venerdì 21 giugno 2019

Le Incudini


Li sentiva marciare, per strada. I loro tacchi echeggiavano nella notte, come zoccoli di cavalli stupidi e aggressivi.
Si strinse nelle coperte e si morse la mano, pregando che non scegliessero proprio la sua casa, quella notte.
Si sentì il suono di una porta che veniva sfondata. Non era la sua, ne era sicuro. Forse quella dei Bonaparte?
Sentì delle urla. Sì, erano i Bonaparte.
Trasse un sospiro di sollievo, pensando che quella notte toccava a qualcun altro.
Poi si sentì disgustato da sé stesso. Stava davvero gioendo per la sofferenza di qualcun altro?
Allora non era meglio delle bestie che ora stavano portando via i Bonaparte.
Roberto strinse di più nelle coperte, piangendo senza accorgersene.


Era iniziata come iniziano sempre queste cose. Un paese con sempre meno risorse, un popolo arrabbiato e sempre più irrazionale. I demagoghi.
Ed ecco il risultati. Ora le Incudini marciavano nella notte, cercando vittime. O criminali, se volgiamo usare la loro definizione.
Quante colpe poteva avere una persona, stando a questi fascisti. Abusivi. Immigrati. Omosessuali. Donne che vivono da sole. Contestatori. Intellettuali.
Tutti colpevoli. Tutti criminali. Tutti sacrificabili.
Ormai ogni notte qualcuno veniva preso e portato via. Per finire chissà dove.
C'era chi parlava di forni, come ai tempi del nazismo. Ma Roberto non ci credeva
Secondo lui venivano messi in qualche centro, qualche prigione. A marcire.
Roberto si accorse di stare piangendo e si morse il palmo della mano. Poi prese a pugni il pavimento. Continuò finché non vide il sangue uscire.
Non sentiva niente. Il suo sguardo era vitreo, perso nel vuoto.
Una parte del suo cervello voleva disperatamente lasciarsi andare all'apatia. Ma Roberto non ci riusciva.
Lo schifo e l'ingiustizia del suo paese lo disgustavano.
Che siano dannate le Incudini, pensò Roberto.
Si alzò e si mise a guardare fuori dalla finestra.
Vedeva case bruciare, in lontananza. Le Incudini se ne erano andate, portando via i Bonaparte.
C'era la luna nel cielo, e le strade bagnate di pioggia apparivano rosse di sangue, colpite dalle luci dei lampioni.
Roberto chiuse le persiane.
Che siano dannate le incudini, e coloro che le avevano elette al governo.

Quella non era casa di Roberto. Non aveva più una casa. Era scapato da settimane ormai.
Le sue colpe erano due: era omosessuale, ed era uno scrittore.
Quando pubblicò il suo libro, sapeva che si sarebbe dovuto preparare a scappare.
Loro sono le Incudini, ma noi siamo i fabbri. Così si chiamava il suo libro.
Con la sua analisi rabbiosa, in cui se la prendeva tanto col nuovo governo quanto con il popolo che secondo lui era stato tanto imbecille da ascoltarli, Roberto aveva fatto arrabbiare tutti.
Ma non aveva saputo trattenersi.
Era scappato la notte prima che le Incudini venissero a prenderlo.
E ora viveva qui, in questa vecchia casa abbandonata. Abusivamente.
Come, del resto, quasi tutti in questa zona della città.
I suoi risparmi stavano finendo, e anche il cibo.
Non sapeva cosa avrebbe fatto, quando fosse rimasto senza niente.
Roberto tornò a stendersi sul materasso e si coprì con le coperte.
Viveva nella soffitta e raramente usciva. Era più sicuro così.
Chiuse gli occhi e provò a dormire.
Se solo ci fosse un modo per cambiare questo paese, pensò.
Poco dopo, si addormentò.

Fece uno strano sogno.
Solitamente Roberto sapeva interpretare, almeno in parte, i propri sogni.
Sogni popolati di uomini in divisa, sconforto e fuoco non erano difficili da interpretare.
E neanche i sogni popolati da pelle liscia, braccia forti e fiato corto, se è per questo.
Ma questo era diverso. Era come se fosse finito nel sogno di qualcun altro.
La figura che era con lui gli indicava un buco nel muro, con insistenza.
Mettici la mano, Roberto. Prendilo!
Roberto era dubbioso. Non voleva. Non conosceva la figura misteriosa.
Prendilo, Roberto! E' ciò che cercavi!
Roberto fece un passo indietro, ma la figura gli prese le spalle e gli urlò in faccia.
Il viso era solo una superficie rosa, con dei rozzi buchi a raffigurare occhi e bocca.
Ma Roberto sentì tutta la sua furia.
PRENDILO!

Roberto si svegliò, madido di sudore.
Si mise a sedere, strofinandosi gli occhi e riprendendo fiato. Che incubo assurdo.
Bevve dell'acqua e si alzò, con l'intenzione di usare il bagno del piano di sotto.
L'acqua corrente non c'era, ma Roberto la prendeva dalla fontana che c'era lì dietro, raccogliendola in dei grossi secchi.
Stava per aprire la botola e scendere la scala a pioli, quando notò qualcosa.
Nel muro c'era un buco. E, per quanto assurdo potesse sembrare, sembrava il buco che c'era nel sogno.
Anzi, ora che guardava meglio, si rese conto che il sogno si svolgeva in questa stanza.
Beh, non c'è da stupirsi, pensò. Passo qui tutto il mio tempo...
Ma come mai non aveva mai notato quel buco? Evidentemente lo aveva incorporato nel suo sogno, ma consciamente non ci aveva mai fatto caso.
Si avvicinò alla parete. Il buco sembrava profondo. Nelle assi c'era un'apertura larga almeno venti centimetri.
Roberto si inginocchiò, ma non riusciva a vederne il fondo.
Sentì di nuovo quella voce nella testa.
PRENDILO!
Ci pensò un attimo, poi decise di infilarci il braccio.
Potrebbero esserci dei topi, gli disse una voce nella sua testa.
E a me che cazzo me ne frega, pensò Roberto. Se mi prendo la rabbia almeno crepo, finalmente.
Infilò il braccio nel buco e rimase sbigottito quando vide che ci entrava fino al gomito.
Con le dita sentì qualcosa, ma non era un topo. Sembrava pelle. La pelle di un libro rilegato.
Afferrò l'oggetto e lo tirò fuori.
Sorrise tra sé, vedendo cosa aveva trovato.
Era proprio un libro, rilegato in pelle rossa. Non c'erano scritte, solo un grosso simbolo in copertina.
Era come un triangolo con i lati schiacciati verso l'interno.
Roberto fremeva dalla voglia di leggerlo. Una novità era molto ben accetta, in questa vita buia e nascosta che conduceva.
La vescica stava per esplodergli, però. Appoggiò il libro sul materasso e corse di sotto.
Non gli piaceva metterci tanto, quando si recava in bagno. Solo in soffitta si sentiva moderatamente al sicuro.


Tornò dal bagno, con un certo entusiasmo.
Quel libro lo affascinava, non sapeva dire perché.
Sembrava quasi che il sogno della notte scorsa fosse stato una premonizione.
Ma era ovviamente un'idea ridicola. No?
Arrivato in soffitta e richiusa la botola, si prese una delle sue ultime lattine di birra e ne bevette metà in un solo sorso. Beveva molto, ultimamente.
Quando si avvicinò alla zona dove dormiva, si accorse che il libro era sul materasso. Aperto.
Devo averlo lasciato aperto io, pensò dubbioso. Non si ricordava di averlo fatto, però.
Si sedette e prese il libro in mano. Era pieno di simboli indecifrabili, che Roberto non aveva mai visto prima. Poi fu come se avesse problemi a mettere a fuoco le pagine, per un attimo.
Si strofinò gli occhi con i polpastrelli. Quando li riapri, vide che il libro era scritto in un italiano normalissimo.
Deve essere la stanchezza, pensò, o la birra.
Si diede dello stupido. Ma era a disagio. Sembrava così reale...
Si mise a leggere la pagina su cui era aperto il libro. Rimase interdetto. Aveva un po' voglia di ridere, ma stranamente sudava freddo.
Bevette un altro sorso di birra, fissando il titolo.
“COME CAMBIARE IL MONDO”. Così diceva.
Roberto guardò cosa c'era scritto sotto. “Formula per l'evocazione”. Questa scritta era seguita da strane parole, che sembravano lettere alla rinfusa.
Roberto si soffermò su quella parola. Evocazione... Non era uno stupido, si rendeva conto di che cosa stesse dicendo il libro. Ovviamente erano tutte stronzate, ma il libro era stato scritto per sembrare un qualche tomo di magia nera o simili, come il Necronomicon di Lovecraft. E sosteneva di poter evocare qualcosa. Qualcosa che avrebbe “cambiato il mondo”.
Se fossi in un horror, pensò Roberto, il pubblico ora mi direbbe di non fare il coglione e di buttare via il libro.
Roberto fissò le strane parole. Proprio in quel momento, fuori si udirono delle urla di dolore e delle risate.
“No! Lasciatemi stare!”
“Stai zitto, negro di merda!”
Poi il suono di tacchi che schioccano sull'asfalto, mentre le Incudini inseguivano il povero ragazzo di colore.
Roberto tornò a guardare il libro.
Fanculo, pensò. Io ci vivo in un fottuto film horror. E comunque sono tutte cazzate.
Finì la sua birra e si mise a leggere ad alta voce le strane parole disarmoniche.

Finì di pronunciare l''ultima parola (BRZKNEL!) e chiuse il libro.
Non l'avrebbe mai ammesso ad alta voce, ma aveva un po' paura.
Silenzio. Niente di niente. Roberto tirò un sospiro di sollievo. Si alzò in piedi e si stiracchiò.
Beh, pensò, potrei uscire un attimo a prendere dell'acqua dalla f-
Un rombo assordante riempì la stanza. Se glielo avessero chiesto, Roberto lo avrebbe descritto come il suono che potrebbe fare lo stomaco di un gigante. O un aereo che decolla durante un temporale. O un dinosauro in un film. Ma in realtà non assomigliava a nessuna di queste cose.
Era strano. Alieno.
Roberto si coprì le orecchie e urlò, preso dal panico. Non poteva saperlo, ma nessuno sentì niente, fuori dalla casa. Per gli altri abitanti del quartiere, era un pomeriggio di silenziosa paura, come sempre.
Il rombe smise di colpo, facendo sussultare Roberto.
Si accorse che qualcosa si muoveva sul pavimento. Abbassò lo sguardo e vide che stavano venendo tracciate delle linee sul pavimento. Linee di fuoco tracciate da una mano invisibile. Roberto capì che stavano tracciando il simbolo che compariva sulla copertina del libro.
Non sapeva cosa fare. Voleva scappare, ma aveva troppa paura. E sotto sotto, era anche morbosamente curioso, affascinato.
Il simbolo era completo, ora. Le fiamme divennero verdi e una figura nera e sfocata comparve sopra il simbolo infuocato. Roberto riconobbe la figura del suo sogno. Non aveva occhi o bocca, ma buchi. Non aveva naso, né orecchie. Era glabro e calvo. Indossava una tonaca nera, di semplice seta. Teneva le proprie mani in grembo. Avevano almeno sei dita ognuna.
La figura guardò Roberto, che ora tremava. La figura alzò una mano e Roberto fece un passo indietro, spaventato. La figura si limitò però ad alzarla in segno di saluto. Poi parlò, facendo trasalire Roberto. Si era aspettato un ringhio o qualcosa di simile, ma la sua voce era amichevole, umana. Vivace, quasi.
“Ciao, Roberto! Parliamo un po', che ne dici?”

Roberto si sentì cedere le gambe e cadde sul suo letto, goffamente seduto.
La figura incappucciata fece qualche passo avanti, per poi sedersi su una poltrona grigio scuro che non c'era mai stata, fino ad ora.
“Giusto. Sediamoci.”
Roberto fissava la creatura, a bocca spalancata.
I due si fissarono per un istante, uno sulla poltrona e l'altro sul materasso.
“Non voglio farti male, Roberto. Non avere paura.”
E nonostante l'aspetto terrificante della creatura, Roberto si stupì nell'accorgersi che le credeva.
La sua voce era amichevole, calorosa. I buchi che aveva per occhi erano piegati in un'espressione che riusciva a sembrare comprensiva.
Roberto raddrizzò la schiena.
“Tu...tu chi sei?”
La creatura fece un gesto con la mano, come se stesso allontanando una mosca.
Il tono rimase amichevole.
“Bah. Non per essere scontato, ma io ho tanti nomi. E non sapresti pronunciarli. Chiamami col nome che preferisci.”
Roberto ci pensò un secondo.
“D'accordo. Allora... ti va bene Renato?”
La creatura rise di gusto.
“Renato! Come il tuo professore di matematica, quello che ti bocciò agli esami! Mi piace, ci sto.”
Roberto sorrise, mentre l'assurdità della situazione lo faceva sentire quasi ubriaco.
Renato unì le punte delle dita, guardando Roberto. Era una posa concentrata, interessata.
“Allora, Roberto. Vuoi cambiare il mondo?”
Roberto fissò la creatura.
“Puoi...puoi davvero farlo?”
Renato sorrise. Il buco che aveva per bocca si incurvò.
“Posso. Ma, come immagino tu sappia, tutto ha un prezzo.”
Roberto se lo era aspettato, ma gli venne comunque un brivido nel sentir pronunciare quella frase.
“Vuoi...vuoi la mia anima?”
Renato sorrise di nuovo.
“Non esattamente. Ora ti spiego.”

Il Fedele Rossi sedeva dentro la camionetta, insieme agli altri membri delle Incudini che si erano offerti volontari per questo arresto. Guardava la punta dei propri stivali e teneva stretto il manganello tra le mani. Era il suo primo arresto, ed era emozionato.
I suoi capelli rasati erano biondi, il suo naso pronunciato.
Era nelle Incudini da pochi mesi, ma era ansioso di fare la sua parte contro i parassiti del paese.
Come si chiamava, quello che andavano a prendere oggi?
Fece per aprire la bocca e chiedere, quando gli rivenne in mente.
Costanza. Roberto Costanza.
Lo scrittore finocchio.
Si battette il manganello sul palmo, sorridendo.
Sì, oggi toccava allo scrittore.

“Quello che ti propongo oggi, Roberto, è un patto. E' molto semplice, in realtà. Se mi dai ciò che voglio, domani ti risveglierai nel mondo che desideri. E questo paese sarà come tu lo reputi più giusto. Avrà un'altra possibilità. E tu non dovrai più nasconderti in una soffitta piena di muffa.”
Roberto era curioso.
“Sono... sono il primo che cambia il mondo così?”
Era inquietante pensare che, magari, il mondo era un tale casino per via di un qualche stronzo che aveva trovato il libro millenni fa. O un anno fa, se è per questo.
Renato scosse la testa.
“Non ti riguarda. Ora dimmi, accetti?”
Roberto sorrise, amaramente. Renato aveva sorvolato sulle condizioni.
“E in cambio, cosa dovrei fare? O dare?”
Renato si grattò il mento.
“Una bazzecola, in realtà. Cento.”
Roberto inarcò le sopracciglia.
“Cento cosa?”
“Cento persone.”
Roberto rimase ammutolito per un attimo.
“Dovrei...dovrei uccidere cento persone?”
Renato rise forte.
“Ma no, Roberto! Sarebbe davvero inelegante, da parte mia, chiederti una cosa del genere! So che non lo faresti mai, sei una brava persona.”
Roberto emise un sospiro di sollievo.
Renato divenne serio.
“Devi dare a me il permesso di prendere cento persone.”
Roberto aprì la bocca, spaventato.
“Il...il permesso?”
Renato annuì.
“Devi fare una scelta semplicissima. Devi sacrificare cento persone, nel nome del tuo sogno. Dimmi di sì, e io andrò a prendere queste cento persone. Le porterò con me.”
“ E cosa gli farai?”
“Non ti riguarda. Ma se lo farai, domani ti sveglierai nel mondo che desideri. Non devi neanche descrivermelo, saranno i tuoi desideri a plasmarlo.”
“E devo scegliere cento persone da sacrificare?”
Renato scosse la testa.
“Oh no, le scelgo io. Tu devi solo darmi il permesso.”
Roberto lo fissò.
“Quindi...sarebbero sconosciuti? Gente innocente?”
Renato sbuffò.
“Non esistono umani innocenti. E non ti è dato sapere se conosci queste persone. Ti basti sapere che è a scatola chiusa. Non puoi scegliere quei simpaticoni delle Incudini, ad esempio. E tanto so che sei un bravo ragazzo che si sentirebbe in colpa anche per quello, sotto sotto. E non puoi sapere se magari mi prenderò tua madre. O tua zia. O cento persone mai viste prima, tra cui ci sono belle persone e stronzi, come in qualsiasi gruppo. Devi solo dirmi che accetti. Che un mondo migliore vale 100 esseri umani, chiunque siano.
Allora, accetti?”
Roberto fissò Renato.
Non sapeva cosa rispondere.

La camionetta lasciò l'autostrada ed entro nella periferia della città. Mancavano solo dieci chilometri, ormai.
Gli uomini iniziarono a urlare, battendo i manganelli sugli scudi antisommossa.
Recitavano l'inno del partito, come facevano prima di ogni arresto:

Cadono le incudini, sul marcio del paese!
Punendo le ingiurie, lo sporco e le offese!
Cadono le incudini e schiacciano l'errore!
Fortificano la patria col sangue e l'onore!

Ormai erano quasi lì.

Roberto guardava Renato. Gli sfuggiva qualcosa.
“Tu...voi siete potenti vero? Siete demoni. O dei. O qualcosa del genere.”
“Qualcosa del genere.”
“ Perché vi servo io? Davvero non potreste prendervi cento persone?”
Renato sorrise.
“ E' complicato, Roberto. Ma diciamo che ci sono delle regole. Serve che gli umani si concedano volutamente. O che ci donino altri esseri umani. Non è un rapporto predatore-preda, è più come... un incontro d'affari.”
Ma Roberto sentiva ancora puzza di bruciato.
“ No. Non torna.”
Renato lo guardò, senza dire niente.
“Perché offrire una cosa del genere a uno come me, se davvero pensi che io sia un bravo ragazzo? Potrei dire di no, e tu non ci guadagneresti nulla. Ti sei davvero disturbato così tanto con il rischio di non guadagnarci niente?”
Renato rise.
“Mi piaci, Roberto. Sono felice che tu ci sia arrivato da solo. Mi diverto di più.”
Renato si alzò in piedi. All'improvviso, sembrava alto 4 metri. Roberto si sentì fragile e insignificante.
“Dimmi, Roberto, come ti sentiresti se accettassi? Se sapessi che hai volutamente sacrificato cento persone?”
Roberto si schiarì la gola.
“Beh, male. In colpa.”
Renato sorrise.
“ E come ti sentiresti, se sapessi che hai gettato via l'unica possibilità di migliorare le cose davvero? Segnando non solo il tuo destino, ma quello di migliaia, milioni, miliardi di persone?”
Roberto sgranò gli occhi. Cominciava a capire.
“Male...”
“Già, lo penso anche io.”
Roberto guardò Renato.
“E' questo? Tu vuoi che io soffra? Che la scelta mi faccia impazzire?”
Renato si chinò per guardare Roberto. Roberto fissò i buchi che la creatura aveva per occhi.
“Qualunque cosa tu scelga stanotte, Roberto, la tua anima soffrirà. La colpa ti divorerà. Non sai quanto sia delizioso, per noi, il dolore di un idealista. L'agonia di un animo romantico che viene distrutto dalla crudeltà del mondo. Il suono di una morale che cede. E' questo, il motivo per cui mi sono prodigato. Perché so che tu, qualunque sia la scelta, ti sentirai in colpa per sempre. Perché sei fatto così.”
Renato si rialzò.
“Le cento anime sono, al limite, un dessert. O la ciliegina sulla torta. Il pasto sei tu.”
Renato si sedette.
“E devi scegliere, Roberto.”
Roberto si strinse la testa tra le mani, arruffandosi i capelli.
Voleva piangere, ma la testa gli girava.
Cosa doveva fare? Cosa era giusto fare?

La camionetta girò l'angolo. Mancavano due isolati.
Tutti gli uomini erano carichi.
Il fedele Rossi tremava di nervosismo ed eccitazione.
Il caposquadra si alzò in piedi.
“Incudini! Pronti!”
Gli risposero all'unisono.
“Per la patria!”

Roberto si sentiva male. Non poteva sacrificare cento persone, così. Che diritto aveva di sacrificarle? A loro insaputa, poi. Se almeno avessero avuto modo di dirgli la loro a riguardo...
E che cosa gli avrebbe fatto la creatura?
Perché l'aveva evocata?
Perché non si era fatto gli affari suoi?
Perché cazzo l'aveva chiamata Renato?
Beh, allora non farò niente, pensò Roberto.
Ma... Ma. Ma!
Ma un mondo migliore! Un mondo senza incudini e fascisti e oppressione e sofferenza inutile!
Chi era lui per negarla al mondo?
Per condannare tutti quanti con la sua scelta?
E se fosse una trappola? Se il demone non potesse davvero cambiare il mondo?
Fece per aprire la bocca e chiedergli se poteva davvero farlo, poi la richiuse.
Che domanda idiota. Perché dovrebbe dirmi la verità?
Cosa era giusto fare? Cosa era più sbagliato fare?
Che cosa doveva fare?
Che cazzo doveva fare?
Roberto singhiozzò, mentre Renato ridacchiava.

La camionetta si fermò sotto la casa.
Gli uomini iniziarono ad uscire, mentre il suono dei tacchi riecheggiava, come applausi di un pubblico poco convinto.
“Fedele Rossi! Tu rimani qui con Bredda e Nicolini!”
Rossi annuì, eccitato.
Gli altri uomini, guidati dal caposquadra, si avviarono verso la porta.

Roberto guardava dalla finestra, terrorizzato. Lo avevano trovato!
Vedeva gli uomini che venivano verso la porta. Ci sarebbero voluti pochi minuti, prima che controllassero in soffitta.
Roberto li sentì sfondare la porta.
Guardò il pavimento, da cui venivano i suoni delle Incudini che rompevano tutto, alla sua ricerca.
Guardò Renato. Guardo il libro. Quel fottuto libro.
Si coprì gli occhi e urlò.
“Ehi, veniva dal piano di sopra!
“La soffitta!”
Roberto si tolse le mani dagli occhi. La sua espressione era fredda, vagamente disgustata.
Guardò Renato.

Il Fedele Rossi sentiva i suoi compagni che si muovevano dentro la casa, ma nel trambusto gli sembrò di sentire qualcos'altro.
Sembrava una voce, ma era strana. Distorta. Innaturale.
Sicuramente doveva essere una sua impressione.
Ma gli sembrò che la voce stesse dicendo qualcosa.
Gli sembrò di sentir dire “e così sia”.
Ma nessuno degli altri, quando gliele chiese in seguito, si ricordava di aver sentito qualcosa de genere.

Le Incudini entrarono nella soffitta.
Roberto era in piedi. Teneva le braccia protese, offrendo i polsi alle manette. La sua espressione era vacua. Sembrava che stesse pensando a tutt'altro.
Renato non c'era più. Anche il simbolo sul pavimento era sparito.
Le Incudini colpirono Roberto con i manganelli, tre o quattro volte.
Roberto emise a malapena un lamento.
Le Incudini rimasero un po' sorprese dalla sua indifferenza, ma portarono comunque alla camionetta quel frocio di uno scrittore.
Mentre lo tiravano via, videro che il detenuto si girava a guardare verso il letto, come cercasse qualcosa.
Ma non c'era niente lì. Niente di niente.

La camionetta percorreva l'autostrada. Stava calando la notte.
Rossi sedeva proprio accanto al sospettato. Guardava Costanza, che aveva il capo chino. I lunghi capelli da frocio gli coprivano il viso.
“Perché piangi, checca? Hai paura di cosa ti faranno? Fai bene.”
Roberto alzò la testa di scatto. Rossi trasalì. Poi si guardò intorno, ma nessuno aveva visto.
Tornò a guardare Roberto, che aveva gli occhi asciutti e l'espressione assolutamente neutra.
“No. Ho paura di essere diventato come te. Come voi.”
Rossi rimase confuso.
“Che vuol dire, eh? Che vuol dire?”
Roberto si girò e si mise a guardare fuori dal finestrino stretto, dal vetro infrangibile.
“Vuol dire che tanta gente soffrirà per colpa mia. Che ho scelto male.”
Rossi iniziava a spazientirsi.
“Di che cosa parli? Di che scelta parli?”
Ora anche gli altri guardavano verso Roberto, curiosi.
Roberto li guardò, sorridendo amareggiato.
“Non ha importanza. Niente ha importanza.”





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