venerdì 21 giugno 2019

La Stanza Numero 7



La cella era tre metri per quattro, più grande della cella media. Nonostante questo, era indubbiamente un luogo opprimente e claustrofobico. Sbarre da un lato, muri lisci e coperti di scritte nei lati rimanenti. Una piccola finestra, anch'essa munita di sbarre.
Reginald se ne stava seduto sul letto, a fissare uno dei muri coperti di scritte. Scritte probabilmente fatte utilizzando pietre o pezzi di metallo.
“Murphy è stato qui”, diceva una delle scritte.
“Il letto è scomodo, protesterò con la direzione”, ironizzava un'altra scritta.
“Non vedrò mio figlio crescere”, diceva una scritta particolarmente triste.
Reginald guardava le scritte e meditava, mentre il sole iniziava a calare e i corvi gracchiavano nel cielo, liberi.
Presto, molto presto, sarebbero venuti a prenderlo.

Nathan strisciava nella palude, maledicendo il peso dello zaino. Sembrava pesare una tonnellata.
L'acqua della palude era fredda, e probabilmente piena di insetti.
Nathan sperava che non ci fossero quei pesciolini che ti entrano nel pene e si stabiliscono nella tua uretra. Ci mancava solo quello.
Lo zaino pesava un accidenti, ma non aveva nessuna intenzione di abbandonarlo. Lo zaino era l'elemento fondamentale del piano.
Lo zaino poteva salvare la vita a Reginald.

Reginald si bagnò la faccia con l'acqua del piccolo lavandino arrugginito. Ormai mancava solo un'ora, poi sarebbero venuti a prenderlo.
L'avrebbero portato nella stanza numero sette, l'avrebbero legato al lettino e gli avrebbero iniettato qualcosa che l'avrebbe fatto addormentare. Per sempre.
Reginald si sedette di nuovo sul letto, e tornò a guardare le scritte, mentre la sua mente vagava.
Non era una persona di fede, ciò che lo aspettava dopo la stanza e l'iniezione non gli dava conforto. E non gli faceva paura.
Ma pensare che quello stanzino fosse l'ultimo posto che avrebbe visitato? Pensare che la puntura nel braccio sarebbe stata l'ultima sensazione che avrebbe mai provato? Quello sì che faceva paura.
Reginald era terrorizzato.

Nathan strisciava nell'acqua fangosa, mentre lo zaino ormai iniziava a fargli dolere le spalle davvero. Dentro lo zaino c'era un dispositivo, e quel dispositivo era l'unica possibilità di salvezza di Reginald.
Il piano era semplice: Nathan sarebbe arrivato fino alle mura della prigione e avrebbe azionato il dispositivo. Poi, ci avrebbe pensato lui a liberare Reginald.
Ma doveva sbrigarsi, secondo il suo orologio mancavano solo 45 minuti all'esecuzione.
Si mise a camminare più velocemente, pregando di farcela in tempo.

Reginald non aveva richiesto un ultimo pasto. Non aveva il minimo interesse a mangiare. Voleva solo starsene seduto lì, a guardare il muro e a pensare.
Gli dava uno strano conforto, sicuramente maggiore di quanto avrebbe potuto ottenere da un cosciotto di pollo o da una torta. Quelle, ormai, erano cose senza valore per un morto vivente come lui.
Ma la mente, la mente invece era uno strumento inestimabile.
Voleva solo starsene seduto lì, a pensare i suoi pensieri e a immaginare le sue fantasie.
Evitando, per quanto possibile, di pensare alla stanza numero 7.

Nathan arrivò alle mura 30 minuti prima dell'esecuzione. Grondava sudore e la schiena gli faceva malissimo, ma ce l'aveva fatta. Come gli avevano detto, quell'angolo delle mura non poteva essere visto dalle guardie. Strisciò, il più silenziosamente possibile, tenendosi attaccato al muro del carcere.
Dopo cinque minuti di silenzioso strisciare, lo trovò: il canale di scolo. Acqua marroncina e puzzolente ne fuoriusciva, mentre mosche di ogni tipo vi svolazzavano intorno.
Nathan storse il naso, ma non ebbe esitazione. Si tolse lo zaino e ne estrasse il dispositivo.
Era grande come una scatola da scarpe, ed era ricoperto di pulsanti e tubicini.
Nathan lo prese e lo inserì nel canale di scolo. Poi premette tre pulsanti in sequenza e staccò il tubo rosso, come gli era stato detto.
Ci fu un istante di silenzio, dove temette di aver sbagliato la sequenza (nonostante l'avesse ripetuta tra sé e sé cinquanta volte, durante il tragitto), poi il dispositivo si accese.
Emetteva un suono leggero, come quello delle ali di un colibrì, ma per il resto era straordinariamente silenzioso.
In meno di un minuto, il dispositivo aveva preso la sua forma.
Una figura umanoide, con occhi rossi brillanti e giunture metalliche e appuntite.
Nathan osservò, meravigliato, mentre il piccolo robot iniziava a strisciare su per il canale di scolo, alla ricerca di Reginald.
Nathan controllò il suo orologio. Mancavano 20 minuti all'esecuzione.
Potevano farcela. Potevano farcela.

Reginald se ne stava sul letto, continuando a fantasticare, quando le guardie comparvero fuori dalla porta.
“Detenuto 1106, è ora di prepararsi.”
Reginald le guardò, con espressione distratta.
“Io sono già pronto.”
“Il Direttore ci tiene a ricordarti che puoi cambiare idea in qualsiasi momento, se decidi che vuoi parlare con il prete. Sei sicuro di non voler pregare un po', prima che ti portiamo alla stanza numero sette?”
Reginald scosse la testa, con decisione.
“No, grazie. Non mi interessa. Vorrei starmene un altro po' seduto qui, a pensare.”
Le guardie si guardarono a vicenda, interdette.
“Come preferisci. Altri dieci minuti, poi sarà ora.”
Reginald annuì. Le guardie si allontanarono di nuovo, lasciando Reginald ai suoi pensieri e alle sue fantasie.
Chissà a cosa voleva pensare, prima di morire.

Il piccolo robot era arrivato al primo piano. Silenziosamente, strisciò su per il sifone di un water e sbucò fuori da uno dei gabinetti.
Si trovava nei bagni delle guardie. Lo sapeva, perché aveva in memoria l'intera planimetria della prigione.
Non era esattamente dotato di intelligenza artificiale, ma aveva un compito e sapeva come eseguirlo.
Si diresse verso il piano di sopra, verso la stanza numero sette, mentre lame retrattili uscivano dai suoi avambracci.
Doveva essere rapido ed efficiente. Avrebbe ucciso le guardie e si sarebbe fatto seguire da Reginald fino all'entrata.
Poi Reginald e Nathan sarebbero fuggiti attraverso la palude.
Ormai mancavano solo cinque minuti all'esecuzione.

Le guardie tornarono da lui.
“E' ora di andare, detenuto.”
Reginald gli sorrise placidamente e si alzò in piedi. Sembrava totalmente sovrappensiero, come se avesse altro per la testa.
Le guardie erano confuse, ma lo assecondarono. Avevano visto comportamenti ben più strani, prima di un'esecuzione.
Meglio questa strana aria spensierata che la crisi di diarrea nervosa dell'ultimo detenuto che avevano scortato ad un'esecuzione.
Reginald si incamminò verso la stanza numero sette, seguito dalle due guardie.
Le guardie guardavano le spalle del detenuto, pronte a colpirlo se avesse tentato qualche scherzo. Ma Reginald camminava tranquillo, lo sguardo perso nel vuoto.
Era come se fosse la stanza numero sette a venire verso di lui, piuttosto che il contrario.
Mancavano 3 minuti all'esecuzione.

Il robot ormai si era già lasciato due cadaveri alle spalle, uccisi in perfetto silenzio e senza esitazione. Gli bastava girare l'angolo e sarebbe arrivato alla stanza numero sette.
Mancava un minuto all'esecuzione.

Reginald fu fatto accomodare sul lettino e si lasciò stringere le cinghie attorno a braccia, gambe e vita. Era assolutamente tranquillo, e continuava a sembrare sovrappensiero.
Sorrise tra sé e sé, vedendo gli sguardi confusi delle guardie e del medico che gli avrebbe fatto l'iniezione.
Non guardò mai verso il direttore e i testimoni, che osservavano l'esecuzione dall'altra parte della vetrata alla sua sinistra.
Era strabiliante, pensò Reginald, quanto il piccolo robot fosse silenzioso. Nessuno di questi idioti aveva idea di cosa stesse per succedere. Da un momento all'altro sarebbe entrato nella stanza e lo avrebbe salvato.
Mancava poco, ormai, pochissimo.

Reginald si spense pian piano, sorridendo. Immaginò la spettacolare entrata del robot, le urla delle guardie, gli sguardi terrorizzati del direttore e dei testimoni. Il sangue che schizzava le pareti e il vetro.
Ma, ovviamente, non accadde nulla di tutto questo. Non esisteva nessun robot e Nathan, suo fratello, era morto da tanti anni.
Il medicò pronunciò la sua morte alle 21:03.
Il direttore strinse la mano ai testimoni e li ringraziò per essere venuti.
Reginald sorrideva ancora, mentre la gente lasciava la stanza e gli inservienti salivano dal primo piano per venire a ritirare il corpo.
C'era solo silenzio, nella stanza numero sette.





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