venerdì 21 giugno 2019

Scrivere Plasma il Mondo



Scrivere plasma il mondo. Così gli era stato insegnato e lo credeva ancora. Fermamente.
Suo padre era solito dire che la scrittura fosse la migliore cosa mai fatta dall'uomo.
Il potere di creare mondi, di distruggerli, di capire più a fondo il nostro. Il potere di ispirare le persone a volerne uno diverso.
La scrittura era questo, ed era l'unica cosa in cui Marvin avesse fede. Per questo motivo, ogni giorno, lui scriveva. Scriveva e scriveva, finché le dita non gli sanguinavano.
Ma Marvin non ci faceva caso. Se ne stava buono mentre gli inservienti gliele medicavano, prometteva di riposarsi un po' e poi, non appena erano andati via, riprendeva subito a scrivere.
Gli inservienti erano brave persone, erano gentili. Ma non capivano.
Marvin doveva scrivere.
Doveva plasmare il mondo.
Perché il mondo era sbagliato e qualcuno doveva fare qualcosa.

Gli inservienti se ne stavano davanti alla porta, mentre guardavano attraverso lo spioncino. Marvin, il paziente preferito di tutti, stava ancora scrivendo.
Erano le tre del pomeriggio, e Marvin si era messo a scrivere all'alba.
“E fa così ogni giorno?” Chiese il più giovane degli inservienti. Era nuovo, lì, ma stava già simpatico allo staff anziano. Era un bravo ragazzo, empatico e volenteroso.
“Eh, già.” Rispose il suo collega più anziano, grattandosi i capelli grigi. “Ogni giorno si sveglia, si mette a scrivere e si addormenta sulla tastiera. Noi gli medichiamo le mani, lo facciamo mangiare e lo mettiamo a letto, ma appena ha ripreso un po' le forze si rimette subito all'opera.”
“Perché non gli diamo dei sedativi? O gli togliamo il portatile?”
“Per un periodo ci abbiamo provato, ma stava peggio. Non poter scrivere lo rendeva depresso e autolesionista. Una volta si è quasi ammazzato con un bicchiere di detersivo. Alla fine, i dottori hanno deciso che è meglio che si esprima, per così dire. Certo, si fa comunque del male, ma sembra che quello sia inevitabile. Almeno così limitiamo i danni.”
Il ragazzo annuì, dubbioso.
“E cosa scrive?”
“Le stesse frasi. Ogni giorno.”
Il ragazzo guardò il suo collega, colpito.
“Passa tutto il giorno a scrivere le stesse cose?”
“Eh, già.”
“E che frasi scrive?”

Marvin era stufo delle mezze misure. Era stufo degli orpelli.
Secondo lui, ogni storia e ogni articolo mai scritto che avesse un motivo di esistere girava intorno alla stesse idee fondamentali: esiste ciò che è giusto ed esiste ciò che è sbagliato, e dovremmo volere un mondo che è giusto.
Per questo scriviamo, perché il mondo non ci piace e vorremmo che fosse diverso. Bello o ragionevole quanto le nostre parole.
Marvin non aveva più pazienza per le storie di eroi e gli articoli di denuncia, per le poesie d'amore e le critiche sociologiche.
Tutte queste cose avevano plasmato il mondo, assolutamente. Ogni cosa faceva la sua parte.
E non c'era nulla di male in una storia fine a sé stessa e senza particolari ideali, se è per questo.
Ma Marvin era stufo. Voleva plasmare davvero il mondo. Voleva cambiarlo.
Almeno un po'.
Perché il mondo era sbagliato e qualcuno doveva fare qualcosa.

“Tutte cose di questo tipo, insomma.” Finì di spiegare l'inserviente anziano, mentre andavano a sedersi in guardiola. “Frasi e frasi su come il mondo sia sbagliato e le cose dovrebbero essere diverse. Che le guerre sono imbecilli e in un mondo giusto i bambini non dovrebbero morire, che il cancro è un insulto, che senza empatia il mondo è inutile e altre cose di questo tipo. Il succo è che il mondo dovrebbe essere migliore, e anche noi. E su questo non mi sento di dargli torto.”
L'inserviente più giovane si alzò di nuovo e andò di nuovo a guardare dentro la stanza, dove Marvin scriveva le stesse frasi di tutti i giorni con la foga di uno scrittore che è stato appena colto da un lampo di ispirazione. Sembrava sempre estremamente preso, e non smetteva mai. Non c'era da stupirsi che fosse così magro e che le sue occhiaie fossero così profonde.
“ E perché lo fa?” Chiese al collega, voltandosi.
L'inserviente anziano rise senza allegria.
“Dai che l'hai capito, il perché.”
Il ragazzo lo guardo, con sguardo serio.
“Pensiero magico. Pensa che se le scriverà ancora e ancora, prima o poi si avvereranno.”
“Proprio così.”Rispose l'altro, avvicinandosi.
I due inservienti guardarono di nuovo dentro la stanza, dove Marvin non aveva smesso di scrivere neanche per un minuto.
“Poveraccio.”
“Eh, già.”
“Ma cosa gli è successo? Ci sarà pure stato un qualche trauma iniziale...” Chiese il giovane, con l'espressione triste.
“Oh, ci puoi giurare.” Rispose torvo l'altro inserviente.

Non era importante perché avesse iniziato a scrivere. Il suo dolore non era più importante o speciale di quello di altri.
Ma ciò che gli era successo l'aveva spinto a vedere da vicino la realtà che aveva sempre saputo, in fondo. Era sempre stato ovvio che ci fosse qualcosa che non va, nel mondo.
Come molti, lui aveva vissuto la sua vita cercando di non pensarci troppo. Ma alla fine quell'ingiustizia lo aveva trovato. E lo aveva colpito forte, senza pietà.
E ora Marvin doveva scrivere.
Perché il mondo era sbagliato e qualcuno doveva fare qualcosa.

“Ed è da allora che si trova qui?” Chiese l'inserviente più giovane, con la voce spenta e rattristata dalla storia che gli aveva raccontato il collega.
“Non proprio. Ha girato qualche altro centro, prima di essere assegnato qui. Ma ormai sono tre anni che si trova da noi.”
“Tre anni che scrive.”
“Eh, già.” Rispose il collega, mettendosi in bocca una gomma da masticare.
“ E' la quinta che mastichi, da quando siamo qui.”
“Non mi fare il terzo grado anche tu, ti prego. Mia moglie vuole che smetta di fumare, e se non mastico almeno una gomma ogni dieci minuti va a finire che ricoverano qui anche me.”
Risero insieme, mentre tornavano a sedersi in guardiola.
“OK, scusa. Me ne dai una?”
“Certo.”

Marvin stava scrivendo per l'ennesima, ennesima volta una delle sue frasi quando sentì improvvisamente una fitta alla testa. Era una sensazione strana, diversa da qualsiasi mal di testa avesse mai provato.
Se gli avessero chiesto di descriverlo, avrebbe detto che gli sembrava di star espellendo un calcolo tramite le tempie. Non era solo doloroso, era anche...liberatorio.
Ma nonostante ciò, emise un urlo strozzato e cadde dalla sedia.

Gli inservienti sentirono il lamento di Marvin e poi un tonfo. Si alzarono subito in piedi e corsero nella stanza.
Lo trovarono supino e senza sensi. Le garze sui polpastrelli erano rosse di sangue, di nuovo.
Stavano per chiamare aiuto, quando Marvin aprì gli occhi.
“S-sto bene, ragazzi. Davvero...”
Marvin si alzò a sedere.
“Tutto ok, fatemi solo...” Marvin fece per rimettersi alla scrivania.
“Te lo scordi.” Disse severamente l'inserviente più anziano. “Ora tu vieni in infermeria e ti fai visitare. Il portatile rimarrà qui ad aspettarti.”
Era un tono che non ammetteva repliche. Gli inservienti volevano bene a Marvin, ma proprio per questo a volte dovevano essere duri.
Marvin voleva replicare, ma non riusciva a rimettersi in piedi.
I due inservienti sbuffarono, ma era un gesto bonario di impazienza
“Ecco, vedi come ti riduci pur di prendere il Pulitzer?” Lo apostrofò l'inserviente anziano.
“Dai, ti aiutiamo noi...” Disse il ragazzo più giovane, mentre lo prendevano per le braccia e ne sostenevano il peso.
Piano piano, Marvin ritrovò la forza per camminare da solo, ma gli inservienti continuarono comunque a sostenerlo.
Uscirono dalla stanza, passando davanti alla televisione della guardiola, che era a basso volume.
Sentirono comunque un pezzo del servizio del telegiornale.
“...si sono riuniti oggi per festeggiare il quinto anniversario del loro armistizio.”
L'inserviente più giovane si girò brevemente a guardare lo schermo.
“Ehi, ma non eravamo in guerra con quelli là?”
Ora anche Marvin si voltò.
“Ma chi se ne frega! Dai, sbrigati, portiamolo a farsi vedere.” Rispose brusco l'altro inserviente. “E sarà anche il caso che mangi qualcosa!” Aggiunse, rivolgendosi a Marvin.
Così si avviarono verso l'infermeria.
Il giovane smise di pensare al telegiornale e il suo collega più anziano continuò a masticare nervosamente la gomma.
Marvin, però, fissò lo schermo della TV per un lungo momento, prima di seguirli.
Aveva le dita sanguinanti e le occhiaie erano nere come lividi, ma sia il dottore che lo visitò che l'inserviente più anziano concordarono che era la prima volta che vedevano Marvin sorridere.
Sorrideva, e non vedeva l'ora di rimettersi a scrivere.






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