della sua famiglia e mi raccontò di loro. Di come sua moglie sapeva farlo ridere e di come suo figlio fosse sensibile e intelligente. I suoi occhi luccicavano, quando ne parlava.
Gli feci vedere i miei disegni e gli raccontati di come avevo finalmente preso 18 all'esame di Anatomia Artistica. Verdi alla fine mi aveva fatto passare, ma solo con il minimo.
Credo che si sentisse l'irritazione nella mia voce, quando riferii il voto.
Non dimenticherò mai cosa fece Michele, quando glielo dissi.
Mi sorrise e mi mise una mano sulla spalla.
“Giorgio, ti piace quello che fai?”
“Sì, Tanto.”
“Quello stronzo è riuscito a fermarti?”
Gli sorrisi.
“Direi di no.”
Lui annuì.
“ E allora non pensarci mai più, Giorgio. Mai più. Dedicati a ciò che ami e apprezzalo. Finché ce l'hai.”
“Ci proverò.”
E ci provo ancora.

Michele morì prima del processo, nel sonno. Era un uomo molto vecchio, ma mi piace pensare che si sentisse un po' meno solo alla fine.
Andai al suo funerale. I miei genitori e molti dei miei compagni di università pensavano che fossi pazzo a dedicare tutta questa attenzione al mio sequestratore, ma onestamente chi se ne frega.
Michele era un brav'uomo che era quasi impazzito per colpa della solitudine.
Lasciarlo solo al suo funerale sarebbe stata una cosa davvero crudele.
Fui sorpreso e commosso, quando scoprii che non ero l'unico al funerale.
No, eravamo in quattro.



venerdì 21 giugno 2019

Scrivere Plasma il Mondo



Scrivere plasma il mondo. Così gli era stato insegnato e lo credeva ancora. Fermamente.
Suo padre era solito dire che la scrittura fosse la migliore cosa mai fatta dall'uomo.
Il potere di creare mondi, di distruggerli, di capire più a fondo il nostro. Il potere di ispirare le persone a volerne uno diverso.
La scrittura era questo, ed era l'unica cosa in cui Marvin avesse fede. Per questo motivo, ogni giorno, lui scriveva. Scriveva e scriveva, finché le dita non gli sanguinavano.
Ma Marvin non ci faceva caso. Se ne stava buono mentre gli inservienti gliele medicavano, prometteva di riposarsi un po' e poi, non appena erano andati via, riprendeva subito a scrivere.
Gli inservienti erano brave persone, erano gentili. Ma non capivano.
Marvin doveva scrivere.
Doveva plasmare il mondo.
Perché il mondo era sbagliato e qualcuno doveva fare qualcosa.

Gli inservienti se ne stavano davanti alla porta, mentre guardavano attraverso lo spioncino. Marvin, il paziente preferito di tutti, stava ancora scrivendo.
Erano le tre del pomeriggio, e Marvin si era messo a scrivere all'alba.
“E fa così ogni giorno?” Chiese il più giovane degli inservienti. Era nuovo, lì, ma stava già simpatico allo staff anziano. Era un bravo ragazzo, empatico e volenteroso.
“Eh, già.” Rispose il suo collega più anziano, grattandosi i capelli grigi. “Ogni giorno si sveglia, si mette a scrivere e si addormenta sulla tastiera. Noi gli medichiamo le mani, lo facciamo mangiare e lo mettiamo a letto, ma appena ha ripreso un po' le forze si rimette subito all'opera.”
“Perché non gli diamo dei sedativi? O gli togliamo il portatile?”
“Per un periodo ci abbiamo provato, ma stava peggio. Non poter scrivere lo rendeva depresso e autolesionista. Una volta si è quasi ammazzato con un bicchiere di detersivo. Alla fine, i dottori hanno deciso che è meglio che si esprima, per così dire. Certo, si fa comunque del male, ma sembra che quello sia inevitabile. Almeno così limitiamo i danni.”
Il ragazzo annuì, dubbioso.
“E cosa scrive?”
“Le stesse frasi. Ogni giorno.”
Il ragazzo guardò il suo collega, colpito.
“Passa tutto il giorno a scrivere le stesse cose?”
“Eh, già.”
“E che frasi scrive?”

Marvin era stufo delle mezze misure. Era stufo degli orpelli.
Secondo lui, ogni storia e ogni articolo mai scritto che avesse un motivo di esistere girava intorno alla stesse idee fondamentali: esiste ciò che è giusto ed esiste ciò che è sbagliato, e dovremmo volere un mondo che è giusto.
Per questo scriviamo, perché il mondo non ci piace e vorremmo che fosse diverso. Bello o ragionevole quanto le nostre parole.
Marvin non aveva più pazienza per le storie di eroi e gli articoli di denuncia, per le poesie d'amore e le critiche sociologiche.
Tutte queste cose avevano plasmato il mondo, assolutamente. Ogni cosa faceva la sua parte.
E non c'era nulla di male in una storia fine a sé stessa e senza particolari ideali, se è per questo.
Ma Marvin era stufo. Voleva plasmare davvero il mondo. Voleva cambiarlo.
Almeno un po'.
Perché il mondo era sbagliato e qualcuno doveva fare qualcosa.

“Tutte cose di questo tipo, insomma.” Finì di spiegare l'inserviente anziano, mentre andavano a sedersi in guardiola. “Frasi e frasi su come il mondo sia sbagliato e le cose dovrebbero essere diverse. Che le guerre sono imbecilli e in un mondo giusto i bambini non dovrebbero morire, che il cancro è un insulto, che senza empatia il mondo è inutile e altre cose di questo tipo. Il succo è che il mondo dovrebbe essere migliore, e anche noi. E su questo non mi sento di dargli torto.”
L'inserviente più giovane si alzò di nuovo e andò di nuovo a guardare dentro la stanza, dove Marvin scriveva le stesse frasi di tutti i giorni con la foga di uno scrittore che è stato appena colto da un lampo di ispirazione. Sembrava sempre estremamente preso, e non smetteva mai. Non c'era da stupirsi che fosse così magro e che le sue occhiaie fossero così profonde.
“ E perché lo fa?” Chiese al collega, voltandosi.
L'inserviente anziano rise senza allegria.
“Dai che l'hai capito, il perché.”
Il ragazzo lo guardo, con sguardo serio.
“Pensiero magico. Pensa che se le scriverà ancora e ancora, prima o poi si avvereranno.”
“Proprio così.”Rispose l'altro, avvicinandosi.
I due inservienti guardarono di nuovo dentro la stanza, dove Marvin non aveva smesso di scrivere neanche per un minuto.
“Poveraccio.”
“Eh, già.”
“Ma cosa gli è successo? Ci sarà pure stato un qualche trauma iniziale...” Chiese il giovane, con l'espressione triste.
“Oh, ci puoi giurare.” Rispose torvo l'altro inserviente.

Non era importante perché avesse iniziato a scrivere. Il suo dolore non era più importante o speciale di quello di altri.
Ma ciò che gli era successo l'aveva spinto a vedere da vicino la realtà che aveva sempre saputo, in fondo. Era sempre stato ovvio che ci fosse qualcosa che non va, nel mondo.
Come molti, lui aveva vissuto la sua vita cercando di non pensarci troppo. Ma alla fine quell'ingiustizia lo aveva trovato. E lo aveva colpito forte, senza pietà.
E ora Marvin doveva scrivere.
Perché il mondo era sbagliato e qualcuno doveva fare qualcosa.

“Ed è da allora che si trova qui?” Chiese l'inserviente più giovane, con la voce spenta e rattristata dalla storia che gli aveva raccontato il collega.
“Non proprio. Ha girato qualche altro centro, prima di essere assegnato qui. Ma ormai sono tre anni che si trova da noi.”
“Tre anni che scrive.”
“Eh, già.” Rispose il collega, mettendosi in bocca una gomma da masticare.
“ E' la quinta che mastichi, da quando siamo qui.”
“Non mi fare il terzo grado anche tu, ti prego. Mia moglie vuole che smetta di fumare, e se non mastico almeno una gomma ogni dieci minuti va a finire che ricoverano qui anche me.”
Risero insieme, mentre tornavano a sedersi in guardiola.
“OK, scusa. Me ne dai una?”
“Certo.”

Marvin stava scrivendo per l'ennesima, ennesima volta una delle sue frasi quando sentì improvvisamente una fitta alla testa. Era una sensazione strana, diversa da qualsiasi mal di testa avesse mai provato.
Se gli avessero chiesto di descriverlo, avrebbe detto che gli sembrava di star espellendo un calcolo tramite le tempie. Non era solo doloroso, era anche...liberatorio.
Ma nonostante ciò, emise un urlo strozzato e cadde dalla sedia.

Gli inservienti sentirono il lamento di Marvin e poi un tonfo. Si alzarono subito in piedi e corsero nella stanza.
Lo trovarono supino e senza sensi. Le garze sui polpastrelli erano rosse di sangue, di nuovo.
Stavano per chiamare aiuto, quando Marvin aprì gli occhi.
“S-sto bene, ragazzi. Davvero...”
Marvin si alzò a sedere.
“Tutto ok, fatemi solo...” Marvin fece per rimettersi alla scrivania.
“Te lo scordi.” Disse severamente l'inserviente più anziano. “Ora tu vieni in infermeria e ti fai visitare. Il portatile rimarrà qui ad aspettarti.”
Era un tono che non ammetteva repliche. Gli inservienti volevano bene a Marvin, ma proprio per questo a volte dovevano essere duri.
Marvin voleva replicare, ma non riusciva a rimettersi in piedi.
I due inservienti sbuffarono, ma era un gesto bonario di impazienza
“Ecco, vedi come ti riduci pur di prendere il Pulitzer?” Lo apostrofò l'inserviente anziano.
“Dai, ti aiutiamo noi...” Disse il ragazzo più giovane, mentre lo prendevano per le braccia e ne sostenevano il peso.
Piano piano, Marvin ritrovò la forza per camminare da solo, ma gli inservienti continuarono comunque a sostenerlo.
Uscirono dalla stanza, passando davanti alla televisione della guardiola, che era a basso volume.
Sentirono comunque un pezzo del servizio del telegiornale.
“...si sono riuniti oggi per festeggiare il quinto anniversario del loro armistizio.”
L'inserviente più giovane si girò brevemente a guardare lo schermo.
“Ehi, ma non eravamo in guerra con quelli là?”
Ora anche Marvin si voltò.
“Ma chi se ne frega! Dai, sbrigati, portiamolo a farsi vedere.” Rispose brusco l'altro inserviente. “E sarà anche il caso che mangi qualcosa!” Aggiunse, rivolgendosi a Marvin.
Così si avviarono verso l'infermeria.
Il giovane smise di pensare al telegiornale e il suo collega più anziano continuò a masticare nervosamente la gomma.
Marvin, però, fissò lo schermo della TV per un lungo momento, prima di seguirli.
Aveva le dita sanguinanti e le occhiaie erano nere come lividi, ma sia il dottore che lo visitò che l'inserviente più anziano concordarono che era la prima volta che vedevano Marvin sorridere.
Sorrideva, e non vedeva l'ora di rimettersi a scrivere.






L'Ultimo Cliente



Ho fatto il tassista per quasi 25 anni. E' un lavoro di merda, non ve lo nascondo.
Sono sicuro che c'è a chi piace, ma non li capisco proprio. Io lo odiavo. Odiavo gli orari, odiavo la metà dei clienti che mi capitavano e odiavo le cose che mi costringe a vedere e sentire.
Ho visto di tutto, nei miei 25 anni. Di tutto.
Fidanzati che picchiavano le proprie fidanzate, tossici in crisi d'astinenza, pervertiti di ogni tipo, gente sporca di vomito, gente sporca di sangue, preti ubriachi e poliziotti che piangevano...
Di tutto, come vi ho detto.
Oggi, però, voglio parlarvi del mio ultimo cliente.

Era il mio ultimo giorno, poi avrei lasciato quel lavoro che odiavo tanto.
Avevo trovato lavoro come operaio edile. Niente di spettacolare, ma era pagato abbastanza bene e non avrei dovuto vedere così tante persone ogni giorno.
Non vedevo l'ora.
Come ogni sera, cominciai dai quartieri ricchi. Solitamente lì caricavo vecchie signore con la pelle liftata o uomini d'affari che tirano avanti a forza di Xanax.
Quel giorno, invece, salì un signore anziano dall'aria mite. Era molto magro e un po' ingobbito. La sua barba era di un bianco purissimo.
I suoi tratti erano...anonimi. Come se ad un disegnatore fosse stato detto “disegnami un tizio qualunque”.
Una cosa però era certa, era molto vecchio. E molto stanco.
“Buonasera.” Mi disse educatamente.
“Salve. Dove andiamo, stasera?”
Lui sorrise.
“La stazione, per favore.”
“Benissimo.”
E così partimmo.

Aveva un buon odore, un dopobarba che mi ricordava quello di mio padre. Per anni ho cercato quella marca, ma non la producevano più.
E ormai non ne ricordavo neanche più il nome.
Mi mancava, come mi mancava mio padre. So che sembra sciocco, ma questa somiglianza con mio padre me lo rese subito un po' simpatico.
Come ogni sera, c'era un traffico infernale perché tutti uscivano dal lavoro. Ma il mio cliente non sembrava seccato.
“Da quanto fa questo lavoro?” Mi chiese.
Io sorrisi.
“Quasi 25 anni.”
“Una vita.”
“Ci può giurare.”
Lui si chinò in avanti per farsi sentire meglio. Di solito, mi dà fastidio quando i clienti lo fanno, ma non quel giorno.
“Posso farle una domanda?”
“Spari.” Risposi io, un po' sorpreso. Di solito in quel quartiere venivo trattato come un servo a nolo, non mi parlavano mai. E di certo non così educatamente.
“E' un bel lavoro, fare il tassista?”
Ci pensai un attimo.
“E' un lavoro interessante. “ Dissi infine. “Ti fa diventare una sorta di psicologo amatoriale. Impari a conoscere un po' la gente.”
Annuì per un attimo, pensoso.
“E a lei piace?” Mi chiese.
“Per niente.”
Ridemmo insieme.
Il traffico per ora procedeva spedito.
“Oggi è il mio ultimo giorno, in realtà.” Non so perché glielo dissi, mi venne naturale.
“Davvero?”
“Sissignore.”
Lui si grattò la barba, pensoso.
“La invidio.”
“In che senso?”
Lui guardò fuori dal finestrino. Il tramonto colorava le nuvole di rosa. Era molto bello, anche con quella città puzzolente a coprirlo.
“Perché anche io vorrei lasciare il mio lavoro.”
Mi girai, sorpreso.
“Ma come! Non mi dica che lei lavora ancora!”
Lui annuì, senza distogliere lo sguardo dal tramonto.
Tornai a guardare la strada, sorridendo. Da non credere.
“E che lavoro fa, se posso chiederglielo?”
Lui mi sorrise. Ora guardava me.
“Credo sia un suo diritto, visto che ho cominciato io a ficcanasare.”
Sorrisi di nuovo.
“Giusto.”
Lui si appoggiò allo schienale.
“Io sono Dio.”
All'inizio pensavo proprio di aver sentito male.
“Come, scusi?”
Ma la sua espressione non cambiò, lo guardavo nello specchietto retrovisore.
“Ha capito bene. Io sono Dio.”
Rimasi interdetto. Che cosa rispondi a uno che ti dice così?
Un altro matto, dannazione. E dire che mi stava simpatico.
“Anche lei mi sta simpatico.” Disse lui.
Lo guardai nello specchietto, preso di sorpresa.
“Ehm, come?”
“Lei stava pensando che le sto simpatico. Anche lei mi sta simpatico.”
Ero un po' inquieto, ma poi mi venne un'idea.
“Ho capito. Lei è un, come si chiamano, un mentalista. Ci ho preso?”
Lui scosse la testa.
“No. Le sto dicendo la verità. E il dopobarba di suo padre si chiamava Spacey. Era davvero ottimo, capisco perché le manca. Anche se nulla sarà mai buono quanto lo è nei nostri ricordi, non trova?”
Sbandai per un attimo, quando pronunciò il nome del dopobarba. Eravamo quasi arrivati in centro, ormai.
“Come cazzo fa saperlo? Chi è lei?”
Lui sorrise.
“Gliel'ho detto chi sono. E quindi sa come faccio a saperlo.”
Cominciavo a sentire un gran panico, il cuore mi batteva molto forte. Temevo che sarei svenuto e che saremmo morti entrambi.
Ma ad un tratto sentii la sua mano sulla nuca. Il suo tocco era gentile, nonostante tutti i calli che aveva sulle sue grandi mani nodose. E la sua pelle era fresca.
Il suo tocco mi fece qualcosa, perché improvvisamente avevo ritrovato la calma.
Lui tolse delicatamente la mano e si appoggiò nuovamente allo schienale.
“Mi scusi, non volevo spaventarla. Ma ora mi crede?”
Lo guardai un attimo.
“Cazzo, non lo so. Ehm, scusi il francese.”
Lui rise.
“Imprechi quanto vuole. Non mi ha mai dato fastidio, come cosa.”
Come potete immaginare, avevo delle domande da fargli. Chi non ne avrebbe avute?
“Posso... Posso farle qualche domanda?”
C'era altro traffico prima del centro, avevamo altri dieci minuti almeno.
“Spari.”
Decisi di partire basso.
“Ehm, sì. Ecco... Allora lei ha creato l'universo? Ogni cosa?”
Lui ci pensò un attimo prima di rispondere.
“No, non credo. So per certo di aver creato questo pianeta e gli esseri umani. Gli animali. Gli oceani. Ma no, non credo proprio di aver fatto il resto. Quando guardo le stelle mi sento perso, esattamente come voi.”
Non sapevo cosa credere, ma quella risposta mi fece venire i brividi.
“Non capisco...”
“Bah, neanche io capisco, sinceramente. Non ricordo molto del prima. Ricordo noia e solitudine. E allora ho creato questo pianeta. Ma non mi odi per questo, non sapevo cosa stessi facendo.”
Lo guardai, perplesso.
“In che senso?”
“Figliolo, lei lo chiamerebbe un successo, il mio?”
Ci pensai un attimo, prima di rispondergli.
“Oddio... Ehm, cioè, non saprei... Ha tante cose belle...”
“ E tante cose orrende.” Lo disse con durezza, il tono era amareggiato.
“Ma allora perché le avrebbe create? Perché non le cambia?”
Lui mi guardò, e vi giuro che non ho mai viso degli occhi così tristi e stanchi in vita mia.
“Perché non ci riesco.”
Il traffico iniziava a muoversi.
“ Le è mai successo di ritrovarsi una brutta situazione e non sapere neanche come ha fatto a finirci? Magari stava avendo una giornata perfetta con la sua ragazza ma poi uno dei due ha detto qualcosa di sbagliato e dal nulla è venuto fuori un orribile litigio. O cercando di riparare un rubinetto ha finito per allagare il bagno. Le è mai successo che una situazione le sfuggisse di mano?”
Iniziavo a capire.
“Certo... Succede a tutti.”
“Beh, succede anche a Dio. Non ricordo bene cosa volessi, quando ho creato questo posto. Ero solo. E' lo stesso motivo per cui ho preso il taxi oggi. Ma mi è sfuggito di mano. E qualsiasi cosa faccio, le conseguenze sono al di fuori del mio controllo. E' dal principio che cerco di aiutare, ma non ci riesco. Ho messo questo pianeta in moto e non so fermalo, né indirizzarlo.”
Eravamo arrivati in centro.
Accostai davanti alla stazione dei treni.
Lui ora aveva la voce tremolante. Come se stesse cercando di non piangere.
Era piegato in due e si teneva il viso tra le mani.
Fuori iniziò a piovere.
“Se cerco di aiutare, faccio solo altri casini. Se non faccio nulla, il pianeta continua a soffrire.”
Non vi so descrivere la pena che provavo. Non era importante che fosse Dio o solo un pazzo che mi aveva influenzato in qualche modo. Stava male e guardarlo spezzava il cuore.
Mi girai e gli misi una mano sulle spalle.
“Perché non fa come me, allora? Perché non si dedica ad altro?”
Lui si alzò a sedere e aprì la portiera, all'improvviso.
“Non posso. Vi ci ho messi io, qui. O vi aiuto, o soffro insieme a voi. Ma ignorarlo non sarebbe giusto.”
Tirò fuori un rotolo di banconote dalla tasca e me le mise in mano.
“Grazie del giro e della sua attenzione. Lei è un brav'uomo.”
Si alzò.
“Aspetti! Ora che farà? Dove andrà?”
Lui mi guardò, sorridendo tristemente.
“Non lo so davvero. Lei lo sa?”
Ci pensai un attimo.
“A casa, credo.”
Lui annuì.
“E' un buon inizio.”
Detto questo, si voltò e entrò nella stazione.
Lo osservai finché non sparì tra la folla.
Poi, mi avviai verso casa.

La Stanza Numero 7



La cella era tre metri per quattro, più grande della cella media. Nonostante questo, era indubbiamente un luogo opprimente e claustrofobico. Sbarre da un lato, muri lisci e coperti di scritte nei lati rimanenti. Una piccola finestra, anch'essa munita di sbarre.
Reginald se ne stava seduto sul letto, a fissare uno dei muri coperti di scritte. Scritte probabilmente fatte utilizzando pietre o pezzi di metallo.
“Murphy è stato qui”, diceva una delle scritte.
“Il letto è scomodo, protesterò con la direzione”, ironizzava un'altra scritta.
“Non vedrò mio figlio crescere”, diceva una scritta particolarmente triste.
Reginald guardava le scritte e meditava, mentre il sole iniziava a calare e i corvi gracchiavano nel cielo, liberi.
Presto, molto presto, sarebbero venuti a prenderlo.

Nathan strisciava nella palude, maledicendo il peso dello zaino. Sembrava pesare una tonnellata.
L'acqua della palude era fredda, e probabilmente piena di insetti.
Nathan sperava che non ci fossero quei pesciolini che ti entrano nel pene e si stabiliscono nella tua uretra. Ci mancava solo quello.
Lo zaino pesava un accidenti, ma non aveva nessuna intenzione di abbandonarlo. Lo zaino era l'elemento fondamentale del piano.
Lo zaino poteva salvare la vita a Reginald.

Reginald si bagnò la faccia con l'acqua del piccolo lavandino arrugginito. Ormai mancava solo un'ora, poi sarebbero venuti a prenderlo.
L'avrebbero portato nella stanza numero sette, l'avrebbero legato al lettino e gli avrebbero iniettato qualcosa che l'avrebbe fatto addormentare. Per sempre.
Reginald si sedette di nuovo sul letto, e tornò a guardare le scritte, mentre la sua mente vagava.
Non era una persona di fede, ciò che lo aspettava dopo la stanza e l'iniezione non gli dava conforto. E non gli faceva paura.
Ma pensare che quello stanzino fosse l'ultimo posto che avrebbe visitato? Pensare che la puntura nel braccio sarebbe stata l'ultima sensazione che avrebbe mai provato? Quello sì che faceva paura.
Reginald era terrorizzato.

Nathan strisciava nell'acqua fangosa, mentre lo zaino ormai iniziava a fargli dolere le spalle davvero. Dentro lo zaino c'era un dispositivo, e quel dispositivo era l'unica possibilità di salvezza di Reginald.
Il piano era semplice: Nathan sarebbe arrivato fino alle mura della prigione e avrebbe azionato il dispositivo. Poi, ci avrebbe pensato lui a liberare Reginald.
Ma doveva sbrigarsi, secondo il suo orologio mancavano solo 45 minuti all'esecuzione.
Si mise a camminare più velocemente, pregando di farcela in tempo.

Reginald non aveva richiesto un ultimo pasto. Non aveva il minimo interesse a mangiare. Voleva solo starsene seduto lì, a guardare il muro e a pensare.
Gli dava uno strano conforto, sicuramente maggiore di quanto avrebbe potuto ottenere da un cosciotto di pollo o da una torta. Quelle, ormai, erano cose senza valore per un morto vivente come lui.
Ma la mente, la mente invece era uno strumento inestimabile.
Voleva solo starsene seduto lì, a pensare i suoi pensieri e a immaginare le sue fantasie.
Evitando, per quanto possibile, di pensare alla stanza numero 7.

Nathan arrivò alle mura 30 minuti prima dell'esecuzione. Grondava sudore e la schiena gli faceva malissimo, ma ce l'aveva fatta. Come gli avevano detto, quell'angolo delle mura non poteva essere visto dalle guardie. Strisciò, il più silenziosamente possibile, tenendosi attaccato al muro del carcere.
Dopo cinque minuti di silenzioso strisciare, lo trovò: il canale di scolo. Acqua marroncina e puzzolente ne fuoriusciva, mentre mosche di ogni tipo vi svolazzavano intorno.
Nathan storse il naso, ma non ebbe esitazione. Si tolse lo zaino e ne estrasse il dispositivo.
Era grande come una scatola da scarpe, ed era ricoperto di pulsanti e tubicini.
Nathan lo prese e lo inserì nel canale di scolo. Poi premette tre pulsanti in sequenza e staccò il tubo rosso, come gli era stato detto.
Ci fu un istante di silenzio, dove temette di aver sbagliato la sequenza (nonostante l'avesse ripetuta tra sé e sé cinquanta volte, durante il tragitto), poi il dispositivo si accese.
Emetteva un suono leggero, come quello delle ali di un colibrì, ma per il resto era straordinariamente silenzioso.
In meno di un minuto, il dispositivo aveva preso la sua forma.
Una figura umanoide, con occhi rossi brillanti e giunture metalliche e appuntite.
Nathan osservò, meravigliato, mentre il piccolo robot iniziava a strisciare su per il canale di scolo, alla ricerca di Reginald.
Nathan controllò il suo orologio. Mancavano 20 minuti all'esecuzione.
Potevano farcela. Potevano farcela.

Reginald se ne stava sul letto, continuando a fantasticare, quando le guardie comparvero fuori dalla porta.
“Detenuto 1106, è ora di prepararsi.”
Reginald le guardò, con espressione distratta.
“Io sono già pronto.”
“Il Direttore ci tiene a ricordarti che puoi cambiare idea in qualsiasi momento, se decidi che vuoi parlare con il prete. Sei sicuro di non voler pregare un po', prima che ti portiamo alla stanza numero sette?”
Reginald scosse la testa, con decisione.
“No, grazie. Non mi interessa. Vorrei starmene un altro po' seduto qui, a pensare.”
Le guardie si guardarono a vicenda, interdette.
“Come preferisci. Altri dieci minuti, poi sarà ora.”
Reginald annuì. Le guardie si allontanarono di nuovo, lasciando Reginald ai suoi pensieri e alle sue fantasie.
Chissà a cosa voleva pensare, prima di morire.

Il piccolo robot era arrivato al primo piano. Silenziosamente, strisciò su per il sifone di un water e sbucò fuori da uno dei gabinetti.
Si trovava nei bagni delle guardie. Lo sapeva, perché aveva in memoria l'intera planimetria della prigione.
Non era esattamente dotato di intelligenza artificiale, ma aveva un compito e sapeva come eseguirlo.
Si diresse verso il piano di sopra, verso la stanza numero sette, mentre lame retrattili uscivano dai suoi avambracci.
Doveva essere rapido ed efficiente. Avrebbe ucciso le guardie e si sarebbe fatto seguire da Reginald fino all'entrata.
Poi Reginald e Nathan sarebbero fuggiti attraverso la palude.
Ormai mancavano solo cinque minuti all'esecuzione.

Le guardie tornarono da lui.
“E' ora di andare, detenuto.”
Reginald gli sorrise placidamente e si alzò in piedi. Sembrava totalmente sovrappensiero, come se avesse altro per la testa.
Le guardie erano confuse, ma lo assecondarono. Avevano visto comportamenti ben più strani, prima di un'esecuzione.
Meglio questa strana aria spensierata che la crisi di diarrea nervosa dell'ultimo detenuto che avevano scortato ad un'esecuzione.
Reginald si incamminò verso la stanza numero sette, seguito dalle due guardie.
Le guardie guardavano le spalle del detenuto, pronte a colpirlo se avesse tentato qualche scherzo. Ma Reginald camminava tranquillo, lo sguardo perso nel vuoto.
Era come se fosse la stanza numero sette a venire verso di lui, piuttosto che il contrario.
Mancavano 3 minuti all'esecuzione.

Il robot ormai si era già lasciato due cadaveri alle spalle, uccisi in perfetto silenzio e senza esitazione. Gli bastava girare l'angolo e sarebbe arrivato alla stanza numero sette.
Mancava un minuto all'esecuzione.

Reginald fu fatto accomodare sul lettino e si lasciò stringere le cinghie attorno a braccia, gambe e vita. Era assolutamente tranquillo, e continuava a sembrare sovrappensiero.
Sorrise tra sé e sé, vedendo gli sguardi confusi delle guardie e del medico che gli avrebbe fatto l'iniezione.
Non guardò mai verso il direttore e i testimoni, che osservavano l'esecuzione dall'altra parte della vetrata alla sua sinistra.
Era strabiliante, pensò Reginald, quanto il piccolo robot fosse silenzioso. Nessuno di questi idioti aveva idea di cosa stesse per succedere. Da un momento all'altro sarebbe entrato nella stanza e lo avrebbe salvato.
Mancava poco, ormai, pochissimo.

Reginald si spense pian piano, sorridendo. Immaginò la spettacolare entrata del robot, le urla delle guardie, gli sguardi terrorizzati del direttore e dei testimoni. Il sangue che schizzava le pareti e il vetro.
Ma, ovviamente, non accadde nulla di tutto questo. Non esisteva nessun robot e Nathan, suo fratello, era morto da tanti anni.
Il medicò pronunciò la sua morte alle 21:03.
Il direttore strinse la mano ai testimoni e li ringraziò per essere venuti.
Reginald sorrideva ancora, mentre la gente lasciava la stanza e gli inservienti salivano dal primo piano per venire a ritirare il corpo.
C'era solo silenzio, nella stanza numero sette.





Le Incudini


Li sentiva marciare, per strada. I loro tacchi echeggiavano nella notte, come zoccoli di cavalli stupidi e aggressivi.
Si strinse nelle coperte e si morse la mano, pregando che non scegliessero proprio la sua casa, quella notte.
Si sentì il suono di una porta che veniva sfondata. Non era la sua, ne era sicuro. Forse quella dei Bonaparte?
Sentì delle urla. Sì, erano i Bonaparte.
Trasse un sospiro di sollievo, pensando che quella notte toccava a qualcun altro.
Poi si sentì disgustato da sé stesso. Stava davvero gioendo per la sofferenza di qualcun altro?
Allora non era meglio delle bestie che ora stavano portando via i Bonaparte.
Roberto strinse di più nelle coperte, piangendo senza accorgersene.


Era iniziata come iniziano sempre queste cose. Un paese con sempre meno risorse, un popolo arrabbiato e sempre più irrazionale. I demagoghi.
Ed ecco il risultati. Ora le Incudini marciavano nella notte, cercando vittime. O criminali, se volgiamo usare la loro definizione.
Quante colpe poteva avere una persona, stando a questi fascisti. Abusivi. Immigrati. Omosessuali. Donne che vivono da sole. Contestatori. Intellettuali.
Tutti colpevoli. Tutti criminali. Tutti sacrificabili.
Ormai ogni notte qualcuno veniva preso e portato via. Per finire chissà dove.
C'era chi parlava di forni, come ai tempi del nazismo. Ma Roberto non ci credeva
Secondo lui venivano messi in qualche centro, qualche prigione. A marcire.
Roberto si accorse di stare piangendo e si morse il palmo della mano. Poi prese a pugni il pavimento. Continuò finché non vide il sangue uscire.
Non sentiva niente. Il suo sguardo era vitreo, perso nel vuoto.
Una parte del suo cervello voleva disperatamente lasciarsi andare all'apatia. Ma Roberto non ci riusciva.
Lo schifo e l'ingiustizia del suo paese lo disgustavano.
Che siano dannate le Incudini, pensò Roberto.
Si alzò e si mise a guardare fuori dalla finestra.
Vedeva case bruciare, in lontananza. Le Incudini se ne erano andate, portando via i Bonaparte.
C'era la luna nel cielo, e le strade bagnate di pioggia apparivano rosse di sangue, colpite dalle luci dei lampioni.
Roberto chiuse le persiane.
Che siano dannate le incudini, e coloro che le avevano elette al governo.

Quella non era casa di Roberto. Non aveva più una casa. Era scapato da settimane ormai.
Le sue colpe erano due: era omosessuale, ed era uno scrittore.
Quando pubblicò il suo libro, sapeva che si sarebbe dovuto preparare a scappare.
Loro sono le Incudini, ma noi siamo i fabbri. Così si chiamava il suo libro.
Con la sua analisi rabbiosa, in cui se la prendeva tanto col nuovo governo quanto con il popolo che secondo lui era stato tanto imbecille da ascoltarli, Roberto aveva fatto arrabbiare tutti.
Ma non aveva saputo trattenersi.
Era scappato la notte prima che le Incudini venissero a prenderlo.
E ora viveva qui, in questa vecchia casa abbandonata. Abusivamente.
Come, del resto, quasi tutti in questa zona della città.
I suoi risparmi stavano finendo, e anche il cibo.
Non sapeva cosa avrebbe fatto, quando fosse rimasto senza niente.
Roberto tornò a stendersi sul materasso e si coprì con le coperte.
Viveva nella soffitta e raramente usciva. Era più sicuro così.
Chiuse gli occhi e provò a dormire.
Se solo ci fosse un modo per cambiare questo paese, pensò.
Poco dopo, si addormentò.

Fece uno strano sogno.
Solitamente Roberto sapeva interpretare, almeno in parte, i propri sogni.
Sogni popolati di uomini in divisa, sconforto e fuoco non erano difficili da interpretare.
E neanche i sogni popolati da pelle liscia, braccia forti e fiato corto, se è per questo.
Ma questo era diverso. Era come se fosse finito nel sogno di qualcun altro.
La figura che era con lui gli indicava un buco nel muro, con insistenza.
Mettici la mano, Roberto. Prendilo!
Roberto era dubbioso. Non voleva. Non conosceva la figura misteriosa.
Prendilo, Roberto! E' ciò che cercavi!
Roberto fece un passo indietro, ma la figura gli prese le spalle e gli urlò in faccia.
Il viso era solo una superficie rosa, con dei rozzi buchi a raffigurare occhi e bocca.
Ma Roberto sentì tutta la sua furia.
PRENDILO!

Roberto si svegliò, madido di sudore.
Si mise a sedere, strofinandosi gli occhi e riprendendo fiato. Che incubo assurdo.
Bevve dell'acqua e si alzò, con l'intenzione di usare il bagno del piano di sotto.
L'acqua corrente non c'era, ma Roberto la prendeva dalla fontana che c'era lì dietro, raccogliendola in dei grossi secchi.
Stava per aprire la botola e scendere la scala a pioli, quando notò qualcosa.
Nel muro c'era un buco. E, per quanto assurdo potesse sembrare, sembrava il buco che c'era nel sogno.
Anzi, ora che guardava meglio, si rese conto che il sogno si svolgeva in questa stanza.
Beh, non c'è da stupirsi, pensò. Passo qui tutto il mio tempo...
Ma come mai non aveva mai notato quel buco? Evidentemente lo aveva incorporato nel suo sogno, ma consciamente non ci aveva mai fatto caso.
Si avvicinò alla parete. Il buco sembrava profondo. Nelle assi c'era un'apertura larga almeno venti centimetri.
Roberto si inginocchiò, ma non riusciva a vederne il fondo.
Sentì di nuovo quella voce nella testa.
PRENDILO!
Ci pensò un attimo, poi decise di infilarci il braccio.
Potrebbero esserci dei topi, gli disse una voce nella sua testa.
E a me che cazzo me ne frega, pensò Roberto. Se mi prendo la rabbia almeno crepo, finalmente.
Infilò il braccio nel buco e rimase sbigottito quando vide che ci entrava fino al gomito.
Con le dita sentì qualcosa, ma non era un topo. Sembrava pelle. La pelle di un libro rilegato.
Afferrò l'oggetto e lo tirò fuori.
Sorrise tra sé, vedendo cosa aveva trovato.
Era proprio un libro, rilegato in pelle rossa. Non c'erano scritte, solo un grosso simbolo in copertina.
Era come un triangolo con i lati schiacciati verso l'interno.
Roberto fremeva dalla voglia di leggerlo. Una novità era molto ben accetta, in questa vita buia e nascosta che conduceva.
La vescica stava per esplodergli, però. Appoggiò il libro sul materasso e corse di sotto.
Non gli piaceva metterci tanto, quando si recava in bagno. Solo in soffitta si sentiva moderatamente al sicuro.


Tornò dal bagno, con un certo entusiasmo.
Quel libro lo affascinava, non sapeva dire perché.
Sembrava quasi che il sogno della notte scorsa fosse stato una premonizione.
Ma era ovviamente un'idea ridicola. No?
Arrivato in soffitta e richiusa la botola, si prese una delle sue ultime lattine di birra e ne bevette metà in un solo sorso. Beveva molto, ultimamente.
Quando si avvicinò alla zona dove dormiva, si accorse che il libro era sul materasso. Aperto.
Devo averlo lasciato aperto io, pensò dubbioso. Non si ricordava di averlo fatto, però.
Si sedette e prese il libro in mano. Era pieno di simboli indecifrabili, che Roberto non aveva mai visto prima. Poi fu come se avesse problemi a mettere a fuoco le pagine, per un attimo.
Si strofinò gli occhi con i polpastrelli. Quando li riapri, vide che il libro era scritto in un italiano normalissimo.
Deve essere la stanchezza, pensò, o la birra.
Si diede dello stupido. Ma era a disagio. Sembrava così reale...
Si mise a leggere la pagina su cui era aperto il libro. Rimase interdetto. Aveva un po' voglia di ridere, ma stranamente sudava freddo.
Bevette un altro sorso di birra, fissando il titolo.
“COME CAMBIARE IL MONDO”. Così diceva.
Roberto guardò cosa c'era scritto sotto. “Formula per l'evocazione”. Questa scritta era seguita da strane parole, che sembravano lettere alla rinfusa.
Roberto si soffermò su quella parola. Evocazione... Non era uno stupido, si rendeva conto di che cosa stesse dicendo il libro. Ovviamente erano tutte stronzate, ma il libro era stato scritto per sembrare un qualche tomo di magia nera o simili, come il Necronomicon di Lovecraft. E sosteneva di poter evocare qualcosa. Qualcosa che avrebbe “cambiato il mondo”.
Se fossi in un horror, pensò Roberto, il pubblico ora mi direbbe di non fare il coglione e di buttare via il libro.
Roberto fissò le strane parole. Proprio in quel momento, fuori si udirono delle urla di dolore e delle risate.
“No! Lasciatemi stare!”
“Stai zitto, negro di merda!”
Poi il suono di tacchi che schioccano sull'asfalto, mentre le Incudini inseguivano il povero ragazzo di colore.
Roberto tornò a guardare il libro.
Fanculo, pensò. Io ci vivo in un fottuto film horror. E comunque sono tutte cazzate.
Finì la sua birra e si mise a leggere ad alta voce le strane parole disarmoniche.

Finì di pronunciare l''ultima parola (BRZKNEL!) e chiuse il libro.
Non l'avrebbe mai ammesso ad alta voce, ma aveva un po' paura.
Silenzio. Niente di niente. Roberto tirò un sospiro di sollievo. Si alzò in piedi e si stiracchiò.
Beh, pensò, potrei uscire un attimo a prendere dell'acqua dalla f-
Un rombo assordante riempì la stanza. Se glielo avessero chiesto, Roberto lo avrebbe descritto come il suono che potrebbe fare lo stomaco di un gigante. O un aereo che decolla durante un temporale. O un dinosauro in un film. Ma in realtà non assomigliava a nessuna di queste cose.
Era strano. Alieno.
Roberto si coprì le orecchie e urlò, preso dal panico. Non poteva saperlo, ma nessuno sentì niente, fuori dalla casa. Per gli altri abitanti del quartiere, era un pomeriggio di silenziosa paura, come sempre.
Il rombe smise di colpo, facendo sussultare Roberto.
Si accorse che qualcosa si muoveva sul pavimento. Abbassò lo sguardo e vide che stavano venendo tracciate delle linee sul pavimento. Linee di fuoco tracciate da una mano invisibile. Roberto capì che stavano tracciando il simbolo che compariva sulla copertina del libro.
Non sapeva cosa fare. Voleva scappare, ma aveva troppa paura. E sotto sotto, era anche morbosamente curioso, affascinato.
Il simbolo era completo, ora. Le fiamme divennero verdi e una figura nera e sfocata comparve sopra il simbolo infuocato. Roberto riconobbe la figura del suo sogno. Non aveva occhi o bocca, ma buchi. Non aveva naso, né orecchie. Era glabro e calvo. Indossava una tonaca nera, di semplice seta. Teneva le proprie mani in grembo. Avevano almeno sei dita ognuna.
La figura guardò Roberto, che ora tremava. La figura alzò una mano e Roberto fece un passo indietro, spaventato. La figura si limitò però ad alzarla in segno di saluto. Poi parlò, facendo trasalire Roberto. Si era aspettato un ringhio o qualcosa di simile, ma la sua voce era amichevole, umana. Vivace, quasi.
“Ciao, Roberto! Parliamo un po', che ne dici?”

Roberto si sentì cedere le gambe e cadde sul suo letto, goffamente seduto.
La figura incappucciata fece qualche passo avanti, per poi sedersi su una poltrona grigio scuro che non c'era mai stata, fino ad ora.
“Giusto. Sediamoci.”
Roberto fissava la creatura, a bocca spalancata.
I due si fissarono per un istante, uno sulla poltrona e l'altro sul materasso.
“Non voglio farti male, Roberto. Non avere paura.”
E nonostante l'aspetto terrificante della creatura, Roberto si stupì nell'accorgersi che le credeva.
La sua voce era amichevole, calorosa. I buchi che aveva per occhi erano piegati in un'espressione che riusciva a sembrare comprensiva.
Roberto raddrizzò la schiena.
“Tu...tu chi sei?”
La creatura fece un gesto con la mano, come se stesso allontanando una mosca.
Il tono rimase amichevole.
“Bah. Non per essere scontato, ma io ho tanti nomi. E non sapresti pronunciarli. Chiamami col nome che preferisci.”
Roberto ci pensò un secondo.
“D'accordo. Allora... ti va bene Renato?”
La creatura rise di gusto.
“Renato! Come il tuo professore di matematica, quello che ti bocciò agli esami! Mi piace, ci sto.”
Roberto sorrise, mentre l'assurdità della situazione lo faceva sentire quasi ubriaco.
Renato unì le punte delle dita, guardando Roberto. Era una posa concentrata, interessata.
“Allora, Roberto. Vuoi cambiare il mondo?”
Roberto fissò la creatura.
“Puoi...puoi davvero farlo?”
Renato sorrise. Il buco che aveva per bocca si incurvò.
“Posso. Ma, come immagino tu sappia, tutto ha un prezzo.”
Roberto se lo era aspettato, ma gli venne comunque un brivido nel sentir pronunciare quella frase.
“Vuoi...vuoi la mia anima?”
Renato sorrise di nuovo.
“Non esattamente. Ora ti spiego.”

Il Fedele Rossi sedeva dentro la camionetta, insieme agli altri membri delle Incudini che si erano offerti volontari per questo arresto. Guardava la punta dei propri stivali e teneva stretto il manganello tra le mani. Era il suo primo arresto, ed era emozionato.
I suoi capelli rasati erano biondi, il suo naso pronunciato.
Era nelle Incudini da pochi mesi, ma era ansioso di fare la sua parte contro i parassiti del paese.
Come si chiamava, quello che andavano a prendere oggi?
Fece per aprire la bocca e chiedere, quando gli rivenne in mente.
Costanza. Roberto Costanza.
Lo scrittore finocchio.
Si battette il manganello sul palmo, sorridendo.
Sì, oggi toccava allo scrittore.

“Quello che ti propongo oggi, Roberto, è un patto. E' molto semplice, in realtà. Se mi dai ciò che voglio, domani ti risveglierai nel mondo che desideri. E questo paese sarà come tu lo reputi più giusto. Avrà un'altra possibilità. E tu non dovrai più nasconderti in una soffitta piena di muffa.”
Roberto era curioso.
“Sono... sono il primo che cambia il mondo così?”
Era inquietante pensare che, magari, il mondo era un tale casino per via di un qualche stronzo che aveva trovato il libro millenni fa. O un anno fa, se è per questo.
Renato scosse la testa.
“Non ti riguarda. Ora dimmi, accetti?”
Roberto sorrise, amaramente. Renato aveva sorvolato sulle condizioni.
“E in cambio, cosa dovrei fare? O dare?”
Renato si grattò il mento.
“Una bazzecola, in realtà. Cento.”
Roberto inarcò le sopracciglia.
“Cento cosa?”
“Cento persone.”
Roberto rimase ammutolito per un attimo.
“Dovrei...dovrei uccidere cento persone?”
Renato rise forte.
“Ma no, Roberto! Sarebbe davvero inelegante, da parte mia, chiederti una cosa del genere! So che non lo faresti mai, sei una brava persona.”
Roberto emise un sospiro di sollievo.
Renato divenne serio.
“Devi dare a me il permesso di prendere cento persone.”
Roberto aprì la bocca, spaventato.
“Il...il permesso?”
Renato annuì.
“Devi fare una scelta semplicissima. Devi sacrificare cento persone, nel nome del tuo sogno. Dimmi di sì, e io andrò a prendere queste cento persone. Le porterò con me.”
“ E cosa gli farai?”
“Non ti riguarda. Ma se lo farai, domani ti sveglierai nel mondo che desideri. Non devi neanche descrivermelo, saranno i tuoi desideri a plasmarlo.”
“E devo scegliere cento persone da sacrificare?”
Renato scosse la testa.
“Oh no, le scelgo io. Tu devi solo darmi il permesso.”
Roberto lo fissò.
“Quindi...sarebbero sconosciuti? Gente innocente?”
Renato sbuffò.
“Non esistono umani innocenti. E non ti è dato sapere se conosci queste persone. Ti basti sapere che è a scatola chiusa. Non puoi scegliere quei simpaticoni delle Incudini, ad esempio. E tanto so che sei un bravo ragazzo che si sentirebbe in colpa anche per quello, sotto sotto. E non puoi sapere se magari mi prenderò tua madre. O tua zia. O cento persone mai viste prima, tra cui ci sono belle persone e stronzi, come in qualsiasi gruppo. Devi solo dirmi che accetti. Che un mondo migliore vale 100 esseri umani, chiunque siano.
Allora, accetti?”
Roberto fissò Renato.
Non sapeva cosa rispondere.

La camionetta lasciò l'autostrada ed entro nella periferia della città. Mancavano solo dieci chilometri, ormai.
Gli uomini iniziarono a urlare, battendo i manganelli sugli scudi antisommossa.
Recitavano l'inno del partito, come facevano prima di ogni arresto:

Cadono le incudini, sul marcio del paese!
Punendo le ingiurie, lo sporco e le offese!
Cadono le incudini e schiacciano l'errore!
Fortificano la patria col sangue e l'onore!

Ormai erano quasi lì.

Roberto guardava Renato. Gli sfuggiva qualcosa.
“Tu...voi siete potenti vero? Siete demoni. O dei. O qualcosa del genere.”
“Qualcosa del genere.”
“ Perché vi servo io? Davvero non potreste prendervi cento persone?”
Renato sorrise.
“ E' complicato, Roberto. Ma diciamo che ci sono delle regole. Serve che gli umani si concedano volutamente. O che ci donino altri esseri umani. Non è un rapporto predatore-preda, è più come... un incontro d'affari.”
Ma Roberto sentiva ancora puzza di bruciato.
“ No. Non torna.”
Renato lo guardò, senza dire niente.
“Perché offrire una cosa del genere a uno come me, se davvero pensi che io sia un bravo ragazzo? Potrei dire di no, e tu non ci guadagneresti nulla. Ti sei davvero disturbato così tanto con il rischio di non guadagnarci niente?”
Renato rise.
“Mi piaci, Roberto. Sono felice che tu ci sia arrivato da solo. Mi diverto di più.”
Renato si alzò in piedi. All'improvviso, sembrava alto 4 metri. Roberto si sentì fragile e insignificante.
“Dimmi, Roberto, come ti sentiresti se accettassi? Se sapessi che hai volutamente sacrificato cento persone?”
Roberto si schiarì la gola.
“Beh, male. In colpa.”
Renato sorrise.
“ E come ti sentiresti, se sapessi che hai gettato via l'unica possibilità di migliorare le cose davvero? Segnando non solo il tuo destino, ma quello di migliaia, milioni, miliardi di persone?”
Roberto sgranò gli occhi. Cominciava a capire.
“Male...”
“Già, lo penso anche io.”
Roberto guardò Renato.
“E' questo? Tu vuoi che io soffra? Che la scelta mi faccia impazzire?”
Renato si chinò per guardare Roberto. Roberto fissò i buchi che la creatura aveva per occhi.
“Qualunque cosa tu scelga stanotte, Roberto, la tua anima soffrirà. La colpa ti divorerà. Non sai quanto sia delizioso, per noi, il dolore di un idealista. L'agonia di un animo romantico che viene distrutto dalla crudeltà del mondo. Il suono di una morale che cede. E' questo, il motivo per cui mi sono prodigato. Perché so che tu, qualunque sia la scelta, ti sentirai in colpa per sempre. Perché sei fatto così.”
Renato si rialzò.
“Le cento anime sono, al limite, un dessert. O la ciliegina sulla torta. Il pasto sei tu.”
Renato si sedette.
“E devi scegliere, Roberto.”
Roberto si strinse la testa tra le mani, arruffandosi i capelli.
Voleva piangere, ma la testa gli girava.
Cosa doveva fare? Cosa era giusto fare?

La camionetta girò l'angolo. Mancavano due isolati.
Tutti gli uomini erano carichi.
Il fedele Rossi tremava di nervosismo ed eccitazione.
Il caposquadra si alzò in piedi.
“Incudini! Pronti!”
Gli risposero all'unisono.
“Per la patria!”

Roberto si sentiva male. Non poteva sacrificare cento persone, così. Che diritto aveva di sacrificarle? A loro insaputa, poi. Se almeno avessero avuto modo di dirgli la loro a riguardo...
E che cosa gli avrebbe fatto la creatura?
Perché l'aveva evocata?
Perché non si era fatto gli affari suoi?
Perché cazzo l'aveva chiamata Renato?
Beh, allora non farò niente, pensò Roberto.
Ma... Ma. Ma!
Ma un mondo migliore! Un mondo senza incudini e fascisti e oppressione e sofferenza inutile!
Chi era lui per negarla al mondo?
Per condannare tutti quanti con la sua scelta?
E se fosse una trappola? Se il demone non potesse davvero cambiare il mondo?
Fece per aprire la bocca e chiedergli se poteva davvero farlo, poi la richiuse.
Che domanda idiota. Perché dovrebbe dirmi la verità?
Cosa era giusto fare? Cosa era più sbagliato fare?
Che cosa doveva fare?
Che cazzo doveva fare?
Roberto singhiozzò, mentre Renato ridacchiava.

La camionetta si fermò sotto la casa.
Gli uomini iniziarono ad uscire, mentre il suono dei tacchi riecheggiava, come applausi di un pubblico poco convinto.
“Fedele Rossi! Tu rimani qui con Bredda e Nicolini!”
Rossi annuì, eccitato.
Gli altri uomini, guidati dal caposquadra, si avviarono verso la porta.

Roberto guardava dalla finestra, terrorizzato. Lo avevano trovato!
Vedeva gli uomini che venivano verso la porta. Ci sarebbero voluti pochi minuti, prima che controllassero in soffitta.
Roberto li sentì sfondare la porta.
Guardò il pavimento, da cui venivano i suoni delle Incudini che rompevano tutto, alla sua ricerca.
Guardò Renato. Guardo il libro. Quel fottuto libro.
Si coprì gli occhi e urlò.
“Ehi, veniva dal piano di sopra!
“La soffitta!”
Roberto si tolse le mani dagli occhi. La sua espressione era fredda, vagamente disgustata.
Guardò Renato.

Il Fedele Rossi sentiva i suoi compagni che si muovevano dentro la casa, ma nel trambusto gli sembrò di sentire qualcos'altro.
Sembrava una voce, ma era strana. Distorta. Innaturale.
Sicuramente doveva essere una sua impressione.
Ma gli sembrò che la voce stesse dicendo qualcosa.
Gli sembrò di sentir dire “e così sia”.
Ma nessuno degli altri, quando gliele chiese in seguito, si ricordava di aver sentito qualcosa de genere.

Le Incudini entrarono nella soffitta.
Roberto era in piedi. Teneva le braccia protese, offrendo i polsi alle manette. La sua espressione era vacua. Sembrava che stesse pensando a tutt'altro.
Renato non c'era più. Anche il simbolo sul pavimento era sparito.
Le Incudini colpirono Roberto con i manganelli, tre o quattro volte.
Roberto emise a malapena un lamento.
Le Incudini rimasero un po' sorprese dalla sua indifferenza, ma portarono comunque alla camionetta quel frocio di uno scrittore.
Mentre lo tiravano via, videro che il detenuto si girava a guardare verso il letto, come cercasse qualcosa.
Ma non c'era niente lì. Niente di niente.

La camionetta percorreva l'autostrada. Stava calando la notte.
Rossi sedeva proprio accanto al sospettato. Guardava Costanza, che aveva il capo chino. I lunghi capelli da frocio gli coprivano il viso.
“Perché piangi, checca? Hai paura di cosa ti faranno? Fai bene.”
Roberto alzò la testa di scatto. Rossi trasalì. Poi si guardò intorno, ma nessuno aveva visto.
Tornò a guardare Roberto, che aveva gli occhi asciutti e l'espressione assolutamente neutra.
“No. Ho paura di essere diventato come te. Come voi.”
Rossi rimase confuso.
“Che vuol dire, eh? Che vuol dire?”
Roberto si girò e si mise a guardare fuori dal finestrino stretto, dal vetro infrangibile.
“Vuol dire che tanta gente soffrirà per colpa mia. Che ho scelto male.”
Rossi iniziava a spazientirsi.
“Di che cosa parli? Di che scelta parli?”
Ora anche gli altri guardavano verso Roberto, curiosi.
Roberto li guardò, sorridendo amareggiato.
“Non ha importanza. Niente ha importanza.”





Batman: Caduta Libera - Capitolo 8

CAPITOLO 8  MOSTRI La folla aveva circondato la moto. Occhi vitrei e senza emozioni lo fissavano, mentre i cittadini avanzavano lentamente v...