- Nell'armadio? Dici sul serio?-
- Giuro, come nelle barzellette.-
Tutti i clienti del bar risero di gusto, mentre si immaginavano la scena. Io mi asciugai i baffi umidi di birra, mentre ghignavo insieme a tutti gli altri.
- E niente, Joey se ne sta lì, nudo e con le scarpe in mano. Ha solo le scarpe perché lei ha gettato i vestiti dalla finestra, in fretta e furia. Anche le mutande.-
Qualcuno ridacchiò.
- Muore di freddo, ha la pelle d'oca e tenta disperatamente di non emettere un fiato. Se ne sta lì, a spiare da uno spiraglietto, mentre la tipa parla col marito e fa finta di niente. “Ciao caro, sei tornato presto! Com'è' andato il viaggio di lavoro?” Roba così.-
Ascoltavamo tutti il racconto, sghignazzando e bevendo i nostri drink. Il bar, L'Uccello Barzotto, era pieno come un uovo. Come sempre.
- Poi cos'è successo?- Chiesi, prima di finire gli ultimi sorsi della mia birra.
Frank fece una pausa teatrale, mentre beveva lentamente un sorso del suo caffè. Niente alcol per lui, l'aveva promesso. Altrimenti non gli sarebbe stato permesso di venire al bar. Posò lentamente la tazzina vuota sul bancone. Mario, il barista, la fece subito sparire e la mise a lavare. Nel fare ciò non smise mai di guardare Frank, anche lui ansioso di sapere il seguito.
-Beh, dovete sapere che Joey ha sempre amato due cose più di qualunque altra, nella vita. Le donne degli altri e le insalate di fagioli.-
- Fagioli?- Chiesi io, divertito da questo accostamento.
Frank sorrise. Sorrise con la cura e la tempistica di chi ha raccontato la stessa storia cento, mille volte. Ma mai a questo pubblico.
- Eh, già! Immagino che sappiate tutti che cosa succede quando un avido mangiatore di fagioli è molto, ma molto nervoso. Ghunter?-
Ghunter sorrise, togliendosi i capelli biondi dagli occhi. Era un simpatico omone di un metro e novanta, con una bella voce baritonale.
- Nooo, non vorrai dire che...-
Frank sorrise, annuendo.
- Eh, già. Proprio quando lei è riuscita a convincere il marito ad andare in bagno per farsi una doccia, proprio quando è riuscita a trovare una scusa per far uscire il suo amante nudo dall'armadio, il povero Joey si fa scappare una tremenda scorreggia. Così forte che, stando a lui, il marito si fa scappare un urletto spaventato, colto completamente alla sprovvista.-
Iniziammo a ridere sguaiatamente, ma Frank ci fece segno di trattenersi. La storia non era ancora finita.
-Il marito si guarda in giro come un pazzo. “Cosa è stato? Chi c'è? Chi c'è?” Il poveraccio forse pensava che ci fosse un ladro. “Chi cazzo c'è qui? Venite fuori!”-
Soffocammo tutti le nostre risate. La signora Chang, la simpatica e minuscola vecchietta cinese, dovette posare la sua tazza di tè sul bancone.
- A quel punto Joey esce dall'armadio con le scarpe in una mano, a coprirgli il pendolo, e un'altra alzata in segno di pace. Il marito lo guarda con aria esterrefatta, mentre la moglie è sull'orlo delle lacrime. C'è un silenzio terrificante e si sente solo il respiro rabbioso del povero marito tradito, che forse si sta chiedendo come farà a far alzare tutte le porte di casa. E cosa dice il nostro Joey? Con cosa se ne esce?-
Tutti guardavano Frank, in perfetto silenzio, assolutamente rapiti. Frank si leccò le labbra, sorridendo.
- Joey ridacchia nervosamente e dice “Ehi, ma questa non è casa mia!”-
Tutti scoppiammo a ridere. Anche Frank rise di gusto, nonostante fosse probabilmente la centesima volta che la raccontava. Ridemmo e ridemmo, fino alle lacrime.
Vedete, era così che passavano le giornate all'Uccello Barzotto. Racconti, storie, aneddoti. Birre, caffè, tè caldi. Discutevamo tra di noi, ridevamo insieme e, qualche volta, piangevamo insieme.
Sempre insieme.
Onestamente non ricordo bene da quanto tempo... frequento il bar. Ma credo che sia abbastanza irrilevante. Il bar è sempre stato qui, ci sarà sempre. Alcuni di noi se ne vanno, altri rimangono sempre qui, ma il bar non si muove. E' eterno.
Non so chi gli abbia dato il nome, è in realtà abbastanza inopportuno, per un luogo come questo. Ma ha un che di familiare, di amichevole. E infatti non credo di essere mai stato in un posto con più calore di questo.
Come avrete notato, qui c'è gente da ogni parte del mondo. Questo posto è un crocevia, tutti ci devono passare prima o poi. Io sono italiano, come il barista, ma non credo che il posto sia stato fondato da un italiano. Anzi, credo che abbia avuto molti nomi, in passato. Evidentemente qualche mio connazionale l'ha proposto e l'amministrazione, se così possiamo chiamarla, ha pensato “diavolo, perché no?”.
Chiesi a Mario un'altra birra. La birra del locale era speciale, nessun luogo al mondo ne ha di così buona. Per quanta ne bevi, non ti senti mai male, o ubriaco. Ti senti solo piacevolmente brillo, libero. Se vuoi ridere, ridi. Se vuoi piangere, piangi. Non superi mai quella fase della sbronza dove tutto sembra più chiaro che da sobrio, dove sembra importantissimo dire ai tuoi amici che gli vuoi bene o cantare a squarciagola una canzone che ami. Non so come la facciano, la loro birra, ma ne avrei avuto un gran bisogno, in passato.
Bill, il simpatico dottore inglese seduto al tavolo dietro di me, si alzò, stiracchiandosi.
“Accidenti, mi si è addormentato il sedere...”
Venne verso il bancone e mi diede una pacca sulla spalla.
“Come andiamo, Giovanni?”
“Mah, direi come sempre. Forse un po' meglio di ieri. Lei, dottore?”
Lui agitò una mano, con bonario fastidio.
“Ah, non chiamarmi così. Quel titolo me lo sono giocato tempo fa. Bill andrà benissimo. E sto bene, grazie. Come sempre, anche io. Che birra ti sei preso?”
Gli mostrai il mio bicchiere.
“Rossa. Si unisce a me?”
“Perché no? Mario, ne dai una anche a me, per favore?”
Mario annuì e si mise al lavoro.
Guardai il viso bonario e un po' triste del dottore. Lui non voleva farsi chiamare così, non era la prima volta che me lo diceva, ma era più forte di me. Aveva una faccia da dottore della campagna inglese, di quelli che di giorno visitano i pazienti e la sera si ubriacano al pub, sempre con un sorriso sulla bocca. Amato e rispettato da tutti. Non so perché si trovasse qui, ma aveva sempre quell'aria triste, sotto ai suoi modi gentili e amichevoli.
Del resto, valeva per molti di noi, tutti noi. Probabilmente vale per molti bar del mondo, ma quel locale era speciale. Era unico.
Mario diede al dottore la sua birra e io avvicinai il mio bicchiere al suo.
“Cin cin, Bill!”
“Cin cin, ragazzo.”
Bevemmo.
Intorno a noi c'era chi beveva in silenzio e chi chiacchierava del più e del meno. Qualcuno dormiva appoggiato a un tavolo, qualcuno piangeva da solo.
Sentimmo un pezzo di conversazione dal tavolo alla nostra sinistra.
“Quindi poi tua sorella è stata bene?”
“Sì, dai. Un isterectomia non è uno scherzo, ma per fortuna l'operazione è andata liscia. E per fortuna aveva già avuto due figli, a quel punto.”
“Ringraziamo dio per le piccole cose.”
“Io sono induista, ne devo ringraziare un po', di dei.”
I due ridacchiarono insieme.
Alla nostra destra invece stava andando avanti un acceso dibattito tra Susan, l'ex marine dell'Illinois, e Abbud, il muratore di origini siriane. Andava avanti da almeno un'ora.
“Senti Abbud, con tutto il rispetto, secondo me esageri. L'America non va in giro a distruggere gli altri paesi per divertimento.”
“Mica ho detto che lo fa per divertimento, ho detto che lo fa per profitto!”
“Abbud, io sono stata nei marine, credi che godessi a uccidere la gente?”
“Non penso, ma penso che chi ti ci ha mandato ci abbia guadagnato, mentre poveracci come te hanno lo stress post-traumatico o sono morti. E i miei cugini venivano bombardati dai droni mentre andavano a scuola.”
Smisi di ascoltare il loro acceso ma rispettoso scambio di opinioni, diedi una pacca sulla schiena al dottore e mi alzai. Volevo guardare fuori dalla vetrata. Guardare fuori.
Con il bicchiere in mano, mi incamminai. Sebbene fosse un locale molto grande, c'era una sola vetrata, in fondo. E praticamente tutti le davano le spalle.
Mentre camminavo sentivo pezzi di conversazioni, senza ascoltarne veramente neanche una.
“Ma guarda che sei testardo! Quel colore si chiama “salmone”, non “limone!” Hai mai visto un limone arancione, porca troia?”
“Sì, mio figlio era nei corpi di pace, spero stia bene...”
“Nah, io lo preferivo quando facevano la roba sperimentale, gli ultimi album erano una palla-”
“Quel balsamo doveva farmeli ricrescere, invece ho la testa che sembra il culo di un babbuino...”
“Alla tua fratello! Com'è che ti chiami?”
Arrivai alla vetrata. Oltre a me c'era la signora Chang, che beveva il suo tè seduta e guardava fuori anche lei. Mi fece un cenno di saluto, piegando la testa quasi impercettibilmente. Ricambiai, ma preferii rimanere in piedi.
Le prime volte, quello che c'era fuori mi aveva fatto quasi svenire per la paura. Ma ormai mi ero (quasi) abituato. E riuscire a rimanere in piedi mentre guardavo era un po' una sfida con me stesso.
In silenzio, contemplammo il nulla che ci circondava.
Il nostro bar fluttuava nel nulla cosmico, mentre tutti parlavamo, bevevamo e riflettevamo sui nostri errori. Ovviamente non conoscevo la storia di tutti quanti, c'era chi preferiva tenersela per sé. Ma tutti eravamo qui per un motivo.
La signora Chang, ad esempio, era stata molto dura con sua figlia, e so che se ne pentiva moltissimo, ora.
Non so cosa abbia fatto il dottore, ma so che anche lui se ne dispiace. Molto.
E il vecchio Frank era un alcolizzato. Uno di quelli seri, che nasconde le bottiglie dietro il water e costringe la moglie a chiedere il divorzio.
E anche io avevo i miei bei rimpianti. Anche io ero qui.
Tutti peccatori, ma nessuno di noi era il male incarnato. Nessuno di noi era un mostro.
Ce ne stavamo qui, a bere e riflettere. A parlare e a scambiarci punti di vista. E a volte qualcuno di noi scompariva. Forse perché stare qui gli aveva assicurato un posto lassù, o forse perché era stato deciso che stesse meglio laggiù, al caldo. Non lo sapevo.
Non sapevo neanche se esistessero, quel lassù e quel laggiù. Non lo sapevamo davvero. Magari chi spariva, spariva e basta. Alla fine dei conti era irrilevante, eravamo qui per riflettere sui nostri errori. E, magari, per cambiare. Per diventare migliori.
E qualcuno di noi ci riusciva, credo. Io non ero così, quando sono arrivato. E neanche Frank.
E chi può dire quanto siano cambiati dentro la signora Chang, il dottore o chiunque di queste persone?
Alla fine credo che fosse questa, l'unica cosa importante. Riflettere e provare a cambiare.
Me ne stavo in piedi con la mia birra, a guardare il vuoto che ci circondava, e pensavo ai miei errori, alla mia vita.
Ero felice che ci fossero loro, a farmi compagnia. I miei compagni di bevute.
- Giuro, come nelle barzellette.-
Tutti i clienti del bar risero di gusto, mentre si immaginavano la scena. Io mi asciugai i baffi umidi di birra, mentre ghignavo insieme a tutti gli altri.
- E niente, Joey se ne sta lì, nudo e con le scarpe in mano. Ha solo le scarpe perché lei ha gettato i vestiti dalla finestra, in fretta e furia. Anche le mutande.-
Qualcuno ridacchiò.
- Muore di freddo, ha la pelle d'oca e tenta disperatamente di non emettere un fiato. Se ne sta lì, a spiare da uno spiraglietto, mentre la tipa parla col marito e fa finta di niente. “Ciao caro, sei tornato presto! Com'è' andato il viaggio di lavoro?” Roba così.-
Ascoltavamo tutti il racconto, sghignazzando e bevendo i nostri drink. Il bar, L'Uccello Barzotto, era pieno come un uovo. Come sempre.
- Poi cos'è successo?- Chiesi, prima di finire gli ultimi sorsi della mia birra.
Frank fece una pausa teatrale, mentre beveva lentamente un sorso del suo caffè. Niente alcol per lui, l'aveva promesso. Altrimenti non gli sarebbe stato permesso di venire al bar. Posò lentamente la tazzina vuota sul bancone. Mario, il barista, la fece subito sparire e la mise a lavare. Nel fare ciò non smise mai di guardare Frank, anche lui ansioso di sapere il seguito.
-Beh, dovete sapere che Joey ha sempre amato due cose più di qualunque altra, nella vita. Le donne degli altri e le insalate di fagioli.-
- Fagioli?- Chiesi io, divertito da questo accostamento.
Frank sorrise. Sorrise con la cura e la tempistica di chi ha raccontato la stessa storia cento, mille volte. Ma mai a questo pubblico.
- Eh, già! Immagino che sappiate tutti che cosa succede quando un avido mangiatore di fagioli è molto, ma molto nervoso. Ghunter?-
Ghunter sorrise, togliendosi i capelli biondi dagli occhi. Era un simpatico omone di un metro e novanta, con una bella voce baritonale.
- Nooo, non vorrai dire che...-
Frank sorrise, annuendo.
- Eh, già. Proprio quando lei è riuscita a convincere il marito ad andare in bagno per farsi una doccia, proprio quando è riuscita a trovare una scusa per far uscire il suo amante nudo dall'armadio, il povero Joey si fa scappare una tremenda scorreggia. Così forte che, stando a lui, il marito si fa scappare un urletto spaventato, colto completamente alla sprovvista.-
Iniziammo a ridere sguaiatamente, ma Frank ci fece segno di trattenersi. La storia non era ancora finita.
-Il marito si guarda in giro come un pazzo. “Cosa è stato? Chi c'è? Chi c'è?” Il poveraccio forse pensava che ci fosse un ladro. “Chi cazzo c'è qui? Venite fuori!”-
Soffocammo tutti le nostre risate. La signora Chang, la simpatica e minuscola vecchietta cinese, dovette posare la sua tazza di tè sul bancone.
- A quel punto Joey esce dall'armadio con le scarpe in una mano, a coprirgli il pendolo, e un'altra alzata in segno di pace. Il marito lo guarda con aria esterrefatta, mentre la moglie è sull'orlo delle lacrime. C'è un silenzio terrificante e si sente solo il respiro rabbioso del povero marito tradito, che forse si sta chiedendo come farà a far alzare tutte le porte di casa. E cosa dice il nostro Joey? Con cosa se ne esce?-
Tutti guardavano Frank, in perfetto silenzio, assolutamente rapiti. Frank si leccò le labbra, sorridendo.
- Joey ridacchia nervosamente e dice “Ehi, ma questa non è casa mia!”-
Tutti scoppiammo a ridere. Anche Frank rise di gusto, nonostante fosse probabilmente la centesima volta che la raccontava. Ridemmo e ridemmo, fino alle lacrime.
Vedete, era così che passavano le giornate all'Uccello Barzotto. Racconti, storie, aneddoti. Birre, caffè, tè caldi. Discutevamo tra di noi, ridevamo insieme e, qualche volta, piangevamo insieme.
Sempre insieme.
Onestamente non ricordo bene da quanto tempo... frequento il bar. Ma credo che sia abbastanza irrilevante. Il bar è sempre stato qui, ci sarà sempre. Alcuni di noi se ne vanno, altri rimangono sempre qui, ma il bar non si muove. E' eterno.
Non so chi gli abbia dato il nome, è in realtà abbastanza inopportuno, per un luogo come questo. Ma ha un che di familiare, di amichevole. E infatti non credo di essere mai stato in un posto con più calore di questo.
Come avrete notato, qui c'è gente da ogni parte del mondo. Questo posto è un crocevia, tutti ci devono passare prima o poi. Io sono italiano, come il barista, ma non credo che il posto sia stato fondato da un italiano. Anzi, credo che abbia avuto molti nomi, in passato. Evidentemente qualche mio connazionale l'ha proposto e l'amministrazione, se così possiamo chiamarla, ha pensato “diavolo, perché no?”.
Chiesi a Mario un'altra birra. La birra del locale era speciale, nessun luogo al mondo ne ha di così buona. Per quanta ne bevi, non ti senti mai male, o ubriaco. Ti senti solo piacevolmente brillo, libero. Se vuoi ridere, ridi. Se vuoi piangere, piangi. Non superi mai quella fase della sbronza dove tutto sembra più chiaro che da sobrio, dove sembra importantissimo dire ai tuoi amici che gli vuoi bene o cantare a squarciagola una canzone che ami. Non so come la facciano, la loro birra, ma ne avrei avuto un gran bisogno, in passato.
Bill, il simpatico dottore inglese seduto al tavolo dietro di me, si alzò, stiracchiandosi.
“Accidenti, mi si è addormentato il sedere...”
Venne verso il bancone e mi diede una pacca sulla spalla.
“Come andiamo, Giovanni?”
“Mah, direi come sempre. Forse un po' meglio di ieri. Lei, dottore?”
Lui agitò una mano, con bonario fastidio.
“Ah, non chiamarmi così. Quel titolo me lo sono giocato tempo fa. Bill andrà benissimo. E sto bene, grazie. Come sempre, anche io. Che birra ti sei preso?”
Gli mostrai il mio bicchiere.
“Rossa. Si unisce a me?”
“Perché no? Mario, ne dai una anche a me, per favore?”
Mario annuì e si mise al lavoro.
Guardai il viso bonario e un po' triste del dottore. Lui non voleva farsi chiamare così, non era la prima volta che me lo diceva, ma era più forte di me. Aveva una faccia da dottore della campagna inglese, di quelli che di giorno visitano i pazienti e la sera si ubriacano al pub, sempre con un sorriso sulla bocca. Amato e rispettato da tutti. Non so perché si trovasse qui, ma aveva sempre quell'aria triste, sotto ai suoi modi gentili e amichevoli.
Del resto, valeva per molti di noi, tutti noi. Probabilmente vale per molti bar del mondo, ma quel locale era speciale. Era unico.
Mario diede al dottore la sua birra e io avvicinai il mio bicchiere al suo.
“Cin cin, Bill!”
“Cin cin, ragazzo.”
Bevemmo.
Intorno a noi c'era chi beveva in silenzio e chi chiacchierava del più e del meno. Qualcuno dormiva appoggiato a un tavolo, qualcuno piangeva da solo.
Sentimmo un pezzo di conversazione dal tavolo alla nostra sinistra.
“Quindi poi tua sorella è stata bene?”
“Sì, dai. Un isterectomia non è uno scherzo, ma per fortuna l'operazione è andata liscia. E per fortuna aveva già avuto due figli, a quel punto.”
“Ringraziamo dio per le piccole cose.”
“Io sono induista, ne devo ringraziare un po', di dei.”
I due ridacchiarono insieme.
Alla nostra destra invece stava andando avanti un acceso dibattito tra Susan, l'ex marine dell'Illinois, e Abbud, il muratore di origini siriane. Andava avanti da almeno un'ora.
“Senti Abbud, con tutto il rispetto, secondo me esageri. L'America non va in giro a distruggere gli altri paesi per divertimento.”
“Mica ho detto che lo fa per divertimento, ho detto che lo fa per profitto!”
“Abbud, io sono stata nei marine, credi che godessi a uccidere la gente?”
“Non penso, ma penso che chi ti ci ha mandato ci abbia guadagnato, mentre poveracci come te hanno lo stress post-traumatico o sono morti. E i miei cugini venivano bombardati dai droni mentre andavano a scuola.”
Smisi di ascoltare il loro acceso ma rispettoso scambio di opinioni, diedi una pacca sulla schiena al dottore e mi alzai. Volevo guardare fuori dalla vetrata. Guardare fuori.
Con il bicchiere in mano, mi incamminai. Sebbene fosse un locale molto grande, c'era una sola vetrata, in fondo. E praticamente tutti le davano le spalle.
Mentre camminavo sentivo pezzi di conversazioni, senza ascoltarne veramente neanche una.
“Ma guarda che sei testardo! Quel colore si chiama “salmone”, non “limone!” Hai mai visto un limone arancione, porca troia?”
“Sì, mio figlio era nei corpi di pace, spero stia bene...”
“Nah, io lo preferivo quando facevano la roba sperimentale, gli ultimi album erano una palla-”
“Quel balsamo doveva farmeli ricrescere, invece ho la testa che sembra il culo di un babbuino...”
“Alla tua fratello! Com'è che ti chiami?”
Arrivai alla vetrata. Oltre a me c'era la signora Chang, che beveva il suo tè seduta e guardava fuori anche lei. Mi fece un cenno di saluto, piegando la testa quasi impercettibilmente. Ricambiai, ma preferii rimanere in piedi.
Le prime volte, quello che c'era fuori mi aveva fatto quasi svenire per la paura. Ma ormai mi ero (quasi) abituato. E riuscire a rimanere in piedi mentre guardavo era un po' una sfida con me stesso.
In silenzio, contemplammo il nulla che ci circondava.
Il nostro bar fluttuava nel nulla cosmico, mentre tutti parlavamo, bevevamo e riflettevamo sui nostri errori. Ovviamente non conoscevo la storia di tutti quanti, c'era chi preferiva tenersela per sé. Ma tutti eravamo qui per un motivo.
La signora Chang, ad esempio, era stata molto dura con sua figlia, e so che se ne pentiva moltissimo, ora.
Non so cosa abbia fatto il dottore, ma so che anche lui se ne dispiace. Molto.
E il vecchio Frank era un alcolizzato. Uno di quelli seri, che nasconde le bottiglie dietro il water e costringe la moglie a chiedere il divorzio.
E anche io avevo i miei bei rimpianti. Anche io ero qui.
Tutti peccatori, ma nessuno di noi era il male incarnato. Nessuno di noi era un mostro.
Ce ne stavamo qui, a bere e riflettere. A parlare e a scambiarci punti di vista. E a volte qualcuno di noi scompariva. Forse perché stare qui gli aveva assicurato un posto lassù, o forse perché era stato deciso che stesse meglio laggiù, al caldo. Non lo sapevo.
Non sapevo neanche se esistessero, quel lassù e quel laggiù. Non lo sapevamo davvero. Magari chi spariva, spariva e basta. Alla fine dei conti era irrilevante, eravamo qui per riflettere sui nostri errori. E, magari, per cambiare. Per diventare migliori.
E qualcuno di noi ci riusciva, credo. Io non ero così, quando sono arrivato. E neanche Frank.
E chi può dire quanto siano cambiati dentro la signora Chang, il dottore o chiunque di queste persone?
Alla fine credo che fosse questa, l'unica cosa importante. Riflettere e provare a cambiare.
Me ne stavo in piedi con la mia birra, a guardare il vuoto che ci circondava, e pensavo ai miei errori, alla mia vita.
Ero felice che ci fossero loro, a farmi compagnia. I miei compagni di bevute.
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