venerdì 30 ottobre 2020

Batman: Caduta Libera - Capitolo 8


CAPITOLO 8

 MOSTRI


La folla aveva circondato la moto. Occhi vitrei e senza emozioni lo fissavano, mentre i cittadini avanzavano lentamente verso di lui.
“State indietro.” Li intimò Batman. “Non voglio farvi del male.”
Ma continuarono ad avanzare, indifferenti.
“Maledizione...”
Evidentemente, Jervis aveva ripreso il controllo del segnale. 
“Tic, toc. Tic, toc.” Iniziò a sussurrare qualcuno dei presenti. “Tic, toc, Batman.”
Il cavaliere oscuro tirò fuori un fucile da uno scompartimento laterale della moto. Lo puntò verso il cittadino più vicino, un ragazzo adolescente, e premette il grilletto. Una rete lo avviluppò, facendolo cadere a terra. 
“Dovete svegliarvi.” Disse il detective. “Combattetelo!”
Ma le sue parole furono inutili. Anzi, la folla sembro accelerare il passo. Ormai erano a pochi metri da lui.
Batman prese una granata dalla cintura e la lanciò tra loro. Poi, si infilò rapidamente la maschera antigas. Ci fu un'esplosione, e circa metà dei presenti furono avviluppati da una grossa nube bianca. Uno a uno, caddero a terra, addormentati.
Il Cappellaio Matto poteva anche controllarne le menti, ma l'effetto di quel gas era una questione fisiologica. E, per fortuna, aveva un effetto quasi immediato.
Il cavaliere oscuro si voltò verso i cittadini rimasti, puntando nuovamente il fucile. Sparò un paio di colpi, immobilizzando una signora armata di forbici e un uomo anziano col bastone. Rimanevano circa dieci persone, ormai a solo un paio di metri da lui.
Batman stava per tirare fuori un'altra granata, questa volta abbagliante, quando la folla si bloccò. I loro occhi si riaccesero e iniziarono a guardarsi intorno, confusi e spaventati.
“Dove mi trovo?”
“Ma che diavolo-”
“Batman? Quello è Batman!”
“Ehi, toglietemi questa rete!”
“Ho dovuto fermarvi.” Disse il detective. “Eravate un pericolo per voi stessi e per gli altri.”
“Ma pensa te!” Urlò una donna di mezza età, con aria indignata. “Invece di fermare i criminali, se la prende con la povera g-”
“Chiamate il GCPD.” La interruppe bruscamente Batman. “Vi aiuteranno loro.”
“Bruce! Mi senti?” Era la voce di Lucius, al comunicatore.
“Sono qui, Lucius.”
“Tutto bene?”
“Sì. Ero stato circondato da una folla, ma sono riuscito a tenerli a bada senza fargli del male.”
“Grazie al cielo. Sono mortificato. Tetch era riuscito a riprendere il controllo, ma l'ho fermato di nuovo. Per ora, almeno.”
“Grazie, Lucius. Continua a fare del tuo meglio, io sono quasi arrivato.”
“Si sbrighi, la prego.”
Batman chiuse la comunicazione e ripartì, passando in mezzo ai cittadini addormentati e immobilizzati. Ormai, mancavano solo due isolati.


La vecchia casa in legno sembrava uscita direttamente dai primi anni del novecento. Era alta due piani, aveva un tetto spiovente e sul davanti aveva un grande portico, sempre in legno. 
Una volta, doveva essere stata molto bella, una casa di cui andare fieri.  Ora, però, era alquanto sgradevole e deprimente. La vernice rosa era venuta via, facendola sembrare qualcosa di organico e in decomposizione. Le persiane delle finestre penzolavano, a malapena fissate all'abitazione.
Lo steccato che la circondava doveva essere bianco, un tempo, ma era ormai ingiallito e ricoperto di macchie e graffi. Il prato davanti all'entrata era disordinato, pieno di erbacce e spazzatura.
Sarebbe sembrata abbandonata, non fosse stato per il fumo che usciva dal camino e per la luce che usciva da una finestra del secondo piano.
Batman aprì la porticina cigolante al centro dello steccato e percorse il sentiero lastricato che portava all'entrata. Salì i gradini scricchiolanti che conducevano all'ingresso e osservò la porta.
A differenza del resto della casa, era moderna. E blindata. 
La scansionò con il proprio palmo illuminato e non trovò tracce di esplosivi o meccanismi sospetti. Bene, allora era solo questione di scassinarne la serratura. Fece per tirare fuori gli strumenti dalla cintura, quando si udì uno scatto meccanico. La porta si era aperta da sola.
Da dentro l'abitazione, si sentiva l'odore di muffa, misto a quello di tè e cavi elettrici surriscaldati.
Il cavaliere oscuro colse l'invito e, stringendo i pugni, entrò nella casa.
La porta si richiuse alle sue spalle.


L'interno della casa era un caotico miscuglio di vittoriano e tecnologico. C'erano dipinti ad olio, fiori secchi e centrini ricamati, ma anche componenti elettronici e cavi che andavano in tutte le direzioni. Praticamente su ogni superficie visibile, si poteva trovare una tazza di tè abbandonata, con intorno dei biscottini mangiati solo in parte. Grossi scarafaggi scorrazzavano ovunque, godendosi quella libidine zuccherosa.
Batman si guardò intorno, sulla difensiva. Se Jervis Tetch l'aveva fatto entrare di sua volontà, doveva esserci una qualche trappola. Avanzò lentamente, cercando le scale che portavano al piano di sopra.
Si udì il suono di un microfono che veniva acceso, e la voce del Cappellaio Matto riempì la casa.
“Tu non ti fermi mai, vero? Curiosissimo e sempre più curiosissimo. Proprio come Alice. Ma ormai, sei quasi alla fine della tana del Bianconiglio. Puoi smettere di cadere, ora.”
Batman vide che c'erano degli altoparlanti, fissati negli angoli delle stanze.
“E' finita, Jervis. Arrenditi.”
“No.”
La semplicità di quella risposta prese Batman momentaneamente alla sprovvista. Nessun monologo, nessuna giustificazione. Nessuna minaccia in rima. Solo quel tono di voce freddo e determinato.
“Jervis, so cosa ti hanno fatto ad Arkham.”
Ci fu un momento di silenzio.
“E così, hai parlato con Stevens.”
“Sì.”
“Conosci tutte le persone coinvolte? Proprio tutte?”
“Sì. L'infermiere. L'inserviente. Arkham. Fines. Jameson. Li hai uccisi tutti, ormai.”
“Sì. Ora tocca all'intera città.”
“Perché?”
“Se me lo chiedi, allora non hai ancora capito tutto.
“Ciò che ti è stato fatto è sbagliato, Jervis. Mostruoso.”
“Sì, lo è.”
“Ma lo è anche quello che hai fatto tu. Non hai il diritto di causare tanto male. Nessuno ha quel diritto. E ora devo fermarti, lo sai.”
Ci fu un altro momento di silenzio, poi arrivò la risposta del Cappellaio. Il tono era sommamente crudele, sprezzante.
“E allora vieni.”
Batman arrivò ad un grosso salotto. Divano e poltrone erano di velluto verde, completamente ricoperti di polvere. Lo erano anche la cristalleria, piena di tazzine e piattini, e il tavolino. Il tappeto era lercio, ricoperto di macchie e scarafaggi. Lì, non c'erano componenti elettronici o tazze di tè. A quanto pare, Tetch non usava molto quella stanza.
Il cavaliere oscuro stava seguendo i cavi elettrici sul pavimento. Era logico pensare che l'avrebbero condotto a Jervis.
Stava per uscire dal salotto, quando udì un leggero scricchiolio alle sue spalle e si voltò di scatto.
Il fendente lo mancò di appena un centimetro. Batman vide i propri occhi riflessi nel metallo della lama. Con un calcio, allontanò l'assalitore, che arretrò di qualche metro ma non lasciò cadere il coltello.
Era Victor Zsasz. Non indossava una maglietta e le numerosi cicatrici sul suo corpo, una per ogni sua vittima, erano molto evidenti, persino nella debole luce di quella casa.
Batman vide che, cucita sulla sua fronte, c'era una carta con scritto “10/6”.
“Sei stato bravo a fermare il mio segnale, Batman.” Disse la voce di Jervis dagli altoparlanti.” Per fortuna, avevo usato un metodo più... tradizionale, con il caro Victor. E' meno sofisticato, ma lo rende comunque un ottimo burattino.”
Zsasz gli corse incontro, brandendo il coltello. Batman evitò i suoi colpi e gli diede un possente cazzotto, colpendogli il mento. Il serial killer cadde a terra, ma non perse i sensi. In un attimo, fu di nuovo in piedi. La manipolazione del Cappellaio Matto li rendeva estremamente resistenti.
“Non sarà così facile, Batman.” Ridacchiò Jervis.
Batman corse incontro a Zsasz. Schivò un altro fendente e gli afferrò la vita. Poi, con un grugnito, lo sollevò e lo scagliò contro la cristalleria, mandando in mille pezzi il suo contenuto e spargendo cocci di vetro per tutta la stanza. 
Purtroppo, anche stavolta, il killer si rialzò quasi subito.
“Dimmi una cosa, Jervis.” Disse il cavaliere oscuro, riprendendo fiato.
“Cosa vuoi sapere, prima di morire?” Gli rispose il criminale, con tono volutamente annoiato.
Batman parò l'ennesimo colpo di Zsasz con le punte dei propri avambracci, poi gli afferrò il polso e lo spezzò. Il suono fu estremamente forte, come se qualcuno avesse spezzato un bastoncino nel mezzo di un bosco. Il coltello cadde a terra, la mano ormai inservibile, ma Victor non urlò. Era come combattere uno zombie.
Tanto per confermare questo pensiero, Victor gli morse il collo. Nonostante la protezione del costume, fu comunque estremamente doloroso. Batman gli diede una testata e lo allontanò con un cazzotto.
“Perché ora, Jervis?” 
“Non capisco la domanda.”
Il detective colpì le caviglie di Zsasz, facendolo cadere a terra. Poi, veloce come un'ombra, gli afferrò una gamba e torse. Ci fu un altro schiocco. Fece lo stesso con l'altra gamba.
Persino in quel momento, Zsasz continuò a cercare di graffiargli la faccia con la mano integra.
Batman si portò dietro di lui e gli prese il collo nell'incavo del braccio. Con l'altra mano, tirò fuori un batarang e si mise a tagliare i punti di sutura che fissavano la carta alla sua fronte. Era chiaramente l'unica soluzione.
“Perché fai tutto questo proprio adesso, Jervis? Quello che ti fu fatto ad Arkham è avvenuto anni e anni fa. Ma questa tua crudeltà è una cosa nuova. Non ti eri mai spinto così oltre.”
“Già.”
Batman tolse l'ultimo punto di sutura e gettò via la carta. Zsasz batté un paio di volte le palpebre, poi iniziò ad urlare per il dolore delle ossa rotte e per la confusione.
“Dove mi trovo? Ma che caz-”
Batman lo stordì con un cazzotto. Brutta nottata, per Victor Zsasz. Riprendendo fiato, il cavaliere oscuro si alzò in piedi. Inutile legare il serial killer, non sarebbe andato da nessuna parte.
“Quindi qual è stato il fattore scatenante, Jervis? Me lo vuoi dire? Ci siamo solo io e te, ormai. In un modo o nell'altro, finisce qui. Stanotte. Dimmi cosa è successo.”
Un lungo, lungo momento di silenzio. Poi, Jervis iniziò ad urlare, facendo gracchiare tutti gli altoparlanti.
“PERCHÉ'? TU OSI CHIEDERE PERCHÉ? E SARESTI IL DETECTIVE? COSA È SUCCESSO QUASI UN ANNO FA, BATMAN? COSA SUCCEDE A GOTHAM, OGNI QUATTRO ANNI, A NOVEMBRE?”
Batman sgranò gli occhi. Aveva capito.
“Le elezioni.”
“LE ELEZIONI!” Ripeté Jervis, con una voce che non si sarebbe mai potuta immaginare, sprigionata da un uomo così piccolo. “TUTTA LA CITTÀ, QUESTA DIGUSTOSA CITTÀ, SI E' RIUNITA PER VOTARE. E CHI HA VOTATO? CHI HA SCELTO? JAMESON! QUELLO SPORCO VERME!
Jervis riprese fiato, ansimando. Quando riprese a parlare, il tono era più pacato, ma non c'era comunque musicalità nella sua voce. Quel suo solito tono, il tono di chi è un po' perso tra le nuvole e ama citare poesie e filastrocche, non c'era più.
C'era solo furore.
“Un plebiscito, Batman. Così lo hanno chiamato. Il 78% dei voti. Questa ripugnante città ha scelto un uomo del genere per rappresentarla. Ed è giusto così, infatti. La rappresenta eccome. È allora che ho capito, cavaliere oscuro. Ho capito che questa città è marcia fino al midollo. Non è un paese delle meraviglie. È molto, molto più folle. E anche molto, ma molto più triste. È un paese di orrori. Un paese di violenza, di sangue e di crudeltà. È tutto ciò che conosce ed e è tutto ciò che, sotto sotto, brama. Quindi, ho deciso di dargli quello che voleva. Quello che meritava. Ho deciso di diventare davvero ciò che hanno tentato così disperatamente di rendermi. Un mostro.”
“C'è del bene, in questa città, Jervis. Persone buone.”
“Non mi interessa. Se fossero davvero buone, non sarebbero qui.”
Batman non disse nulla. Era chiaro che nulla avrebbe potuto farlo ragionare, a questo punto. Non con tutta quella rabbia e quel dolore che gli ottenebravano la mente. Aveva ragione, ormai era un mostro. Il tempo di capirlo era finito. Ora, andava solo fermato.
“Vengo a prenderti Jervis.”
“Ti aspetto, Batman. “
Gli altoparlanti si spensero. Per un istante, prima che il suono fosse spento, al cavaliere oscuro sembrò di udire un singhiozzo.


I cavi lo condussero alle scale. I gradini erano ricoperti di velluto rosso e ogni suo passo sprigionava una piccola nuvola di polvere.
Arrivato in cima, si ritrovò all'inizio di un corridoio. Il pavimento in legno era molto bello, persino dopo anni di abbandono, ma il soffitto alto e le pareti strette davano un vago senso di claustrofobia. La carta da parati marroncina, ormai fatiscente, e i quadri storti non aiutavano. C'erano alcuni ritratti, dipinti a olio probabilmente appartenuti ai vecchi proprietari, ma c'erano anche dei disegni che erano stati chiaramente appesi da Jervis stesso. Erano illustrazioni prese da Alice nel Paese delle Meraviglie. C'erano la Lepre Marzolina, lo Stregatto, Humpty Dumpy, la Regina di Cuori, Alice stessa. E, naturalmente, Il Cappellaio Matto. 
Il vetro delle cornici era rotto, come se qualcuno li avesse prese a pugni ripetutamente. 
In fondo al corridoio, c'era una porticina verde. I cavi finivano tutti sotto di essa. Il detective vide che erano stati fatti dei buchi nel legno, per permetterne il passaggio. Si udivano anche le note di un vecchio grammofono, gracchianti e lugubri. Uno stridulo violino che urlava le sue canzoni di angoscia.
Batman arrivò davanti alla porta. Prima di aprirla, attivò lo scanner del cappuccio. Non individuò trappole o esplosivi. Se c'erano congegni elettronici, erano stati spenti. L'unica attività che riusciva a vedere era un fuoco scoppiettante, in un angolo. Tetch era seduto poco lontano, dietro una scrivania. Se ne stava immobile.
“Sono qui, Jervis.”
“Lo so. Entra.”
Batman girò la maniglia e percorse la soglia.
Era un piccolo studio, illuminato solo dalla luce del fuoco nel camino. Tetch sedeva su una grossa poltrona, dietro una splendida scrivania in rovere. L'enorme mole della poltrona imbottita lo faceva apparire ancora più piccolo.
Intorno a lui, era pieno di libri polverosi, componenti elettronici e altre tazze di tè abbandonate. Grosse tende di velluto rosso coprivano le finestre, dando la sgradevole impressione di trovarsi dentro una bara.
Batman vide che i cavi salivano sulla scrivania, andando ad inserirsi nel cilindro verde scuro che il criminale portava in testa. Davanti a lui, sulla scrivania, c'era un dispositivo, grande all'incirca quanto una vecchia macchina da scrivere. Era un insieme di cavi e lampadine, ed era sormontato da una grossa antenna, alta circa un metro e spessa quanto un piede di porco. Anche il dispositivo era collegato al cappello, naturalmente.
“E così, è quella la macchina con la quale hai fatto tutto questo.” Disse il detective.
“Sì.” Rispose il Cappellaio. “Chiedo scusa per l'aspetto rozzo, ma fa il suo lavoro, non è vero?”
Batman digrignò i denti, poi si avvicinò alla scrivania ed estrasse il taser elettrico.
“Togliti il cappello e alza le mani, Jervis. È finita.”
Jervis lo fissò, con un sorriso triste.
“Cosa potrei mai fare, Batman? Il segnale è ancora interrotto. E, comunque, tu non hai addosso uno dei miei chip. Non posso fare nulla.”
“Il cappello, Jervis. Ora!”
“Perché difendi questa città, Batman? Tu, più di tutti, sai quanto è putrida. Quanto è senza speranza. Lo vedi tutti le notti, non è forse vero? Tu sei un uomo con dei principi, lo so. Non appartieni a un posto del genere. Sei come Alice. Fuori posto. Un intruso in un mondo folle.”
Batman si avvicinò di un altro passo e puntò il taser dritto alla testa di Tetch.
“Il cappello, Jervis!”
Jervis sospirò, alzando le mani. 
“Se la metti in questo modo... No.”
Si udì il suono di un interruttore. Il cavaliere oscuro capì, troppo tardi, che era stato attivato dal piede di Tetch, nascosto dietro la scrivania. Le lampadine sul dispositivo si accesero. 
Un dolore tremendo gli attraversò la testa, e il taser gli cadde per terra.
“Come- Come è possibile?” Esclamò Batman, cadendo in ginocchio per il dolore. “Il segnale-”
Jervis scese dalla poltrona, sorridendo. Il cavo che lo collegava alla macchina era abbastanza lungo da permettergli di avvicinarsi alle tende.
“Oh, povero Batman... Sì, il segnale è stato bloccato in tutta la città. E tu non hai chip addosso. Ma vedi...”
Jervis aprì le tende. Il detective vide che non c'erano finestre, sotto di esse. C'erano grossi circuiti, ora sfrigolanti.
“Ho trasformato questa stanza in un enorme ricevitore. Il segnale non ha bisogno di uscire e io non ho bisogno di microchip, qui dentro. Perché è come se tu ti trovassi dentro un microchip, Batman. Sei piccolo piccolo. Come la dolce Alice, quando morse il fungo. E ora, sei mio.”
Batman si rese conto che non era solo il dolore, a farlo rimanere in ginocchio. Sentiva la volontà di Tetch, nella sua testa. Che gli imponeva di rimanere fermo. Che gli imponeva di arrendersi.
“Te l'avevo detto, Batman. Ti avevo detto di avere paura.”
Era come se una mano enorme gli stesse stringendo le tempie. Era pura agonia. Ma, ancora peggio era l'incapacità di muoversi. Non sentirsi padrone del proprio corpo.
Jervis alzò il volume del grammofono, gli occhi chiusi in un'espressione soddisfatta. La lugubre musica echeggiò per lo studio.
“Ti chiedo scusa, il processo sembra essere più doloroso dei normali chip o delle carte. Ma questo dolore può finire, se ti arrendi.”
I due uomini si guardarono. Gli occhi bianchi e furiosi di Batman trovarono quelli piccoli e vagamente strabici di Jervis.
“Mai.”
Tetch sospirò.
“Maledizione, è finita, Batman! Non costringermi a farti più male del necessario! Cedi!”
“N-No...”
Il Cappellaio Matto gli si avvicinò. 
“Lasciati andare, Batman. Non deve essere così doloroso, sai? Se ti arrendi, posso darti la pace. Posso darti quello che più desideri.”
“Tu non sai cosa desidero, Jervis!”
Tetch sorrise, con tristezza.
“No, ma tu sì. Lasciati andare, e io darò pace alla tua mente. Sarai libero di immaginare la vita che vuoi. Il mondo che vuoi. E di viverci, senza pensieri, per sempre. Qualunque terribile torto ti sia stato fatto, qualunque dolore ti spinga a essere Batman ogni notte, può sparire per sempre. Posso darti la felicità, se me lo permetti.”
Il dolore gli stringeva la testa. La voce di Jervis gli echeggiava nella mente, come un riverbero. Quella maledetta musica gli trapanava i timpani.
Una parte della mente di Batman non poté fare a meno di immaginare la vita di cui parlava Jervis. Un mondo dove i suoi genitori non erano morti. Un mondo senza ingiustizie. La possibilità di abbracciare di nuovo sua madre e suo padre. Di essere abbracciato da loro. Di parlarci. Di sentirli ridere. Di essere, semplicemente, Bruce Wayne.
Una vita felice...
Ma no. Non era possibile. Non era reale. Un mondo dove i suoi genitori erano vivi, dove lui era felice, non era più possibile. E c'era un solo modo per ottenere un mondo meno ingiusto: rialzarsi in piedi. Continuare a lottare.
Lentamente, Batman si alzò. Il dolore era lancinante, ma si alzò ugualmente.
Il volto di Jervis inizò a irrigidirsi, come quello di qualcuno che sta facendo un grosso sforzo. I circuiti sulle pareti iniziarono ad emanare del fumo.
“No, non è possibile! Perché? Perché ti opponi? Perché non ti arrendi?!”
Il cavaliere oscuro raddrizzò la schiena e fissò il volto di Jervis Tetch.
“Perché non posso e non voglio.”
Alcuni dei circuiti avevano preso fuoco. Il criminale li osservò per un istante, sconvolto.
“No, nessuno ha una mente così forte! S-Sei... Sei un mostro!”
L'eroe sorrise leggermente.
“Sono Batman.”
Sangue iniziò a uscire dal naso del criminale. La stanza era ormai in fiamme.
“No, no, no! È impossibile! Impossibile!”
Jervis estrasse una pistola e fece per puntarla contro di lui. Per un momento, Batman rivide l'uomo che aveva ucciso i suoi genitori. In quel momento, lui e Jervis erano uguali. Uomini che si arrogavano il diritto di decidere il destino altrui. Mostri.
Nonostante il dolore e nonostante il suo corpo gli sembrasse pesare una tonnellata, il cavaliere oscuro afferrò il braccio di Tetch e lo costrinse a far cadere la pistola. Finì a terra, accanto al taser elettrico.
Ormai il sangue usciva copiosamente dal naso di Jervis, e uno dei suoi occhi era diventato rosso, colmo di capillari esplosi. Proprio come i suoi dispositivi, stava andando in pezzi.
“Arrenditi, Jervis! Lo sforzo ti ucciderà!”
“No, non è giusto! Gotham deve pagare!”
“Arrenditi!”
“No! Non mi riporterai ad Arkham! Mai più! Mai p-”
Il viso del Cappellaio Matto si afflosciò, come se qualcuno lo avesse spento. 
“Oh... Curiosissimo...”
Il criminale cadde a terra, privo di sensi. Il dolore nella testa di Batman passò improvvisamente e il suo corpo ridiventò normale, completamente libero dal controllo di Tetch.  
Ormai, erano circondati dalle fiamme e nello studio mancava l'aria. Il calore era insopportabile e il bagliore del fuoco accecante. Il grammofono si stava sciogliendo e la musica non c'era più. Batman toccò il collo di Jervis, per accertarsi che fosse vivo. Lo era, ma il suo battito era molto irregolare.
Il cavaliere oscuro se lo caricò in spalla, poi corse incontro al muro di legno e gli diede un possente calcio, con un grugnito. Crollò con facilità, e i due uomini si ritrovarono fuori. 
Planando, Batman portò il corpo senza sensi di Tetch fino al prato. Sbilanciato dal peso aggiuntivo di Tetch, atterrò malamente ed entrambi caddero di schiena. 
L'eroe si rialzò, tossendo e riprendendo fiato. Dopo il fuoco e il fumo, persino l'aria sporca e fredda di Gotham sembrava meravigliosa. Cercò di nuovo il battito di Tetch e sentì che era diventato più regolare.
In lontananza, iniziavano a sentirsi delle sirene. Jim stava arrivando, a quanto pare. 
Batman guardò la casa. Per ora, bruciava solo il secondo piano. Era ancora in tempo. Corse di nuovo dentro, dall'ingresso principale, e andò a recuperare il corpo di Victor Zsasz. Un minuto dopo, lo fece cadere accanto a quello di Jervis. Erano entrambi vivi, sebbene malconci.
La tentazione di lasciarsi cadere a terra accanto a loro era forte, si sentiva davvero esausto, ma resistette. 
Aspettò l'arrivo di Jim e continuò a guardare la casa in fiamme, ancora incapace di credere che quel lungo, lungo ottobre fosse finalmente finito.



UNA SETTIMANA DOPO


Bruce sedeva dietro le quinte, rileggendo i suoi appunti. Era quasi mezzogiorno, la conferenza stampa sarebbe incominciata in poco meno di cinque minuti.
“Signor Wayne...”
Il miliardario alzò lo sguardo. Era Jim Gordon. Sembrava estremamente a disagio.
“Salve, commissario. Come sta?”
“Io- Bene, grazie. Senta, se non le dispiace, vorrei darle un consiglio.”
Bruce sorrise, già immaginando cosa avrebbe detto.
“Certo, mi dica.”
“So cosa intende dire, oggi. E lo rispetto. Anzi, direi che lo condivido. Ma non credo sia una buona idea, dirlo ora. Non dopo tutto quello che è successo.”
Bruce si alzò in piedi.
“La ringrazio, commissario. Per l'avvertimento e per il suo sostegno. Ma credo che questo sia esattamente il momento giusto, per questo discorso. Prima che la città si rifugi nell'apatia e finga che non sia mai successo nulla.”
“Mi sembra un giudizio severo, il suo.”
Bruce sorrise, con tristezza.
“Amo questa città, commissario. La amerò sempre. Ma credo che dobbiamo fare di meglio, come comunità. E spero di poterla spronare, in questo senso.”
Gordon sospirò.
“Sì, capisco cosa vuole dire. D'accordo, faccia come crede. Le auguro buona fortuna.”
Gordon gli porse la mano e Bruce la strinse.
“Grazie, commissario.”
“Credo sia quasi ora.”
“Sì, un minuto e mi chiameranno.”
Gordon gli lasciò la mano e tirò fuori delle gomme alla nicotina. 
Bruce le guardò e sorrise.
“Sta smettendo di fumare?”
Gordon annuì.
“Sì, è un vizio stupido.”
“È vero. Beh, stia bene. A presto.”
Gordon annuì e gli diede le spalle.
“A presto, signor Wayne. Mi raccomando, cerchi di riposarsi un po'. Se l'è guadagnato.”
“Cosa vuole dire?”
Gordon si allontanò.
“Che il turno di notte è massacrante, anche per uno in gamba come lei.”
Bruce non disse nulla, osservando il suo amico che andava via.
“Signor Wayne?” Disse un nervoso dipendente del comune, correndogli incontro. “Siamo pronti per lei!”
“Grazie... Steve, giusto?”
Il dipendente sorrise.
“Sì.”
“Grazie, Steve. Arrivo.”


C'erano ancora più persone di quante non fossero presenti alla conferenza di Jameson, notò Bruce.
Schiere e schiere di giornalisti e, dietro le transenne, centinaia di cittadini curiosi. Molti pensavano che volesse annunciare la sua candidatura a sindaco, ma erano in errore. 
Bruce sorrise e salutò il pubblico, poi tirò fuori il discorso e prese un grande respiro.
“Buongiorno, Gotham. Mi rivolgo a tutti voi, oggi, perché ho qualcosa da dire. Qualcosa che reputo molto importante e che, spero, avrete la gentilezza di prendere a cuore.
Come sapete, solitamente mi trattengo dall'apparire in pubblico per questioni così serie. Molti di voi mi vedono come un playboy edonista, con molti soldi e poche inibizioni. Un'immagine che, lo ammetto, mi dona abbastanza e non combatto con particolare impegno.”
Ci furono delle risate.
“Ma gli eventi delle ultime settimane mi hanno fatto riflettere. I miei genitori hanno sempre voluto il meglio per questa città, e anche io lo voglio. Credo quindi che sia giunto il momento per me di pronunciarmi e fare qualcosa. Qualcosa che vada oltre le donazioni di beneficenza e gli eventi mondani. Qualcosa che abbia un significato.”
Bruce prese fiato.
“Tutti voi sapete ciò che ha fatto Jervis Tetch, alias Il Cappellaio Matto.”
Dalla folla di cittadini si sollevò un boato rabbioso, nel sentir pronunciare quel nome. 
Bruce annuì.
“Sì. Ciò che ha fatto è mostruoso. È ignobile. È, semplicemente, imperdonabile.”
La folla applaudì.
“Come tutti voi, sono felice di sapere che è rinchiuso. Inoltre, mi è stato detto che potrebbe non uscire mai dal coma. Questo, ne sono certo, aiuterà molti di voi a dormire la notte.”
Altri applausi.
“Capisco il vostro sollievo e capisco la vostra rabbia. Li condivido. E so bene come ci si sente, a perdere qualcuno che si ama per le azioni di un criminale.”
Silenzio rispettoso.
“Ma vi chiedo anche di ripensare a ciò che abbiamo scoperto. Riguardo ad Arkham Asylum. Riguardo al suo personale. Riguardo al sindaco Jameson.”
Ci fu un enorme silenzio, quasi assordante. Si sarebbe potuto udire il suone di un ago che cadeva a terra.
“Ciò che hanno fatto è, anch'esso, mostruoso. Hanno preso un uomo malato e, invece di sottoporlo a delle cure, lo hanno torturato e marginalizzato. Lo hanno reso un mostro capace di ferire questa città in un modo che nessuno avrebbe potuto immaginare.”
Iniziò ad esserci un borbottio irritato dalla folla. Bruce alzò una mano.
“Non mi sentirete mai, MAI, affermare che questo giustifichi le azioni di Jervis Tetch. Nessuno, e voglio che questo sia chiaro ora e sempre, ha il diritto di fare del male agli altri. Di ferirli, di abusarne, di ucciderli. Ma questo vale anche per chi è dal lato giusto delle cose. Soprattutto per chi è dal lato giusto delle cose. Chi dice di avere a cuore la giustizia. Chi dice di amare le persone e la città. Chi vuole sicurezza, ordine e pace.”
Bruce prese nuovamente fiato. Vedeva bene che gran parte del pubblico era irritata, ma era importante finire il discorso.
“Il sindaco Jameson ha sbagliato. Arkham Asylum ha sbagliato. E, se fingiamo che non sia così, se diamo ascolto a quella parte di noi che vorrebbe semplicemente torturare persone come Jervis Tetch, allora sbagliamo anche noi. È  per questo che, in aggiunta ai fondi che ho stanziato per aiutare le vittime e rimediare ai danni subiti dalla città, intendo annunciare la creazione di due nuovi enti: la Wayne Mental Health Association e la Gotham Ethical Commity. La WMHA, in accordo con il governatore dello stato e le autorità di Arkham, si occuperà di riformare il sostegno psicologico in questa città e monitorarne la qualità. La GEC invece, sempre in accordo con le autorità, si occuperà di monitorare gli abusi all'interno delle forze dell'ordine, degli ospedali e della procura. Affinché cose come questa non possano succedere mai più. Arkham avrebbe dovuto curare Jervis Tetch e non l'ha fatto. Le autorità non avevano il diritto di coprire gli abusi, ma l'hanno fatto.
Non miriamo solo a punire questi crimini, miriamo a prevenirli. Se Jervis Tetch non fosse stato torturato, non sarebbe diventato un mostro.”
Bruce guardò la folla, sopportando gli sguardi sprezzanti di molti cittadini e di alcuni giornalisti.
“Sono sicuro che anche voi, come me, siete stufi di vedere mostri in questa città. E che non li vogliate da nessuna parte. Che sia per strada, nell'amministrazione o allo specchio.
Questo è ciò che vi chiedo, oggi: siate il meglio di voi stessi. Non lasciate che l'odio vi renda ciechi e crudeli. Non è giusto e, come abbiamo visto, non porta nulla di buono.
Io sono nato fortunato, ho tanto da dare. E intendo dare tutto ciò che ho, per proteggere e migliorare Gotham. Chiedo solo il vostro aiuto. Grazie.”
Ci furono degli applausi, ma perlopiù fischi e urla indignate. I giornalisti, invece, iniziarono subito a fare domande.
“Signor Wayne, lei sta forse affermando che uno psicologo potrebbe curare qualcuno come il Joker? Che dovremmo mirare a questo?”
“La ringrazio per questa domanda. No. Non sono naive, signori. Non penso che tutti possano essere riabilitati. La mia iniziativa in nessun modo vuole essere un'alternativa alle misure di sicurezza o alla lotta contro il crimine. Al grande impegno di uomini come James Gordon.”
“O Batman?” Chiese un altro giornalista.
Bruce annuì, senza esporsi troppo.
“I mostri esistono. E vanno fermati. Quello che sto dicendo è che forse ce ne sarebbero meno in giro, se li avessimo presi in tempo. Quando c'era una possibilità. Che si poteva impedire che diventassero un pericolo. Fermiamo i mostri di oggi e lavoriamo per un futuro in cui ce ne saranno molti, molti di meno.”
Altri applausi, più convinti. Ci furono dei fischi, ma meno rumorosi di prima.
“Inoltre.” Aggiunse Bruce. “Lottiamo affinché i mostri siano solo dall'altra parte e non tra le nostra fila. Altrimenti, la nostra battaglia perderà di significato.”
Altri applausi, ma nuovamente freddi. 
Le domande proseguirono per una ventina di minuti, poi la conferenza finì. Era molto evidente che a tanti dei presenti le parole di Bruce avessero lasciato l'amaro in bocca.
Ma, del resto, si poteva uscire da quella storia senza un qualche tipo di amarezza?


Bruce si diresse verso la propria automobile, dove c'era Alfred ad aspettarlo.
“Un lodevole discorso, sir.”
“Grazie, Alfred.”
Il miliardario entrò in macchina e Alfred mise in moto.
“Temo, però, che non abbia ottenuto il consenso di tutti cittadini. Non per ora, almeno.”
“No, infatti.”
“Le sue parole sul prevenire questi mostri sono piaciute. Ma temo che la gente non abbia molta voglia di guardare gli abusi all'interno delle forze dell'ordine o della procura. Vogliono un solo nemico, uno semplice da individuare e che preferibilmente indossi un costume colorato.”
“Sì. Temo di sì.”
“Non si demoralizzi, sir. Vedrà che, se i suoi progetti faranno stare meglio la città, le persone cambieranno atteggiamento.”
Bruce annuì, serio.
“Posso solo fare del mio meglio, Alfred. Non è vero?”
“Come tutti, sir.”
“Sì.” Disse Bruce, osservando i grattacieli di Gotham che si estendevano a perdita d'occhio. “Come tutti.”


Notte fonda. La luna calante si stagliava, luminosa, nel cielo rosso di Gotham.
“Sapevo che ti avrei trovato qui.”
Batman si voltò a guardare Catwoman. La ladra gli venne incontro, sorridendo. Il suo costume nero scintillava sotto i neon di Gotham.
“Come facevi a saperlo?”
“Vedi, hai questa tendenza a rimuginare sul passato e le cose brutte. Dovresti lavorarci.”
La ladra si sedette sul cornicione, mentre il cavaliere oscuro rimase in piedi. Insieme, osservarono il palazzo adiacente.  C'erano ancora i sigilli della polizia, nell'appartamento di Gary Fines. Si riuscivano a vedere, attraverso la finestra. 
Era lì che era iniziato tutto. Il primo di molti, molti morti. 
“È  finita, Bats. Davvero, questa volta. Dovresti prenderti qualche giorno di ferie.”
“Sai bene che non posso.”
“Dì piuttosto che non vuoi.”
“Non posso e non voglio.”
Catwoman sorrise.
“Giusto riassunto, sì.”
Catwoman si rialzò in piedi.
“Hai fatto un ottimo lavoro, Batman. Devi essere fiero di te.”
“Tu mi hai aiutato.”
“E infatti sono fiera di me.” Disse la ladra, con un sorriso stizzito. “Possibile che tu non sappia mai accettare i complimenti?”
“Ho preso da Alfred.”
Catwoman sorrise.
“Davvero, Bruce. Datti tregua. Anche tu meriti un po' di pace, ogni tanto. Qualcosa di bello.”
“Sono felice che Gotham sia al sicuro.”
“Non è quello che intendevo.”
“Mi basta, Selina. Mi è sempre bastato.”
Catwoman gli mise una mano sulla spalla e lo fece giare verso di lei.
“Ma meriti qualcosina di più.”
“Cosa-”
Lei lo baciò, chiudendo gli occhi e stringendolo a sé. Sembrò durare un'eternità. Il vento ululò intorno alle due figure mascherate e, per un istante, la città non esistette più. Batman sentì i muscoli rilassarsi e, per la prima volta da settimane, si concesse di non essere preoccupato. Di abbassare la guardia. Di sentirsi quasi felice.
Poi, nel cielo apparve il bat segnale.
Non senza gentilezza, Batman allontanò Catwoman.
“Il segnale.”
Catwoman riaprì gli occhi e guardò il cielo.
“Ovviamente...”
“Devo andare, lo sai.”
Lei gli sorrise, un po' tristemente.
“Oh, lo so bene. Ci vediamo, Bats.”
Gli diede una piccola carezza alla spalla, poi saltò nel vuoto, sparendo tra i grattacieli.
Dopo un attimo di riflessione, Batman si avviò verso il GCPD, chiedendosi quanto fosse grave.
Se la città, che aveva appena salvato dal baratro, fosse di nuovo in caduta libera. Se smettesse mai davvero di esserlo.
Ma, del resto, che differenza faceva? Lui non avrebbe mai smesso di porgere la mano per afferrarla. Non avrebbe mai rinunciato a salvarla, prima che cadesse davvero.
Non poteva e non voleva. 
Perché era Batman. 


FINE 























martedì 22 settembre 2020

Batman: Caduta Libera - Capitolo 7


CAPITOLO 7

 PARANOIA

Nonostante fossero solo le sei del pomeriggio, la luna era già sorta, come un occhio rabbioso che spiava la città attraverso lo smog rossiccio. Il freddo vento di ottobre scuoteva i rami degli alberi e faceva volare vecchi giornali e buste di plastica, come uno stormo di orrendi uccelli.
Batman osservò la scientifica che portava via i poveri resti del sindaco e degli uomini che avevano cercato di proteggerlo. Si chiese se il sangue sarebbe mai venuto via dall'asfalto, e quanti spettatori della conferenza stampa sarebbero riusciti a dormire, quella notte.
La folla inferocita si era poi calmata e i vari responsabili erano tornati in sé. Erano molto confusi e nessuno ricordava nulla, naturalmente. La polizia li stava visitando uno per uno, alla ricerca dei microchip. Finora, ne avevano tolti una ventina.
L'anziana signora che aveva decapitato il sindaco aveva avuto un malore, nel vedere le proprie mani sporche di sangue, ed era stata portata di urgenza all'ospedale.
“Cristo, che macello.” Disse uno dei coroner, guardando nella direzione di Batman. “Come è potuto succedere?”
Il cavaliere oscuro scosse la testa.
“Abbiamo tutti sottovalutato Jervis Tetch. Non capiterà più.”
“A questi qui, no di certo.” Disse il coroner, indicando le buste contenenti i cadaveri.
“Già.”
Il ricevitore del cappuccio vibrò. Era in arrivo una chiamata.
“Pronto.”
“Batman, sono io.”
“Jim. Dove sei?”
“Sono in ufficio. Mi dispiace non poter essere lì, ma questo casino ha sollevato un vespaio che non ti dico. Mi stanno telefonando pezzi grossi da tutto lo stato. Da tutto
il paese. Alcuni mi hanno dato la colpa, come se avessi potuto prevedere una cosa del genere!”
“Mi dispiace, Jim.”
“Non ha importanza. La cosa importante, ora, è trovare Tetch.”
“Sì.”
“Che idioti, siamo stati. Pensavamo che controllasse solo i criminali e chi gli serviva, come quel poveraccio di Stine. Non ci è venuto in mente che potesse controllare anche gente normale.”
“E' colpa mia, Jim. Pensavo che avesse un solo ripetitore. Ma, evidentemente, ne controlla vari. Forse tutti quelli della città.”
“E non possiamo abbatterli tutti.”
“Potremmo, ma credo sia più importante trovare la fonte. Farla finita davvero.”
“Sì, lo credo anche io. Cosa intendi fare?”
“Ho un paio di idee.”
“Allora corri, vai a lavorarci. Inutile che rimani lì, ormai il danno è fatto.”
“D'accordo. Ti chiamo se ho delle novità.”
“Ci conto.”
La chiamata fu chiusa.
Batman si allontanò silenziosamente dalla scena del delitto e si diresse verso la moto, che aveva nascosto in un vicolo fatiscente a mezzo isolato di distanza.
Il vento continuava a ululare, come se la città stessa stesse urlando di paura. E, del resto, chi avrebbe potuto biasimarla?

“Un notevole risultato, sir. Ma non avrebbe fatto prima, con l'aiuto di Lucius?”
“Indubbiamente. Ma Lucius ha altro da fare, Alfred. Gli ho affidato un altro compito.”
“Capisco.”
Bruce finì di inserire l'ultima vite. Il dispositivo era completato. C'erano volute circa tre ore.
“E' sicuro che funzioni?” Chiese il maggiordomo.
“Dovrebbe.”
Bruce puntò il dispositivo verso il tavolo da lavoro. Una quasi impercettibile luce violacea lo colpì, facendo luccicare il microchip del Cappellaio Matto. Il dispositivo aveva due lampadine, una verde e una rossa. Quella rossa si illuminò, reagendo alla presenza del chip.
“Perfetto.”
Alfred appoggiò un vassoio, contenente la cena di Bruce, sul tavolo. Poi raddrizzò la schiena e mise le mani dietro la schiena.
“Faccia pure, signorino.”
Bruce lo guardò.
“Scusami, Alfred. Ma devo essere sicuro.”
“Lo so. Vada, le ho detto.”
Bruce scansionò Alfred dalla testa ai piedi. La lampadina verde si illuminò.
“Tutto a posto. Non ci sono chip, su di te.”
Alfred annuì e si allontanò, con un leggero sorriso.
“Difficile mettermi addosso un chip, visto che sono sempre qui sotto con lei.”
Anche Bruce sorrise.
“Forse dovrei darti quell'aumento di cui parlava Selina.”
“Poco ma sicuro, sir. Ora, mangi.”
Il maggiordomo entrò nell'ascensore, lasciandolo con la cena e con i suoi pensieri.
Bruce mangiò in fretta, poi si infilò il cappuccio e corse verso la moto. Non era finita, c'erano altre persone da controllare.

Lucius tirò un sospiro di sollievo, vedendo la lampadina verde illuminarsi.
“Grazie al cielo. Non volevo fare la fine del povero Brent...”
Batman mise via lo scanner, annuendo. Un altro prezioso alleato non era nelle grinfie di Tetch, Non voleva neanche pensare a cosa sarebbe potuto accadere, se Il Cappellaio Matto avesse preso il controllo di qualcuno come Lucius Fox.
“Posso chiederti un parere?”
“Mi dica, signor Wayne.”
“Tu credi che Jervis senta i pensieri delle persone che controlla? I loro ricordi?”
Lucius corrugò la fronte e aprì sul proprio computer le immagini dei chip smontati e analizzati. Alcune erano le foto dei primi chip, quelli trovati da Jeremiah Arkham. Altre appartenevano a quelli trovati sulla folla che aveva assassinato il sindaco Jameson. E, naturalmente, il cavaliere oscuro gli aveva inviato tutti i dati da lui raccolti nella batcaverna, quando aveva analizzato il chip e i suoi circuiti.
“Naturalmente è presto per esserne sicuri, ma io credo di no. Il segnale di Tetch sembra imporre la sua volontà alle vittime, ma non sembra scavare a fondo nei loro ricordi. I chip non sembrano inviare molte informazioni verso la fonte del segnale. Quando vuole, può controllare le persone come pupazzi. Ma, altrimenti, eseguono solo i suoi ordini a livello subconscio o vivono la loro vita normale. Non credo che sia paragonabile ad un contatto telepatico. E più come... Il telecomando di una macchina radiocomandata. Il telecomando non ha bisogno di conoscere i pensieri della macchina, la opera e basta. Quando li usa come pupazzi, vede attraverso i loro occhi, ma non credo che gli legga la mente. Sono dei gusci vuoti, in quel momento. Riempiti dalla sua coscienza, dalla sua volontà.”
“Come è accaduto a Nygma e all'anziana signora.”
Lucius annuì.
“Altrimenti, si limita a dargli i comandi e ad affidargli dei compiti. E, in casi come Brent o Ragdoll, credo che gli dia anche delle istruzioni a livello subconscio per quando vengono scoperti.”
“Portandoli al suicidio.”
“Esatto. Se non erro, ha definito il suo controllo come un pilota automatico, quando ha parlato attraverso Nygma.”
“Sì.”
Lucius annuì nuovamente.
“Non credo che legga la mente delle persone, signor Wayne. Non credo che gli interessi. Gli interessa solo usarle.”
“Ma non puoi giurarlo.”
Lucius sospirò.
“No, il rischio c'è.”
“Allora è ancora più importante che tu faccia una cosa per me, Lucius.”
“Mi dica.”
Batman gli porse lo scanner. Poi, prese dalla cintura un taser elettrico.
“Prendi questi.”
“Cosa-”
“Appoggia il taser alla mia guancia.”
“Ma signor Wayne-”
“Fallo, Lucius. Per favore.”
“D-d'accordo.”
“Bene. Ora voglio che passi lo scanner su di me. Io intendo rimanere perfettamente immobile finché non avrai finito. Se mi muovo prima che tu abbia finito o se la lampadina diventa rossa, voglio che tu mi dia una scossa. E' al massimo della potenza, dovrebbe stordirmi. A quel punto, dovrai legarmi e trovare il chip.”
“Non credo di poterle dare la scossa. E poi, non vedo quando Tetch glielo avrebbe potuto-”
“Ho perso i sensi, combattendo contro Electrocutioner e Killer Moth. Potrebbero avermelo messo da giorni.”
Lucius sgranò gli occhi. Non ci aveva pensato.
“Io... D'accordo, signor Wayne. Rimanga immobile, ora la scansiono.”
“Grazie, Lucius.”
Fu un lungo, lunghissimo minuto. Ma, infine, la lampadina che si accese fu sempre quella verde.
Lucius tirò un secondo sospiro di sollievo, più grande di quello che aveva emesso per sé stesso.
“Meno male. Meno male.”
Restituì gli strumenti a Batman, che li rimise sulla cintura.
“Ti ringrazio, Lucius. Dovevamo sapere.”
“Sì, dovevamo sapere. Ora da chi intende andare?”
“Gordon. E' di vitale importanza assicurarsi che sia al sicuro.”
“Molto bene. Allora io mi rimetto al lavoro.
Batman annuì.
“Credi di poterci riuscire, Lucius?”
“Sarà difficile, ma penso di poterci riuscire.
“Bene.”
Lucius aprì la finestra che dava sul balcone, facendo cenno a Batman di uscire da lì.
“Buona fortuna, signor Wayne.”
“Preferisco non affidarmi alla fortuna.”
Detto questo, il cavaliere oscurò si gettò dal balcone, sparendo nella notte gelida.

Stava per rimuovere i blocchi di sicurezza dalla moto, quando udì un rumore leggero alle sue spalle.
Si voltò a scatto, trovandosi faccia a faccia con Catwoman.
“Sei tu.”
Lei sorrise, ma senza allegria.
“Lo spero proprio.”
Batman rimase in guardia. Non gli piaceva quell'atteggiamento serio.
“Cosa vuoi dire?”
Catwoman si avvicinò di un passo.
“Ti ho seguito, Bats. Ho visto quello che hai fatto con Lucius.”
Batman nascose bene la sua sorpresa, ma era davvero colpito. Non si era accorto della presenza di Selina.
“Perché mi hai seguito?”
“Perché, da quando quella folla ha massacrato il sindaco, sono diventato paranoica.” La ladra sorrise. “Immagino che tu ti senta così ogni giorno, quindi non dovrei lamentarmi troppo.”
Batman iniziava a capire.
“Hai paura di avere addosso uno dei chip di Jervis Tetch?”
Lei annuì.
“Hai motivo per pensarlo?”
“No, non mi viene in mente nulla di sospetto. Nessun incontro strano, nessun vuoto di memoria. Ma vorrei accertarmi di essere a posto.”
Ora lei lo guardò, con quegli straordinari occhi chiari. Batman vide che aveva delle notevoli occhiaie.
“Puoi accertartene per me? Ti prego.”
Batman tirò fuori lo scanner.
“Sarei venuto a controllarti il prima possibile. Lo sai.”
Lei sorrise.
“Lo so. Ma sai quanto sono impaziente.”
Lui sorrise leggermente.
“Rimani immobile.”
“OK.”
La luce divenne verde.
“Non hai chip.”
Lei si rilassò, ingobbendosi momentaneamente per la stanchezza e per il sollievo.
“Non riesco a credere che quel piccolo verme mi abbia messo addosso una tale paura.”
“Nessuno riesce a crederci.”
Ora lei lo guardò, raddrizzando la schiena.
“Che cosa gli è successo, Batman? Perché è così... Così rabbioso? Così spietato? Non era così, una volta.”
“Non lo so. Ma intendo scoprirlo. Credo che le risposte siano ad Arkham.”
“Tanto per cambiare. Ci vai ora?”
“Prima devo controllare come sta Gordon.”
Catwoman annuì.
“Vuoi che venga con te?”
“No. Posso cavarmela da solo.” Ci fu una pausa. “Ma ti ringrazio.”
Lei tirò fuori la sua frusta e la avvolse intorno ad un gargoyle, alcuni metri sopra le loro teste.
“Se ti servo, sai come trovarmi.”
Batman annuì.
“Rimani fuori dai guai.”
“Ma pensa te da che pulpito!” Disse lei, sogghignando.
Poi, si arrampicò sul tetto e sparì dalla sua vista.
Il cavaliere oscuro sbloccò la moto e salì, chiedendosi se Selina, presa dal proprio sollievo, avesse notato quanto fosse stato sollevato lui, nel vedere la luce verde.
Ma non c'era tempo per pensare al loro complicato rapporto. Doveva andare da Gordon.
Rombando, si avviò per le strade sporche di Gotham, in direzione del GCPD.
Era l'una del mattino. Nel cielo rossiccio, non c'era una sola nuvola.

La finestra dell'ufficio di Gordon era aperta, come sempre. Jim la lasciava spesso aperta proprio per lui.
“Jim, ci sei? Ti devo parlare.” Disse il detective, entrando nella stanza.
“Sono subito da te, Batman.” Gli rispose una voce da un angolo della stanza.
Batman vide che Gordon stava frugando tra alcuni moduli, a qualche metro da lui. Gli dava le spalle e la postura suggeriva una profonda stanchezza.
“D'accordo. Solite scartoffie di fine giornata?”
“Sì. Mi faranno impazzire, un giorno.”
“Hai subito altre pressioni, dai piani alti?”
“Niente di nuovo.”
Il cavaliere oscuro fece un passo verso il commissario.
“Dovresti andare a casa, Jim. E' stata una lunga giornata. Barbara ti starà aspettando.”
“Hai ragione. Ma sai meglio di me che-”
Batman tirò fuori lo stesso taser che aveva affidato a Lucius alcuni minuti prima, puntandolo verso la schiena dell'amico.
“Barbara Gordon non è a Gotham, Jervis. E' a Metropolis, per un corso formativo. E comunque non abita con Jim da anni, ormai. Ora voltati lentamente, e alza le mani.”
La schiena di Gordon non si mosse.
“Ah, caspiterina.” Disse Gordon, prendendo il tono di voce e la cadenza di Jervis Tetch. “Mi hai smascherato, razza di furfante!”
“ORA, Jervis!” Disse Batman. “Voltati.”
Il commissario si voltò di scatto, impugnando una pistola. Ma non la puntava verso Batman, la puntava verso il proprio mento.
“Non fare mosse avventate, Batman. Oppure, il cervello del commissario rovinerà tutte le sue scartoffie. Non gli faresti mai un dispetto del genere, vero?”
Batman serrò i denti. Non poteva dargli la scossa. Anche se avesse perso i sensi, avrebbe potuto stringere convulsamente il grilletto. Era troppo pericoloso.
“Lascialo andare, Jervis. Poni fine a tutto questo.”
Il commissario rise, una risata che Batman non gli aveva mai sentito e sperava vivamente di non sentire mai più. Era fredda e crudele, ma anche straziante. Come la risata di un uomo molto, molto malato.
“Fine, Batman? Oh, no. La tana del Bianconiglio continua. Continua e continua. E sai a cosa porterà?”
“No, Jervis. Perché non me lo dici tu?”
“A orrori. Orrori e orrori. La tua amata Gotham, come una piccola Alice, sta precipitando. E' in caduta libera, proiettata verso l'abisso. Ma non ci saranno meraviglie, per questa Alice. Oh, no. Niente Lepre Marzolina. Niente fiori danzanti. Niente carte da gioco colorate. Solo dolore, paura e punizione.”
“Punizione per cosa, Jervis?”
“Non ti riguarda. Ma non c'è fuga, Batman. Questa Alice non merita di sognare. Questa Alice non merita magia, bellezza o fantasia. Merita solo ombre. Solo buio. Merita solo incubi, come quelli contenuti ad Arkham.”
“Che cosa ti è successo, Jervis? Cosa ti ha reso così? Tutto questo è folle.”
Il commissario rise ancora, ma senza gioia.
“Folle, sì. Matto, come un cappellaio. Ora, Batman, ti prego di buttare il taser a terra. Sappiamo entrambi che uccidere il commissario non mi costerebbe nulla. E' solo un guscio vuoto, per me.”
I due si guardarono per un attimo.
“Gettalo, ho detto.”
Non aveva scelta. Lo fece cadere.
“Jim, puoi sentirmi?”
“E' inutile, Batman. Sono io che ho il controllo, ora.”
Il commissario tirò fuori le manette con una mano, mentre l'altra continuava a puntare la pisola verso il volto del poliziotto..
“Adesso, sei pregato di voltarti e di mettere i polsi dietro la schiena. Da bravo.”
“Jim, puoi sconfiggerlo. Credo in te. Riprendi il controllo.”
“E' inutile, Batman. Voltati. Le mani dietro la schiena, per favore.”
“Jim, non puoi lasciare che vinca. Combattilo! Dobbiamo salvare la città.”
“Smettila, Batman! E' inutile! E' sotto il mio controllo! E' mio! Mio! Siete tutti miei! E ora voltati!”
Riluttante, il cavaliere oscuro si volto e porse i polsi dietro la schiena. Gordon gli venne incontro.
“E' finita, cavaliere oscuro. Questa notte, finirà tutto quanto. Ho te. Ho Gordon. Non c'è più nulla, a sbarrarmi la strada. ”
“Ne sei convinto?”
“Certo!”
Batman sorrise.
“E allora come mai la pistola è puntata verso il soffitto?”
Il commissario smise di venirgli incontro. Sgranò gli occhi e si guardò il braccio, ora puntato verso l'alto e non più contro il volto di Gordon.
“Ma come-”
Batman si voltò di scatto, afferrandogli il braccio e costringendolo a lasciare la pistola.
“No! Non è possibile! Non può essere vero!”
Batman gli torse il braccio dietro la schiena. Con l'altra mano, raccolse il taser da terra.
“Noi abbiamo sbagliato a sottovalutare te, Jervis. Ma tu hai sottovalutato Jim. E' più forte di quanto credi. Più forte del tuo controllo mentale.”
“Maledetti! Ve la farò pagare! Ve la fa-”
“Ma su una cosa avevi ragione, Jervis.” Lo interruppe Batman, applicando il taser alla spalla del commissario. “Questa notte finirà tutto.”
“No! Noo-”
La scossa fu breve ma di enorme intensità. Gordon cadde a terra, privo di sensi.
Poi, ci fu solo silenzio.

Non ci volle molto a trovare il chip. Era stato applicato sotto l'ascella del commissario. Il cavaliere oscuro lo tolse e lo mise in una tasca della cintura. Poi, con cautela, sollevò la testa del commissario e gli mise dei sali sotto il naso, per farlo rinvenire.
“Cos- Che cosa è successo? Batman! “
“Va tutto bene, Jim. Non ti agitare.”
Lentamente, aiutò il commissario a mettersi seduto.
“Aaah... Che mal di testa...”
“Ricordi nulla, Jim?”
“Io... Sì. Lui... Lui ha preso il controllo di me, non è vero?”
Batman annuì.
“Ma non è andata come pensava. Tu gli hai tenuto testa. Mi hai permesso di fermarlo.”
Gordon si sfregò gli occhi.
“Sì...”
“Com'era, Jim? Cosa sentivi, mentre ti controllava?”
“Mentre mi usava, non provavo nulla. Era come se non ci fossi. Poi, però, ho sentito la tua voce. Chiedevi il mio aiuto. Così, ho iniziato a risvegliarmi. Era come- Era come essere in una sala d'attesa, pieno di sedativi. Ero calmo. Mansueto. Non avevo idea di che cosa stesse accadendo, nel mondo reale. E a malapena mi importava. Ma tu continuavi a chiamarmi. Così, mi sono alzato e ho cercato un'uscita. Ho vista una strana luce verdastra e poi... Poi ho visto te. Ti guardavo, e impugnavo una pistola. Era come avere la febbre, ogni movimento mi costava enorme fatica. Ma sono riuscito a puntare la pistola verso l'alto. Non credo che lui si rendesse conto che ero lì, che stavo tornando in me.”
“No, direi proprio di no. Lo hai colto di sorpresa.”
Gordon sorrise debolmente.
“Ogni tanto, ci riesco anche io..”
Batman si alzò in piedi e gli porse la mano. Gordon la prese e si mise in piedi, barcollando per un momento.
“Hai dimostrato enorme forza di volontà, Jim. Grazie.”
“Grazie a te.”
I due si sorrisero per un istante, poi ridivennero seri.
“I miei ricordi sono un po' confusi, ma l'ho sentito parlare del paese delle meraviglie. E di orrori.”
“Sì. E di Arkham.”
Gordon annuì, pensoso.
“ Ancora il manicomio. Prima scopriamo che due vittime ci lavoravano, poi Tetch ne parla. E ha ucciso Jeremiah Arkham. Credo che sia ora di tornarci. Le risposte che cerchiamo sono lì. Mi sembra evidente.”
“Lo penso anche io. Ma è meglio che ti riposi, Jim. Sei molto pallido. Mangia qualcosa.”
“No, dannazione. Io vengo con-”
Il commissario ebbe un mancamento e il detective dovette sorreggerlo. Con cautela, lo aiutò a sedersi dietro alla scrivania.
“No, Jim. Tu rimani qui e ti riposi. Ti aggiornerò immediatamente, non appena ottengo delle risposte. Hai la mia parola.”
Gordon annuì, riluttante.
“Maledizione. Va bene. Ma fai in fretta, Batman. Gli abbiamo messo i bastoni tra le ruote. Chissà cosa farà, adesso.”
Batman annuì e si recò verso la finestra.
“Lo fermeremo, Jim.”
Detto questo, si gettò nel vuoto e sparì.

Stagliata contro il cielo rosso ed immersa nell'oscurità, la struttura gotica di Arkham Asylum sembrava un'enorme tomba. Come se un gigante fosse stato sepolto sull'isola, lontano dalla città e dagli occhi dei suoi abitanti.
Batman scese dalla moto e si avviò verso l'entrata. Ormai, le guardie lo facevano passare dal cancello senza domande. Entrato nell'edificio, si trovò faccia a faccia con l'infermiere Stevens, lo stesso che aveva portato il televisore e la rivista di enigmistica a Nygma, l'ultima volta che il detective era stato lì. Sembrava molto pallido e aveva l'aria di non aver dormito molto bene. I suoi occhi erano arrossati e i suoi capelli scomposti.
“Buonasera, Batman. Devi vedere un paziente?”
“Ho delle domande da fare.”
“Certo. Dimmi pure di chi si-”
“A lei, infermiere Stevens.”
Ci fu un momento di silenzio.
“A me? E perché mai-”
“Non ho molto tempo, Stevens. Quindi non me ne faccia perdere altro. Jeremiah Arkham è morto. Il sindaco è morto. L'intera città è in pericolo.”
“Lo so, ma-”
“C'è Jervis Tetch, dietro a tutto questo. E credo che lei sappia cosa lo ha portato a tanto.”
“Io... Forse, sì. Ma... Io-”
“C'è un posto dove possiamo parlare da soli?”
L'infermiere sospirò, rassegnato.
“La guardiola del primo piano. Ci sono solo io lì, stanotte. Seguimi...”
I due uomini si avviarono. I loro passi echeggiavano nei grandi corridoi di pietra del manicomio.
Come aveva detto l'infermiere, la guardiola era deserta. Ad aspettarli, c'era solo l'odore del caffè, misto a disinfettante e candeggina. Classici odori ospedalieri. Su un tavolino, c'era un piccolo televisore, acceso ma con il volume al minimo.
Per essere Arkham, il piano era molto silenzioso. Tutti i pazienti sembravano dormire. Del resto, come Batman sapeva bene, quell'ala dell'istituto aveva i pazienti più tranquilli. Quelli curabili.
Stevens si sedette su una poltroncina spellata.
“Perché sei venuto da me?” Gli chiese. “Perché non un altro infermiere?”
Batman rimase in piedi.
“Lei è il più anziano. Lei era qui, quando ci lavoravano Reese e Loomis.”
Stevens tirò fuori delle gomme alla nicotina e si mise a masticarne una, freneticamente.
“Sì, è vero.”
“Era anche qui la prima volta che ci portai Jervis Tetch.”
L'infermiere annuì, tristemente.
“Sì. C'ero. Lo ricoverammo proprio in questo reparto, in effetti.”
“Perché era recuperabile. Non era un caso disperato. Era malato, ma non era un mostro.”
“Sì...”
“Ma ora lo è. E lei sa perché.”
Stevens si passò una mano tra i capelli.
“Io... Forse. So cosa è successo qui. Ma, non lo so, non capisco... Non capisco perché stia facendo tutto questo proprio ora. E' stato tanto tempo fa...”
“Ora lei mi dirà tutto quello che è successo.”
“Va bene...”
“Ma prima, le devo chiedere di rimanere immobile.”
Batman estrasse lo scanner per i microchip. Stevens si alzò in piedi, allarmato.
“Cosa vuoi farmi? Ti prego, non-”
“Non si preoccupi. E' per accertarmi che lei non abbia i chip del Cappellaio Matto. Che non la controlli come ha controllato quella folla.”
L'infermiere sgranò gli occhi.
“Puoi... Puoi davvero accertartene?”
“Sì. Ma deve rimanere immobile.”
L'uomo annuì e Batman procedette.
“Luce verde. Lei non ha nessuno chip.”
“Oh, grazie a Dio.”
Stevens crollò nuovamente sulla sediA.
“Ora, mi dica tutto quello che sa.”
L'infermiere si schiarì la gola, poi si mise in bocca un'altra gomma alla nicotina e iniziò a raccontare.
“Sono passati dieci anni, forse di più. Tu portasti qui Tetch, dopo che aveva cercato di rapire quella ragazza. Quella di cui era innamorato. Alice qualcosa.”
“Alice Albright.”
“Giusto, sì. Jervis era ossessionato da quella povera ragazza, ma lei era fidanzata con un altro. Così, infine, ricorse alla tecnologia e prese il controllo della sua mente. Voleva fuggire via con lei, per andare chissà dove. Aveva preso anche il controllo del suo capo, del fidanzato di Alice e di altra gente. Era disperato, completamente delirante. Ma tu lo fermasti.”
“Sì, tutto questo lo so. “Disse impaziente Batman, che ricordava perfettamente lo scontro che aveva avuto con Tetch, in un parco dei divertimenti ispirato al Paese delle Meraviglie. Per fortuna, alla fine nessuno si era fatto male.
“Sì, scusa. Ma è qui che inizia la storia. Ti ricordi com'era Tetch, allora?”
Batman annuì.
“Instabile. Malato. Ma recuperabile. Non come ora. Non così crudele. Non così pieno di odio.”
“Esatto. Tu credevi che avremmo potuto riportarlo alla normalità. Anche il dottor Arkham lo credeva. E anche io. Poteva diventare un brav'uomo. Ed era brillante. Un genio, in effetti. Chissà cosa sarebbe potuto diventare, se non ci fossero stati loro.”
Stevens ora fissò Batman dritto negli occhi.
“Reese e Loomis, quei due bastardi.”
“Che cosa gli fecero?”
L'infermiere sospirò e tornò a fissarsi le mani.
“Quando Tetch arrivò qui, Loomis era un inserviente da un paio d'anni. Reese invece era stato assunto solo poche settimane prima, come infermiere. Ha! Infermiere! Quel ragazzo era un sadico, Batman, credimi. Aveva scelto questo lavoro perché gli dava modo di tormentare dei poveri malati. Non ho dubbi, su questo. Non aveva un solo osso empatico in tutto il corpo.”
“Anche Loomis era così?”
Stevens inclinò la testa, pensandoci su.
“No. Non era così crudele. Ma era un uomo stupido e ignorante. E Reese fece colpo su di lui. Divennero amici, potremmo dire. E il loro passatempo preferito divenne proprio Jervis Tetch.”
Stevens tirò nuovamente fuori le gomme, poi ci ripensò.
“Fu graduale. Inizialmente, notammo solo dei lividi leggeri, sulle braccia. Jervis sosteneva di esserseli procurati da solo, prendendo a pugni il muro. Non era il primo paziente a farlo, così gli credemmo. Poi cominciarono a comparirgli su tutto il corpo. Un giorno, notai che perdeva sangue dal naso e lo portai a farsi una lastra. Il naso era fratturato.”
“Vi disse che erano stati loro?”
“No. Purtroppo, non ebbe mai il coraggio di dircelo. Ma, un paio di settimane dopo, notai una bruciatura di sigaretta sulla sua nuca. Gli chiesi di togliersi la maglietta e.... Mio Dio, Batman. La sua schiena era completamente ricoperta di bruciature. A decine. E alcune erano vecchie. Mi resi conto che le aveva da settimane.”
La mascella di Batman si irrigidì.
“Continui.”
“Tetch e io andavamo abbastanza d'accordo. Ero gentile con lui e lui era educato con me. Cercai di convincerlo a dirmi chi era stato, ma senza successo. Gli dissi che lo avremmo protetto dagli altri pazienti. Ovviamente, la cosa non lo confortò. Non pensavo che fossero stati dei dipendenti, capisci? Pensavo fosse successo in cortile o nei bagni. Cerchiamo di evitare cose del genere, ma era l'unica spiegazione che mi veniva in mente.”
Batman annuì.
“A quei tempi, io lavoravo quasi sempre di notte. Era Reese che lo portava a fare la doccia. Andai da lui e gli chiesi come mai le bruciature non erano state riportate nei registri. Mi disse che non se n'era accorto, che quando portava Tetch a fare la doccia non stava a fissarlo. Che non erano affari suoi. Non mi piaceva quel ragazzo, Batman. Non mi piacque da subito. Ma pensai che fosse solo pigro e poco attento. Non mi venne in mente potesse essere lui, il responsabile. Che idiota... Ero naive, Batman. Troppo.”
La dipendenza ebbe la meglio. Stevens si mise in bocca una terza gomma alla nicotina.
“Poi, venne quella notte. La peggiore notte della vita di Jervis Tetch, immagino. Era qui da due mesi e aveva sopportato in silenzio i tormenti di quei due schifosi. Le botte, le bruciature, gli stuzzicadenti sotto le unghie... Senza mai dire nulla, spaventato da quello che avrebbero potuto fargli, se li avesse denunciati. ”
L'infermiere masticava freneticamente.
“Ma quella notte, esagerarono. Si fecero prendere troppo la mano. E il povero Jervis non riuscì a trattenere le urla. Io, il dottor Arkham e un paio di infermieri corremmo nella sua stanza. Ciò che trovammo... Non lo dimenticherò mai. Lo avevano torturato, Batman. Lo avevano preso a cinghiate. Gli avevano strappato i capelli. Aveva perso dei denti. Gli avevano strappato delle unghie. Gli avevano spento addosso delle sigarette. Era quasi svenuto, a terra, e loro continuavano a prenderlo a calci e a dargli del finocchio, del fallito, del rifiuto umano. Se prima era per divertimento, quando arrivammo sembrarono picchiarlo perché li aveva fatti scoprire. Reese guardò me e.... E sorrise. Quel pezzo di merda mi sorrise e mi chiese qual era il problema. Era solo un piccolo pervertito, no? Che importanza poteva avere? Fu più forte di me, Batman. Gli ruppi il naso. Poi, gli altri infermieri mi fermarono prima che potessi colpire anche quel cazzo di inserviente. Lui se ne stava in un angolo, imbambolato, come se si rendesse conto solo in quel momento di cosa avevano fatto.”
Stevens guardò nel pacchetto. Le gomme erano finite.
“Fanculo... Comunque, venne chiamata la polizia e Jervis fu portato in infermeria.”
“Gordon non ne ha mai saputo nulla.”
“Sì, non c'era. Era in vacanza da qualche parte, credo. Con la figlia. Vennero due agenti, accompagnati dall'assistente del procuratore distrettuale in persona. Il futuro sindaco Jameson.”
Batman sgranò gli occhi.
“Jameson? Jameson sapeva?”
Stevens annuì, amareggiato.
“Oh, sì. Sapeva eccome. Mandò via i poliziotti e disse che ci avrebbe pensato lui. La cosa non mi piacque affatto, ma speravo che poi avrebbe fatto comunque arrestare quei bastardi. Te l'ho detto, ero troppo naive, una volta. Ora so che Jameson aveva lasciato detto ad alcuni poliziotti di avvertirlo, ogni volta che c'entrava in qualche modo Arkham.”
Si passò le mani tra i capelli.
“Ci fu una riunione. Eravamo presenti io, il dottor Arkham, quei due bastardi e Jameson. Ah, e un avvocato. L'avvocato fu un'idea di Jameson. Disse che era meglio avere un legale che rappresentasse l'istituto. Chiamarono un certo Fines. So che poi divenne un pezzo grosso.”
Batman strinse i pugni.
“Gary Fines?”
“Mi pare, sì. Perché?”
“Perché è stato la prima vittima del Cappellaio Matto. Il primo che ha fatto uccidere da Ragdoll.”
L'infermiere sbiancò.
“Oh, cazzo...”
“Continui la storia.”
“Io speravo che volessero fare il culo a strisce a quei due pezzenti. Ci contavo. Quindi, puoi immaginare come mi si gelò il sangue nelle vene, quando vidi Jameson dare una pacca sulla spalla del dottor Arkham e assicurargli che sarebbe andato tutto bene. Vedi, Batman, a quei tempi non erano ancora amiconi, ma erano sulla buona strada. E Jameson aveva grandi ambizioni. Voleva diventare sindaco. Amava la sua immagine di uomo duro contro il crimine. Se fosse uscita fuori quella storia, Arkham avrebbe perso dei finanziamenti. La gente avrebbe messo in discussione il sistema. Avrebbero provato pena per i pazienti. Le cose non sarebbero sembrate più bianche o nere. E a Jameson serviva che tutto rimanesse uguale. Altrimenti non sarebbe sembrato l'eroe della situazione, no?”
Stevens sorrise amaramente, disgustato.
“Mi fu detto molto chiaramente che non dovevo dirlo a nessuno. Che avrei perso il mio lavoro, altrimenti.”
“Chi lo disse?”
“Jameson.”
“E Jeremiah Arkham era d'accordo?”
Stevens ci pensò un attimo.
“Lui non disse molto. Ma, sai, non credo che fosse cinico come Jameson. Ho lavorato anni per lui, prima e dopo quella notte. Credo che, dal suo punto di vista, andasse protetto l'istituto. Che fosse per il bene comune. Gli dispiaceva sinceramente per Tetch, ma non voleva mettere a rischio Arkham. La verità era troppo scomoda, andava spazzata sotto il tappeto. E, del resto, non posso definirmi tanto meglio di lui. Vedi, alla fine accettai. Una volta che mi fu assicurato il licenziamento di quei due bastardi, mi convinsi che, restando lì, avrei potuto aiutare i pazienti. Che due mele marce non potevano rovinare tutto quello che facevamo lì. E altre stronzate del genere. Mantenni il silenzio, come tutti i presenti. Fines stese un documento e lo firmammo tutti, garantendo la segretezza, e poi andammo ognuno per la sua strada. I due bastardi se ne andarono, felici di non finire in galera, Jameson continuò la sua scalata verso il potere, il dottore continuò a gestire Arkham e io continuai a fare del mio meglio, cercando di ignorare la vergogna che provavo fino alle ossa.”
“E Tetch?”
Stevens si grattò il mento, ruvido di barba.
“Anche lui firmò quel documento, quando si svegliò. Gli fu spiegato tutto. Fui io a spiegarglielo, in effetti. Poi, Fines gli fece firmare il documento e se ne andò via di fretta, senza neanche stringerli la mano. E sai qual è la cosa peggiore? Jervis non si arrabbiò. Sembrò accettare tutto quanto come normale, tipico. Lo accettò con tristezza e rassegnazione. Il sistema aveva deciso che il suo dolore era trascurabile, e lui non era sorpreso. Rimase ad Arkham finché le ferite non furono guarite, poi il dottor Arkham lo fece uscire prima. Perché si sentiva in colpa, immagino.“
“Fu il suo secondo errore.” Disse Batman, severo.
“Hai ragione. Avremmo dovuto aiutarlo. Provare a curarlo. Invece, lo avevamo torturato e poi gettato di nuovo nel mondo. Avevamo solo peggiorato le cose. E infatti, ricominciò con il controllo mentale. E con il crimine. Non chiederò il tuo perdono, Batman. Non lo merito. Come non merito quello di Jervis. Fui un codardo. Probabilmente, verrà anche per me.”
“No, non credo.” Gli rispose il cavaliere oscuro.
“Perché?”
“Lei fu gentile con lui. Non lo tormentò. E prese a pugni Reese. Credo che, nella sua mente, Jervis non la metta sullo stesso piano degli altri presenti alla riunione.”
Stevens scoppiò in lacrime. Batman lo osservò, senza consolarlo. Provava disgusto per le sue parole, e anche per le sue azioni. O meglio, per come non avesse agito.
Ma provava anche pietà per lui.
“La ringrazio, ora è tutto più chiaro.”
Stevens lo guardò, asciugandosi gli occhi.
“Ma ci sono delle cose che non capisco! Perché uccidere tutte quelle persone? E perché ora, dopo tutto questo tempo? E perché in modo così... Così crudele? Negli anni ha commesso tanti crimini, ma questo... Questo è diverso.”
Batman annuì.
“Sì. E' diverso.”
Il detective si toccò il mento, riflettendo.
“Credo che Jervis Tetch odi questa città più che mai. Credo che voglia punirla e che la incolpi per tutto ciò che gli è successo. Credo che ci sia un motivo se questo odio è esploso proprio adesso, ma non so ancora quale sia. Credo anche che le morti, oltre a un'espressione del suo odio, fossero un modo di nascondere i veri obbiettivi. Fines. Loomis. Reese. Uccidendoli insieme a tanti altri e manovrando altri criminali, ci ha depistato. Gli ha dato il tempo di estendere il suo controllo mentale a tutta Gotham. Così, ha potuto uccidere anche Jameson e Arkham, manipolando una folla intera. E ha potuto far vedere la sua opera a tutta la città.”
Stevens sbiancò.
“Tutte quelle morti solo per nascondere i suoi veri bersagli?”
“Anche.” Lo corresse Batman. “Come ho detto, credo che Tetch odi questa città più che mai. Qualcosa gli ha fatto tornare in mente tutto ciò che gli è stato fatto, e l'ha portato a credere che l'intera città sia malvagia, da punire. Qualcosa lo ha spinto finalmente oltre il limite.”
Come a confermare le sue parole, sullo schermo del piccolo televisore apparve la scritta EDIZIONE STRARDINARIA. L'infermiere alzò il volume e i due uomini guardarono lo schermo, preparandosi al peggio.
“Folle inferocite di cittadini stanno devastando la città. Centinaia di persone si sono riversate per strada e stanno attaccando i passanti, distruggendo tutto ciò che incontrano e gettando Gotham nel caos. Fonti vicine alla polizia hanno dichiarato che il comportamento è probabilmente della stessa natura di quello visto ieri, quando il sindaco Jameson è stato ucciso dal pubblico presente alla conferenza stampa. Sebbene non sia stato confermato, delle voci sembrano affermare che dietro a tutto questo ci sarebbe Jervis Tetch, detto anche Il Cappellaio Matto. Per ora, non sembrano esserci dei morti, ma-”
“Devo andare.” Disse Batman.
L'altro lo guardò, terrorizzato.
“Lo fermerai, vero? Lo prenderai. Ti prego, devi. E' anche colpa mia.”
“Lo fermerò.”
Detto questo, uscì dalla stanza, avviandosi verso l'uscita.

La moto sfrecciava nella notte. Il detective attivò il comunicatore.
“Alfred.”
“Signorino Bruce! Ha sentito cosa sta succedendo?”
“Ho sentito. Sto venendo via da Arkham proprio adesso. Vado in città.”
“Sir, ma come farà a fermarli tutti? Sono così tanti...”
“Lo so. Manda un messaggio a tutti i nostri alleati e carica la batmobile con i proiettili di gomma antisommossa. Purtroppo, forse dovremo-
“Forse non sarà necessario, signor Wayne.” Disse Lucius Fox, inserendosi nella chiamata.
“Lucius!” Disse Alfred. “Che cosa-”
Abituato come era a ricevere brutte notizie, Batman quasi non registrò le parole dell'amico.
“Ce l'ho fatta, Bruce! Ce l'ho fatta!” Lucius tratteneva a stento il proprio entusiasmo. “Ho trovato l'origine del segnale!”
“Ottimo lavoro, Lucius!” Esclamò il maggiordomo.
“Sai dov'è Tetch?” Chiese Batman.
“Sì! Le sto mandando ora le coordinate.”
“Ottimo lavoro, Lucius. Alfred, manda le coordinate a Gordon, per favore.”
“Certo, sir. Buona fortuna.”
Alfred si tolse dalla comunicazione.
“Ho un'altra buona notizia, signor Wayne.” Disse Lucius.
“Che cosa?”
“Sono riuscito ad interrompere il segnale. Momentaneamente, almeno.”
“Vuol dire che quei cittadini sono tornati normali? I disordini sono finiti?”
“Per ora sì, signor Wayne. Sono riuscito a prendere il controllo delle trasmissioni e a interromperle. Ma è meglio che lei si sbrighi. Tetch è estremamente abile, riuscirà a riprendere il controllo. Conosce la tecnologia in questione molto meglio di me.”
“Grazie, Lucius..”
“Lo vada a prendere, signor Wayne.”
“Ci puoi giurare.”
Batman chiuse la chiamata e accelerò, spingendo la moto al limite e sparendo nella notte.
Era giunto il momento della resa dei conti.


FINE CAPITOLO 7








mercoledì 22 luglio 2020

Batman: Caduta Libera - Capitolo 6



CAPITOLO 6

 PUPAZZI

“Jervis Tetch, ancora non ci credo...” Mormorò Gordon, mentre cercava di tenere il passo con Batman. Il cavaliere oscuro non gli rispose, continuando a camminare.
Un violento temporale impazzava nel cielo, mentre grossi lampi proiettavano le loro ombre attraverso il lungo corridoio di Arkham che stavano attraversando. Era ormai mattina da un paio d'ore, ma le nubi scure sembravano aver prolungato la notte in maniera indefinita. A volte, a Gotham, veniva quasi il timore che il sole non sarebbe più sorto.
“Parlami della metropolitana.” Disse infine Batman. “Quanti morti?”
Gordon fece per tirare fuori la pipa, poi ci ripensò.
“Ventisette. Ventisette morti e diciannove feriti, di cui quattro molto gravi.”
“Maledizione...”
Erano arrivati alla fine del corridoio, ad una porta metallica con sopra la dicitura “BLOCCO DETENTIVO C: MASSIMA SICUREZZA”.
La porta si aprì e ne uscì una guardia dall'aria stanca e nervosa.
“Batman. Commissario Gordon. Venite, il direttore vi sta aspettando.”
I due uomini lo seguirono.
“Il direttore ha eseguito i controlli che gli abbiamo chiesto?” Chiese Batman.
La guardia si strinse nelle spalle.
“Non lo so. Mi ha detto solo di venirvi a prendere.”
Gli occhi di Batman divennero due fessure irritate, ma non disse nulla.
“Tranquillo.” Gli disse Gordon, interpretando correttamente il suo sguardo. “Avrà fatto quello che hai chiesto. Si fida di te.”
Batman annuì brevemente, ma non disse nulla.
Infine arrivarono a una stanza spoglia e illuminata da una luce al neon tanto brillante quanto sgradevole. Al suo interno, in piedi, c'era il direttore del manicomio, il dottor Jeremiah Arkham. Davanti a lui c'era un vassoio metallico, ricoperto da un telo bianco.
“Buongiorno, signori.”
Batman e Gordon fecero un cenno impaziente di saluto.
“Ha trovato dei riscontri?” Chiese subito Batman.
Il direttore annuì.
“Abbiamo eseguito i controlli non appena ci avete informati. Abbiamo sedato i pazienti e abbiamo ispezionato i loro corpi. Avevate ragione. Abbiamo trovato questi...”
Jeremiah sollevò il telo. Sul vassoio c'erano due minuscoli microchip, grandi quanto un dente, e una lente di ingrandimento. Osservando i chip da vicino, Batman vide che erano entrambi contrassegnati con “10/6”, come la carta che il Cappellaio Matto portava sul proprio cappello.
“Come erano stati applicati alla pelle dei criminali?” Chiese Gordon.
Arkham girò uno dei microchip e porse la lente di ingrandimento al commissario.
“Come può osservare, ci sono delle minuscole ma fitte punte metalliche, sul retro dei microchip. Erano infilati nella pelle dei soggetti. Quello di Nygma era dietro il suo orecchio, quello di Buchinski sulla spalla. Jervis Tetch è migliorato molto, sono davvero dei dispositivi incredibili.”
Batman raccolse uno dei microchip e lo analizzò con il proprio scanner forense. Era stupefacente quanti dati sembrasse contenere.
“Con il tuo permesso, Jim, ne prendo uno. Voglio analizzarlo con calma, qui non ho tutti gli strumenti necessari.”
“Certo. Io ora chiamo la centrale, dovrebbero aver finito di ispezionare i cadaveri di Killer Moth e Ragdoll. Per una volta, la lunga fila di autopsie ci è stata d'aiuto. Altrimenti, il corpo di Merkel sarebbe già cenere...”
Gordon tirò fuori il proprio cellulare ed uscì dalla stanza. Batman mise il microchip in una tasca della sua cintura.
“Nygma e Buchinski si sono risvegliati?” Chiese al direttore.
“Sì, circa mezz'ora fa.”
“Sono stati messi al corrente di cosa gli è stato fatto da Tetch?”
Il direttore annuì.
“Sì. Non erano affatto contenti. Soprattutto Nygma. Ha aggredito una delle guardie e siamo stati costretti a mettergli una camicia di forza.”
Batman annuì, pensoso.
“Vorrei parlargli.”
“Certo.”
Gordon rientrò nella stanza.
“Anche i cadaveri di Walker e Merkel avevano dei microchip. Walker ne aveva uno sulla schiena e Merkel....” Gordon si schiarì la voce. “Merkel ce l'aveva dietro una palpebra.”
“Gesù...” Mormorò il dottor Arkham.
Un altro lampo illuminò la stanza, proiettando le loro ombre, distorte e mostruose, sulle squallide piastrelle di porcellana.

“Nygma è nella stanza numero 37, da questa parte.”
Il dottor Arkham li guidò, percorrendo un corridoio di pesanti porte metalliche numerate. Le porte avevano dei piccoli spiragli muniti di sbarre, dai quali occhi spiritati osservavano i tre uomini passare. Il Blocco C conteneva il peggio del peggio, e molti di quegli ospiti (se non tutti) erano stati portati lì da Batman stesso.
Ad un certo punto, passarono davanti alla porta numero 17 e Batman udì una voce, tanto familiare quanto detestata.
“Bats! Bentornato a casa! Come procedono le cose, là fuori? E' sempre il solito manicomio?”
“Dannazione...” Borbottò Arkham. “Speravo dormisse...”
“Perché, lo ha mai visto dormire?” Ribatté Gordon, senza voltarsi a guardare gli occhi verdi ed euforici che li scrutavano dallo spiraglio.
“Oh, Jimbo, non ti offendere! Sono felice di vedere anche te!”
“Andiamo.” Disse Batman, ignorando i lazzi del Joker.
Il pagliaccio rise sguaiatamente.
“Il piccolo Jervis! Ma ci credi, Batman? Chi l'avrebbe mai detto! Oh, quel ragazzo si sta rivelando un'enorme soddisfazione! Guarda che aria arrabbiata, che hai! Sono quasi invidioso.”
“Andiamo.” Ripeté Batman, sempre ignorando il supercriminale.
“Ma come fa a sapere che è stato Tetch?” Chiese Gordon. “E' un'informazione che sappiamo ancora in pochissimi. Credi che c'entri qualcosa?”
Batman scosse la testa.
“No, non ci sono prove del suo coinvolgimento. E' il gioco del Cappellaio Matto, questa volta.”
“Lui sa sempre tutto, qui dentro.” Disse Jeremiah Arkham, con tono irritato. “Non so come faccia.”
“Mi spezzi il cuore, Bats!” Urlò Joker, con tono falsamente offeso. “Neanche un saluto? Una torta? Qualche foto dei cadaveri? Guarda che non ti parlo più, brutto cattivone!”
Le risate del Joker li seguirono attraverso il corridoio, ma nessuno dei tre gli diede la soddisfazione di rispondergli. Intanto, nel cielo, il sole iniziava finalmente a filtrare, timidamente, attraverso le nuvole e lo smog rossiccio di Gotham.

Nygma se ne stava seduto sulla branda, a fissare la parete con sguardo furente. I suoi capelli erano in disordine e gli occhiali erano storti. La camicia di forza era allacciata strettamente dietro la sua schiena, ma lui continuava comunque a divincolarsi, cercando di togliersela e borbottando sottovoce.
“Quando uscirò di qui, troverò quel piccolo verme. Chi accidenti si crede di-”
“Sembri di malumore, Edward.” Disse Batman, con voce fredda.
“Tu!”
L'Enigmista si voltò di scatto a guardare il detective, che era appena arrivato davanti alla sua cella e lo osservava dallo spiraglio. Poco dopo, Gordon e il Dottor Arkham arrivarono alle sue spalle.
Il dottore usò la sua tessera magnetica per aprire la porta e i tre uomini entrarono.
“Che cosa vuoi?” Sbraitò il criminale, con tono impaziente. “Vattene, ho da fare!”
“A quanto pare, Jervis Tetch ti ha fregato per bene.” Disse Gordon, con un sorriso sarcastico. “Arrabbiato?”
“Silenzio!” Urlò Nygma, chiudendo gli occhi, come per respingere l'idea stessa. “Nessuno frega me! Nessuno!”
“Eppure...” Continuò Gordon.
“Silenzio!”
“Ricordi nulla, Nygma?” Gli chiese Batman, senza tanti preamboli. “Ricordi qualunque cosa che potrebbe aiutarci a trovarlo?”
Il criminale lo fissò con odio.
“Non vi dirò nulla. Sarò io a trovarlo. Io! E gliela farò pagare. Nessuno fa questo a me!”
“Fa cosa, Nygma?” Chiese Batman, con tono duro. “Ti manipola? Ti usa come un pupazzo? Ti toglie la volontà?”
“Silenzio!”
“Ora sai cosa provano le tue vittime quanto le metti in una delle tue trappole. E' brutto non avere il controllo, vero?”
“Non osare-”
Batman lo sollevò di peso, facendolo arrivare quasi al soffitto. Gordon non batté ciglio, mentre il dottor Arkham si girò dall'altra parte, facendo finta di niente.
“Ascoltami bene, Nygma.” Disse il cavaliere oscuro. “Ora tu mi dirai tutto ciò che ti viene in mente. Qualsiasi cosa possa aiutarci a trovare Tetch,”
“E perché mai dovrei farlo, detective?” Disse il criminale, con tono profondamente sprezzante. “Io non ti devo nulla!”
“Ma vuoi trovare Il Cappellaio tanto quanto noi.” Disse Batman.”Vuoi fargliela pagare.”
“Posso farcela da solo, non-”
“So che intendi evadere. “Replicò il cavaliere oscuro. “E probabilmente ci riuscirai, prima o poi. Ma quanto tempo passerà? Tetch potrebbe scappare. Potrebbe sfuggirci. E' questo che vuoi?”
“Lo troverò prima di voi! Voi, ignoranti-”
“Dimentichi una cosa, Eddie.” Disse Gordon.
Il criminale si voltò brevemente verso di lui, con sguardo indifferente. Batman poteva essere considerato un valido avversario, ma non poteva essere più chiaro che Gordon, per Nygma, era assolutamente insignificante.
“Sarebbe?”
“Al momento, sei il principale indiziato per le stragi e gli omicidi degli ultimi giorni. Niente Arkham, questa volta. Parliamo di Blackgate. Massima sicurezza. Niente stanze singole. Ti metteranno in mezzo al peggio del peggio. Parliamo di ergastolo. Anzi, ergastoli. Plurale.”
L'Enigmista strabuzzò gli occhi.
“Ma cosa diavolo vai farneticando? Ero sotto il cont- E' stato Tetch! Lo sapete benissimo!”
“Al momento, nessuno sa dei microchip, Nygma.” Disse Batman. “Nessuno tranne noi, Buchinski e il personale di Arkham.”
“Vuoi che dica al procuratore che eri il pupazzo di Tetch, o preferisci essere considerato padrone delle tue azioni?” Disse Gordon. “A noi non fa differenza.”
Nygma digrignò i denti.
“State bluffando! Non mi addossereste mai la colpa! Non lascereste mai che Tetch se la cavasse!”
Batman avvicinò gli occhi di Nygma ai suoi.
“Hai ragione. Non a lungo termine. Ma magari non ci faremmo troppi problemi a lasciarti marcire in carcere per un po', mentre noi cerchiamo il vero colpevole senza il tuo aiuto.”
Gli occhi di Nygma si dilatarono.”
“Potremmo lasciare che tu diventi il capro espiatorio del procuratore.” Disse Gordon. “Se rifiuti di aiutare noi, perché dovremmo aiutare te? E chissà quanto ci vorrebbe, per catturare Tetch. Magari persino dei mesi.”
“Voi.... Voi...” La rabbia lo aveva reso afasico. “Come vi permettete! Non potete-”
Batman lo mise a sedere sulla branda.
“Non c'è bisogno di arrivare a questo, Nygma “ Gli disse. “Tu dicci cosa sai, e faremo in modo che il procuratore prenda in esame tutti i fatti. Ci assicureremo che tu non venga considerato responsabile delle stragi e degli omicidi. Sconterai solo qualche mese per le trappole che ha trovato la polizia.”
“Ah, molto gentile da parte tua!”
“E poi, se ci aiuti, potrai comunque fargliela pagare.” Disse Gordon. “Prima del processo, Tetch finirebbe senz'altro qui ad Arkham. E forse anche dopo, se gli viene data l'infermità mentale. Avresti modo di rifarti.”
L'Enigmista corrugò la fronte.
“Io... Fatemi pensare. Sono stufo di queste chiacchiere inutili. Devo pensare.”
Passarono alcuni minuti di silenzio, e gli altri tre uomini non lo interruppero. Non fecero fretta a Nygma e non lo annoiarono con chiacchiere inutili. Non gli dissero che il procuratore era già stato informato venti minuti prima dei microchip, ad esempio. E di certo non gli dissero che avevano già concordato, una volta arrestato, di mettere Jervis Tetch il più lontano possibile da Nygma e Buchinski, dall'altra parte della struttura psichiatrica.
Non c'era motivo di dirgli tutte quelle cose, e sarebbe stato maleducato interrompere i suoi pensieri con delle chiacchiere inutili, così aspettarono in silenzio.

Infine, Nygma si schiarì la gola e parlò.
“Vi aiuterò.” Disse. “Da soli, non possedete il sufficiente intelletto per catturarlo. Avete bisogno di me.”
Batman e Gordon si scambiarono un rapido e impercettibile sguardo esasperato. Il suo tono era di una fierezza quasi disperata. La sua convinzione artificiale, forzata. A quanto pare, aveva speso gran parte di quei minuti di silenzio a razionalizzare la propria sconfitta, a rigirare il tutto per sentirsi di nuovo l'uomo più intelligente della città. Ma non sembrava crederci davvero, per una volta. A loro, comunque, i suoi monologhi tronfi andavano benissimo. Qualunque cosa lo aiutasse a dormire la notte. Bastava che parlasse.
“In cambio, però, voglio alcuni privilegi.” Disse Nygma.
“Ad esempio?” Chiese il Dottor Arkham, con tono forzatamente pacato.
“Una televisione, voglio vedere i telegiornali. Accesso a internet ogni sera. Riviste di enigmistica nuove tutti i giorni. E cibo decente.”
“Puoi avere un televisore e riviste di enigmistica una volta a settimana. Niente internet, non se ne parla. E il cibo che vi diamo e assolutamente adeguato.”
“Questo lo dice lei...”Borbottò Nygma, stizzito.
“Siamo d'accordo?” Replicò Arkham, freddamente.
L'Enigmista lo guardò con odio.
“D'accordo, ma voglio che dica subito a un infermiere di portarmi ciò che ho chiesto.“
Il dottore chiamò un infermiere.
“Stevens, porta un televisore nella stanza di Nygma. E cerca di procurarti una rivista di enigmistica, se possibile.”
“Sì, dottore.”
Nygma cercò di sembrare compiaciuto, ma non gli riuscì molto bene. Era stato messo al muro e lo sapeva.
“Ora parla.” Disse Batman. “Cosa ricordi?”
Nygma aggrottò la fronte.
“Non ricordo Tetch. Non ho nessun ricordo recente di lui. Non lo vedo da anni, dall'ultima volta che eravamo entrambi rinchiusi qui.”
“Qual è il tuo ultimo ricordo?” Chiese Gordon, nascondendo a stento la sua impazienza.
Nygma rifletté.
“Ero nel mio covo di Founder's Island. Dove mi avete trovato. Stavo apportando le ultime migliorie a una mia trappola. La sala del cervello.”
“L'ho vista.” Disse Batman.
L'Enigmista lo guadò intensamente.
“Tu... L'hai affrontata?”
“Io e Catwoman.”
“E l'avete risolta?”
“Temo di sì.”
Il viso di Nygma si irrigidì.
“Ti ricordi che giorno era?” Gli chiese Gordon.
“Primi giorni di settembre.”
“Quasi due mesi fa.” Disse Batman.
Nygma annuì, irritato.
“Spiegami una cosa, detective.” Disse, dopo qualche istante. “Quando mi avete affrontato, non avete capito che ero sotto il cont- Che era Tetch?”
“No.”
“Mi comportavo come me stesso.”
“Sì. Tetch ha detto di aver inserito una sorta di pilota automatico. Ha lasciato che fossi te stesso, che utilizzassi le tue trappole e parlassi come fai di solito.”
“Ma non me lo ricordo. Poi però lui ti ha parlato, vero? Direttamente.”
“Sì.”
“Usando me?”
Batman studiò gli occhi di Nygma. Erano pieni di rabbia, ma contenevano anche un'emozione che non gli aveva visto spesso: la vulnerabilità. Era spaventato da ciò che gli era stato fatto, sebbene cercasse di nasconderlo.
“Sì. Come una marionetta.”
Nygma ringhiò.
“Oh, me la pagherà. Me la pagherà...”
“Non ricordi altro?” Gli chiese Gordon. “Nulla che potrebbe condurci a lui?”
Nygma scosse la testa.
“Ma posso dirvi una cosa, in quanto ingegnere.”
Ora i tre uomini ne studiarono il viso.
“Che cosa?” Chiese Batman.
“Un controllo del genere richiede un segnale molto potente. Un segnale del genere richiede apparecchiature imponenti, qualcosa che non passerebbe inosservato. Un grosso ripetitore, con ogni probabilità.”
Batman annuì, senza entusiasmo.
“Sì, ci ho già pensato. Lo cercheremo.”
“Un'altra cosa.” Continuò Nygma, che sembrava intenzionato ad apparire più furbo del detective. “Se fossi in voi, studierei bene le vittime di Tetch. E' un piccolo verme ed è pazzo, ma non è come Joker. Ci deve essere un motivo, se ha fatto tutto questo. Forse se lo trovate, troverete lui.”
Batman annuì di nuovo. Anche questo gli era già chiaro.
Alle loro spalle, qualcuno si schiarì la gola. Era Stevens, l'infermiere. Portava un vecchio, piccolo televisore e una rivista di enigmistica.
“Grazie, Stevens” Disse Jeremiah.
“Il cruciverba in copertina è già compilato per metà!” Disse Nygma, con indignazione. “Come osate?”
“Sta zitto.” Gli disse Gordon. “Potrebbe andarti molto peggio.”
“Ad esempio?” Replicò lui, stizzito.
“Potresti essere ancora un pupazzo nelle mani del Cappellaio Matto.”
Nygma rimase in silenzio. Il dottor Arkham gli fece togliere la camicia di forza dall'infermiere e i quattro uomini fecero per uscire dalla stanza, mentre il criminale accendeva il televisore e cercava qualcosa che soddisfacesse il suo interesse.
“Bah, sport! Roba da trogloditi! Film polizieschi, patetici! Quell'insulso canale finanziario di Wayne, disgustoso. E poi neanche si vede bene....”
L'Enigmista continuò a borbottare, mentre gli altri uscivano dalla stanza e il dottore richiudeva la porta a chiave, usando la propria tessera. Gordon aveva l'aria delusa dall'interrogatorio.
“Beh, un bel buco nell'acqua.” Disse. “Che cosa faccia- Batman, tutto bene?”
Il cavaliere oscuro aveva sgranato gli occhi. Il canale finanziario, la Wayne TV, si vedeva ancora male. Lucius Fox gli aveva segnalato lo stesso problema, alcuni giorni prima. Lo stesso giorno in cui Brent Stine aveva ucciso suo padre. Lo stesso giorno in cui era esploso il palazzo. Lo stesso giorno in cui era iniziato tutto.
E se...?
Batman si mise a correre.
“Devo andare, Jim.”
“Andare? Dove?”
Batman si voltò a guardarlo.
“Al ripetitore della Wayne TV. Sono alcuni giorni che il segnale è disturbato, come se ci fosse un'interferenza. Ci sono state molto lamentele.”
“E allora? Cos-”
Gordon sgranò gli occhi, si voltò rapidamente verso il suono del televisore di Nygma e poi tornò a guardare Batman.
“Dici che c'è un collegamento? Che Tetch sta usando il ripetitore di Wayne?”
“E' quello che intendo scoprire.”
“Oh, porca... Vai, vai!”
Batman corse via. Una volta uscito dall'edificio ed entrato nell'auto, chiamò Lucius Fox.
“Lucius. Sono io.”
“Buongiorno, signor Wayne. Come posso aiutarla?”
“Lucius, credo che Il Cappellaio Matto stia usando il ripetitore della Wayne TV per amplificare il proprio segnale. Credo che lo stia usando per controllare le persone e che questo sia il motivo delle interferenze.”
Ci fu del silenzio.
“Brent Stine.”
“Ho ragione, Lucius? Se Brent fosse stato sotto il controllo di Tetch, avrebbe potuto modificare il ripetitore? Le apparecchiature che ha rubato potrebbero manipolare il segnale, se usate nel modo giusto?”
“Mio Dio. Sì, è possibile. Dobbiamo riparare il ripetitore, signor Wayne.”
“Non intendo ripararlo, Lucius.” Disse Batman, mettendo l'auto in moto. “Intendo abbatterlo.”
L'auto partì, lasciandosi dietro vorticanti foglie autunnali e un vago odore di combustione.

Parcheggiò l'auto in un vicolo a pochi isolati dalla sede della Wayne TV, poi ne uscì e sparò il rampino, arrivando sul tetto dell'edificio più vicino. Ci vollero pochi minuti per arrivare al ripetitore. Era una struttura imponente di metallo, sormontata da una grossa W, che personalmente lui aveva sempre trovato orrenda.
Attivò il comunicatore del cappuccio.
“Lucius? Sono qui.”
“Molto bene. Mi collego immediatamente.”
Un istante di pausa. Batman udì, appena percettibili, i suoni di Lucius che digitava sul computer del proprio ufficio.
“Collegamento visivo stabilito. Ora vedo tutto ciò che vede lei, signor Wayne.”
“Perfetto. Do un'occhiata in giro.”
Per alcuni minuti, rimasero in silenzio, mentre Batman camminava intorno al ripetitore e studiava i cavi e i tralicci.
“Sembra tutto a posto.” Disse infine Lucius. “Provi a salire sul ripetitore, le modifiche apportate da Brent potrebbero essere più in alto.”
Batman si arrampicò lentamente, osservando minuziosamente ogni parte della struttura. Era giorno, ma per fortuna era così in alto che difficilmente qualcuno avrebbe potuto notarlo. Il cavaliere oscuro era a circa metà del percorso, quando lo videro.
“Credo che ci siamo, Lucius.”
“Bingo, signor Wayne.”
Su un lato della struttura, qualcuno aveva applicato uno strano congegno, dal diametro di circa cinquanta centimetri. Sembrava quasi un ragno metallico, qualcosa di vivo che si era arrampicato lì per dormire. Emetteva un suono debole e costante, come di qualcosa che sta friggendo in lontananza.
“Riconosci i componenti, immagino.”
“Sì. E' roba nostra.”
“Non sono venuti dei tecnici ad ispezionare il ripetitore, con tutte le interferenze che abbiamo avuto? Non l'hanno notato?”
“Un esame approfondito è previsto per dopodomani. Hanno fatto un primo sopralluogo un paio di giorni fa, ma hanno ispezionato solo la base. E lì era tutto a posto. Il congegno non è molto grande, da terra non l'avranno visto.”
“Tetch si sta dimostrando molto bravo a passare inosservato.”
“Sì.”
“Chiamo il Batwing.”
Batman premette un pulsante sul proprio avambraccio.
“E' proprio sicuro, signor Wayne? Togliere il congegno basterebbe, probabilmente.”
“Ma non ne sei certo.”
Ci fu un'esitazione.
“No. Questo utilizzo della nostra tecnologia è nuovo, una cosa mai fatta prima. Non posso escludere che il sistema sia del tutto corrotto, ormai.”
“Non voglio correre rischi, Lucius. Va distrutto. Lo ricostruiremo quando sarà tutto finito.”
“D'accordo.”
“Tranquillo, sono sicuro che il tuo capo capirà.”
Lucius ridacchiò.
“Sì, immagino di sì.”
“Ti richiamo quando ho fatto.”
“Va bene, interrompo il collegamento visivo. Buon lavoro.”
Batman non fece in tempo a chiudere la conversazione, che il suo comunicatore ricevette un'altra chiamata. Il display lo avvertì che si trattava di Gordon.
“Sì, Jim.”
“Sei al ripetitore?”
“Sì.”
“Trovato segni del Cappellaio Matto?”
“Sì. C'è un congegno che interferiva con le normali trasmissioni della Wayne TV.”
“Bel colpo.”
“Hai sentito di quel dipendente della Wayne Enterprise che ha ucciso il padre e poi si è gettato dalla finestra?”
“Sì, Brent Stine. Ci ho pensato anche io. Aveva rubato dei componenti dal laboratorio, prima di uccidere il padre. Bravo ragazzo, erano rimasti tutti sconvolti dal suo gesto. Credi che fosse sotto il controllo di Tetch? L'ha usato per modificare il ripetitore?
“E' quello che penso.”
“Bastardo. Tutto per costruire uno dei suoi dannati giocattoli.” Gordon tossì, e Batman capì che stava fumando. “Intendi distruggerlo, spero.”
“Non solo il congegno.”
Un attimo di silenzio.
“E' proprio necessario?”
“E' più sicuro.”
“Beh, spero proprio che Wayne mandi il conto a te e non a me, allora.”
“Non ti preoccupare di questo. Capirà.”
“Speriamo. Senti, ho chiamato anche per dirti un'altra cosa.”
“Dimmi.”
In lontananza, iniziava a sentirsi il rombo del Batwing che si avvicinava.
“Ho trovato un collegamento tra il palazzo esploso e l'attacco alla metropolitana. Oltre al mandante, ovviamente.”
“Che cosa?”
“Una delle vittime del palazzo esploso si chiamava Jeffrey Loomis. Aveva lavorato ad Arkham per due anni come inserviente. Per alcune settimane, mentre era lì, ci aveva lavorato anche Gary Reese, morto nella metropolitana. Lui era un infermiere. Avevano entrambi smesso di lavorare ad Arkham undici anni fa.”
“Potrebbe essere una coincidenza, tanta gente ha lavorato ad Arkham.”
“Lo so. Ma c'è un'altra cosa: ho chiamato il manicomio ed è venuto fuori che avevano dato le dimissioni lo stesso giorno. Insieme. Jeremiah Arkham ha detto che non se li ricorda molto bene, ma non mi ha convinto.”
“Sarà il caso che approfondiamo la cosa.”
“Direi proprio di sì.”
Il Batwing scese dolcemente e atterrò sul tetto, quasi senza emettere un suono.
“Mi farò risentire, Jim.”
“Ottimo. Ora ti lascio distruggere migliaia di dollari di proprietà privata.”
“A dopo.”
Batman sorrise leggermente, nel chiudere la chiamata.

Assicurati i cavi alla base del ripetitore, entrò nell'aereo. Il portellone si chiuse e la strumentazione si illuminò. Il veicolo salì in verticale, finché i cavi non furono tesi.
Stava per accelerare in avanti, pronto a tirare il ripetitore, quando si udì un pesante tonfo alle sue spalle. Qualcosa era atterrato sul Batwing. Qualcosa di pesante.
“Ovviamente.” Disse Batman, mantenendo la calma.
L'aggressore misterioso strisciò lungo l'aereo, venendo verso di lui. Infine, il cavaliere oscuro si ritrovò faccia a faccia con Waylon Jones. Killer Croc. I suoi denti erano enormi e affilati. I suoi occhi da rettile gialli e brillanti. Al posto della pelle, aveva ruvide squame color verde scuro. La sua poderosa coda da coccodrillo si muoveva sinuosamente dietro di lui, fendendo l'aria.
“Non ci provare, Batman!” Urlò la creatura, con una voce bassa e gutturale.
“Togliti di mezzo, Croc. Non ti riguarda.”
“Oh, ti sbagli!” Ruggì la creatura, artigliando il portellone e cercando di rimuoverlo. “Mi riguarda eccome!”
Batman vide delle crepe iniziare a formarsi sul vetro del Batwing. Prima o poi, avrebbe ceduto. Premette un pulsante sul pannello di controllo e si udì una potente scarica elettrica. Croc emise un urlo di dolore e cadde, rovinosamente, sul tetto sottostante. Era svenuto.
Il cavaliere oscuro non perse tempo: inclinò la leva di comandi in avanti e tirò con tutta la potenza del motore. Inizialmente, non sembrò avere effetto, poi il metallo dell'antenna iniziò a piegarsi. Il suono sembrava quasi un lamento, come se il ripetitore non volesse essere abbattuto.
Beh, peggio per lui.
Batman tirò ancora, digrignando i denti. Lo sentiva cedere sempre di più, presto sarebbe caduto. Ancora un po'-
Un'antenna parabolica colpì il muso del veicolo, facendolo oscillare. Batman guardò in basso, dove Killer Croc si stava già apprestando a scardinare qualcos'altro da tirargli. La scarica non lo aveva messo fuori gioco per molto.
“E va bene.” Disse Batman. “Come vuoi.”
Digitò sul display, attivando il pilota automatico. L'aereo avrebbe continuato a tirare finché il ripetitore non fosse stato abbattuto.
Il detective saltò fuori dal Batwing e planò verso Jones, che cercava ancora di scardinare un grosso trasformatore. Lo vide arrivare, ma non fu abbastanza veloce da coprirsi il volto. Batman lo colpì con entrambi gli stivali rinforzati, facendolo arretrare di alcuni metri.
”Quel ripetitore cadrà, Croc.”
Il mostruoso criminale si rimise in piedi, sogghignando.
“Cos'era, una carezza?”
“Perché sei qui? Sei sotto il suo controllo anche tu?”
“Non so di che parli. Sono qui per lavoro.”
“Lavoro?”
Croc corse verso di lui, tirando fendenti con i suoi artigli. Batman li schivò, per poi sferrargli un potente cazzotto ai reni. Il suo avversario emise un lamento, rispondendo con un violento colpo di coda che fece cadere l'eroe a terra. Si rimise subito in piedi, evitando per un soffio l'enorme piede del rettile. Le tre dita artigliate lasciarono un'impronta nel cemento.
“Quale lavoro?” Chiese nuovamente Batman, arretrando in posa difensiva. “Cosa ci fai qui?”
Killer Croc ringhiò.
“Mi hanno pagato un sacco di soldi per proteggere quell'antenna.”
“Pagato? Chi?”
Il criminale corse verso di lui, ma Batman lo evitò facilmente e gli saltò alle spalle. Con mossa fluida e rapida, gli avvolse la testa nel mantello e tirò con forza, facendolo cadere e a terra.
Intanto, dietro di loro, il ripetitore iniziava a cedere sul serio. Aveva raggiunto un'inclinazione di almeno 45 gradi, e molti dei supporti si stavano sfilando dal cemento sottostante.
“Chi ti ha pagato?” Ripeté Batman, sferrando un cazzotto alla testa avvolta nel mantello. Croc artigliava l'aria, ma non riusciva a vederlo. Batman evitò facilmente i suoi colpi e gli sferrò un altro cazzotto.
“E' stato Jervis Tetch? Ti ha pagato lui?”
Croc riuscì a spingerlo via, liberandosi dal mantello.
“AAAAAAAAAAARGH! NON MI TOCCARE!”
Questa volta, Batman non riuscì a schivarlo. Jones lo prese per il mantello e lo tirò contro il ripetitore. Il cavaliere oscuro sbatté sul metallo e cadde a terra, con un grugnito di dolore.
Ormai il ripetitore stava per cadere. Era rimasto un solo, singolo supporto metallico a sostenerlo.
Killer Croc venne verso di lui, correndo a quattro zampe. Lo sguardo era completamente furioso e animalesco.
“MALEDETTO! TI SVENTRO!”
Saltò verso di lui, ma Batman sapeva cosa fare. Si tolse rapidamente dalla sua traiettoria, lanciando al tempo stesso un batarang. L'arma colpì Croc in pieno viso, esplodendo in una nube di fumo.
Tossendo e incapace di vedere, il rettile sbatté sulla base del ripetitore, prendendola in pieno con la testa. Ci fu un suono spaventoso e vibrante, come quello di una campana. Fu il colpo di grazia. L'ultimo supporto cedette. Il suono che fece il ripetitore, mentre cadeva sul tetto, fu assordante. La terra sotto di loro tremò. Per fortuna, Batman aveva preso bene le misure e non ci fu rischio che dei detriti cadessero sulla strada, mettendo in pericolo i passanti. Si sollevò una grossa nube di polvere, che fu presto portata via dal freddo vento di ottobre.
Poco a poco, tornò il silenzio.
Sopra di loro, il Batwing smise di tirare e si fermò a mezz'aria. Batman premette un pulsante sul suo polso, e il veicolo atterrò sul tetto, vicino ai resti del ripetitore.
Croc giaceva a terra, cosciente ma stordito. Si lamentava e ringhiava, mentre in fronte gli cresceva a vista d'occhio un enorme bernoccolo violaceo. Il detective gli legò piedi e braccia, poi chiamò Gordon.
“Jim? E' fatta.”
“Ottimo. Tutto bene? Hai il fiatone.”
“Ho ricevuto la visita di Killer Croc. Voleva fermarmi.”
“Croc? Anche lui è sotto il controllo di Tetch?”
“No, lui dice di essere stato pagato.”
“Da chi?”
“Scopriamolo insieme.”
Batman girò Croc sulla schiena. Gli occhi erano pienI di odio, ma era ancora completamente rintronato dal colpo alla testa e non provò ad alzarsi.
“Maledetto...”
“Chi ti ha pagato, Croc?”
“Vai a farti f-”
“Ti ho preso, Croc. E' inutile che mi minacci. Dacci delle informazioni, e magari la tua collaborazione verrà presa in considerazione dalle autorità.”
Croc rifletté un attimo, poi emise un ringhio baritonale e stizzito.
“Che vuoi sapere?”
“Chi ti ha pagato per fermarmi? E' stato Jervis Tetch?”
“No, è stata quella nullità di Walker. Killer Moth.”
“Quando?”
“Quasi sei mesi fa. Mi ha detto di tenere d'occhio il ripetitore tutti i giorni. Mi ha detto che, prima o poi, saresti venuto per distruggerlo. Mi ha dato 50.000 dollari e me ne aveva promessi altri 50.000, se fossi riuscito a fermarti. Ora non mi pagherà mai-”
“Walker è morto, Croc.” Gli rispose seccamente Batman, mettendolo a dormire con un cazzotto.
“Sei mesi?” Esclamò Gordon, allibito, nell'orecchio di Batman. “Sei mesi fa?”
“Tetch sta pianificando tutto questo da molto tempo.” Gli rispose Batman.
“Dobbiamo prenderlo, Batman.”
“E lo faremo.”
“Perlomeno, gli hai tolto il giocattolo.”
“Sì.” Disse Batman. “Speriamo che basti.”
“Mando qualcuno a prendere Jones.”
“Bene.”
“Senti, ho sentito il dottor Arkham.”
“E?”
“Questa sera andiamo da lui. Dice che ha qualcosa da dirci.”
“Perché non ora?” Disse Batman, irritato. “Non c'è tempo da perdere.”
“E' con il sindaco Jameson. Sai quanto sono amiconi, quei due. Il sindaco in persona mi ha detto di non disturbarli. Tra un'ora c'è la sua conferenza stampa, e vuole che il dottore sia lì insieme a lui, sul palco. Vuole rassicurare i cittadini in questo momento di crisi e così via.”
Batman emise un grugnito impaziente.
“Vatti a riposare.” Gli suggerì Gordon. “Il ripetitore è stato abbattuto. Stasera avremo delle risposte. Meriti un po' di riposo.”
“Non mi piace, Jim. Voglio farla finita il prima possibile.”
“Lo so. Anche io.” Gli rispose Gordon. “Ma non è il caso che io e te ci inimichiamo il sindaco, specie in questo momento. I cittadini potrebbero prenderla male. Hanno paura, e lo sai anche tu. Hanno bisogno di credere che stiamo lavorando tutti insieme per risolvere questa crisi.”
Batman non disse nulla. Capiva il punto di vista di Gordon, ma rimaneva preoccupato.
“Vai a riposare.” Gli disse di nuovo l'amico. “Tra qualche ora vedremo Arkham insieme.”
“D'accordo. Tu sarai alla conferenza stampa?”
“No, il sindaco dice che non serve. Anzi, dice che non avermi lì darà l'idea che io stia lavorando giorno e notte al caso. Non ha tutti i torti.”
“O forse vuole le luci dei riflettori tutte per sé.”
“Non riesci proprio a sopportarlo, vero?”
“Tu ci riesci?”
“Diciamo che ci provo un po' più di te.”
“Non mi fido di lui, Jim. Ha sempre avuto troppa sete di potere. E non mi piace il pugno di ferro con cui gestiva la procura.”
“Detto da te.” Disse Gordon, con tono amichevole.
“Sai di che parlo. Jameson tratterebbe con la stessa severità Joker e un ladruncolo di strada, se dipendesse da lui. Non vede differenza. Se potesse, metterebbe al muro senzatetto, ladri e drogati. Senza pietà. Gliel'ho sentito dire di persona. Non è il mio modo di vedere le cose. E neanche il tuo.”
“Sì, lo so. Ma ora fammi un favore e dormi qualche ora. Un problema per volta. Ci vediamo stasera, OK?”
“Va bene. A dopo, Jim.”
“A dopo. E ben fatto, col ripetitore.”
Ancora preoccupato, Batman salì sul Batwing. In lontananza, udiva il suono della polizia che veniva ad arrestare Croc. Scese in strada a raccogliere la batmobile (l'areo aveva un gancio installato appositamente per trasportarla in situazioni come quella) e partì verso la caverna.
Ormai nel cielo non c'erano più nuvole, sembrava essere diventata una bella giornata. A Gotham, non ce n'erano molte.

Il volto di Bruce era stanco. Aveva profonde occhiaie e aveva bisogno di radersi. Beveva lentamente il tè preparatogli da Alfred, mentre lo schermo del computer mostrava un palco davanti al municipio, per ora vuoto. Mancava ancora qualche minuto alla conferenza stampa del sindaco.
Alcuni agenti di polizia se ne stavano in piedi, tra le transenne e il palco, tenendo d'occhio la grossa folla di giornalisti e cittadini che si era presentata.
“Perché vuole vedere la conferenza stampa, sir?” Gli chiese Alfred, che stava rimettendo il costume dell'eroe nella propria teca. “Pensavo che il sindaco Jameson non le piacesse molto. Non farebbe meglio a riposare un po'?”
“Voglio sentire cosa dice.”
Il maggiordomo premette un pulsante e la tuta fu investita da forti getti di gas pressurizzato, di colore bianco. Il gas aveva la funzione di pulire e disinfettare il costume. Poi, la teca tornò sotto terra.
“Capisco, sir. Vuole che le prepari qualcosa da mangiare, oltre al tè?”
“Grazie, Alfred.”
Il maggiordomo si recò al piano di sopra. Bruce guardò l'ora. Erano le quattro del pomeriggio.
La folla iniziò a gridare e i giornalisti iniziarono a scattare foto. Poi, la telecamera zoomò sul palco. Era arrivato il sindaco. Insieme a lui, c'erano le sue guardie del corpo, il vicesindaco, alcuni consiglieri comunali e Jeremiah Arkham.
“Buon pomeriggio, buon pomeriggio!” Disse Jameson, con tono affabile.
Era un uomo molto alto e muscoloso, con un taglio di capelli militare e occhi intelligenti. Negli anni, c'era stato persino chi aveva ipotizzato che fosse Batman, prima di vedere i due insieme.
“Prima di tutto, voglio ringraziarvi per essere venuti qui, oggi.” Disse il sindaco. “Gotham, ancora una volta, si dimostra coraggiosa. Non possiamo essere intimiditi, ci rifiutiamo di essere intimiditi!”
Ci furono applausi e grida entusiaste.
“La nostra città sta vivendo un periodo molto difficile, davvero molto difficile. Ma voglio assicurarvi che sto lavorando duramente per proteggerla. Proprio come il nostro Commissario Gordon, che non può essere qui con noi, stasera.”
Altri applausi. Ora Jameson sorrise, in quel modo da monello che tanto piaceva agli elettori.
“Per non parlare, di un certo nostro amico dalle orecchie a punta.”
La folla applaudì di nuovo. Bruce strinse gli occhi, irritato.
“Il responsabile di tutto questo verrà arrestato e verrà punito, è una promessa. Grazie a esperti della mente criminale, come il mio caro amico Jeremiah Arkham, saremo in grado di trovarlo.”
Ci furono altri applausi. Il volto di Bruce rimase impassibile. Intanto, dietro di lui, Alfred stava portando un vassoio con sopra della zuppa, dell'acqua e del pane tostato.
“Ecco qui, sir.”
“Grazie, Alfred.”
“Chiunque sia stato, imparerà presto che io non perdono. Io non ho pietà. Gotham non subirà in silenzio!”
Altri applausi, ancora più forti.
“Il sindaco mantiene sempre un basso profilo, vedo.” Disse Alfred, mettendo la zuppa davanti a Bruce.
“Il male va estirpato alla radice.” Continuò Jameson. “E noi lo-”
Il sindaco si interruppe. Le telecamere non mostravano cosa stesse guardando, ma il suo sorriso vacillò un po'.
“Vi prego di moderare il vostro entusiasmo, signore e signori. Cerchiamo di-”
La sua espressione divenne spaventata.
“Sicurezza! Sicurezza! Fermateli!”
I poliziotti dietro le transenne estrassero le loro pistole, ma fu troppo tardi. Ci furono delle urla e degli spari. Durarono poco. La folla entrò nell'inquadratura, avviluppando gli agenti. Come un singolo, feroce organismo, si avvicinò al palco. Era completamente e innaturalmente silenziosa. Ora che i poliziotti erano morti, si sentivano solo le urla spaventate del sindaco e degli altri uomini.
Le guardie del corpo si misero davanti al sindaco, estraendo le pistole, ma fu inutile. Anche loro, come i poliziotti, furono avviluppati dalla folla. Si sentirono dei terrificanti suoni di lacerazione, mentre venivano fatti a pezzi.
“By jove! Esclamò Alfred.
Bruce si alzò in piedi, stringendo i pugni. Ma non c'era nulla che potesse fare, da lì. Non sarebbe mai arrivato in tempo.
“Cosa volete? Lasciatemi! Lasciatemi!” Urlava il sindaco, mentre la folla lo prendeva dal palco.
Gli altri uomini sul palco non ebbero il tempo di protestare. Tutti, compreso Jeremiah Arkham, furono fatti a pezzi in pochi secondi. Poi, sempre in silenzio, la folla portò Jameson verso le telecamere, avvicinandolo all'obbiettivo.
Iniziò a echeggiare uno strano suono.
“Tic, toc! Tic, toc! Tic, toc!”
La folla aveva iniziato a sussurrare queste parole. Completamente all'unisono e con tono completamente inespressivo. L'effetto era terrificante.

Jameson fu messo in ginocchio davanti alla telecamera. Le facce che si riuscivano a distinguere, dietro di lui, erano completamente prive di emozioni, come quelle di automi. Il sindaco, invece, era terrorizzato."
Aiuto! Aiuto!”
La gente continuava a imitare il ticchettio di un orologio.
Si fece avanti un'anziana signora, che afferrò il volto di Jameson con le mani e guardò verso l'obbiettivo.
“E' tardi, Gotham.” Disse, con un tono di voce che Bruce riconobbe subito. Era quello di Jervis Tetch, ovviamente.
“E' tardi, è tardi ormai...”
La vecchia signora iniziò a tirare la testa del sindaco, con una forza innaturale. Jameson urlava, disperatamente e inutilmente. Si udì un suono orribile, e la testa del sindaco fu separata dal suo corpo. Ormai, aveva smesso di urlare.
La signora mostrò il volto terrorizzato del sindaco alla telecamera. Poi, noncurante, lo gettò dietro di sé.
“Tic, toc! Tic, toc! Tic, toc!” Continuava a sussurrare la folla.
La signora guardò la telecamera, con il viso sporco di sangue. Guardò Bruce e Alfred. Guardò l'intera città.
Il suo sorriso era crudele, ma i suoi occhi erano tristi. Allo stesso modo, anche la sua voce sembrava conciliare queste due emozioni.
Crudeltà e tristezza.
“E' tardi, Gotham. E' tardi ormai. E tu sei già in mezzo ai guai.”


FINE CAPITOLO 6

Batman: Caduta Libera - Capitolo 8

CAPITOLO 8  MOSTRI La folla aveva circondato la moto. Occhi vitrei e senza emozioni lo fissavano, mentre i cittadini avanzavano lentamente v...