venerdì 21 giugno 2019

Il Bambino



Era una notte fredda, il vento le colpiva le gambe scoperte facendola rabbrividire.
Era una notte troppo fredda per indossare una minigonna, era una notte troppo fredda per indossare un top minuscolo come quello. La sciarpa rossa che portava al collo serviva a ben poco.
Ma naturalmente questo non aveva importanza, Delila doveva sorridere e sembrare invitante e aspettare che qualcuno si fermasse. Freddo o no. Tristezza o no. Dolore o no.
Il rossetto la faceva sentire unta, il trucco la faceva sentire sporca, ma sapeva che toglierseli non avrebbe cambiato niente. Ormai si sentiva sporca dentro. Vuota. Persa.
Era sulla strada da quattro anni. Era venuto in questo paese per trovare una speranza, un sogno, un modo per andare avanti, per essere felice.
Tutto ciò che le era rimasto erano i lividi, e il sangue, le lacrime e l'odore di quegli uomini sul suo corpo. Era stata con migliaia di uomini eppure non si era mai sentita così sola.


Delila aveva ventiquattro anni. Era stata costretta a prostituirsi da quando ne aveva venti.
Il suo padrone si chiamava Frank. Era grasso, sempre sudaticcio e violento. La prima volta che lei
non era voluta andare con un cliente le aveva spezzato un dito. Il mignolo della mano destra.
Poi aveva riso e aveva detto “Tanto quel dito non ti serve per quello che devi fare.”
Poi l'aveva violentata e l'aveva costretta a fare cose orribili. Non appena aveva finito le aveva puntato un coltello alla gola, di quelli che chiamano Bowie. Le aveva dato uno schiaffo e aveva indicato prima la lama scintillante e poi la porta dove il cliente attendeva.
Lei aveva abbassato lo sguardo ed era entrata nella stanza senza dire più niente.
Non aveva mai più cercato di ribellarsi dopo quella volta e si odiava per questo. Odiava Frank. Odiava quella paura. Erano passati quattro anni e niente era cambiato
Sei giorni alla settimana aspettava in quella strada. Sopportava il freddo o il caldo, la pioggia o il sole ed aspettava che un altro uomo venisse a prenderla. Che la palpasse. Che la baciasse. Che la penetrasse. Ormai non vedeva più una via di uscita, ed era comunque troppo divorata dall'angoscia. Quell'angoscia si era tramutata in apatia e ormai Delila andava avanti per inerzia, sperando magari di morire nel sonno un giorno. Non c'era soluzione. O almeno, così pensò Delila fino a quel martedì pomeriggio.


Come ogni giorno Delila si era recata all'incrocio verso le sette del pomeriggio. Di solito i clienti cominciavano ad arrivare dopo, quando era buio, ma c'erano le eccezioni e lei non aveva il permesso di ritardare o di tornare a casa prima delle quattro. La pena per chi saltava le giornata di lavoro erano dieci frustate con una cintura di cuoio. Per chi cercava di scappare era qualcosa di lungo e orribile che terminava con un corpo gettato nella discarica comunale in un sacco dell'immondizia. Delila lo sapeva perché Daphne, l'unica amica che si era fatta in quel mondo squallido, l'unico sostegno che aveva, ci era finita, gonfia di lividi e con il cervello spappolato, due anni prima.

Aveva cercato di convincere Delila a venire con lei ma Delila non ne aveva voluto sapere, era troppo terrorizzata. Allora Daphne le aveva dato un bacio sulla fronte e le aveva promesso che sarebbe tornata per lei. Due giorni dopo i sorridenti telecronisti avevano annunciato il ritrovamento di un cadavere di una prostituta tra i rifiuti del immondezzaio comunale, per poi passare ad argomenti più pressanti, come le nuove riforme del governo e i risultati delle partite di calcio.
Daphne era morta nel più orribile dei modi. E ormai di lei rimanevano solo il pericoloso ricordo della sua fuga e una macchia di sangue , indistinguibile da tutte le altre, in un magazzino abbandonato.
Se ne era occupato Frank personalmente, Delila lo sapeva. Frank adorava fare del male alle sue “bambine”, come le chiamava lui. Le puniva quando erano state cattive e faceva in modo che loro non dimenticassero chi era il capo.
Delila non aveva avuto il coraggio di fare qualcosa e aveva troppo paura per ribellarsi o scappare, ma se l'apatia e l'angoscia dentro di lei erano forti, l'odio che provava per Frank era onnipresente.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per poter essere libera, per punire quell'uomo che le aveva rovinato la vita e che aveva ucciso la sua amica, solo perché voleva essere libera.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per punirlo.
L'occasione si presentò due anni dopo, in un freddo pomeriggio d'inverno.


Delila si era seduta sul guardrail e si era preparata ad aspettare A volte passavano anche delle ore prima che qualcuno si facesse vivo. E lei naturalmente non poteva portarsi della musica o da leggere, doveva stare lì, a sembrare invitante e smaniosa di sesso. Questi erano gli ordini di Frank e guai a chi “faceva la furba”.
Delila era rimasta lì per qualche minuto, a fissare l'asfalto; immagini del suo paese, del volto di Daphne, di tutti quegli uomini, le attraversavano la mente.
Improvvisamente aveva sentito un rumore provenire dai cespugli dietro di lei. Dopo il guardrail c'era un fossato, pieno di spazzatura, ferraglie e puzzolenti scarichi fognari. I cespugli, le erbacce e gli alberi dall'aria malata ricoprivano il tutto. Non una visione invitante.
Il verso continuava, ancora più alto e stridulo. Era un verso strano, come un vagito, ma rauco, gutturale. Quale animale, o cucciolo di animale, emetteva versi del genere?
Delila decise di andare a vedere. Era raro che le capitasse nel suo stato di quasi perenne apatia, ma quando qualcosa attirava la sua attenzione, scalfendo la barriera eretta intorno alla sua mente dall'orrore di quegli anni, le era difficile ignorarla, era bello non pensare a nulla e concentrarsi su qualcos'altro di tanto in tanto, le dava l'illusione che ci fosse un altro mondo, un'altra realtà, al di fuori del sesso e del sangue. Si era alzata in piedi quando una macchina aveva accostato davanti a lei.
-Ehi bella, quanto vuoi?-
Delila si era voltata a malincuore e aveva sfoderato il suo sorriso più civettuolo, più grande e più falso. Era importante che gli uomini non capissero quanto lei li odiava, doveva sembrare felice di essere in mezzo ad una strada a fare sesso con degli sconosciuti.
A chi piaceva una donna ritrosa?
-Per te solo duecento tesoro...-


Ora Delila era stata riaccompagnata dall'ultimo cliente della nottata al solito incrocio.
Era stanca e indolenzita e voleva solo tornare a casa. Purtroppo la aspettava una camminata di un chilometro per tornarci. Decise di sedersi un attimo prima di ripartire. Era molto stanca e le faceva male tutto. Appoggiata al guardrail Delila guardò in cielo, sperando di poter vedere le stelle, ma le luci della città non le permettevano di vederle.
Si sentì prendere da un'infinita tristezza al pensiero che neanche le stelle le facevano compagnia quella notte. Si asciugò con stizza e disgusto la lacrima solitaria che le scendeva per la guancia.
Sospirò e si alzò in piedi, pronta per quella lunga e solitaria camminata, quando lo sentì di nuovo. Quel verso, se ne era completamente dimenticata. Quello specie di vagito rauco proveniva ancora dai cespugli e sembrava più debole ora. Sembrava anche triste, sofferente.
Delila riflettette un attimo e prese la sua decisione. Che cosa aveva da perdere?


Scavalcò il guardrail e scivolò già fino ai cespugli e ai rifiuti.
Il vagito proveniva da un cespuglio non molto lontano, situato tra un vecchio copertone di un tir e uno scolo fognario, la cui grata era stata scardinata. C'erano dei graffi sul cemento. Ne usciva un liquame maleodorante.
Delila si fece coraggio e, spostando i rami, guardò nel cespuglio.
Rimase immobile per un minuto intero, a fissare quell'angolo buio, la sua mente incapace di dare un senso a quello che vedeva. Il vagito si era placato.
Gli occhi blu di Delila, rimasti inespressivi, spenti, per così tanto tempo, si accesero. Un emozione che lei non ricordava di aver mai provato negli ultimi anni illuminò il suo viso: felicità. Ed una nuova emozione, che non aveva mai provato, un amore forte e giusto, le riempì il cuore.
L'amore di una mamma.
Delila sorrise e prese in braccio quell'essere sventurato.
Si fissarono negli occhi, in silenzio, per alcuni secondi.
-Vieni con me piccolino, ti porto a casa.-
Una risata allo stesso tempo cristallina e rauca, infantile e mostruosa, dolce e terribile, si levò nella notte vuota.
Solo i passi di Delila e le lievi risa della creatura rompevano il silenzio della città mentre tornavano a casa.
Una donna sventurata e un bambino sventurato si erano trovati.


Delila si trovava davanti alla porta di casa, dando le spalle alla strada. Cercava le chiavi nella sua borsetta, impresa ardua con il bambino in braccio. Presa com'era dal rovistare non si accorse dei passi affrettati alle sue spalle. Finché non fu troppo tardi.
Chiamare quel quartiere malfamato era un eufemismo e di solito Delila tornava a casa con la mano nella borsetta, ad impugnare la bomboletta dello spray al pepe(un arma era una precauzione indispensabile quando si andava con tanti uomini che non si conoscevano).
Ma la scoperta di quel bambino l'aveva distratta, rendendola facile preda del primo arrapato stupratore che capitava.
Era come se annusassero la differenza tra una donna pronta a difendersi ed una inerme.
L'uomo le mise una mano sulla bocca e le puntò la lama di un coltello alla gola(un coltello non molto diverso da quello di Frank a dire la verità, si vede che tra stupratori si hanno gusti simili...).
-Urla e ti sgozzo cagna! Sai cosa voglio e non intendo farmi rifiutare da una puttana. Se collabori ti prometto che sarà veloce e che non farà male.- Sogghignò- Non troppo almeno.-
L'uomo non aveva visto cosa Delila teneva in braccio, quando mai ci si aspettava di vedere una prostituta, in un quartiere come quello, con un bambino, o quello che sembrava un bambino, in braccio?
Non lo vide finché non fu troppo tardi.
-Che cazzo...?!-
Il bambino, percependo la minaccia contro la sua mamma, intervenne.
Fu rapido e doloroso. Proprio come aveva promesso l'uomo.
Ci fu poco sangue e nessun urlo. Lo stupratore non ebbe il tempo di urlare.
Mentre il suo bulbo oculare colava sul sulla sua maglietta non riuscì ad emettere niente altro che un gorgoglio sofferente e grotteschi soffi striduli da ciò che gli rimaneva del naso. Poi cadde a terra.
Delila aveva il cuore che le martellava nel petto e la vista del sangue sulla maglietta dell'uomo la faceva sentir male.
L'iniziale shock si tramutò in sollievo, il sollievo in riconoscenza, la riconoscenza in affetto. Guardò il suo bambino con amore, commossa.
L'aveva salvata, non aveva permesso che qualcuno facesse male alla sua mamma.
Lo baciò sulla fronte e lo avvolse ancora di più nella sciarpa nella quale l'aveva cercato di tenerlo al caldo. Il bambino emise uno squittio rauco, deliziato.
-Bravo bambino, hai difeso tua madre. Ti voglio bene.-
Un altro bacio.
Ora però c'era da capire cosa fare del corpo. Non poteva lasciarlo lì, la gente avrebbe fatto domande. La polizia avrebbe fatto domande. E Frank l'avrebbe picchiata per ogni risposta, giusta o sbagliata che fosse. Non si attirava l'attenzione della polizia.
Proprio mentre Delila cominciava a sentire il panico vibrarle nel cranio come un trapano manovrato da un belzebù un po' mattacchione, si accorse che il bambino stava mangiando qualcosa. Guardò meglio e vide che il piccolo mangiava voracemente e con gusto qualcosa di piccolo e insanguinato.
Un pezzo di naso.
Delila guardò il cadavere a terra. Due problemi erano risolti.
Come dice quella vecchia barzelletta?
-Sire, sire! Il popolo ha sete!-
-Sire, sire! I coccodrilli del fossato hanno fame!-
-Mmm... Intravedo una soluzione...-
E anche Delila ne intravedeva una.


Afferrò il cadavere per il piede e si guardò intorno per accertarsi che non ci fosse nessuno ad osservarla. Per fortuna nessuno era sveglio a quell'ora,dentro la palazzina, e non c'era nessuno per la strada(escludendo una prostituta, uno stupratore morto e un bambino pieno di amore per la sua mamma, si intende). Aprì la porta, entrò nell'androne trascinando il cadavere e tenendo il bambino in braccio, e la richiuse alle sue spalle. Nessuno la scoprì.


Ci mise mezzora a portare il cadavere al quinto piano, dove si trovava il suo appartamento. Altri venti per fare a pezzi il cadavere, preparare il pasto del bambino e nascondere la scorta di cibo in un sacco dell'immondizia nel ripiano vuoto del congelatore brontolante. Non ci sarebbe entrato se il bambino non fosse così affamato e apparentemente senza fondo. Per la verità, sembrava essere già cresciuto dopo questo singolo pasto.

Delila non sapeva perché provasse questo amore. Non sapeva perché tutto questo le sembrasse giusto, quasi naturale. Non sapeva perché non avesse paura di quello strano bambino. Ma sapeva che non avrebbe permesso a nessuno di fargli del male. Non c'è creatura più temibile di una madre che ama il proprio bambino E in questo caso, il pargolo in questione era anche più temibile della madre.
Lo guardò mentre con le mani si metteva in bocca pezzi di carne. Sì, non c'è dubbio, era cresciuto in quel breve arco di tempo, le sue...manine... erano grandi quasi quanto quelle di Delila ora e i suoi versi, sebbene lievi, erano più profondi. A questo ritmo, sarebbe diventato grande come lei in pochi giorni O forse anche più grande.
-Mangia tesoro mio e cresci grande e forte.-
Baciò la sua testolina squamosa.

Frank Mullet si considerava un gran lavoratore. Era fiero del suo lavoro e lo svolgeva con impegno, dedizione ed un sorriso sulle labbra. Anche nei momenti più difficili del suo lavoro, come impartire una lezione ad una bambina cattiva, manteneva sempre un vasto sorriso, fatto di denti d'oro scintillanti e nicotina accumulata in vent'anni di vizio.
Anche ora, mentre i suoi pugni colpivano quella carne tenera e il sangue gli schizzava sulla maglietta, non smetteva di sorridere.
Non smise quando la ragazza smise di urlare. Non smise quando la ragazza smise di muoversi. Non smise quando ormai il cranio era ridotto ad una massa schiacciata.
Non smise di sorridere neanche mentre buttava il corpo nella discarica.
E ancora sorrideva quando si preparò a fare il suo giro di controllo settimanale. Era importante accertarsi che le sue bambine stessero bene, che avessero bisogno di qualcosa, che gli dessero ciò che gli spettava e che ricordassero chi era il capo.


Delila aprì gli occhi. La sveglia suonava la sua irritante e tenace melodia. Erano le undici del mattino. Dormiva sempre fino a tardi la mattina, era la naturale conseguenza della vita notturna che era costretta a fare. Fu subito sveglia e lucida, come un gatto a cui viene calpestata la coda.
Era già un miracolo che avesse dormito senza svegliarsi fino ad allora. Delila viveva in un tale stato di agitazione, stress e paura che bastava uno scricchiolio a svegliarla. Stranamente però, quella notte non era andata così. Il bambino sembrava tranquillizzarla...
Il bambino! Dov'era?
Dopo il pasto si era addormentato sul letto, respirando regolarmente. Il suo respiro era lento e profondo e le sue dimensioni erano aumentate in maniera stupefacente dopo un solo pasto. Era ormai grande come un bambino di 5 anni, e sembrava crescere sotto il suo sguardo amorevole.
Lo aveva abbracciato e avevano dormito così, madre e figlio stretti in un tenero abbraccio.
Ora il bambino era sparito.
Delila si sentì prendere dal panico.
Poi il cellulare squillò. Una volta. Delila lo prese in mano distrattamente, pensando che fosse un qualche cliente abituale in vena di frasi sdolcinate(“Ti manco?” e “Ho sognato che lo facevamo” erano le frasi più gettonate ma anche “Voglio la tua...eh eh eh” aveva un notevole successo...).
Le cedettero le ginocchia quando vide di chi era il messaggio.
“Sto arrivando, ti conviene che tutto sia in ordine. Frank.”
Era mercoledì! Il giorno della settimana in cui Frank faceva il suo giro di controllo!
Se n'era completamente dimenticata, non aveva pensato a come nascondere il bambino...
Ma il problema non si poneva più, visto che era sparito.
E se Frank l'avesse trovato? Come glielo avrebbe spiegato?
Il panico divenne terrore.


Prima di andare a trovare Delila, Frank aveva un altra bambina da controllare. Tiffany.
Bussò alla porta e aspettò pazientemente, osservando il quadrante del suo falso Rolex d'oro.
I minuti passarono. Uno, due, tre.
Al quarto minuto la porta si aprì e apparve una prorompente donna bionda, con l'aria insonnolita.
Frank alzò lo sguardo dall'orologio e le sorrise.
-Frank! Io aveva dimenticato...-
-Lo so.-
La colpì tre volte, sulle guance, con violenza. Una per ogni minuto che l'aveva dovuta aspettare su quel cazzo di portico. Tiffany cadde a terra, piangendo e coprendosi la guancia, ora sanguinante. Frank portava sempre pesanti anelli d'oro.
-Scusa me Frank, io avevo dimenticato...-
-Lo vedo che avevi dimenticato! Ti avevo anche mandato un messaggio, ma evidentemente dormivi troppo della grossa. Che non accada più, intesi?-
-Certo Frank, scusa me, Frank...-
-Cinque anni in questo paese e ancora non sai parlare come si deve, per Dio! Si dice scusami, scusaMI! Scema.-
Ma lo disse con un sorriso sulle labbra e un tono di divertita indignazione. Adorava insultarle, anzi, educarle come diceva lui.
Ma per oggi era stata punita abbastanza.
-Dove sono i miei soldi Tiffany?-
-Io va prende...- Disse lei alzandosi in fretta.
-Brava.-


Cinque minuti dopo Frank scendeva gli scalini di quel portico sudicio, le tasche ora decisamente più piene. Si prendeva il novanta percento dei guadagni di una sera, lasciando alle donne il minimo indispensabile per il cibo. E ovviamente i dieci dollari settimanali per comprarsi qualche vestito succinto e dei trucchi a basso costo, dovevano essere invitanti per guadagnare.
Tiffany stava sulla porta, un fazzoletto di carta a tamponare il sangue che le usciva dalla guancia, l'aria impaurita.
Frank si voltò a guardarla e le sfuggì un gemito di paura.
-Ti conviene metterci del fondotinta , non vorrai accogliere i clienti con quella faccia! Sembra che ti sia tagliata facendoti la barba, che cazzo!-
E se ne andò ridacchiando.
Tiffany guardò la figura obesa e tronfia che si allontanava e desiderò, implorò Dio, non per la prima volta, che quell'uomo morisse di una morte orribile.
-Che tu può morire, maiale.- Sibilò a denti stretti prima di richiudere.
Chissà, forse Dio era in ascolto quel giorno. O se non lui, una sua conoscenza.


Delila aveva guardato ovunque. Aveva guardato sotto il letto, in bagno, nella cucina, nei corridoi, nell'androne e perfino per strada(un passante con uno spelacchiato pechinese le aveva fissato insistentemente il sedere mentre passava). Niente. Il bambino era sparito. E Frank stava arrivando.
La preoccupazione per il suo bambino era fortissima ma il suo timore del grasso, violento, padrone lo era altrettanto. Non sapeva comunque dove altro cercare il bambino per ora e Frank l'avrebbe picchiata se non si fosse fatta trovare pronta. E questo avrebbe solo rallentato la sua ricerca del piccolo. Così si costrinse a calmarsi, si lavò il viso, rifece il letto e si sedette, aspettando l'arrivo di Frank.
Ormai era questione di minuti.
Sperò che Frank si trattenesse poco, giusto il tempo di prendere i soldi, dire le sue due battutine e andarsene. Sperò che il suo bambino stesse bene e che sarebbe riuscita a ritrovarlo. Sperò che Frank non lo trovasse prima di lei.
Per la prima volta da tanto tempo, Delila sperò.


Il bambino dormiva il suo sonno profondo e silenzioso, avvolto nel suo bozzolo.
Dopo il grande pasto e il riposo con sua madre si era alzato silenziosamente ed era andato a cercare un luogo idoneo alla sua crisalide, al riposo e alla metamorfosi.
Trovato quell'angolino buio e confortevole aveva secreto una bava verdognola, si era avvolto in essa e aveva cominciato l'attesa. La nuova forma, l'età adulta, lo attendeva.


Frank aprì la porta dell'androne con la sua chiave e salì le scale.
Giunto alla porta dell'appartamento di Delila, invece di aprire anche questa con la sua chiave, bussò.
Era un modo per far aprire a lei e accertarsi che fosse pronta e rapida. In caso contrario le avrebbe riservato lo stesso trattamento che aveva riservato a Tiffany, quella russa scema e popputa.
Ma non ce ne fu bisogno, Delila aprì dopo pochi secondi. Brava bambina.
-Ciao Frank.- Disse, facendolo entrare e richiudendo la porta dietro di lui.
-Ciao Delila, come è stata la settimana?-
-Bene, ma sono tanto stanca...-
-Meglio, vuol dire che hai lavorato bene. Hai preparato la mia parte?-
-Certo, la prendo subito.-
-Brava.-
Rimase vicino alla porta ad aspettarla mentre andava a prendere i soldi dalla camera da letto.
Le guardò il sedere mentre si allontanava.
Aveva un debole per Delila. Era sempre puntuale, non faceva la furba, aveva imparato la lingua e sopratutto, era un gran pezzo di femmina.
Lei tornò poco dopo con un fascio di banconote in mano.
Frank li contò con calma. Sembrava tutto in regola, era una cifra ragionevole per una settimana di lavoro. Delila non aveva fatto la furba, non si era intascata niente.
-Vedo che non hai tentato scherzi, brava. Questa è la tua parte.-
Le diede due banconote da venti.
-Fattele bastare.-
-Sì, Frank.-
-Mi offrì un tè?-
-Io...Certo, vieni pure, te lo preparo...-
-Grazie, molto gentile da parte tua.-
Mentre si avviavano verso la cucina le guardò ancora il sedere e pensò che forse oggi avrebbe usufruito anche lui del... servizio clienti


Delila sentiva la propria testa esplodere, il panico ormai la stava consumando. Le tremavano le mani mentre versava il tè e versò qualche goccia sul mobile della cucina.
Per fortuna dava le spalle a Frank e lui non la vide tremare o asciugare frettolosamente le gocce cadute, o si sarebbe insospettito.
Delila voleva cercare il suo bambino e ogni secondo che passava era più spaventata per lui.
Ma ora doveva intrattenere Frank e sembrare tranquilla, se non voleva essere riempita di botte.
Era raro che Frank si trattenesse ma era già successo e di solito non restava molto.
Delila sperò che anche questa volta sarebbe stato così.
Purtroppo non immaginava che Frank avesse altre intenzioni
Finito il tè le sorrise.
-Molto buono, grazie Delila.
-P-prego Frank.- Ormai Delila non riusciva a pensare ad altro che “Vattene! Vai via! Vattene! Vai via!” ma si sforzò di sorridere e pregò Dio che Frank se ne andasse.
Dio non la ascoltò.
-Ora vorrei un altro favore.-
-C-cosa?-
-Un pompino e il servizio completo, se non ti spiace.-
-Cosa? Ma Frank...-
-Ti consiglio di non fare storie. In fondo non sarebbe la prima volta no? Se ubbidisci e mi fai divertire potrei decidere di darti più soldi. Se fai la ritrosa dovrò insegnarti le buone maniere. Devo ricordarti chi è il capo?-
Delila lo fissò a lungo. Una volta avrebbe acconsentito quasi subito, e si sarebbe inginocchiata in silenzio, rassegnata. La paura delle percosse e il ricordo di tutto l'orrore visto e fattole sarebbe bastato. Ma questa volta fu diverso. Forse fu la paura e il timore che il bambino stesse male e avesse bisogno di lei, il suo nuovo, potente, istinto materno, a farla reagire. O forse fu la rabbia accumulata per tanti anni, palloncino sempre più gonfio di odio, ora scoppiato grazie all'ago emotivo creato dagli eventi delle ultime ore. Forse una nuova forza di volontà donatale dall'incontro con il suo bambino. Forse tutte queste cose messe insieme.
Delila non si mise in ginocchio.
Invece guardò Frank dritto negli occhi e disse.
-No, non voglio.-
-Mi stai forse rifiutando puttanella? Ti sei dimenticato chi comanda?-
-Non voglio fare niente per te. E...non voglio farlo mai più per nessuno.-
-Mi stai forse dicendo che vorresti andartene stronzetta? Vuoi fare la fine di Daphne? Nessuno se ne va! Tu sei mia hai capito? Sei mia! E ora inginocchiati e fai quello che ti ho detto!-
-Non voglio più essere così, non voglio essere morta, io voglio...voglio essere viva. E libera.-
-Ah sì? Beh, allora hai decisamente sbagliato metodo puttana!-
Frank si alzò in piedi e la colpì, violentemente, sulla guancia.
Delila battette la schiena sul mobile della cucina e cadde per terra. Posate e piatti in attesa di essere lavati caddero intorno a lei.
Delila perse i sensi per pochi secondi. Quando riaprì gli occhi vide l'ombra di Frank che la copriva.
-Allora, cosa vorresti fare tu? Dimmelo di nuovo se hai il coraggio!-
Delila prese in considerazione l'idea di chiedergli scusa, implorare pietà, sopportare le botte e continuare a vivere quella non-vita.
Ma qualcosa si era accesso, o riacceso dentro di lei, e non avrebbe permesso che Frank la soggiogasse di nuovo. Per il bambino, per Daphne e per se stessa, decise di tentare il tutto per tutto.
Prese un lungo coltello che le era caduto accanto e lo piantò nella coscia di Frank.
L'urlo del magnaccia fu assordante e terribile, eppure le diede un immensa soddisfazione.
Non sapeva con certezza da dove provenisse questa nuova Delila combattiva e iraconda.
Me le piaceva.
Si alzò in piedi e guardò Frank soffrire e sanguinare.
-Brutta cagna, la pagher...-
Lo colpì nei testicoli con un calcio.
Frank si accasciò, tenendosi i testicoli con una mano e la coscia con l'altra.
Delila cercò di riflettere e capì cosa doveva fare.
Doveva ucciderlo. E poi...?
Poi avrebbe trovato il suo bambino, sì... E glielo avrebbe dato in pasto.
Era l'unico modo.
Il suo bambino avrebbe avuto tutto il cibo che voleva e lei sarebbe stata libera. Poteva prendere i soldi di Frank(sicuramente ne aveva molti addosso se era il giorno in cui riscuoteva), fare i bagagli, prendere il suo bambino e fuggire da qualche parte con lui. Nessuno l'avrebbe cercata per l'omicidio di Frank se si fosse sbarazzata del cadavere. Lei e il suo bambino avrebbero vissuto felici, e liberi finalmente...
Una mano le strinse la caviglia. Presa com'era dai suoi pensieri si era distratta e Frank ne aveva approfittato. Era incredibilmente forte, c'erano dei muscoli sotto a quel grasso e a quella cattiveria. La fece cadere a terra e le saltò addosso.
-Brutta puttana! Ora te la faccio pagare!-
Le mise le mani introno al collo e strinse forte.
Delila cercò di lottare, si divincolò, ma tutto stava diventando scuro, si sentiva debole...
Stava per lasciarsi andare a quel buio, quando sentì delle voce nella sua testa.
La voce di Daphne, che le diceva di seguirla, e il pianto del suo bambino.
No! Non poteva lasciarsi andare, non poteva darla vinta a quell'uomo orribile, non poteva arrendersi. Gli infilò un dito in un occhio.
Frank urlò e la lasciò andare. Delila si alzò faticosamente e cercò di correre, ma era troppo debole e barcollava. Si diresse faticosamente verso la porta, senza sapere cosa fare, quando anche Frank si alzò faticosamente in piedi dietro di lei.
-Guarda che non ti lascio andare! Ti ammazzo piuttosto!-
Delila corse verso la porta, se solo fosse riuscita a trovare aiuto... Ma chi l'avrebbe aiutata in un quartiere e in una città come quella? Non era indicativo il fatto che nessuno del palazzo fosse venuto a vedere che succedeva? No, la gente si faceva gli affari propri, nessuno l'avrebbe aiutata. Solo il suo bambino le voleva bene, solo lui avrebbe potuto aiutarla, ma chissà dov'era ormai. L'aveva cercato ovunque, ormai doveva essere lontano...
La sua mano stavo stringendo la maniglia della porta quando Frank la prese per i capelli e la tirò a terra. Delila cadde supina ed emise un urlo di dolore e paura.
L'uomo le si mise sopra e cominciò a ridere.
-Puttana! Volevi andartene da questa vita? Ti accontento!-
Delila si sentì perduta. Beh, pensò, almeno non sarebbe morta così come era vissuta, da vigliacca.
Ci aveva provato.
Vide il pugno di Frank alzarsi e lo seguì con lo sguardo, preparandosi al colpo, ma poi vide qualcos'altro.
Il pugno la colpì prima che potesse capire cosa stava vedendo.
Frank rise di nuovo, poi si infilò la mano nella giacca e tirò fuori il suo coltello.
-Ora ti insegno io a...-
Qualcosa gli colò sulla fronte.
Frank si ripulì stizzito e guardò la strana roba verde che ora gli colava tra le mani.
-Ma che cazzo...?-
Guardò in su e rimase a bocca aperta.
Anche Delila guardò in su, la testa dolorante per il pugno, e sorrise quando capì cos'era.
Nel cercare il suo bambino non le era mai venuto in mente di cercare sul soffitto.


Il bozzolo era infilato tra il sudicio muro ammuffito e le tubature della caldaia, nell'ombra gettata da queste ultime.
La creatura che ne uscì sembrava grande come un bambino di dieci anni ma una volta fuori articolazioni cominciarono a muoversi e scricchiolare e i tessuti parvero allargarsi e divenne più grande di un uomo. Le sue zampe ora erano spesse come braccia di un uomo e munite di lunghi artigli. Tentacoli ricoperti di vene nere e aculei ricurvi si contorcevano sulla sua schiena.
Gli occhi erano grandi, intelligenti e rossi e le fauci erano munite di numerose file di denti affilati.
La sua ombra coprì l'aggressore di sua madre. Un ringhio basso e cupo riempì la stanza.
Una macchia comparve e si allargò sul davanti dei pantaloni di Frank.
Aprì la bocca ma non uscì niente, la paura lo aveva paralizzato.
La creatura saltò a terra e si erse davanti a lui.
Frank si allontanò lentamente, cercando di dirigersi verso il bagno, forse con l'intenzione di barricarcisi dentro, ma la creatura attaccò prima che potesse anche solo provarci.
Sangue schizzò sui muri e il suono della masticazione riempì la stanza.
Delila guardò il suo bambino sfamarsi e punire quell'uomo che aveva osato colpire sua madre e sorrise. Gli si avvicinò e gli carezzò la testa. La creatura smise di mangiare e chiuse gli occhi, emettendo un brontolio di piacere, godendosi la carezza di sua madre.
Delila lo baciò e lo guardò mangiare.
Come era orgogliosa di lui!





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