venerdì 21 giugno 2019

L'Ultimo Cliente



Ho fatto il tassista per quasi 25 anni. E' un lavoro di merda, non ve lo nascondo.
Sono sicuro che c'è a chi piace, ma non li capisco proprio. Io lo odiavo. Odiavo gli orari, odiavo la metà dei clienti che mi capitavano e odiavo le cose che mi costringe a vedere e sentire.
Ho visto di tutto, nei miei 25 anni. Di tutto.
Fidanzati che picchiavano le proprie fidanzate, tossici in crisi d'astinenza, pervertiti di ogni tipo, gente sporca di vomito, gente sporca di sangue, preti ubriachi e poliziotti che piangevano...
Di tutto, come vi ho detto.
Oggi, però, voglio parlarvi del mio ultimo cliente.

Era il mio ultimo giorno, poi avrei lasciato quel lavoro che odiavo tanto.
Avevo trovato lavoro come operaio edile. Niente di spettacolare, ma era pagato abbastanza bene e non avrei dovuto vedere così tante persone ogni giorno.
Non vedevo l'ora.
Come ogni sera, cominciai dai quartieri ricchi. Solitamente lì caricavo vecchie signore con la pelle liftata o uomini d'affari che tirano avanti a forza di Xanax.
Quel giorno, invece, salì un signore anziano dall'aria mite. Era molto magro e un po' ingobbito. La sua barba era di un bianco purissimo.
I suoi tratti erano...anonimi. Come se ad un disegnatore fosse stato detto “disegnami un tizio qualunque”.
Una cosa però era certa, era molto vecchio. E molto stanco.
“Buonasera.” Mi disse educatamente.
“Salve. Dove andiamo, stasera?”
Lui sorrise.
“La stazione, per favore.”
“Benissimo.”
E così partimmo.

Aveva un buon odore, un dopobarba che mi ricordava quello di mio padre. Per anni ho cercato quella marca, ma non la producevano più.
E ormai non ne ricordavo neanche più il nome.
Mi mancava, come mi mancava mio padre. So che sembra sciocco, ma questa somiglianza con mio padre me lo rese subito un po' simpatico.
Come ogni sera, c'era un traffico infernale perché tutti uscivano dal lavoro. Ma il mio cliente non sembrava seccato.
“Da quanto fa questo lavoro?” Mi chiese.
Io sorrisi.
“Quasi 25 anni.”
“Una vita.”
“Ci può giurare.”
Lui si chinò in avanti per farsi sentire meglio. Di solito, mi dà fastidio quando i clienti lo fanno, ma non quel giorno.
“Posso farle una domanda?”
“Spari.” Risposi io, un po' sorpreso. Di solito in quel quartiere venivo trattato come un servo a nolo, non mi parlavano mai. E di certo non così educatamente.
“E' un bel lavoro, fare il tassista?”
Ci pensai un attimo.
“E' un lavoro interessante. “ Dissi infine. “Ti fa diventare una sorta di psicologo amatoriale. Impari a conoscere un po' la gente.”
Annuì per un attimo, pensoso.
“E a lei piace?” Mi chiese.
“Per niente.”
Ridemmo insieme.
Il traffico per ora procedeva spedito.
“Oggi è il mio ultimo giorno, in realtà.” Non so perché glielo dissi, mi venne naturale.
“Davvero?”
“Sissignore.”
Lui si grattò la barba, pensoso.
“La invidio.”
“In che senso?”
Lui guardò fuori dal finestrino. Il tramonto colorava le nuvole di rosa. Era molto bello, anche con quella città puzzolente a coprirlo.
“Perché anche io vorrei lasciare il mio lavoro.”
Mi girai, sorpreso.
“Ma come! Non mi dica che lei lavora ancora!”
Lui annuì, senza distogliere lo sguardo dal tramonto.
Tornai a guardare la strada, sorridendo. Da non credere.
“E che lavoro fa, se posso chiederglielo?”
Lui mi sorrise. Ora guardava me.
“Credo sia un suo diritto, visto che ho cominciato io a ficcanasare.”
Sorrisi di nuovo.
“Giusto.”
Lui si appoggiò allo schienale.
“Io sono Dio.”
All'inizio pensavo proprio di aver sentito male.
“Come, scusi?”
Ma la sua espressione non cambiò, lo guardavo nello specchietto retrovisore.
“Ha capito bene. Io sono Dio.”
Rimasi interdetto. Che cosa rispondi a uno che ti dice così?
Un altro matto, dannazione. E dire che mi stava simpatico.
“Anche lei mi sta simpatico.” Disse lui.
Lo guardai nello specchietto, preso di sorpresa.
“Ehm, come?”
“Lei stava pensando che le sto simpatico. Anche lei mi sta simpatico.”
Ero un po' inquieto, ma poi mi venne un'idea.
“Ho capito. Lei è un, come si chiamano, un mentalista. Ci ho preso?”
Lui scosse la testa.
“No. Le sto dicendo la verità. E il dopobarba di suo padre si chiamava Spacey. Era davvero ottimo, capisco perché le manca. Anche se nulla sarà mai buono quanto lo è nei nostri ricordi, non trova?”
Sbandai per un attimo, quando pronunciò il nome del dopobarba. Eravamo quasi arrivati in centro, ormai.
“Come cazzo fa saperlo? Chi è lei?”
Lui sorrise.
“Gliel'ho detto chi sono. E quindi sa come faccio a saperlo.”
Cominciavo a sentire un gran panico, il cuore mi batteva molto forte. Temevo che sarei svenuto e che saremmo morti entrambi.
Ma ad un tratto sentii la sua mano sulla nuca. Il suo tocco era gentile, nonostante tutti i calli che aveva sulle sue grandi mani nodose. E la sua pelle era fresca.
Il suo tocco mi fece qualcosa, perché improvvisamente avevo ritrovato la calma.
Lui tolse delicatamente la mano e si appoggiò nuovamente allo schienale.
“Mi scusi, non volevo spaventarla. Ma ora mi crede?”
Lo guardai un attimo.
“Cazzo, non lo so. Ehm, scusi il francese.”
Lui rise.
“Imprechi quanto vuole. Non mi ha mai dato fastidio, come cosa.”
Come potete immaginare, avevo delle domande da fargli. Chi non ne avrebbe avute?
“Posso... Posso farle qualche domanda?”
C'era altro traffico prima del centro, avevamo altri dieci minuti almeno.
“Spari.”
Decisi di partire basso.
“Ehm, sì. Ecco... Allora lei ha creato l'universo? Ogni cosa?”
Lui ci pensò un attimo prima di rispondere.
“No, non credo. So per certo di aver creato questo pianeta e gli esseri umani. Gli animali. Gli oceani. Ma no, non credo proprio di aver fatto il resto. Quando guardo le stelle mi sento perso, esattamente come voi.”
Non sapevo cosa credere, ma quella risposta mi fece venire i brividi.
“Non capisco...”
“Bah, neanche io capisco, sinceramente. Non ricordo molto del prima. Ricordo noia e solitudine. E allora ho creato questo pianeta. Ma non mi odi per questo, non sapevo cosa stessi facendo.”
Lo guardai, perplesso.
“In che senso?”
“Figliolo, lei lo chiamerebbe un successo, il mio?”
Ci pensai un attimo, prima di rispondergli.
“Oddio... Ehm, cioè, non saprei... Ha tante cose belle...”
“ E tante cose orrende.” Lo disse con durezza, il tono era amareggiato.
“Ma allora perché le avrebbe create? Perché non le cambia?”
Lui mi guardò, e vi giuro che non ho mai viso degli occhi così tristi e stanchi in vita mia.
“Perché non ci riesco.”
Il traffico iniziava a muoversi.
“ Le è mai successo di ritrovarsi una brutta situazione e non sapere neanche come ha fatto a finirci? Magari stava avendo una giornata perfetta con la sua ragazza ma poi uno dei due ha detto qualcosa di sbagliato e dal nulla è venuto fuori un orribile litigio. O cercando di riparare un rubinetto ha finito per allagare il bagno. Le è mai successo che una situazione le sfuggisse di mano?”
Iniziavo a capire.
“Certo... Succede a tutti.”
“Beh, succede anche a Dio. Non ricordo bene cosa volessi, quando ho creato questo posto. Ero solo. E' lo stesso motivo per cui ho preso il taxi oggi. Ma mi è sfuggito di mano. E qualsiasi cosa faccio, le conseguenze sono al di fuori del mio controllo. E' dal principio che cerco di aiutare, ma non ci riesco. Ho messo questo pianeta in moto e non so fermalo, né indirizzarlo.”
Eravamo arrivati in centro.
Accostai davanti alla stazione dei treni.
Lui ora aveva la voce tremolante. Come se stesse cercando di non piangere.
Era piegato in due e si teneva il viso tra le mani.
Fuori iniziò a piovere.
“Se cerco di aiutare, faccio solo altri casini. Se non faccio nulla, il pianeta continua a soffrire.”
Non vi so descrivere la pena che provavo. Non era importante che fosse Dio o solo un pazzo che mi aveva influenzato in qualche modo. Stava male e guardarlo spezzava il cuore.
Mi girai e gli misi una mano sulle spalle.
“Perché non fa come me, allora? Perché non si dedica ad altro?”
Lui si alzò a sedere e aprì la portiera, all'improvviso.
“Non posso. Vi ci ho messi io, qui. O vi aiuto, o soffro insieme a voi. Ma ignorarlo non sarebbe giusto.”
Tirò fuori un rotolo di banconote dalla tasca e me le mise in mano.
“Grazie del giro e della sua attenzione. Lei è un brav'uomo.”
Si alzò.
“Aspetti! Ora che farà? Dove andrà?”
Lui mi guardò, sorridendo tristemente.
“Non lo so davvero. Lei lo sa?”
Ci pensai un attimo.
“A casa, credo.”
Lui annuì.
“E' un buon inizio.”
Detto questo, si voltò e entrò nella stazione.
Lo osservai finché non sparì tra la folla.
Poi, mi avviai verso casa.

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