CAPITOLO 7
PARANOIA
Nonostante
fossero solo le sei del pomeriggio, la luna era già sorta, come un
occhio rabbioso che spiava la città attraverso lo smog rossiccio. Il
freddo vento di ottobre scuoteva i rami degli alberi e faceva volare
vecchi giornali e buste di plastica, come uno stormo di orrendi
uccelli.
Batman osservò la scientifica che portava via i poveri
resti del sindaco e degli uomini che avevano cercato di proteggerlo.
Si chiese se il sangue sarebbe mai venuto via dall'asfalto, e quanti
spettatori della conferenza stampa sarebbero riusciti a dormire,
quella notte.
La folla inferocita si era poi calmata e i vari
responsabili erano tornati in sé. Erano molto confusi e nessuno
ricordava nulla, naturalmente. La polizia li stava visitando uno per
uno, alla ricerca dei microchip. Finora, ne avevano tolti una
ventina.
L'anziana signora che aveva decapitato il sindaco aveva
avuto un malore, nel vedere le proprie mani sporche di sangue, ed era
stata portata di urgenza all'ospedale.
“Cristo, che macello.”
Disse uno dei coroner, guardando nella direzione di Batman. “Come è
potuto succedere?”
Il cavaliere oscuro scosse la testa.
“Abbiamo
tutti sottovalutato Jervis Tetch. Non capiterà più.”
“A
questi qui, no di certo.” Disse il coroner, indicando le buste
contenenti i cadaveri.
“Già.”
Il ricevitore del cappuccio
vibrò. Era in arrivo una chiamata.
“Pronto.”
“Batman,
sono io.”
“Jim. Dove sei?”
“Sono in ufficio. Mi
dispiace non poter essere lì, ma questo casino ha sollevato un
vespaio che non ti dico. Mi stanno telefonando pezzi grossi da tutto
lo stato. Da tutto il paese.
Alcuni mi hanno dato la colpa, come se avessi potuto prevedere una
cosa del genere!”
“Mi dispiace, Jim.”
“Non ha
importanza. La cosa importante, ora, è trovare Tetch.”
“Sì.”
“Che
idioti, siamo stati. Pensavamo che controllasse solo i criminali e
chi gli serviva, come quel poveraccio di Stine. Non ci è venuto in
mente che potesse controllare anche gente normale.”
“E' colpa
mia, Jim. Pensavo che avesse un solo ripetitore. Ma, evidentemente,
ne controlla vari. Forse tutti quelli della città.”
“E non
possiamo abbatterli tutti.”
“Potremmo, ma credo sia più
importante trovare la fonte. Farla finita davvero.”
“Sì, lo
credo anche io. Cosa intendi fare?”
“Ho un paio di
idee.”
“Allora corri, vai a lavorarci. Inutile che rimani lì,
ormai il danno è fatto.”
“D'accordo. Ti chiamo se ho delle
novità.”
“Ci conto.”
La chiamata fu chiusa.
Batman
si allontanò silenziosamente dalla scena del delitto e si diresse
verso la moto, che aveva nascosto in un vicolo fatiscente a mezzo
isolato di distanza.
Il vento continuava a ululare, come se la
città stessa stesse urlando di paura. E, del resto, chi avrebbe
potuto biasimarla?
“Un notevole risultato, sir. Ma non
avrebbe fatto prima, con l'aiuto di Lucius?”
“Indubbiamente.
Ma Lucius ha altro da fare, Alfred. Gli ho affidato un altro
compito.”
“Capisco.”
Bruce finì di inserire l'ultima
vite. Il dispositivo era completato. C'erano volute circa tre
ore.
“E' sicuro che funzioni?” Chiese il
maggiordomo.
“Dovrebbe.”
Bruce puntò il dispositivo verso
il tavolo da lavoro. Una quasi impercettibile luce violacea lo colpì,
facendo luccicare il microchip del Cappellaio Matto. Il dispositivo
aveva due lampadine, una verde e una rossa. Quella rossa si illuminò,
reagendo alla presenza del chip.
“Perfetto.”
Alfred
appoggiò un vassoio, contenente la cena di Bruce, sul tavolo. Poi
raddrizzò la schiena e mise le mani dietro la schiena.
“Faccia
pure, signorino.”
Bruce lo guardò.
“Scusami, Alfred. Ma
devo essere sicuro.”
“Lo so. Vada, le ho detto.”
Bruce
scansionò Alfred dalla testa ai piedi. La lampadina verde si
illuminò.
“Tutto a posto. Non ci sono chip, su di te.”
Alfred
annuì e si allontanò, con un leggero sorriso.
“Difficile
mettermi addosso un chip, visto che sono sempre qui sotto con
lei.”
Anche Bruce sorrise.
“Forse dovrei darti
quell'aumento di cui parlava Selina.”
“Poco ma sicuro, sir.
Ora, mangi.”
Il maggiordomo entrò nell'ascensore, lasciandolo
con la cena e con i suoi pensieri.
Bruce mangiò in fretta, poi si
infilò il cappuccio e corse verso la moto. Non era finita, c'erano
altre persone da controllare.
Lucius tirò un sospiro di
sollievo, vedendo la lampadina verde illuminarsi.
“Grazie al
cielo. Non volevo fare la fine del povero Brent...”
Batman mise
via lo scanner, annuendo. Un altro prezioso alleato non era nelle
grinfie di Tetch, Non voleva neanche pensare a cosa sarebbe potuto
accadere, se Il Cappellaio Matto avesse preso il controllo di
qualcuno come Lucius Fox.
“Posso chiederti un parere?”
“Mi
dica, signor Wayne.”
“Tu credi che Jervis senta i pensieri
delle persone che controlla? I loro ricordi?”
Lucius corrugò la
fronte e aprì sul proprio computer le immagini dei chip smontati e
analizzati. Alcune erano le foto dei primi chip, quelli trovati da
Jeremiah Arkham. Altre appartenevano a quelli trovati sulla folla che
aveva assassinato il sindaco Jameson. E, naturalmente, il cavaliere
oscuro gli aveva inviato tutti i dati da lui raccolti nella
batcaverna, quando aveva analizzato il chip e i suoi
circuiti.
“Naturalmente è presto per esserne sicuri, ma io
credo di no. Il segnale di Tetch sembra imporre la sua volontà alle
vittime, ma non sembra scavare a fondo nei loro ricordi. I chip non
sembrano inviare molte informazioni verso la fonte del segnale.
Quando vuole, può controllare le persone come pupazzi. Ma,
altrimenti, eseguono solo i suoi ordini a livello subconscio o vivono
la loro vita normale. Non credo che sia paragonabile ad un contatto
telepatico. E più come... Il telecomando di una macchina
radiocomandata. Il telecomando non ha bisogno di conoscere i pensieri
della macchina, la opera e basta. Quando li usa come pupazzi, vede
attraverso i loro occhi, ma non credo che gli legga la mente. Sono
dei gusci vuoti, in quel momento. Riempiti dalla sua coscienza, dalla
sua volontà.”
“Come è accaduto a Nygma e all'anziana
signora.”
Lucius annuì.
“Altrimenti, si limita a dargli i
comandi e ad affidargli dei compiti. E, in casi come Brent o Ragdoll,
credo che gli dia anche delle istruzioni a livello subconscio per
quando vengono scoperti.”
“Portandoli al suicidio.”
“Esatto.
Se non erro, ha definito il suo controllo come un pilota automatico,
quando ha parlato attraverso Nygma.”
“Sì.”
Lucius annuì
nuovamente.
“Non credo che legga la mente delle persone, signor
Wayne. Non credo che gli interessi. Gli interessa solo usarle.”
“Ma
non puoi giurarlo.”
Lucius sospirò.
“No, il rischio
c'è.”
“Allora è ancora più importante che tu faccia una
cosa per me, Lucius.”
“Mi dica.”
Batman gli porse lo
scanner. Poi, prese dalla cintura un taser elettrico.
“Prendi
questi.”
“Cosa-”
“Appoggia il taser alla mia
guancia.”
“Ma signor Wayne-”
“Fallo, Lucius. Per
favore.”
“D-d'accordo.”
“Bene. Ora voglio che passi lo
scanner su di me. Io intendo rimanere perfettamente immobile finché
non avrai finito. Se mi muovo prima che tu abbia finito o se la
lampadina diventa rossa, voglio che tu mi dia una scossa. E' al
massimo della potenza, dovrebbe stordirmi. A quel punto, dovrai
legarmi e trovare il chip.”
“Non credo di poterle dare la
scossa. E poi, non vedo quando Tetch glielo avrebbe potuto-”
“Ho
perso i sensi, combattendo contro Electrocutioner e Killer Moth.
Potrebbero avermelo messo da giorni.”
Lucius sgranò gli occhi.
Non ci aveva pensato.
“Io... D'accordo, signor Wayne. Rimanga
immobile, ora la scansiono.”
“Grazie, Lucius.”
Fu un
lungo, lunghissimo minuto. Ma, infine, la lampadina che si accese fu
sempre quella verde.
Lucius tirò un secondo sospiro di sollievo,
più grande di quello che aveva emesso per sé stesso.
“Meno
male. Meno male.”
Restituì gli strumenti a Batman, che li
rimise sulla cintura.
“Ti ringrazio, Lucius. Dovevamo
sapere.”
“Sì, dovevamo sapere. Ora da chi intende
andare?”
“Gordon. E' di vitale importanza assicurarsi che sia
al sicuro.”
“Molto bene. Allora io mi rimetto al
lavoro.
Batman annuì.
“Credi di poterci riuscire,
Lucius?”
“Sarà difficile, ma penso di poterci
riuscire.
“Bene.”
Lucius aprì la finestra che dava sul
balcone, facendo cenno a Batman di uscire da lì.
“Buona
fortuna, signor Wayne.”
“Preferisco non affidarmi alla
fortuna.”
Detto questo, il cavaliere oscurò si gettò dal
balcone, sparendo nella notte gelida.
Stava per rimuovere i
blocchi di sicurezza dalla moto, quando udì un rumore leggero alle
sue spalle.
Si voltò a scatto, trovandosi faccia a faccia con
Catwoman.
“Sei tu.”
Lei sorrise, ma senza allegria.
“Lo
spero proprio.”
Batman rimase in guardia. Non gli piaceva
quell'atteggiamento serio.
“Cosa vuoi dire?”
Catwoman si
avvicinò di un passo.
“Ti ho seguito, Bats. Ho visto quello che
hai fatto con Lucius.”
Batman nascose bene la sua sorpresa, ma
era davvero colpito. Non si era accorto della presenza di
Selina.
“Perché mi hai seguito?”
“Perché, da quando
quella folla ha massacrato il sindaco, sono diventato paranoica.”
La ladra sorrise. “Immagino che tu ti senta così ogni giorno,
quindi non dovrei lamentarmi troppo.”
Batman iniziava a
capire.
“Hai paura di avere addosso uno dei chip di Jervis
Tetch?”
Lei annuì.
“Hai motivo per pensarlo?”
“No,
non mi viene in mente nulla di sospetto. Nessun incontro strano,
nessun vuoto di memoria. Ma vorrei accertarmi di essere a posto.”
Ora
lei lo guardò, con quegli straordinari occhi chiari. Batman vide che
aveva delle notevoli occhiaie.
“Puoi accertartene per me? Ti
prego.”
Batman tirò fuori lo scanner.
“Sarei venuto a
controllarti il prima possibile. Lo sai.”
Lei sorrise.
“Lo
so. Ma sai quanto sono impaziente.”
Lui sorrise
leggermente.
“Rimani immobile.”
“OK.”
La luce
divenne verde.
“Non hai chip.”
Lei si rilassò,
ingobbendosi momentaneamente per la stanchezza e per il
sollievo.
“Non riesco a credere che quel piccolo verme mi abbia
messo addosso una tale paura.”
“Nessuno riesce a
crederci.”
Ora lei lo guardò, raddrizzando la schiena.
“Che
cosa gli è successo, Batman? Perché è così... Così rabbioso?
Così spietato? Non era così, una volta.”
“Non lo so. Ma
intendo scoprirlo. Credo che le risposte siano ad Arkham.”
“Tanto
per cambiare. Ci vai ora?”
“Prima devo controllare come sta
Gordon.”
Catwoman annuì.
“Vuoi che venga con te?”
“No.
Posso cavarmela da solo.” Ci fu una pausa. “Ma ti ringrazio.”
Lei
tirò fuori la sua frusta e la avvolse intorno ad un gargoyle, alcuni
metri sopra le loro teste.
“Se ti servo, sai come
trovarmi.”
Batman annuì.
“Rimani fuori dai guai.”
“Ma
pensa te da che pulpito!” Disse lei, sogghignando.
Poi, si
arrampicò sul tetto e sparì dalla sua vista.
Il cavaliere oscuro
sbloccò la moto e salì, chiedendosi se Selina, presa dal proprio
sollievo, avesse notato quanto fosse stato sollevato lui, nel vedere
la luce verde.
Ma non c'era tempo per pensare al loro complicato
rapporto. Doveva andare da Gordon.
Rombando, si avviò per le
strade sporche di Gotham, in direzione del GCPD.
Era l'una del
mattino. Nel cielo rossiccio, non c'era una sola nuvola.
La
finestra dell'ufficio di Gordon era aperta, come sempre. Jim la
lasciava spesso aperta proprio per lui.
“Jim, ci sei? Ti devo
parlare.” Disse il detective, entrando nella stanza.
“Sono
subito da te, Batman.” Gli rispose una voce da un angolo della
stanza.
Batman vide che Gordon stava frugando tra alcuni moduli, a
qualche metro da lui. Gli dava le spalle e la postura suggeriva una
profonda stanchezza.
“D'accordo. Solite scartoffie di fine
giornata?”
“Sì. Mi faranno impazzire, un giorno.”
“Hai
subito altre pressioni, dai piani alti?”
“Niente di nuovo.”
Il
cavaliere oscuro fece un passo verso il commissario.
“Dovresti
andare a casa, Jim. E' stata una lunga giornata. Barbara ti starà
aspettando.”
“Hai ragione. Ma sai meglio di me che-”
Batman
tirò fuori lo stesso taser che aveva affidato a Lucius alcuni minuti
prima, puntandolo verso la schiena dell'amico.
“Barbara Gordon
non è a Gotham, Jervis. E' a Metropolis, per un corso formativo. E
comunque non abita con Jim da anni, ormai. Ora voltati lentamente, e
alza le mani.”
La schiena di Gordon non si mosse.
“Ah,
caspiterina.” Disse Gordon, prendendo il tono di voce e la cadenza
di Jervis Tetch. “Mi hai smascherato, razza di furfante!”
“ORA,
Jervis!” Disse Batman. “Voltati.”
Il commissario si voltò
di scatto, impugnando una pistola. Ma non la puntava verso Batman, la
puntava verso il proprio mento.
“Non fare mosse avventate,
Batman. Oppure, il cervello del commissario rovinerà tutte le sue
scartoffie. Non gli faresti mai un dispetto del genere, vero?”
Batman
serrò i denti. Non poteva dargli la scossa. Anche se avesse perso i
sensi, avrebbe potuto stringere convulsamente il grilletto. Era
troppo pericoloso.
“Lascialo andare, Jervis. Poni fine a tutto
questo.”
Il commissario rise, una risata che Batman non gli
aveva mai sentito e sperava vivamente di non sentire mai più. Era
fredda e crudele, ma anche straziante. Come la risata di un uomo
molto, molto malato.
“Fine, Batman? Oh, no. La tana del
Bianconiglio continua. Continua e continua. E sai a cosa
porterà?”
“No, Jervis. Perché non me lo dici tu?”
“A
orrori. Orrori e orrori. La tua amata Gotham, come una piccola Alice,
sta precipitando. E' in caduta libera, proiettata verso l'abisso. Ma
non ci saranno meraviglie, per questa Alice. Oh, no. Niente Lepre
Marzolina. Niente fiori danzanti. Niente carte da gioco colorate.
Solo dolore, paura e punizione.”
“Punizione per cosa,
Jervis?”
“Non ti riguarda. Ma non c'è fuga, Batman. Questa
Alice non merita di sognare. Questa Alice non merita magia, bellezza
o fantasia. Merita solo ombre. Solo buio. Merita solo incubi, come
quelli contenuti ad Arkham.”
“Che cosa ti è successo, Jervis?
Cosa ti ha reso così? Tutto questo è folle.”
Il commissario
rise ancora, ma senza gioia.
“Folle, sì. Matto, come un
cappellaio. Ora, Batman, ti prego di buttare il taser a terra.
Sappiamo entrambi che uccidere il commissario non mi costerebbe
nulla. E' solo un guscio vuoto, per me.”
I due si guardarono per
un attimo.
“Gettalo, ho detto.”
Non aveva scelta. Lo fece
cadere.
“Jim, puoi sentirmi?”
“E' inutile, Batman. Sono
io che ho il controllo, ora.”
Il commissario tirò fuori le
manette con una mano, mentre l'altra continuava a puntare la pisola
verso il volto del poliziotto..
“Adesso, sei pregato di voltarti
e di mettere i polsi dietro la schiena. Da bravo.”
“Jim, puoi
sconfiggerlo. Credo in te. Riprendi il controllo.”
“E'
inutile, Batman. Voltati. Le mani dietro la schiena, per
favore.”
“Jim, non puoi lasciare che vinca. Combattilo!
Dobbiamo salvare la città.”
“Smettila, Batman! E' inutile! E'
sotto il mio controllo! E' mio! Mio! Siete tutti miei! E ora
voltati!”
Riluttante, il cavaliere oscuro si volto e porse i
polsi dietro la schiena. Gordon gli venne incontro.
“E' finita,
cavaliere oscuro. Questa notte, finirà tutto quanto. Ho te. Ho
Gordon. Non c'è più nulla, a sbarrarmi la strada. ”
“Ne sei
convinto?”
“Certo!”
Batman sorrise.
“E allora come
mai la pistola è puntata verso il soffitto?”
Il commissario
smise di venirgli incontro. Sgranò gli occhi e si guardò il
braccio, ora puntato verso l'alto e non più contro il volto di
Gordon.
“Ma come-”
Batman si voltò di scatto,
afferrandogli il braccio e costringendolo a lasciare la pistola.
“No!
Non è possibile! Non può essere vero!”
Batman gli torse il
braccio dietro la schiena. Con l'altra mano, raccolse il taser da
terra.
“Noi abbiamo sbagliato a sottovalutare te, Jervis. Ma tu
hai sottovalutato Jim. E' più forte di quanto credi. Più forte del
tuo controllo mentale.”
“Maledetti! Ve la farò pagare! Ve la
fa-”
“Ma su una cosa avevi ragione, Jervis.” Lo interruppe
Batman, applicando il taser alla spalla del commissario. “Questa
notte finirà tutto.”
“No! Noo-”
La scossa fu breve ma di
enorme intensità. Gordon cadde a terra, privo di sensi.
Poi, ci
fu solo silenzio.
Non ci volle molto a trovare il chip. Era
stato applicato sotto l'ascella del commissario. Il cavaliere oscuro
lo tolse e lo mise in una tasca della cintura. Poi, con cautela,
sollevò la testa del commissario e gli mise dei sali sotto il naso,
per farlo rinvenire.
“Cos- Che cosa è successo? Batman! “
“Va
tutto bene, Jim. Non ti agitare.”
Lentamente, aiutò il
commissario a mettersi seduto.
“Aaah... Che mal di
testa...”
“Ricordi nulla, Jim?”
“Io... Sì. Lui... Lui
ha preso il controllo di me, non è vero?”
Batman annuì.
“Ma
non è andata come pensava. Tu gli hai tenuto testa. Mi hai permesso
di fermarlo.”
Gordon si sfregò gli occhi.
“Sì...”
“Com'era,
Jim? Cosa sentivi, mentre ti controllava?”
“Mentre mi usava,
non provavo nulla. Era come se non ci fossi. Poi, però, ho sentito
la tua voce. Chiedevi il mio aiuto. Così, ho iniziato a
risvegliarmi. Era come- Era come essere in una sala d'attesa, pieno
di sedativi. Ero calmo. Mansueto. Non avevo idea di che cosa stesse
accadendo, nel mondo reale. E a malapena mi importava. Ma tu
continuavi a chiamarmi. Così, mi sono alzato e ho cercato un'uscita.
Ho vista una strana luce verdastra e poi... Poi ho visto te. Ti
guardavo, e impugnavo una pistola. Era come avere la febbre, ogni
movimento mi costava enorme fatica. Ma sono riuscito a puntare la
pistola verso l'alto. Non credo che lui si rendesse conto che ero lì,
che stavo tornando in me.”
“No, direi proprio di no. Lo hai
colto di sorpresa.”
Gordon sorrise debolmente.
“Ogni tanto,
ci riesco anche io..”
Batman si alzò in piedi e gli porse la
mano. Gordon la prese e si mise in piedi, barcollando per un
momento.
“Hai dimostrato enorme forza di volontà, Jim.
Grazie.”
“Grazie a te.”
I due si sorrisero per un
istante, poi ridivennero seri.
“I miei ricordi sono un po'
confusi, ma l'ho sentito parlare del paese delle meraviglie. E di
orrori.”
“Sì. E di Arkham.”
Gordon annuì, pensoso.
“
Ancora il manicomio. Prima scopriamo che due vittime ci lavoravano,
poi Tetch ne parla. E ha ucciso Jeremiah Arkham. Credo che sia ora di
tornarci. Le risposte che cerchiamo sono lì. Mi sembra
evidente.”
“Lo penso anche io. Ma è meglio che ti riposi,
Jim. Sei molto pallido. Mangia qualcosa.”
“No, dannazione. Io
vengo con-”
Il commissario ebbe un mancamento e il detective
dovette sorreggerlo. Con cautela, lo aiutò a sedersi dietro alla
scrivania.
“No, Jim. Tu rimani qui e ti riposi. Ti aggiornerò
immediatamente, non appena ottengo delle risposte. Hai la mia
parola.”
Gordon annuì, riluttante.
“Maledizione. Va bene.
Ma fai in fretta, Batman. Gli abbiamo messo i bastoni tra le ruote.
Chissà cosa farà, adesso.”
Batman annuì e si recò verso la
finestra.
“Lo fermeremo, Jim.”
Detto questo, si gettò nel
vuoto e sparì.
Stagliata contro il cielo rosso ed immersa
nell'oscurità, la struttura gotica di Arkham Asylum sembrava
un'enorme tomba. Come se un gigante fosse stato sepolto sull'isola,
lontano dalla città e dagli occhi dei suoi abitanti.
Batman
scese dalla moto e si avviò verso l'entrata. Ormai, le guardie lo
facevano passare dal cancello senza domande. Entrato nell'edificio,
si trovò faccia a faccia con l'infermiere Stevens, lo stesso che
aveva portato il televisore e la rivista di enigmistica a Nygma,
l'ultima volta che il detective era stato lì. Sembrava molto pallido
e aveva l'aria di non aver dormito molto bene. I suoi occhi erano
arrossati e i suoi capelli scomposti.
“Buonasera, Batman. Devi
vedere un paziente?”
“Ho delle domande da fare.”
“Certo.
Dimmi pure di chi si-”
“A lei, infermiere Stevens.”
Ci fu
un momento di silenzio.
“A me? E perché mai-”
“Non ho
molto tempo, Stevens. Quindi non me ne faccia perdere altro. Jeremiah
Arkham è morto. Il sindaco è morto. L'intera città è in
pericolo.”
“Lo so, ma-”
“C'è Jervis Tetch, dietro a
tutto questo. E credo che lei sappia cosa lo ha portato a
tanto.”
“Io... Forse, sì. Ma... Io-”
“C'è un posto
dove possiamo parlare da soli?”
L'infermiere sospirò,
rassegnato.
“La guardiola del primo piano. Ci sono solo io lì,
stanotte. Seguimi...”
I due uomini si avviarono. I loro passi
echeggiavano nei grandi corridoi di pietra del manicomio.
Come
aveva detto l'infermiere, la guardiola era deserta. Ad aspettarli,
c'era solo l'odore del caffè, misto a disinfettante e candeggina.
Classici odori ospedalieri. Su un tavolino, c'era un piccolo
televisore, acceso ma con il volume al minimo.
Per essere Arkham,
il piano era molto silenzioso. Tutti i pazienti sembravano dormire.
Del resto, come Batman sapeva bene, quell'ala dell'istituto aveva i
pazienti più tranquilli. Quelli curabili.
Stevens si sedette su
una poltroncina spellata.
“Perché sei venuto da me?” Gli
chiese. “Perché non un altro infermiere?”
Batman rimase in
piedi.
“Lei è il più anziano. Lei era qui, quando ci
lavoravano Reese e Loomis.”
Stevens tirò fuori delle gomme alla
nicotina e si mise a masticarne una, freneticamente.
“Sì, è
vero.”
“Era anche qui la prima volta che ci portai Jervis
Tetch.”
L'infermiere annuì, tristemente.
“Sì. C'ero. Lo
ricoverammo proprio in questo reparto, in effetti.”
“Perché
era recuperabile. Non era un caso disperato. Era malato, ma non era
un mostro.”
“Sì...”
“Ma ora lo è. E lei sa
perché.”
Stevens si passò una mano tra i capelli.
“Io...
Forse. So cosa è successo qui. Ma, non lo so, non capisco... Non
capisco perché stia facendo tutto questo proprio ora. E' stato tanto
tempo fa...”
“Ora lei mi dirà tutto quello che è
successo.”
“Va bene...”
“Ma prima, le devo chiedere di
rimanere immobile.”
Batman estrasse lo scanner per i microchip.
Stevens si alzò in piedi, allarmato.
“Cosa vuoi farmi? Ti
prego, non-”
“Non si preoccupi. E' per accertarmi che lei non
abbia i chip del Cappellaio Matto. Che non la controlli come ha
controllato quella folla.”
L'infermiere sgranò gli
occhi.
“Puoi... Puoi davvero accertartene?”
“Sì. Ma deve
rimanere immobile.”
L'uomo annuì e Batman procedette.
“Luce
verde. Lei non ha nessuno chip.”
“Oh, grazie a Dio.”
Stevens
crollò nuovamente sulla sediA.
“Ora, mi dica tutto quello che
sa.”
L'infermiere si schiarì la gola, poi si mise in bocca
un'altra gomma alla nicotina e iniziò a raccontare.
“Sono
passati dieci anni, forse di più. Tu portasti qui Tetch, dopo che
aveva cercato di rapire quella ragazza. Quella di cui era innamorato.
Alice qualcosa.”
“Alice Albright.”
“Giusto, sì. Jervis
era ossessionato da quella povera ragazza, ma lei era fidanzata con
un altro. Così, infine, ricorse alla tecnologia e prese il controllo
della sua mente. Voleva fuggire via con lei, per andare chissà dove.
Aveva preso anche il controllo del suo capo, del fidanzato di Alice e
di altra gente. Era disperato, completamente delirante. Ma tu lo
fermasti.”
“Sì, tutto questo lo so. “Disse impaziente
Batman, che ricordava perfettamente lo scontro che aveva avuto con
Tetch, in un parco dei divertimenti ispirato al Paese delle
Meraviglie. Per fortuna, alla fine nessuno si era fatto male.
“Sì,
scusa. Ma è qui che inizia la storia. Ti ricordi com'era Tetch,
allora?”
Batman annuì.
“Instabile. Malato. Ma
recuperabile. Non come ora. Non così crudele. Non così pieno di
odio.”
“Esatto. Tu credevi che avremmo potuto riportarlo alla
normalità. Anche il dottor Arkham lo credeva. E anche io. Poteva
diventare un brav'uomo. Ed era brillante. Un genio, in effetti.
Chissà cosa sarebbe potuto diventare, se non ci fossero stati
loro.”
Stevens ora fissò Batman dritto negli occhi.
“Reese
e Loomis, quei due bastardi.”
“Che cosa gli
fecero?”
L'infermiere sospirò e tornò a fissarsi le
mani.
“Quando Tetch arrivò qui, Loomis era un inserviente da un
paio d'anni. Reese invece era stato assunto solo poche settimane
prima, come infermiere. Ha! Infermiere! Quel ragazzo era un sadico,
Batman, credimi. Aveva scelto questo lavoro perché gli dava modo di
tormentare dei poveri malati. Non ho dubbi, su questo. Non aveva un
solo osso empatico in tutto il corpo.”
“Anche Loomis era
così?”
Stevens inclinò la testa, pensandoci su.
“No. Non
era così crudele. Ma era un uomo stupido e ignorante. E Reese fece
colpo su di lui. Divennero amici, potremmo dire. E il loro passatempo
preferito divenne proprio Jervis Tetch.”
Stevens tirò
nuovamente fuori le gomme, poi ci ripensò.
“Fu graduale.
Inizialmente, notammo solo dei lividi leggeri, sulle braccia. Jervis
sosteneva di esserseli procurati da solo, prendendo a pugni il muro.
Non era il primo paziente a farlo, così gli credemmo. Poi
cominciarono a comparirgli su tutto il corpo. Un giorno, notai che
perdeva sangue dal naso e lo portai a farsi una lastra. Il naso era
fratturato.”
“Vi disse che erano stati loro?”
“No.
Purtroppo, non ebbe mai il coraggio di dircelo. Ma, un paio di
settimane dopo, notai una bruciatura di sigaretta sulla sua nuca. Gli
chiesi di togliersi la maglietta e.... Mio Dio, Batman. La sua
schiena era completamente ricoperta di bruciature. A decine. E alcune
erano vecchie. Mi resi conto che le aveva da settimane.”
La
mascella di Batman si irrigidì.
“Continui.”
“Tetch e io
andavamo abbastanza d'accordo. Ero gentile con lui e lui era educato
con me. Cercai di convincerlo a dirmi chi era stato, ma senza
successo. Gli dissi che lo avremmo protetto dagli altri pazienti.
Ovviamente, la cosa non lo confortò. Non pensavo che fossero stati
dei dipendenti, capisci? Pensavo fosse successo in cortile o nei
bagni. Cerchiamo di evitare cose del genere, ma era l'unica
spiegazione che mi veniva in mente.”
Batman annuì.
“A quei
tempi, io lavoravo quasi sempre di notte. Era Reese che lo portava a
fare la doccia. Andai da lui e gli chiesi come mai le bruciature non
erano state riportate nei registri. Mi disse che non se n'era
accorto, che quando portava Tetch a fare la doccia non stava a
fissarlo. Che non erano affari suoi. Non mi piaceva quel ragazzo,
Batman. Non mi piacque da subito. Ma pensai che fosse solo pigro e
poco attento. Non mi venne in mente potesse essere lui, il
responsabile. Che idiota... Ero naive, Batman. Troppo.”
La
dipendenza ebbe la meglio. Stevens si mise in bocca una terza gomma
alla nicotina.
“Poi, venne quella notte. La peggiore notte della
vita di Jervis Tetch, immagino. Era qui da due mesi e aveva
sopportato in silenzio i tormenti di quei due schifosi. Le botte, le
bruciature, gli stuzzicadenti sotto le unghie... Senza mai dire
nulla, spaventato da quello che avrebbero potuto fargli, se li avesse
denunciati. ”
L'infermiere masticava freneticamente.
“Ma
quella notte, esagerarono. Si fecero prendere troppo la mano. E il
povero Jervis non riuscì a trattenere le urla. Io, il dottor Arkham
e un paio di infermieri corremmo nella sua stanza. Ciò che
trovammo... Non lo dimenticherò mai. Lo avevano torturato, Batman.
Lo avevano preso a cinghiate. Gli avevano strappato i capelli. Aveva
perso dei denti. Gli avevano strappato delle unghie. Gli avevano
spento addosso delle sigarette. Era quasi svenuto, a terra, e loro
continuavano a prenderlo a calci e a dargli del finocchio, del
fallito, del rifiuto umano. Se prima era per divertimento, quando
arrivammo sembrarono picchiarlo perché li aveva fatti scoprire.
Reese guardò me e.... E sorrise. Quel pezzo di merda mi sorrise e mi
chiese qual era il problema. Era solo un piccolo pervertito, no? Che
importanza poteva avere? Fu più forte di me, Batman. Gli ruppi il
naso. Poi, gli altri infermieri mi fermarono prima che potessi
colpire anche quel cazzo di inserviente. Lui se ne stava in un
angolo, imbambolato, come se si rendesse conto solo in quel momento
di cosa avevano fatto.”
Stevens guardò nel pacchetto. Le gomme
erano finite.
“Fanculo... Comunque, venne chiamata la polizia e
Jervis fu portato in infermeria.”
“Gordon non ne ha mai saputo
nulla.”
“Sì, non c'era. Era in vacanza da qualche parte,
credo. Con la figlia. Vennero due agenti, accompagnati
dall'assistente del procuratore distrettuale in persona. Il futuro
sindaco Jameson.”
Batman sgranò gli occhi.
“Jameson?
Jameson sapeva?”
Stevens annuì, amareggiato.
“Oh, sì.
Sapeva eccome. Mandò via i poliziotti e disse che ci avrebbe pensato
lui. La cosa non mi piacque affatto, ma speravo che poi avrebbe fatto
comunque arrestare quei bastardi. Te l'ho detto, ero troppo naive,
una volta. Ora so che Jameson aveva lasciato detto ad alcuni
poliziotti di avvertirlo, ogni volta che c'entrava in qualche modo
Arkham.”
Si passò le mani tra i capelli.
“Ci fu una
riunione. Eravamo presenti io, il dottor Arkham, quei due bastardi e
Jameson. Ah, e un avvocato. L'avvocato fu un'idea di Jameson. Disse
che era meglio avere un legale che rappresentasse l'istituto.
Chiamarono un certo Fines. So che poi divenne un pezzo
grosso.”
Batman strinse i pugni.
“Gary Fines?”
“Mi
pare, sì. Perché?”
“Perché è stato la prima vittima del
Cappellaio Matto. Il primo che ha fatto uccidere da
Ragdoll.”
L'infermiere sbiancò.
“Oh, cazzo...”
“Continui
la storia.”
“Io speravo che volessero fare il culo a strisce a
quei due pezzenti. Ci contavo. Quindi, puoi immaginare come mi si
gelò il sangue nelle vene, quando vidi Jameson dare una pacca sulla
spalla del dottor Arkham e assicurargli che sarebbe andato tutto
bene. Vedi, Batman, a quei tempi non erano ancora amiconi, ma erano
sulla buona strada. E Jameson aveva grandi ambizioni. Voleva
diventare sindaco. Amava la sua immagine di uomo duro contro il
crimine. Se fosse uscita fuori quella storia, Arkham avrebbe perso
dei finanziamenti. La gente avrebbe messo in discussione il sistema.
Avrebbero provato pena per i pazienti. Le cose non sarebbero sembrate
più bianche o nere. E a Jameson serviva che tutto rimanesse uguale.
Altrimenti non sarebbe sembrato l'eroe della situazione, no?”
Stevens
sorrise amaramente, disgustato.
“Mi fu detto molto chiaramente
che non dovevo dirlo a nessuno. Che avrei perso il mio lavoro,
altrimenti.”
“Chi lo disse?”
“Jameson.”
“E
Jeremiah Arkham era d'accordo?”
Stevens ci pensò un
attimo.
“Lui non disse molto. Ma, sai, non credo che fosse
cinico come Jameson. Ho lavorato anni per lui, prima e dopo quella
notte. Credo che, dal suo punto di vista, andasse protetto
l'istituto. Che fosse per il bene comune. Gli dispiaceva sinceramente
per Tetch, ma non voleva mettere a rischio Arkham. La verità era
troppo scomoda, andava spazzata sotto il tappeto. E, del resto, non
posso definirmi tanto meglio di lui. Vedi, alla fine accettai. Una
volta che mi fu assicurato il licenziamento di quei due bastardi, mi
convinsi che, restando lì, avrei potuto aiutare i pazienti. Che due
mele marce non potevano rovinare tutto quello che facevamo lì. E
altre stronzate del genere. Mantenni il silenzio, come tutti i
presenti. Fines stese un documento e lo firmammo tutti, garantendo la
segretezza, e poi andammo ognuno per la sua strada. I due bastardi se
ne andarono, felici di non finire in galera, Jameson continuò la sua
scalata verso il potere, il dottore continuò a gestire Arkham e io
continuai a fare del mio meglio, cercando di ignorare la vergogna che
provavo fino alle ossa.”
“E Tetch?”
Stevens si grattò il
mento, ruvido di barba.
“Anche lui firmò quel documento, quando
si svegliò. Gli fu spiegato tutto. Fui io a spiegarglielo, in
effetti. Poi, Fines gli fece firmare il documento e se ne andò via
di fretta, senza neanche stringerli la mano. E sai qual è la cosa
peggiore? Jervis non si arrabbiò. Sembrò accettare tutto quanto
come normale, tipico. Lo accettò con tristezza e rassegnazione. Il
sistema aveva deciso che il suo dolore era trascurabile, e lui non
era sorpreso. Rimase ad Arkham finché le ferite non furono guarite,
poi il dottor Arkham lo fece uscire prima. Perché si sentiva in
colpa, immagino.“
“Fu il suo secondo errore.” Disse Batman,
severo.
“Hai ragione. Avremmo dovuto aiutarlo. Provare a
curarlo. Invece, lo avevamo torturato e poi gettato di nuovo nel
mondo. Avevamo solo peggiorato le cose. E infatti, ricominciò con il
controllo mentale. E con il crimine. Non chiederò il tuo perdono,
Batman. Non lo merito. Come non merito quello di Jervis. Fui un
codardo. Probabilmente, verrà anche per me.”
“No, non credo.”
Gli rispose il cavaliere oscuro.
“Perché?”
“Lei fu
gentile con lui. Non lo tormentò. E prese a pugni Reese. Credo che,
nella sua mente, Jervis non la metta sullo stesso piano degli altri
presenti alla riunione.”
Stevens scoppiò in lacrime. Batman lo
osservò, senza consolarlo. Provava disgusto per le sue parole, e
anche per le sue azioni. O meglio, per come non avesse agito.
Ma
provava anche pietà per lui.
“La ringrazio, ora è tutto più
chiaro.”
Stevens lo guardò, asciugandosi gli occhi.
“Ma ci
sono delle cose che non capisco! Perché uccidere tutte quelle
persone? E perché ora, dopo tutto questo tempo? E perché in modo
così... Così crudele? Negli anni ha commesso tanti crimini, ma
questo... Questo è diverso.”
Batman annuì.
“Sì. E'
diverso.”
Il detective si toccò il mento, riflettendo.
“Credo
che Jervis Tetch odi questa città più che mai. Credo che voglia
punirla e che la incolpi per tutto ciò che gli è successo. Credo
che ci sia un motivo se questo odio è esploso proprio adesso, ma non
so ancora quale sia. Credo anche che le morti, oltre a un'espressione
del suo odio, fossero un modo di nascondere i veri obbiettivi. Fines.
Loomis. Reese. Uccidendoli insieme a tanti altri e manovrando altri
criminali, ci ha depistato. Gli ha dato il tempo di estendere il suo
controllo mentale a tutta Gotham. Così, ha potuto uccidere anche
Jameson e Arkham, manipolando una folla intera. E ha potuto far
vedere la sua opera a tutta la città.”
Stevens sbiancò.
“Tutte
quelle morti solo per nascondere i suoi veri bersagli?”
“Anche.”
Lo corresse Batman. “Come ho detto, credo che Tetch odi questa
città più che mai. Qualcosa gli ha fatto tornare in mente tutto ciò
che gli è stato fatto, e l'ha portato a credere che l'intera città
sia malvagia, da punire. Qualcosa lo ha spinto finalmente oltre il
limite.”
Come a confermare le sue parole, sullo schermo del
piccolo televisore apparve la scritta EDIZIONE STRARDINARIA.
L'infermiere alzò il volume e i due uomini guardarono lo schermo,
preparandosi al peggio.
“Folle inferocite di cittadini stanno
devastando la città. Centinaia di persone si sono riversate per
strada e stanno attaccando i passanti, distruggendo tutto ciò che
incontrano e gettando Gotham nel caos. Fonti vicine alla polizia
hanno dichiarato che il comportamento è probabilmente della stessa
natura di quello visto ieri, quando il sindaco Jameson è stato
ucciso dal pubblico presente alla conferenza stampa. Sebbene non sia
stato confermato, delle voci sembrano affermare che dietro a tutto
questo ci sarebbe Jervis Tetch, detto anche Il Cappellaio Matto. Per
ora, non sembrano esserci dei morti, ma-”
“Devo andare.”
Disse Batman.
L'altro lo guardò, terrorizzato.
“Lo fermerai,
vero? Lo prenderai. Ti prego, devi. E' anche colpa mia.”
“Lo
fermerò.”
Detto questo, uscì dalla stanza, avviandosi verso
l'uscita.
La moto sfrecciava nella notte. Il detective attivò
il comunicatore.
“Alfred.”
“Signorino Bruce! Ha sentito
cosa sta succedendo?”
“Ho sentito. Sto venendo via da Arkham
proprio adesso. Vado in città.”
“Sir, ma come farà a
fermarli tutti? Sono così tanti...”
“Lo so. Manda un
messaggio a tutti i nostri alleati e carica la batmobile con i
proiettili di gomma antisommossa. Purtroppo, forse dovremo-
“Forse
non sarà necessario, signor Wayne.” Disse Lucius Fox, inserendosi
nella chiamata.
“Lucius!” Disse Alfred. “Che cosa-”
Abituato
come era a ricevere brutte notizie, Batman quasi non registrò le
parole dell'amico.
“Ce l'ho fatta, Bruce! Ce l'ho fatta!”
Lucius tratteneva a stento il proprio entusiasmo. “Ho trovato
l'origine del segnale!”
“Ottimo lavoro, Lucius!” Esclamò il
maggiordomo.
“Sai dov'è Tetch?” Chiese Batman.
“Sì! Le
sto mandando ora le coordinate.”
“Ottimo lavoro, Lucius.
Alfred, manda le coordinate a Gordon, per favore.”
“Certo,
sir. Buona fortuna.”
Alfred si tolse dalla comunicazione.
“Ho
un'altra buona notizia, signor Wayne.” Disse Lucius.
“Che
cosa?”
“Sono riuscito ad interrompere il segnale.
Momentaneamente, almeno.”
“Vuol dire che quei cittadini sono
tornati normali? I disordini sono finiti?”
“Per ora sì,
signor Wayne. Sono riuscito a prendere il controllo delle
trasmissioni e a interromperle. Ma è meglio che lei si sbrighi.
Tetch è estremamente abile, riuscirà a riprendere il controllo.
Conosce la tecnologia in questione molto meglio di me.”
“Grazie,
Lucius..”
“Lo vada a prendere, signor Wayne.”
“Ci puoi
giurare.”
Batman chiuse la chiamata e accelerò, spingendo la
moto al limite e sparendo nella notte.
Era giunto il momento
della resa dei conti.
FINE CAPITOLO 7
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