venerdì 21 giugno 2019

Camelopardo


“Questo come si chiama, Davis?”
“Camelopardo, signore.”
“E che cazzo vuol dire camelopardo?”
Mi girai a guardare il mio assistente, che se ne stava tutto compito a leggere il nome del quadro dalla sua cartellina rossa. Non alzò gli occhi, quando mi rispose.
“E' un modo di dire giraffa, signore.”
“E perché cazzo non l'ha chiamato giraffa?”
“Non è un nome molto interessante per un quadro, non le pare?”
Ridacchiai. Davis aveva un modo tutto suo di farmi ridere, era un bravo assistente anche per questo.
“No, immagino di no. Ma quale sarebbe la giraffa?”
“Non saprei, signore. In effetti me lo stavo chiedendo anche io.”
Ci mettemmo a guardare il quadro. Era appena arrivato nella mia galleria e devo dire che iniziava ad intrigarmi. Era un quadro di due metri per tre, con una semplice cornice di radica.
C'erano alcune sagome rappresentate nel quadro, me nessuna di esse mi sembrava una giraffa. C'erano sfumature diverse di viola e nero, un tono cupo e opprimente. E figure distorte, difficili da distinguere.
Sembravano ombre, altissime ombre che incombevano sullo spettatore. Il quadro faceva sentire l'osservatore come un topolino in un angolo, circondato da gatti mostruosi. Ma non erano gatti, era difficile capire cosa fossero. Di certo non giraffe, pensai.
In ogni caso, il quadro era una chiara rappresentazione di ansie e paure. E questo non era molto sorprendente. L'artista si chiamava Benjamin Klaus, era un grosso costruttore edile e a quanto pare Camelopardo era l'unico quadro che avesse mai dipinto, prima di morire.
Klaus si era tolto la vita un anno prima. Nessuno sapeva perché l'aveva fatto. Oltretutto, aveva scelto un metodo alquanto originale di ammazzarsi. Klaus nella sua casa di montagna aveva una vecchia zattera di betulle, costruita da suo nonno. La usava talvolta per trasportare gli ospiti sul fiume, come un moderno Huck Finn. Doveva essere un'esperienza alquanto suggestiva.
Beh, un anno prima Klaus era salito sulla zattera, aveva sciolto la fune che la teneva legata al molo, si era fatto trasportare in mezzo al fiume, si era cosparso di benzina e si era dato fuoco. Il pazzoide se n'era andato come un fottuto vichingo. I vicini (altri ricconi con la casa sul fiume) lo avevano visto, ma non avevano potuto fare nulla per fermarlo. Il fiume non è affatto piccolo e raggiungere la zattera in così poco tempo sarebbe stato impossibile.
Stando ai vicini Klaus non urlò mai mentre bruciava, ci credete? Ma scommetto che i vicini hanno urlato eccome, mentre Klaus andava a picco, tra le fiamme e le onde.
Beh, era di certo una conclusione pittoresca per la biografia dell'artista. Avrebbe fatto la sua porca figura, stampata accanto al quadro.
Diedi istruzioni a Davis di appendere il quadro nella sala 3, poi andai nel mio ufficio. Devo ammettere che quel quadro mi aveva fatto venire i brividi. Sembrava davvero di guardare dentro la mente di qualcuno che sta molto, molto male.
Ma non c'era tempo per pensarci, avevo una mostra da organizzare.

Il mio nome è Jeffrey Wilson. Gestisco la più grande galleria d'arte dello stato, ormai da quasi 16 anni. C'è chi mi chiama un vero e proprio mecenate, e non sarò certo io a contraddirli.
Tra dieci giorni avremmo organizzato la più grande mostra di arte emergente nella storia dello stato, e stavo valutando quali opere esporre con molta attenzione.
Il quadro di Klaus sarebbe stato esposto, c'era senz'altro qualcosa di efficace nella sua opera, ma confesso che la storia dietro ad esso mi aveva un po' disturbato.
Sua moglie, dal quale si era separato un mese prima di uccidersi, me l'aveva venduto per un prezzo ridicolo. Sebbene non ci faccio una bella figura da uomo d'affari, confesso di aver insistito io per pagare un po' di più. Alcuni miei colleghi si metterebbero a ridere, se glielo dicessi. Ma che vi posso dire, quella donna sconvolta me l'ha praticamente regalato e non sarei riuscito a guardarmi allo specchio se non avessi provato a darle qualcosa di più. Ma non le importava dei soldi, voleva solo liberarsene. D'altronde era la vedova di un uomo molto ricco, quindi non sarebbe certo morta di fame.
Mentre guardavo la planimetria del museo, riflettendo su quale fosse la disposizione migliore dei quadri per la mostra, mi accorsi che c'era una busta sulla mia scrivania. La raccolsi e notai che il mittente era proprio la vedova Klaus, Susan. Incuriosito, presi il mio tagliacarte di madreperla (un oggetto oscenamente kitsch, ma era stato un regalo di mia sorella) e la aprii.
Dentro c'erano due fogli. Uno era battuto a macchina, l'altro era scritto a mano. Lessi prima quello battuto a macchina.

Signor Wilson,
Le allego questo messaggio scritto da mio marito. L'ho trovato nel cassetto della sua scrivania.
Mi duole condividere la mia angoscia con lei, ma poiché riguarda il quadro mi sembrava giusto che lei sapesse tutto.
Faccia del messaggio ciò che vuole.
La ringrazio per la gentilezza che ha dimostrato nei miei confronti.
Susan Klaus
PS
Nessuna offerta mi convincerà a riprendermi il quadro, quindi la prego di non provarci.


Il sorriso che mi era venuto leggendo i ringraziamenti della vedova svanì nel leggere il PS. Che cosa voleva dire? Perché avrei voluto liberarmi del quadro?
Raccolsi il foglio scritto a mano. La calligrafia era comprensibile, ma chiaramente il frutto di una mano tremante, nervosa. Iniziai a leggere.


Sono dappertutto. Mi guardano in ogni momento. Non fanno mai versi, non emettono alcun suono.
Mi guardano e basta, con quegli sguardi accusatori. Sembrano voler dire “Perché, Benjamin? Perché lo hai fatto?”.
Ma anche se potessero chiederlo, non saprei cosa rispondere. Che era il mio lavoro? Che mi piacevano i soldi che ne traevo? Che non sapevo cosa stessi facendo?
Non mi sembravano risposte soddisfacenti. Proprio per niente.
Ho dipinto il quadro, non so bene perché. Era come se me lo avessero detto loro. “Dipingici, Benjamin. Avvertili tutti. Digli cosa succede, a chi fa cose del genere.”
Una volta disegnavo, ero anche bravino, ma è il primo quadro che io abbia mai dipinto. Ed è efficace, devo ammetterlo. Chissà se a loro piace. Non riesco a capirlo, onestamente.
Sicuramente sono riuscito a rappresentare la paura che mi mettono, su questo non ho dubbi.
Mi rendo conto di sembrare un pazzo, ma quando leggerai questa lettera io mi sarò già ucciso in un modo che mi farà sembrare ancora più pazzo, quindi chi cazzo se ne frega.
Ho intenzione di darmi fuoco, come i vichinghi. Hai sempre riso di questa idea, quando ti dicevo che volevo essere cremato così. Beh, ora sai che dicevo sul serio.
Ti amo, Susan. Quello che è successo non è colpa tua, voglio che tu lo sappia. Ogni volta che ti viene il dubbio, pensa a questa lettera.
Non è colpa tua.
Voglio spiegarti perché l'ho fatto, però.
Ti ricordi di quel grosso lavoro che feci in Africa? L'appalto Rogers? Scommetto di sì. Fu il lavoro che mi fece passare dall'essere uno qualunque a uno dei più grossi costruttori edili del mondo.
Un enorme edificio per la raccolta di legname. La Rogers Inc. è tra i più grandi produttori al mondo di mobili e quel centro di raccolta gli faceva proprio comodo.
Lo costruii pensando solo alla mia carriera, e a noi due. Non pensai a chi lavorava in quel centro e non pensai a tutto quello che venne distrutto per costruirlo.
Spianammo un'area vastissima, non ricordo neanche quanti ettari. Non vidi mai nessun animale, durante i lavori, ma ora so che togliemmo la casa a centinaia di loro. Molti morirono. E facemmo un danno enorme all'intero ecosistema.
Senza contare gli scarti dei nostri lavori. Una montagna di rifiuti, quintali se non tonnellate di robaccia. Non l'ho mai vista, ma sapevo. Sotto sotto, sapevo. Credo sia nella nostra natura fingere che le cose brutte non esistano, specie quelle causate da noi. Ma la realtà è che ho fatto un torto orribile a quel luogo e agli animali che ci vivevano. E non ho fatto un favore neanche a quei poveracci che ora lavorano lì per un terzo dello stipendio che prenderebbero in America.
Ma loro, se mi odiano, non sono ancora venuti a cercarmi.
Gli animali invece sì. Sono qui, ora. Li vedo sempre. Sempre.
Buffo, nessuno pensa mai agli animali, quando si parla di fantasmi. E invece eccoli. Mentre ti scrivo, questa stanza è piena di animali che mi guardano. Scimmie, uccelli, lucertole. Persino una giraffa. Sai che le chiamano anche camelopardi? Che nome assurdo. Credo che chiamerò così il quadro, perché no? E' un nome buffo.
Mi guardano, in silenzio. Sono magri, quasi scheletrici. E la stanza è gelida, quando ci sono loro.
Ho sempre pensato che questo tipo di racconti paranormali fossero cazzate. Se non balle vere e proprie, semplicemente le allucinazioni di qualche povero malato di mente. E mi rendo conto che qualcuno potrebbe pensare che sono malato anche io.
Eppure sono qui davanti a me, e riesco a sentire la loro rabbia. In questo momento la giraffa ha avvicinato il suo muso alla scrivania. Mi sta fissando con quegli occhi freddi e accusatori. Non sono esattamente trasparenti, ma neanche tangibili. Quando provo a toccarli sento solo freddo. Una breve sensazione gelida, come uno spiffero. Poi nulla, assolutamente nulla.
E', come si dice... empirico? No, mi confondo sempre dannazione. L'hai sempre detto che avevo un lessico di merda. Sei tu quella che è andata al college, io ero quello che si ubriacava con gli amici.
Effimero, ecco! Effimero.
Freddo per un istante, e poi più niente. E tra poco li raggiungerò. Glielo devo, credo.
Mi darò fuoco e li raggiungerò, sperando che mi perdonino. Passerò dal calore delle fiamme al freddo della loro compagnia.
In fin dei conti anche tutto quello che ho creato io era effimero, una bugia. Anzi peggio, un torto fine a sé stesso.
Ti chiedo un favore: vendi il quadro, vorrei che la gente lo vedesse. Spero serva a qualcosa.
Di questa lettera fai ciò che vuoi.
Ciao, Susan. Prenditi cura di te. E scusami tanto se ti ho spaventata. Ma a volte si ha bisogno di parlare con qualcuno, e per me sei sempre stata tu quel qualcuno.
Il tuo effimero (o forse empirico) Benjamin.


Posai la lettera sulla scrivania, strofinandomi gli occhi. Questo Klaus era proprio fuori di testa.
Decisi però che avrei incluso la lettera nella mostra. Era inquietante sì, ma anche affascinante.
I visitatori sarebbero rimasti colpiti, e probabilmente il povero signor Klaus sarebbe stato contento di sapere che i suoi ultimi pensieri non sarebbero andati perduti.
Chiamai Davis e gli diedi istruzioni sull'allestimento della Sala 3, poi mi dedicai agli altri quadri.

Che dire, la mostra fu un successo, in un certo senso. Il quadrò attirò molti visitatori, questo è innegabile. Tre di loro svennero, dopo aver guardato troppo a lungo il quadro. Uno vomitò. E molti dichiararono di sentire degli spifferi provenire da quella parete (nonostante fossimo in piena estate e fuori ci fossero 35 gradi).
E praticamente ogni visitatore affermò di sentire una grande tristezza, nel guardare il quadro.
Nessuno volle comprarlo, però.
Nei giorni seguenti, la vigilanza notturna disse di aver visto delle figure muoversi nei corridoio, durante la notte, ma dalle telecamere non risultava nulla. Pubblicamente ironizzavo su queste storie, definendole allucinazioni o suggestione, ma ogni volta che passavo davanti guardavo dall'altra parte. Proprio come diceva Klaus, è nella nostra natura ignorare le cose brutte. Specie quando ne siamo responsabili, anche solo in parte.
Una sera una delle guardie mi giurò di aver visto qualcosa di altissimo, qualcosa che assomigliava a un cavallo, o a una giraffa. Camelopardo, gli dissi, il nome scientifico è camelopardo.

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