martedì 22 settembre 2020

Batman: Caduta Libera - Capitolo 7


CAPITOLO 7

 PARANOIA

Nonostante fossero solo le sei del pomeriggio, la luna era già sorta, come un occhio rabbioso che spiava la città attraverso lo smog rossiccio. Il freddo vento di ottobre scuoteva i rami degli alberi e faceva volare vecchi giornali e buste di plastica, come uno stormo di orrendi uccelli.
Batman osservò la scientifica che portava via i poveri resti del sindaco e degli uomini che avevano cercato di proteggerlo. Si chiese se il sangue sarebbe mai venuto via dall'asfalto, e quanti spettatori della conferenza stampa sarebbero riusciti a dormire, quella notte.
La folla inferocita si era poi calmata e i vari responsabili erano tornati in sé. Erano molto confusi e nessuno ricordava nulla, naturalmente. La polizia li stava visitando uno per uno, alla ricerca dei microchip. Finora, ne avevano tolti una ventina.
L'anziana signora che aveva decapitato il sindaco aveva avuto un malore, nel vedere le proprie mani sporche di sangue, ed era stata portata di urgenza all'ospedale.
“Cristo, che macello.” Disse uno dei coroner, guardando nella direzione di Batman. “Come è potuto succedere?”
Il cavaliere oscuro scosse la testa.
“Abbiamo tutti sottovalutato Jervis Tetch. Non capiterà più.”
“A questi qui, no di certo.” Disse il coroner, indicando le buste contenenti i cadaveri.
“Già.”
Il ricevitore del cappuccio vibrò. Era in arrivo una chiamata.
“Pronto.”
“Batman, sono io.”
“Jim. Dove sei?”
“Sono in ufficio. Mi dispiace non poter essere lì, ma questo casino ha sollevato un vespaio che non ti dico. Mi stanno telefonando pezzi grossi da tutto lo stato. Da tutto
il paese. Alcuni mi hanno dato la colpa, come se avessi potuto prevedere una cosa del genere!”
“Mi dispiace, Jim.”
“Non ha importanza. La cosa importante, ora, è trovare Tetch.”
“Sì.”
“Che idioti, siamo stati. Pensavamo che controllasse solo i criminali e chi gli serviva, come quel poveraccio di Stine. Non ci è venuto in mente che potesse controllare anche gente normale.”
“E' colpa mia, Jim. Pensavo che avesse un solo ripetitore. Ma, evidentemente, ne controlla vari. Forse tutti quelli della città.”
“E non possiamo abbatterli tutti.”
“Potremmo, ma credo sia più importante trovare la fonte. Farla finita davvero.”
“Sì, lo credo anche io. Cosa intendi fare?”
“Ho un paio di idee.”
“Allora corri, vai a lavorarci. Inutile che rimani lì, ormai il danno è fatto.”
“D'accordo. Ti chiamo se ho delle novità.”
“Ci conto.”
La chiamata fu chiusa.
Batman si allontanò silenziosamente dalla scena del delitto e si diresse verso la moto, che aveva nascosto in un vicolo fatiscente a mezzo isolato di distanza.
Il vento continuava a ululare, come se la città stessa stesse urlando di paura. E, del resto, chi avrebbe potuto biasimarla?

“Un notevole risultato, sir. Ma non avrebbe fatto prima, con l'aiuto di Lucius?”
“Indubbiamente. Ma Lucius ha altro da fare, Alfred. Gli ho affidato un altro compito.”
“Capisco.”
Bruce finì di inserire l'ultima vite. Il dispositivo era completato. C'erano volute circa tre ore.
“E' sicuro che funzioni?” Chiese il maggiordomo.
“Dovrebbe.”
Bruce puntò il dispositivo verso il tavolo da lavoro. Una quasi impercettibile luce violacea lo colpì, facendo luccicare il microchip del Cappellaio Matto. Il dispositivo aveva due lampadine, una verde e una rossa. Quella rossa si illuminò, reagendo alla presenza del chip.
“Perfetto.”
Alfred appoggiò un vassoio, contenente la cena di Bruce, sul tavolo. Poi raddrizzò la schiena e mise le mani dietro la schiena.
“Faccia pure, signorino.”
Bruce lo guardò.
“Scusami, Alfred. Ma devo essere sicuro.”
“Lo so. Vada, le ho detto.”
Bruce scansionò Alfred dalla testa ai piedi. La lampadina verde si illuminò.
“Tutto a posto. Non ci sono chip, su di te.”
Alfred annuì e si allontanò, con un leggero sorriso.
“Difficile mettermi addosso un chip, visto che sono sempre qui sotto con lei.”
Anche Bruce sorrise.
“Forse dovrei darti quell'aumento di cui parlava Selina.”
“Poco ma sicuro, sir. Ora, mangi.”
Il maggiordomo entrò nell'ascensore, lasciandolo con la cena e con i suoi pensieri.
Bruce mangiò in fretta, poi si infilò il cappuccio e corse verso la moto. Non era finita, c'erano altre persone da controllare.

Lucius tirò un sospiro di sollievo, vedendo la lampadina verde illuminarsi.
“Grazie al cielo. Non volevo fare la fine del povero Brent...”
Batman mise via lo scanner, annuendo. Un altro prezioso alleato non era nelle grinfie di Tetch, Non voleva neanche pensare a cosa sarebbe potuto accadere, se Il Cappellaio Matto avesse preso il controllo di qualcuno come Lucius Fox.
“Posso chiederti un parere?”
“Mi dica, signor Wayne.”
“Tu credi che Jervis senta i pensieri delle persone che controlla? I loro ricordi?”
Lucius corrugò la fronte e aprì sul proprio computer le immagini dei chip smontati e analizzati. Alcune erano le foto dei primi chip, quelli trovati da Jeremiah Arkham. Altre appartenevano a quelli trovati sulla folla che aveva assassinato il sindaco Jameson. E, naturalmente, il cavaliere oscuro gli aveva inviato tutti i dati da lui raccolti nella batcaverna, quando aveva analizzato il chip e i suoi circuiti.
“Naturalmente è presto per esserne sicuri, ma io credo di no. Il segnale di Tetch sembra imporre la sua volontà alle vittime, ma non sembra scavare a fondo nei loro ricordi. I chip non sembrano inviare molte informazioni verso la fonte del segnale. Quando vuole, può controllare le persone come pupazzi. Ma, altrimenti, eseguono solo i suoi ordini a livello subconscio o vivono la loro vita normale. Non credo che sia paragonabile ad un contatto telepatico. E più come... Il telecomando di una macchina radiocomandata. Il telecomando non ha bisogno di conoscere i pensieri della macchina, la opera e basta. Quando li usa come pupazzi, vede attraverso i loro occhi, ma non credo che gli legga la mente. Sono dei gusci vuoti, in quel momento. Riempiti dalla sua coscienza, dalla sua volontà.”
“Come è accaduto a Nygma e all'anziana signora.”
Lucius annuì.
“Altrimenti, si limita a dargli i comandi e ad affidargli dei compiti. E, in casi come Brent o Ragdoll, credo che gli dia anche delle istruzioni a livello subconscio per quando vengono scoperti.”
“Portandoli al suicidio.”
“Esatto. Se non erro, ha definito il suo controllo come un pilota automatico, quando ha parlato attraverso Nygma.”
“Sì.”
Lucius annuì nuovamente.
“Non credo che legga la mente delle persone, signor Wayne. Non credo che gli interessi. Gli interessa solo usarle.”
“Ma non puoi giurarlo.”
Lucius sospirò.
“No, il rischio c'è.”
“Allora è ancora più importante che tu faccia una cosa per me, Lucius.”
“Mi dica.”
Batman gli porse lo scanner. Poi, prese dalla cintura un taser elettrico.
“Prendi questi.”
“Cosa-”
“Appoggia il taser alla mia guancia.”
“Ma signor Wayne-”
“Fallo, Lucius. Per favore.”
“D-d'accordo.”
“Bene. Ora voglio che passi lo scanner su di me. Io intendo rimanere perfettamente immobile finché non avrai finito. Se mi muovo prima che tu abbia finito o se la lampadina diventa rossa, voglio che tu mi dia una scossa. E' al massimo della potenza, dovrebbe stordirmi. A quel punto, dovrai legarmi e trovare il chip.”
“Non credo di poterle dare la scossa. E poi, non vedo quando Tetch glielo avrebbe potuto-”
“Ho perso i sensi, combattendo contro Electrocutioner e Killer Moth. Potrebbero avermelo messo da giorni.”
Lucius sgranò gli occhi. Non ci aveva pensato.
“Io... D'accordo, signor Wayne. Rimanga immobile, ora la scansiono.”
“Grazie, Lucius.”
Fu un lungo, lunghissimo minuto. Ma, infine, la lampadina che si accese fu sempre quella verde.
Lucius tirò un secondo sospiro di sollievo, più grande di quello che aveva emesso per sé stesso.
“Meno male. Meno male.”
Restituì gli strumenti a Batman, che li rimise sulla cintura.
“Ti ringrazio, Lucius. Dovevamo sapere.”
“Sì, dovevamo sapere. Ora da chi intende andare?”
“Gordon. E' di vitale importanza assicurarsi che sia al sicuro.”
“Molto bene. Allora io mi rimetto al lavoro.
Batman annuì.
“Credi di poterci riuscire, Lucius?”
“Sarà difficile, ma penso di poterci riuscire.
“Bene.”
Lucius aprì la finestra che dava sul balcone, facendo cenno a Batman di uscire da lì.
“Buona fortuna, signor Wayne.”
“Preferisco non affidarmi alla fortuna.”
Detto questo, il cavaliere oscurò si gettò dal balcone, sparendo nella notte gelida.

Stava per rimuovere i blocchi di sicurezza dalla moto, quando udì un rumore leggero alle sue spalle.
Si voltò a scatto, trovandosi faccia a faccia con Catwoman.
“Sei tu.”
Lei sorrise, ma senza allegria.
“Lo spero proprio.”
Batman rimase in guardia. Non gli piaceva quell'atteggiamento serio.
“Cosa vuoi dire?”
Catwoman si avvicinò di un passo.
“Ti ho seguito, Bats. Ho visto quello che hai fatto con Lucius.”
Batman nascose bene la sua sorpresa, ma era davvero colpito. Non si era accorto della presenza di Selina.
“Perché mi hai seguito?”
“Perché, da quando quella folla ha massacrato il sindaco, sono diventato paranoica.” La ladra sorrise. “Immagino che tu ti senta così ogni giorno, quindi non dovrei lamentarmi troppo.”
Batman iniziava a capire.
“Hai paura di avere addosso uno dei chip di Jervis Tetch?”
Lei annuì.
“Hai motivo per pensarlo?”
“No, non mi viene in mente nulla di sospetto. Nessun incontro strano, nessun vuoto di memoria. Ma vorrei accertarmi di essere a posto.”
Ora lei lo guardò, con quegli straordinari occhi chiari. Batman vide che aveva delle notevoli occhiaie.
“Puoi accertartene per me? Ti prego.”
Batman tirò fuori lo scanner.
“Sarei venuto a controllarti il prima possibile. Lo sai.”
Lei sorrise.
“Lo so. Ma sai quanto sono impaziente.”
Lui sorrise leggermente.
“Rimani immobile.”
“OK.”
La luce divenne verde.
“Non hai chip.”
Lei si rilassò, ingobbendosi momentaneamente per la stanchezza e per il sollievo.
“Non riesco a credere che quel piccolo verme mi abbia messo addosso una tale paura.”
“Nessuno riesce a crederci.”
Ora lei lo guardò, raddrizzando la schiena.
“Che cosa gli è successo, Batman? Perché è così... Così rabbioso? Così spietato? Non era così, una volta.”
“Non lo so. Ma intendo scoprirlo. Credo che le risposte siano ad Arkham.”
“Tanto per cambiare. Ci vai ora?”
“Prima devo controllare come sta Gordon.”
Catwoman annuì.
“Vuoi che venga con te?”
“No. Posso cavarmela da solo.” Ci fu una pausa. “Ma ti ringrazio.”
Lei tirò fuori la sua frusta e la avvolse intorno ad un gargoyle, alcuni metri sopra le loro teste.
“Se ti servo, sai come trovarmi.”
Batman annuì.
“Rimani fuori dai guai.”
“Ma pensa te da che pulpito!” Disse lei, sogghignando.
Poi, si arrampicò sul tetto e sparì dalla sua vista.
Il cavaliere oscuro sbloccò la moto e salì, chiedendosi se Selina, presa dal proprio sollievo, avesse notato quanto fosse stato sollevato lui, nel vedere la luce verde.
Ma non c'era tempo per pensare al loro complicato rapporto. Doveva andare da Gordon.
Rombando, si avviò per le strade sporche di Gotham, in direzione del GCPD.
Era l'una del mattino. Nel cielo rossiccio, non c'era una sola nuvola.

La finestra dell'ufficio di Gordon era aperta, come sempre. Jim la lasciava spesso aperta proprio per lui.
“Jim, ci sei? Ti devo parlare.” Disse il detective, entrando nella stanza.
“Sono subito da te, Batman.” Gli rispose una voce da un angolo della stanza.
Batman vide che Gordon stava frugando tra alcuni moduli, a qualche metro da lui. Gli dava le spalle e la postura suggeriva una profonda stanchezza.
“D'accordo. Solite scartoffie di fine giornata?”
“Sì. Mi faranno impazzire, un giorno.”
“Hai subito altre pressioni, dai piani alti?”
“Niente di nuovo.”
Il cavaliere oscuro fece un passo verso il commissario.
“Dovresti andare a casa, Jim. E' stata una lunga giornata. Barbara ti starà aspettando.”
“Hai ragione. Ma sai meglio di me che-”
Batman tirò fuori lo stesso taser che aveva affidato a Lucius alcuni minuti prima, puntandolo verso la schiena dell'amico.
“Barbara Gordon non è a Gotham, Jervis. E' a Metropolis, per un corso formativo. E comunque non abita con Jim da anni, ormai. Ora voltati lentamente, e alza le mani.”
La schiena di Gordon non si mosse.
“Ah, caspiterina.” Disse Gordon, prendendo il tono di voce e la cadenza di Jervis Tetch. “Mi hai smascherato, razza di furfante!”
“ORA, Jervis!” Disse Batman. “Voltati.”
Il commissario si voltò di scatto, impugnando una pistola. Ma non la puntava verso Batman, la puntava verso il proprio mento.
“Non fare mosse avventate, Batman. Oppure, il cervello del commissario rovinerà tutte le sue scartoffie. Non gli faresti mai un dispetto del genere, vero?”
Batman serrò i denti. Non poteva dargli la scossa. Anche se avesse perso i sensi, avrebbe potuto stringere convulsamente il grilletto. Era troppo pericoloso.
“Lascialo andare, Jervis. Poni fine a tutto questo.”
Il commissario rise, una risata che Batman non gli aveva mai sentito e sperava vivamente di non sentire mai più. Era fredda e crudele, ma anche straziante. Come la risata di un uomo molto, molto malato.
“Fine, Batman? Oh, no. La tana del Bianconiglio continua. Continua e continua. E sai a cosa porterà?”
“No, Jervis. Perché non me lo dici tu?”
“A orrori. Orrori e orrori. La tua amata Gotham, come una piccola Alice, sta precipitando. E' in caduta libera, proiettata verso l'abisso. Ma non ci saranno meraviglie, per questa Alice. Oh, no. Niente Lepre Marzolina. Niente fiori danzanti. Niente carte da gioco colorate. Solo dolore, paura e punizione.”
“Punizione per cosa, Jervis?”
“Non ti riguarda. Ma non c'è fuga, Batman. Questa Alice non merita di sognare. Questa Alice non merita magia, bellezza o fantasia. Merita solo ombre. Solo buio. Merita solo incubi, come quelli contenuti ad Arkham.”
“Che cosa ti è successo, Jervis? Cosa ti ha reso così? Tutto questo è folle.”
Il commissario rise ancora, ma senza gioia.
“Folle, sì. Matto, come un cappellaio. Ora, Batman, ti prego di buttare il taser a terra. Sappiamo entrambi che uccidere il commissario non mi costerebbe nulla. E' solo un guscio vuoto, per me.”
I due si guardarono per un attimo.
“Gettalo, ho detto.”
Non aveva scelta. Lo fece cadere.
“Jim, puoi sentirmi?”
“E' inutile, Batman. Sono io che ho il controllo, ora.”
Il commissario tirò fuori le manette con una mano, mentre l'altra continuava a puntare la pisola verso il volto del poliziotto..
“Adesso, sei pregato di voltarti e di mettere i polsi dietro la schiena. Da bravo.”
“Jim, puoi sconfiggerlo. Credo in te. Riprendi il controllo.”
“E' inutile, Batman. Voltati. Le mani dietro la schiena, per favore.”
“Jim, non puoi lasciare che vinca. Combattilo! Dobbiamo salvare la città.”
“Smettila, Batman! E' inutile! E' sotto il mio controllo! E' mio! Mio! Siete tutti miei! E ora voltati!”
Riluttante, il cavaliere oscuro si volto e porse i polsi dietro la schiena. Gordon gli venne incontro.
“E' finita, cavaliere oscuro. Questa notte, finirà tutto quanto. Ho te. Ho Gordon. Non c'è più nulla, a sbarrarmi la strada. ”
“Ne sei convinto?”
“Certo!”
Batman sorrise.
“E allora come mai la pistola è puntata verso il soffitto?”
Il commissario smise di venirgli incontro. Sgranò gli occhi e si guardò il braccio, ora puntato verso l'alto e non più contro il volto di Gordon.
“Ma come-”
Batman si voltò di scatto, afferrandogli il braccio e costringendolo a lasciare la pistola.
“No! Non è possibile! Non può essere vero!”
Batman gli torse il braccio dietro la schiena. Con l'altra mano, raccolse il taser da terra.
“Noi abbiamo sbagliato a sottovalutare te, Jervis. Ma tu hai sottovalutato Jim. E' più forte di quanto credi. Più forte del tuo controllo mentale.”
“Maledetti! Ve la farò pagare! Ve la fa-”
“Ma su una cosa avevi ragione, Jervis.” Lo interruppe Batman, applicando il taser alla spalla del commissario. “Questa notte finirà tutto.”
“No! Noo-”
La scossa fu breve ma di enorme intensità. Gordon cadde a terra, privo di sensi.
Poi, ci fu solo silenzio.

Non ci volle molto a trovare il chip. Era stato applicato sotto l'ascella del commissario. Il cavaliere oscuro lo tolse e lo mise in una tasca della cintura. Poi, con cautela, sollevò la testa del commissario e gli mise dei sali sotto il naso, per farlo rinvenire.
“Cos- Che cosa è successo? Batman! “
“Va tutto bene, Jim. Non ti agitare.”
Lentamente, aiutò il commissario a mettersi seduto.
“Aaah... Che mal di testa...”
“Ricordi nulla, Jim?”
“Io... Sì. Lui... Lui ha preso il controllo di me, non è vero?”
Batman annuì.
“Ma non è andata come pensava. Tu gli hai tenuto testa. Mi hai permesso di fermarlo.”
Gordon si sfregò gli occhi.
“Sì...”
“Com'era, Jim? Cosa sentivi, mentre ti controllava?”
“Mentre mi usava, non provavo nulla. Era come se non ci fossi. Poi, però, ho sentito la tua voce. Chiedevi il mio aiuto. Così, ho iniziato a risvegliarmi. Era come- Era come essere in una sala d'attesa, pieno di sedativi. Ero calmo. Mansueto. Non avevo idea di che cosa stesse accadendo, nel mondo reale. E a malapena mi importava. Ma tu continuavi a chiamarmi. Così, mi sono alzato e ho cercato un'uscita. Ho vista una strana luce verdastra e poi... Poi ho visto te. Ti guardavo, e impugnavo una pistola. Era come avere la febbre, ogni movimento mi costava enorme fatica. Ma sono riuscito a puntare la pistola verso l'alto. Non credo che lui si rendesse conto che ero lì, che stavo tornando in me.”
“No, direi proprio di no. Lo hai colto di sorpresa.”
Gordon sorrise debolmente.
“Ogni tanto, ci riesco anche io..”
Batman si alzò in piedi e gli porse la mano. Gordon la prese e si mise in piedi, barcollando per un momento.
“Hai dimostrato enorme forza di volontà, Jim. Grazie.”
“Grazie a te.”
I due si sorrisero per un istante, poi ridivennero seri.
“I miei ricordi sono un po' confusi, ma l'ho sentito parlare del paese delle meraviglie. E di orrori.”
“Sì. E di Arkham.”
Gordon annuì, pensoso.
“ Ancora il manicomio. Prima scopriamo che due vittime ci lavoravano, poi Tetch ne parla. E ha ucciso Jeremiah Arkham. Credo che sia ora di tornarci. Le risposte che cerchiamo sono lì. Mi sembra evidente.”
“Lo penso anche io. Ma è meglio che ti riposi, Jim. Sei molto pallido. Mangia qualcosa.”
“No, dannazione. Io vengo con-”
Il commissario ebbe un mancamento e il detective dovette sorreggerlo. Con cautela, lo aiutò a sedersi dietro alla scrivania.
“No, Jim. Tu rimani qui e ti riposi. Ti aggiornerò immediatamente, non appena ottengo delle risposte. Hai la mia parola.”
Gordon annuì, riluttante.
“Maledizione. Va bene. Ma fai in fretta, Batman. Gli abbiamo messo i bastoni tra le ruote. Chissà cosa farà, adesso.”
Batman annuì e si recò verso la finestra.
“Lo fermeremo, Jim.”
Detto questo, si gettò nel vuoto e sparì.

Stagliata contro il cielo rosso ed immersa nell'oscurità, la struttura gotica di Arkham Asylum sembrava un'enorme tomba. Come se un gigante fosse stato sepolto sull'isola, lontano dalla città e dagli occhi dei suoi abitanti.
Batman scese dalla moto e si avviò verso l'entrata. Ormai, le guardie lo facevano passare dal cancello senza domande. Entrato nell'edificio, si trovò faccia a faccia con l'infermiere Stevens, lo stesso che aveva portato il televisore e la rivista di enigmistica a Nygma, l'ultima volta che il detective era stato lì. Sembrava molto pallido e aveva l'aria di non aver dormito molto bene. I suoi occhi erano arrossati e i suoi capelli scomposti.
“Buonasera, Batman. Devi vedere un paziente?”
“Ho delle domande da fare.”
“Certo. Dimmi pure di chi si-”
“A lei, infermiere Stevens.”
Ci fu un momento di silenzio.
“A me? E perché mai-”
“Non ho molto tempo, Stevens. Quindi non me ne faccia perdere altro. Jeremiah Arkham è morto. Il sindaco è morto. L'intera città è in pericolo.”
“Lo so, ma-”
“C'è Jervis Tetch, dietro a tutto questo. E credo che lei sappia cosa lo ha portato a tanto.”
“Io... Forse, sì. Ma... Io-”
“C'è un posto dove possiamo parlare da soli?”
L'infermiere sospirò, rassegnato.
“La guardiola del primo piano. Ci sono solo io lì, stanotte. Seguimi...”
I due uomini si avviarono. I loro passi echeggiavano nei grandi corridoi di pietra del manicomio.
Come aveva detto l'infermiere, la guardiola era deserta. Ad aspettarli, c'era solo l'odore del caffè, misto a disinfettante e candeggina. Classici odori ospedalieri. Su un tavolino, c'era un piccolo televisore, acceso ma con il volume al minimo.
Per essere Arkham, il piano era molto silenzioso. Tutti i pazienti sembravano dormire. Del resto, come Batman sapeva bene, quell'ala dell'istituto aveva i pazienti più tranquilli. Quelli curabili.
Stevens si sedette su una poltroncina spellata.
“Perché sei venuto da me?” Gli chiese. “Perché non un altro infermiere?”
Batman rimase in piedi.
“Lei è il più anziano. Lei era qui, quando ci lavoravano Reese e Loomis.”
Stevens tirò fuori delle gomme alla nicotina e si mise a masticarne una, freneticamente.
“Sì, è vero.”
“Era anche qui la prima volta che ci portai Jervis Tetch.”
L'infermiere annuì, tristemente.
“Sì. C'ero. Lo ricoverammo proprio in questo reparto, in effetti.”
“Perché era recuperabile. Non era un caso disperato. Era malato, ma non era un mostro.”
“Sì...”
“Ma ora lo è. E lei sa perché.”
Stevens si passò una mano tra i capelli.
“Io... Forse. So cosa è successo qui. Ma, non lo so, non capisco... Non capisco perché stia facendo tutto questo proprio ora. E' stato tanto tempo fa...”
“Ora lei mi dirà tutto quello che è successo.”
“Va bene...”
“Ma prima, le devo chiedere di rimanere immobile.”
Batman estrasse lo scanner per i microchip. Stevens si alzò in piedi, allarmato.
“Cosa vuoi farmi? Ti prego, non-”
“Non si preoccupi. E' per accertarmi che lei non abbia i chip del Cappellaio Matto. Che non la controlli come ha controllato quella folla.”
L'infermiere sgranò gli occhi.
“Puoi... Puoi davvero accertartene?”
“Sì. Ma deve rimanere immobile.”
L'uomo annuì e Batman procedette.
“Luce verde. Lei non ha nessuno chip.”
“Oh, grazie a Dio.”
Stevens crollò nuovamente sulla sediA.
“Ora, mi dica tutto quello che sa.”
L'infermiere si schiarì la gola, poi si mise in bocca un'altra gomma alla nicotina e iniziò a raccontare.
“Sono passati dieci anni, forse di più. Tu portasti qui Tetch, dopo che aveva cercato di rapire quella ragazza. Quella di cui era innamorato. Alice qualcosa.”
“Alice Albright.”
“Giusto, sì. Jervis era ossessionato da quella povera ragazza, ma lei era fidanzata con un altro. Così, infine, ricorse alla tecnologia e prese il controllo della sua mente. Voleva fuggire via con lei, per andare chissà dove. Aveva preso anche il controllo del suo capo, del fidanzato di Alice e di altra gente. Era disperato, completamente delirante. Ma tu lo fermasti.”
“Sì, tutto questo lo so. “Disse impaziente Batman, che ricordava perfettamente lo scontro che aveva avuto con Tetch, in un parco dei divertimenti ispirato al Paese delle Meraviglie. Per fortuna, alla fine nessuno si era fatto male.
“Sì, scusa. Ma è qui che inizia la storia. Ti ricordi com'era Tetch, allora?”
Batman annuì.
“Instabile. Malato. Ma recuperabile. Non come ora. Non così crudele. Non così pieno di odio.”
“Esatto. Tu credevi che avremmo potuto riportarlo alla normalità. Anche il dottor Arkham lo credeva. E anche io. Poteva diventare un brav'uomo. Ed era brillante. Un genio, in effetti. Chissà cosa sarebbe potuto diventare, se non ci fossero stati loro.”
Stevens ora fissò Batman dritto negli occhi.
“Reese e Loomis, quei due bastardi.”
“Che cosa gli fecero?”
L'infermiere sospirò e tornò a fissarsi le mani.
“Quando Tetch arrivò qui, Loomis era un inserviente da un paio d'anni. Reese invece era stato assunto solo poche settimane prima, come infermiere. Ha! Infermiere! Quel ragazzo era un sadico, Batman, credimi. Aveva scelto questo lavoro perché gli dava modo di tormentare dei poveri malati. Non ho dubbi, su questo. Non aveva un solo osso empatico in tutto il corpo.”
“Anche Loomis era così?”
Stevens inclinò la testa, pensandoci su.
“No. Non era così crudele. Ma era un uomo stupido e ignorante. E Reese fece colpo su di lui. Divennero amici, potremmo dire. E il loro passatempo preferito divenne proprio Jervis Tetch.”
Stevens tirò nuovamente fuori le gomme, poi ci ripensò.
“Fu graduale. Inizialmente, notammo solo dei lividi leggeri, sulle braccia. Jervis sosteneva di esserseli procurati da solo, prendendo a pugni il muro. Non era il primo paziente a farlo, così gli credemmo. Poi cominciarono a comparirgli su tutto il corpo. Un giorno, notai che perdeva sangue dal naso e lo portai a farsi una lastra. Il naso era fratturato.”
“Vi disse che erano stati loro?”
“No. Purtroppo, non ebbe mai il coraggio di dircelo. Ma, un paio di settimane dopo, notai una bruciatura di sigaretta sulla sua nuca. Gli chiesi di togliersi la maglietta e.... Mio Dio, Batman. La sua schiena era completamente ricoperta di bruciature. A decine. E alcune erano vecchie. Mi resi conto che le aveva da settimane.”
La mascella di Batman si irrigidì.
“Continui.”
“Tetch e io andavamo abbastanza d'accordo. Ero gentile con lui e lui era educato con me. Cercai di convincerlo a dirmi chi era stato, ma senza successo. Gli dissi che lo avremmo protetto dagli altri pazienti. Ovviamente, la cosa non lo confortò. Non pensavo che fossero stati dei dipendenti, capisci? Pensavo fosse successo in cortile o nei bagni. Cerchiamo di evitare cose del genere, ma era l'unica spiegazione che mi veniva in mente.”
Batman annuì.
“A quei tempi, io lavoravo quasi sempre di notte. Era Reese che lo portava a fare la doccia. Andai da lui e gli chiesi come mai le bruciature non erano state riportate nei registri. Mi disse che non se n'era accorto, che quando portava Tetch a fare la doccia non stava a fissarlo. Che non erano affari suoi. Non mi piaceva quel ragazzo, Batman. Non mi piacque da subito. Ma pensai che fosse solo pigro e poco attento. Non mi venne in mente potesse essere lui, il responsabile. Che idiota... Ero naive, Batman. Troppo.”
La dipendenza ebbe la meglio. Stevens si mise in bocca una terza gomma alla nicotina.
“Poi, venne quella notte. La peggiore notte della vita di Jervis Tetch, immagino. Era qui da due mesi e aveva sopportato in silenzio i tormenti di quei due schifosi. Le botte, le bruciature, gli stuzzicadenti sotto le unghie... Senza mai dire nulla, spaventato da quello che avrebbero potuto fargli, se li avesse denunciati. ”
L'infermiere masticava freneticamente.
“Ma quella notte, esagerarono. Si fecero prendere troppo la mano. E il povero Jervis non riuscì a trattenere le urla. Io, il dottor Arkham e un paio di infermieri corremmo nella sua stanza. Ciò che trovammo... Non lo dimenticherò mai. Lo avevano torturato, Batman. Lo avevano preso a cinghiate. Gli avevano strappato i capelli. Aveva perso dei denti. Gli avevano strappato delle unghie. Gli avevano spento addosso delle sigarette. Era quasi svenuto, a terra, e loro continuavano a prenderlo a calci e a dargli del finocchio, del fallito, del rifiuto umano. Se prima era per divertimento, quando arrivammo sembrarono picchiarlo perché li aveva fatti scoprire. Reese guardò me e.... E sorrise. Quel pezzo di merda mi sorrise e mi chiese qual era il problema. Era solo un piccolo pervertito, no? Che importanza poteva avere? Fu più forte di me, Batman. Gli ruppi il naso. Poi, gli altri infermieri mi fermarono prima che potessi colpire anche quel cazzo di inserviente. Lui se ne stava in un angolo, imbambolato, come se si rendesse conto solo in quel momento di cosa avevano fatto.”
Stevens guardò nel pacchetto. Le gomme erano finite.
“Fanculo... Comunque, venne chiamata la polizia e Jervis fu portato in infermeria.”
“Gordon non ne ha mai saputo nulla.”
“Sì, non c'era. Era in vacanza da qualche parte, credo. Con la figlia. Vennero due agenti, accompagnati dall'assistente del procuratore distrettuale in persona. Il futuro sindaco Jameson.”
Batman sgranò gli occhi.
“Jameson? Jameson sapeva?”
Stevens annuì, amareggiato.
“Oh, sì. Sapeva eccome. Mandò via i poliziotti e disse che ci avrebbe pensato lui. La cosa non mi piacque affatto, ma speravo che poi avrebbe fatto comunque arrestare quei bastardi. Te l'ho detto, ero troppo naive, una volta. Ora so che Jameson aveva lasciato detto ad alcuni poliziotti di avvertirlo, ogni volta che c'entrava in qualche modo Arkham.”
Si passò le mani tra i capelli.
“Ci fu una riunione. Eravamo presenti io, il dottor Arkham, quei due bastardi e Jameson. Ah, e un avvocato. L'avvocato fu un'idea di Jameson. Disse che era meglio avere un legale che rappresentasse l'istituto. Chiamarono un certo Fines. So che poi divenne un pezzo grosso.”
Batman strinse i pugni.
“Gary Fines?”
“Mi pare, sì. Perché?”
“Perché è stato la prima vittima del Cappellaio Matto. Il primo che ha fatto uccidere da Ragdoll.”
L'infermiere sbiancò.
“Oh, cazzo...”
“Continui la storia.”
“Io speravo che volessero fare il culo a strisce a quei due pezzenti. Ci contavo. Quindi, puoi immaginare come mi si gelò il sangue nelle vene, quando vidi Jameson dare una pacca sulla spalla del dottor Arkham e assicurargli che sarebbe andato tutto bene. Vedi, Batman, a quei tempi non erano ancora amiconi, ma erano sulla buona strada. E Jameson aveva grandi ambizioni. Voleva diventare sindaco. Amava la sua immagine di uomo duro contro il crimine. Se fosse uscita fuori quella storia, Arkham avrebbe perso dei finanziamenti. La gente avrebbe messo in discussione il sistema. Avrebbero provato pena per i pazienti. Le cose non sarebbero sembrate più bianche o nere. E a Jameson serviva che tutto rimanesse uguale. Altrimenti non sarebbe sembrato l'eroe della situazione, no?”
Stevens sorrise amaramente, disgustato.
“Mi fu detto molto chiaramente che non dovevo dirlo a nessuno. Che avrei perso il mio lavoro, altrimenti.”
“Chi lo disse?”
“Jameson.”
“E Jeremiah Arkham era d'accordo?”
Stevens ci pensò un attimo.
“Lui non disse molto. Ma, sai, non credo che fosse cinico come Jameson. Ho lavorato anni per lui, prima e dopo quella notte. Credo che, dal suo punto di vista, andasse protetto l'istituto. Che fosse per il bene comune. Gli dispiaceva sinceramente per Tetch, ma non voleva mettere a rischio Arkham. La verità era troppo scomoda, andava spazzata sotto il tappeto. E, del resto, non posso definirmi tanto meglio di lui. Vedi, alla fine accettai. Una volta che mi fu assicurato il licenziamento di quei due bastardi, mi convinsi che, restando lì, avrei potuto aiutare i pazienti. Che due mele marce non potevano rovinare tutto quello che facevamo lì. E altre stronzate del genere. Mantenni il silenzio, come tutti i presenti. Fines stese un documento e lo firmammo tutti, garantendo la segretezza, e poi andammo ognuno per la sua strada. I due bastardi se ne andarono, felici di non finire in galera, Jameson continuò la sua scalata verso il potere, il dottore continuò a gestire Arkham e io continuai a fare del mio meglio, cercando di ignorare la vergogna che provavo fino alle ossa.”
“E Tetch?”
Stevens si grattò il mento, ruvido di barba.
“Anche lui firmò quel documento, quando si svegliò. Gli fu spiegato tutto. Fui io a spiegarglielo, in effetti. Poi, Fines gli fece firmare il documento e se ne andò via di fretta, senza neanche stringerli la mano. E sai qual è la cosa peggiore? Jervis non si arrabbiò. Sembrò accettare tutto quanto come normale, tipico. Lo accettò con tristezza e rassegnazione. Il sistema aveva deciso che il suo dolore era trascurabile, e lui non era sorpreso. Rimase ad Arkham finché le ferite non furono guarite, poi il dottor Arkham lo fece uscire prima. Perché si sentiva in colpa, immagino.“
“Fu il suo secondo errore.” Disse Batman, severo.
“Hai ragione. Avremmo dovuto aiutarlo. Provare a curarlo. Invece, lo avevamo torturato e poi gettato di nuovo nel mondo. Avevamo solo peggiorato le cose. E infatti, ricominciò con il controllo mentale. E con il crimine. Non chiederò il tuo perdono, Batman. Non lo merito. Come non merito quello di Jervis. Fui un codardo. Probabilmente, verrà anche per me.”
“No, non credo.” Gli rispose il cavaliere oscuro.
“Perché?”
“Lei fu gentile con lui. Non lo tormentò. E prese a pugni Reese. Credo che, nella sua mente, Jervis non la metta sullo stesso piano degli altri presenti alla riunione.”
Stevens scoppiò in lacrime. Batman lo osservò, senza consolarlo. Provava disgusto per le sue parole, e anche per le sue azioni. O meglio, per come non avesse agito.
Ma provava anche pietà per lui.
“La ringrazio, ora è tutto più chiaro.”
Stevens lo guardò, asciugandosi gli occhi.
“Ma ci sono delle cose che non capisco! Perché uccidere tutte quelle persone? E perché ora, dopo tutto questo tempo? E perché in modo così... Così crudele? Negli anni ha commesso tanti crimini, ma questo... Questo è diverso.”
Batman annuì.
“Sì. E' diverso.”
Il detective si toccò il mento, riflettendo.
“Credo che Jervis Tetch odi questa città più che mai. Credo che voglia punirla e che la incolpi per tutto ciò che gli è successo. Credo che ci sia un motivo se questo odio è esploso proprio adesso, ma non so ancora quale sia. Credo anche che le morti, oltre a un'espressione del suo odio, fossero un modo di nascondere i veri obbiettivi. Fines. Loomis. Reese. Uccidendoli insieme a tanti altri e manovrando altri criminali, ci ha depistato. Gli ha dato il tempo di estendere il suo controllo mentale a tutta Gotham. Così, ha potuto uccidere anche Jameson e Arkham, manipolando una folla intera. E ha potuto far vedere la sua opera a tutta la città.”
Stevens sbiancò.
“Tutte quelle morti solo per nascondere i suoi veri bersagli?”
“Anche.” Lo corresse Batman. “Come ho detto, credo che Tetch odi questa città più che mai. Qualcosa gli ha fatto tornare in mente tutto ciò che gli è stato fatto, e l'ha portato a credere che l'intera città sia malvagia, da punire. Qualcosa lo ha spinto finalmente oltre il limite.”
Come a confermare le sue parole, sullo schermo del piccolo televisore apparve la scritta EDIZIONE STRARDINARIA. L'infermiere alzò il volume e i due uomini guardarono lo schermo, preparandosi al peggio.
“Folle inferocite di cittadini stanno devastando la città. Centinaia di persone si sono riversate per strada e stanno attaccando i passanti, distruggendo tutto ciò che incontrano e gettando Gotham nel caos. Fonti vicine alla polizia hanno dichiarato che il comportamento è probabilmente della stessa natura di quello visto ieri, quando il sindaco Jameson è stato ucciso dal pubblico presente alla conferenza stampa. Sebbene non sia stato confermato, delle voci sembrano affermare che dietro a tutto questo ci sarebbe Jervis Tetch, detto anche Il Cappellaio Matto. Per ora, non sembrano esserci dei morti, ma-”
“Devo andare.” Disse Batman.
L'altro lo guardò, terrorizzato.
“Lo fermerai, vero? Lo prenderai. Ti prego, devi. E' anche colpa mia.”
“Lo fermerò.”
Detto questo, uscì dalla stanza, avviandosi verso l'uscita.

La moto sfrecciava nella notte. Il detective attivò il comunicatore.
“Alfred.”
“Signorino Bruce! Ha sentito cosa sta succedendo?”
“Ho sentito. Sto venendo via da Arkham proprio adesso. Vado in città.”
“Sir, ma come farà a fermarli tutti? Sono così tanti...”
“Lo so. Manda un messaggio a tutti i nostri alleati e carica la batmobile con i proiettili di gomma antisommossa. Purtroppo, forse dovremo-
“Forse non sarà necessario, signor Wayne.” Disse Lucius Fox, inserendosi nella chiamata.
“Lucius!” Disse Alfred. “Che cosa-”
Abituato come era a ricevere brutte notizie, Batman quasi non registrò le parole dell'amico.
“Ce l'ho fatta, Bruce! Ce l'ho fatta!” Lucius tratteneva a stento il proprio entusiasmo. “Ho trovato l'origine del segnale!”
“Ottimo lavoro, Lucius!” Esclamò il maggiordomo.
“Sai dov'è Tetch?” Chiese Batman.
“Sì! Le sto mandando ora le coordinate.”
“Ottimo lavoro, Lucius. Alfred, manda le coordinate a Gordon, per favore.”
“Certo, sir. Buona fortuna.”
Alfred si tolse dalla comunicazione.
“Ho un'altra buona notizia, signor Wayne.” Disse Lucius.
“Che cosa?”
“Sono riuscito ad interrompere il segnale. Momentaneamente, almeno.”
“Vuol dire che quei cittadini sono tornati normali? I disordini sono finiti?”
“Per ora sì, signor Wayne. Sono riuscito a prendere il controllo delle trasmissioni e a interromperle. Ma è meglio che lei si sbrighi. Tetch è estremamente abile, riuscirà a riprendere il controllo. Conosce la tecnologia in questione molto meglio di me.”
“Grazie, Lucius..”
“Lo vada a prendere, signor Wayne.”
“Ci puoi giurare.”
Batman chiuse la chiamata e accelerò, spingendo la moto al limite e sparendo nella notte.
Era giunto il momento della resa dei conti.


FINE CAPITOLO 7








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Batman: Caduta Libera - Capitolo 8

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