“Ti prego, no! Non farlo! Lasciami andare!”
Cyrus sorrise, mentre iniziava a chiudere la porta. Ma ovviamente il ragazzo non vide il suo sorriso. Chissà perché pregavano sempre in quel modo. Non potevano davvero credere che sarebbe servito a qualcosa, no? Che l'omone mascherato che li aveva rapiti e portati in quell'ospedale abbandonato si sarebbe impietosito per qualche piagnisteo?
Patetici.
Cyrus gli si avvicinò e gli diede un calcio nello stomaco. Non fortissimo, ma abbastanza da farlo piegare in due.
“Fai silenzio. Insomma, un po' di dignità.”
Detto questo si girò e chiuse la porta, mentre il ragazzo ammanettato continuava a piagnucolare, ma a bassa voce.
Cyrus chiuse la porte a quattro mandate, e si avviò per il corridoio. La luce al neon si rifletteva sulla sua maschera di cuoio e metallo. Il mazzo di chiavi che teneva in mano tintinnava. Cyrus camminava spedito, allegro come chi ama il proprio lavoro e non vede l'ora di rimettersi all'opera.
Sarebbe stata una bella nottata.
Gli ci erano voluti mesi per sistemare l'ospedale. Venendo lì ogni notte e facendo i lavori pezzo per pezzo, con calma e di nascosto. Non era stato facile preparare le stanze, installare il generatore e costruire le macchine. Ma ne era valsa la pena. Ormai era un anno che era in attività, e ogni volta si divertiva di più. Quanti ne aveva uccisi, finora? Cyrus tirò fuori il suo taccuino e controllò la lista. Sedici. Il ragazzo era il numero diciassette.
Era un posto perfetto, quello che si era creato. Non c'era nulla per almeno sei chilometri, intorno al vecchio ospedale. Potevano urlare quanto volevano e non avrebbe fatto la minima differenza. A Cyrus piacevano le urla.
Iniziò a fischiettare, mentre andava a preparare le macchine per il nuovo ospite. Ripensò a come il ragazzo gli avesse chiesto di lasciarlo andare e gli venne da ridere. Una risata bassa, baritonale. Gioiosa. Rise e rise, mentre la sua enorme ombra strisciava sulle pareti dell'ospedale.
Cyrus Brown, colui che ormai i giornali chiamavano L'Orco, era un uomo che sapeva trarre gioia dalle piccole cose.
Il ragazzo, il cui nome era Jeff, aveva smesso di piangere per il momento. Si guardò intorno, disperato. Era una stanza completamente spoglia. Niente finestre, niente mobili. Mura perfettamente lisce. Una lampadina penzolava dal soffitto. C'era solo lui, lì dentro. Imprecò, mentre cercava disperatamente di farsi venire un'idea.
Cazzo, e pensare che non si sarebbe neanche trovato lì se fosse rimasto a casa a riposarsi, come gli aveva suggerito sua madre. Ma no, come un cretino era voluto uscire non appena gli era calata la febbre. Si era messo in testa di volersi prendere un pezzo di pizza. Ed ecco il risultato, porca puttana.
Jeff cercò di liberarsi dalle manette, ma erano troppo resistenti. Il bastardo gliele aveva anche messe strette, gli erano già venute delle brutte escoriazioni sui polsi. Il ragazzo riuscì quantomeno a far passare le gambe sopra le braccia ammanettate, in modo tale che non gli stessero dietro la schiena. Iniziavano a fargli male le spalle.
Sebbene non fosse cambiato nulla nella pratica, avere le braccia in una posizione più comoda e riuscire a togliersi i capelli dal viso lo fece sentire meglio. Jeff si sedette e cercò disperatamente di farsi venire un'idea. Ma riusciva solo a pensare a quanto faceva schifo la pizza che aveva mangiato. Non era riuscito neanche a finirla, da quanto era fatta male.
Che sfiga, pensò. Che sfiga, cazzo.
Cyrus arrivò a quello che, nella sua mente, era il suo studio. Probabilmente era stato un ripostiglio, una volta. Una stanza dove stipavano siringhe, flebo e cose del genere. Era buia e stretta, ma a Cyrus andava benissimo.
Accese la luce, ansioso di ammirare di nuovo la sua collezione. Qualunque persona normale avrebbe probabilmente vomitato, se avesse visto la sua collezione. O sarebbe svenuto. O sarebbe corso a gambe levate nella direzione opposta.
Cyrus invece sorrise, come un collezionista che gongola guardando un pezzo per cui ha risparmiato mesi e mesi. Lo studio era il suo luogo preferito sulla faccia della terra. Lo studio lo faceva sentire bene. Nello studio Cyrus era sé stesso. Nello studio Cyrus era libero.
Jeff ormai aveva rinunciato a cercare una via di fuga. Molto semplicemente, non c'era. Non aveva niente addosso, non c'era nulla nella stanza e la porta si apriva solo da fuori. Ed era ammanettato.
Vide una macchia rossa in un angolo e la sua mente iniziò morbosamente a chiedersi come fosse stato versato quel sangue. Il rapitore aveva colpito un'altra vittima con un cazzotto? L'aveva sgozzata in quella stanza? La vittima aveva perso sangue cercando di togliersi le manette?
Il ragazzo scosse la testa. Basta, quei pensieri non lo aiutavano. Se ne stette un po' fermo in silenzio, cercando di concentrarsi su delle cose buone, delle cose che gli facessero tornare speranza.
Camera sua. I suoi amici. Sua madre. La doccia. Essere a letto, libero, mentre il mostro marciva in galera...
Scosse di nuovo la testa, quando si rese conto di essere sull'orlo delle lacrime. Neanche quei pensieri andavano bene. Sputò per terra, schifato dalla propria voglia di piangere. Basta piangersi addosso, era ora di incazzarsi. Si alzò in piedi.
Decise che gli rimaneva solo una speranza: quando il bastardo fosse tornato, Jeff avrebbe cercato di assestargli un colpo alle palle, il più violentemente possibile. Sperava che il maniaco si aspettasse di trovarlo con le mani ancora dietro la schiena, e che questo gli avrebbe fatto guadagnare un momento di vantaggio. Che altro poteva fare?
Si mise in un posa vigile. Non appena il bastardo fosse tornato, gli avrebbe colpito le palle e sarebbe corso fuori da quell'inferno.
E che Dio gliela mandasse buona.
Cyrus uscì dallo studio e lo chiuse a chiave, poi si recò nel luogo dove teneva le sue macchine. Una volta quella stanza era usata per l'insegnamento, in quanto l'ospedale era anche un'università. Prima ancora, nel diciannovesimo secolo, era stata una grande sala operatoria dotata di spalti dove i giovani chirurghi osservavano i più anziani e affermati operare e ne ascoltavano gli insegnamenti.
Era una stanza enorme e incredibilmente alta, fatta per ospitare più di un centinaio di studenti. Aveva una struttura a cono che aveva fatto innamorare Cyrus dal primo momento. Con amore e pazienza aveva rimosso tutti i banchi ed era rimasto estasiato nel vedere che, senza di essi e con le scalinate esposte, la stanza assomigliava moltissimo alle rappresentazioni dell'inferno dantesco: file concentriche che conducevano verso il basso. Al centro della stanza aveva costruito un palco in legno, alto quattro o cinque metri, che nella sua mente chiamava Il Palcoscenico. Il palco aveva cinque botole, ognuna delle quali portava ad una vasca metallica. Nelle vasche c'erano le macchine di Cyrus.
Cyrus era un ingegnere, e dannatamente bravo. Si divertiva a creare macchine letali e sadiche e a buttarci dentro le sue vittime. Avevano forme e design diversi, ma il principio era sempre lo stesso: più le vittime si divincolavano e più si facevano del male. E se non si muovevano, erano intrappolate lo stesso, a morire dissanguate. L'unica rottura era ripulire le macchine ogni volta ma, si sa, una passione è anche un po' sacrificio.
Dopo alcuni.. preliminari, le vittime venivano spinte dentro le vasche designate et voilà, cercavano disperatamente di liberarsi, finendo per essere lacerate e maciullate dalle macchine. A Cyrus piaceva sedersi vicino alla botola con una sigaretta e guardare i loro tentativi, mentre scommetteva su sé stesso su quanto ci avrebbero messo a morire dissanguate. Una volta una vittima era durata ben otto ore. Quello era stato proprio un gran natale.
Questa volta, Cyrus aveva deciso che la macchina ideale per il ragazzo era Il Ragno. Aprì la seconda botola e guardò la sua creazione. Aveva l'aspetto di un enorme ragno morto riverso sulla schiena, con le zampe contratte. Quando una persona veniva gettata tra le zampe del ragno, queste iniziavano a muoversi, e a graffiare. Sembrava quasi vivo, in quei momenti. Cyrus lo considerava il suo capolavoro.
Prima di poter cominciare, però, doveva assicurarsi che la macchina fosse in ordine. Scese dal palco usando la scala a pioli e aprì la porticina che conduceva sotto Il Palcoscenico. Tolse un pannello dalla vasca e controllò gli ingranaggi. Sembrava tutto in regola. Per sicurezza tirò fuori l'olio dalla tasca e la lubrificò un po', con una cura quasi affettuosa. Voleva che tutto fosse perfetto.
Risalì con l'olio ancora in mano e preparò La Sedia. La Sedia era una parte fondamentale dello Spettacolo. La spolverò con un panno e sistemò le catene, in modo tale che la sedia fosse il più bella e simmetrica possibile. Poi si accertò che il vassoio sul tavolino fosse coperto bene dal telo. Non voleva che le vittime vedessero subito cosa c'era sul vassoio. Sì, andava bene. Era tutto in ordine. Era tutto perfetto.
Soddisfatto, Cyrus andò a prendere il ragazzo. Ormai era eccitatissimo
Jeff sentì i passi che si avvicinavano e si mise in posizione. Aveva passato gli ultimi dieci minuti a fare riscaldamento per le braccia ed era pronto a trasformare quel bastardo gigante in un soprano.
Sentì i passi fermarsi davanti alla porta.
Quattro mandate, pensò. Quattro mandate e la porta si aprirà.
Doveva essere veloce. Doveva calcolare tutto alla perfezione.
CLANK... CLANK... CLANK...
Poi ci fu una pausa.
Jeff aspettò.
Ancora nulla.
Passarono altri trenta secondi.
Ma che diavo-
CLANK!
La porta si aprì all'improvviso, prendendolo di sorpresa. Jeff si fiondò sul suo rapitore, urlando.
Prima che si rendesse conto di cos'era successo, si trovò con la faccia schiacciata al suolo. Il rapitore l'aveva facilmente atterrato e ora lo teneva a terra con un ginocchio. Jeff lo sentì ridacchiare.
“Bel tentativo, ma caschi male. Sono allenato. Forza, Lo Spettacolo sta per cominciare.”
Jeff sentì un brivido lungo la schiena. Una parte di lui voleva implorare pietà, ma un'altra parte di lui sapeva che era inutile. E un'altra parte ancora era decisa a non dare al bastardo questa soddisfazione.
Si fece rimettere da piedi da Cyrus, il quale portava ancora la sua orribile maschera. Lo prese su come se non avesse peso, era spaventosamente forte.
“Nessuna supplica questa volta? Bravo, questo lo ammiro.”
Cyrus lo spinse, verso la fine del corridoio.
“Forza, Il Palcoscenico ti aspetta.”
Jeff camminava lentamente, a capo chino. Nella sua mente si ripeteva incessantemente una preghiera. Non era rivolta a nessuno in particolare, era solo la supplica disperata di una persona disperata.
“Ti prego. Ti prego, aiutami.”
Jeff spalancò la bocca, quando vide la stanza e il palcoscenico sottostante. Quanto ci era voluto per organizzare una cosa del genere? Da quanto tempo questo figlio di puttana andava in giro ad ammazzare la gente? Guardò le fila e fila di scalinate. Guardò il palco. Vide la sedie e le catene. Vide anche le botole e il tavolino ricoperto dal telo. Gli ci volle tuttala sua forza di volontà per non ricominciare a piangere. Cyrus sarebbe stato molto soddisfatto, se avesse potuto leggere i pensieri di Jeff in quel momento, perché ancora una volta aveva ottenuto il risultato a cui mirava fin dall'inizio della sua carriera.
Molto semplicemente, Jeff si sentiva come se fosse finito all'inferno.
Cyrus lo legò alla sedia, ridacchiando per il modo in cui il ragazzo tremava e balbettava sotto voce. Preghiere, a quanto pare. Era sempre divertente vedere le differenze tra le sue vittime. Alcuni piangevano, altri rimanevano paralizzati dalla paura, alcuni si cagavano addosso. Molti pregavano, appunto. Ma non serviva mai.
Cyrus si avvicinò al tavolino e tolse il telo da sopra il vassoio, mostrando il contenuto a Jeff. Il ragazzo sbiancò completamente, vedendo gli strumenti che luccicavano sotto la luce dei riflettori. C'erano bisturi, seghe, cacciaviti, chiodi, lacci emostatici... La lista della spesa del diavolo, in poche parole.
“Che ne dici, ragazzo? Ci divertiamo un po'? Un piccolo aperitivo prima...”
Cyrus si chinò e aprì la botola del Ragno, così che Jeff potesse vederlo. Non riusciva a capire bene cosa fosse, ma era chiaro che non fosse niente di buono.
“Prima del gran finale?”
Qualcosa si ruppe dentro Jeff.
“Ti prego, ti prego! Ti prego, lasciami andare! Non dirò nulla a nessuno, ma ti prego, ti prego! Lasciami andare, cazzo!”
Cyrus rise di gusto, mentre si rialzava e si avviava verso Jeff. Era così divertito che non vide l'olio che aveva versato prima, mentre preparava La Sedia.
“Siete adorabili quando preg-”
Il suo stivale prese la macchia in pieno. Cyrus scivolò all'indietro, finendo con il fondoschiena dentro la botola. Per un lungo, terribile momento Cyrus si divincolò, cercando di rialzarsi, e Jeff temette che ce l'avrebbe fatta. Ma Cyrus era un uomo molto, molto pesante.
Urlando, Cyrus cadde dentro la botola. Tra le zampe del ragno. Nonostante conoscesse benissimo il funzionamento del ragno, all'inizio il panico ebbe la meglio, e Cyrus si mosse incontrollabilmente nel tentativo di liberarsi. Come per tutte le sue vittime, quei primi movimenti furono quelli che fecero i danni peggiori, lacerandogli il corpo con tagli profondi e dolorosi.
Cyrus urlò, poi smise di muoversi e prese fiato.
“Porca troia!”
Dalla sedia Jeff riusciva a vedere la testa di Cyrus. Ancora non riusciva a credere che fosse caduto lì dentro. Cercò di liberarsi dalla sedia, ma era impossibile. Era incatenato, e le chiavi le aveva il bastardo dentro la botola. Anzi, peggio: Jeff le vide sul tavolino, accanto agli strumenti chirurgici e alle altre porcherie. Le chiavi erano dove nessuno dei due poteva raggiungerle, ormai.
Stava per mettersi a piangere, quando sentì la voce del maledetto che l'aveva messo in quella situazione.
“Ragazzo! RAGAZZO!” La voce era estremamente nervosa.
Jeff ci pensò un momento, prima di rispondere.
“Che cazzo vuoi?”
“Tirami fuori di qui, ti prego.”
A Jeff venne quasi da ridere..
“Sembri nervoso, come mai?”
“Vaffanculo!”
“Cos'è, non sei abituato a vedere le cose da là sotto? Com'è, brutto? Fa male?”
“Sì, fa male! Vaffanculo!”
“Mi fa piacere.”
Cyrus voleva inveire contro di lui, ma si trattenne. Doveva convincerlo ad aiutarlo. Ormai il panico lo stava divorando. Sapeva benissimo che non si poteva uscire da quella macchina da soli. Era fottuto, senza un aiuto.
“Se mi aiuti, ti lascio andare, promesso!”
“Ah, molto gentile da parte tua.” Il sarcasmo nella voce di Jeff era molto pesante.
Cyrus cercò di pensare in fretta. Perdeva molto sangue.
“E... E mi costituirò, va bene? Sto morendo dissanguato, non potrei scappare neanche volendo! Ma non voglio morire, non voglio morire!”
Jeff fece finta di pensarci.
“Mmm... Va bene, dai. Io non sono un mostro come te. Ti aiuterò, ma prima devi fare due cose per me.”
“Qualunque cosa!”
“OK, per prima cosa togliti quella maschera di merda. Voglio vederti in faccia!
Cyrus si tolse la maschera immediatamente, nonostante il dolore alle braccia, sotto gli occhi curiosi di Jeff. Era un uomo dall'aria assolutamente anonima, a parte per la stazza enorme. Barbetta rada, viso rotondo, stempiato. Jeff non si era aspettato corna o occhi rossi, ma fu comunque alquanto inquietante constatare che il male può prendere forme così... banali.
“Fatto! L'ho tolta! Poi, cosa devo fare?”
Jeff sputò dentro la botola.
“Poi devi succhiarmi il cazzo, grasso pezzo di merda!”
Cyrus urlò di rabbia e frustrazione. Urlò e urlò. A Jeff sfuggì una risatina.
Dopo qualche minuto, Cyrus si calmò.
“Senti, ragazzo. Ragioniamo, OK? Da uomo a uomo.”
A Jeff sfuggì un'altra risata.
“OK, dai. Da uomo a uomo. Dimmi pure.”
“Se mi fai uscire da qui, ti pagherò. Ho molti soldi. Mio padre mi ha lasciato un sacco di soldi. OK?”
Jeff gli sorrise.
“Anche volendo, e non ne ho la minima intenzione, ti dimentichi una cosa.”
“Che cosa?!” Ormai Cyrus era pazzo dalla paura. Non si sentiva più le gambe, stava morendo dissanguato.
“Sono legato, razza di coglione!”
Cyrus rimase a bocca aperta. Nel panico, se n'era completamente dimenticato. Jeff lo fissò, con un misto di odio e pietà. Un'emozione che non pensava fosse possibile.
“OK, OK... Beh, ora ti tiro le chiavi e...”
“Le chiavi sono qui, testa di cazzo. Sul tavolo!”
Cyrus urlò. Un urlo di pura furia animale. Come aveva fatto a dimenticarsene?
“Eh, già. “ Disse Jeff. “ La vita è dura per tutti, eh?”
Il sole iniziò ad entrare dalle finestre. Era l'alba.
Cyrus stava lentamente perdendo conoscenza. Qualche altra ora incosciente e sarebbe morto dissanguato, come le sue vittime. Jeff era legato alla sedia e lo guardava.
Forse, una volta morto il bastardo, avrebbe provato a urlare per chiamare aiuto. Ma non ci sperava molto. Entrambi sarebbero morti qui.
Guardò il suo rapitore (il suo assassino, in effetti) e gli venne in mente una cosa.
“Ehi! EHI!”
Cyrus, che si era quasi addormentato, alzò lo sguardo.
“Cosa? Cosa vuoi?”
“Come ti chiami?”
“Perché vuoi saperlo?”
“Stiamo per morire insieme. Io morirò per colpa tua. Voglio almeno sapere come ti chiami.”
Cyrus sputò una boccata di sangue.
“Mi chiamo... Mi chiamo Cyrus-”
Jeff sputò di nuovo dentro la botola. Questa volta prese in pieno la faccia di Cyrus.
“Ma chi cazzo se ne frega di come ti chiami!”
Cyrus emise un urlo furioso, ma molto più debole dei precedenti. Jeff ridacchiò.
“Vaffanculo! Vaffanculo!”
“Vaffanculo anche a te, Cyrus.”
Il sole sorgeva e gli uccellini cantavano. Cyrus ormai aveva perso i sensi da un'ora, forse era morto. Jeff aveva smesso di guardarlo e invece osservava i raggi di luce che entravano dalle finestre. Erano ancora flebili. Decise che avrebbe dormito finché il sole non gli avesse colpito il viso, poi avrebbe provato a chiamare aiuto.
Magari avrebbe avuto fortuna una seconda volta, e qualcuno l'avrebbe sentito. Poteva solo provare.
Cercò di mettersi in una posizione sopportabile, se non comoda, e chiuse gli occhi.
Era tanto, tanto stanco.
FINE
Nessun commento:
Posta un commento