Me ne stavo in silenzio, mentre osservavo l'uomo con la pistola e l'impermeabile. Sentivo grosse gocce di sudore freddo colarmi sulla fronte, ma non avevo il coraggio di alzare la mano per asciugarmele.
L'uomo con l'impermeabile se ne stava al bancone del bar, sorseggiando il suo caffè. Non aveva mai lasciato la pistola, da quando era entrato.
“Buongiorno.” Aveva detto, entrando con l'arma spianata. “Non intendo farvi del male, ma vi prego di non uscire. Grazie dell'attenzione, e scusate per l'inconveniente.”
Poi, si era seduto e aveva ordinato un caffè.
Questo accadeva ormai dieci minuti fa. Il silenzio ora era quasi totale.
Nessuno sapeva cosa volesse l'uomo. E nessuno aveva il coraggio di chiederglielo.
Quando parlò, alcuni di noi si fecero sfuggire un'esclamazione strozzata di paura. Me compreso.
“Vi chiedo di nuovo scusa.” Il suo tono era gentile, ma triste. “So che non è giusto, tutto questo.”
Si girò a guardarci. Eravamo una decina, in tutto. 6 uomini e 4 donne. Più il barista dietro il bancone.
Si rivolse a tutti noi, guardando tutta la stanza.
Poi, si fermò a guardare proprio me. Indicò la mia cartella con la mano libera.
“Sono disegni, lì dentro?”
Annuii, nervosamente.
“ Sei un artista?”
Annuii di nuovo. Poi, mi sembrò il caso di dire qualcosa. Avrebbe potuto innervosirsi.
“Sì. Studio all'artistico qui vicino. Sono- erano per un esame”
“Perché dici che lo erano, al passato?” Sembrava sinceramente interessato. Il suo tono era gentile.
Mi schiarii la gola.
“Perché- perché poi oggi non ci sono andato a consegnarli.”
Lui mi sorrise.
“Hai marinato la scuola, quindi?”
Mi ritrovai, mio malgrado, a sorridere nervosamente.
“Sì...”
Lui si girò completamente per guardarmi, restando appollaiato sullo sgabello del bar.
“Non per farmi i fatti tuoi, ragazzo, ma posso chiederti perché?”
Tutti ci guardavano. E guardavano la pistola.
L'uomo se ne accorse e la guardò anche lui. Tutti distolsero lo sguardo.
“Mi dispiace. Odio le pistole. Ma temevo fosse l'unico modo per... Non fa niente.”
La mise in tasca.
“Non voglio farvi male e non voglio spaventarvi. Beh, spaventarvi ulteriormente. Mi dispiace. L'ho messa via, ma vi prego di rimanere qui, d'accordo?”
Tutti annuirono. C'era ancora ansia nell'aria, ma quel gesto aveva aiutato.
L'uomo si rivolse nuovamente a me.
“Come ti chiami?”
“Giorgio.”
“Piacere, Giorgio. Io sono Michele.”
“P-Piacere.”
Lui fece un breve gesto cortese, chinando il viso.
“ Ti va di dirmi perché hai saltato la scuola, Giorgio?”
Mi schiarii nuovamente la gola.
“E' per via del mio professore.”
“Come si chiama il tuo professore?” La sua espressione si era accigliata.
“Il professor Verdi.”
“Verdi. E cos'ha che non va?”
Ci pensai un istante.
“E' uno stronzo.” Risposi semplicemente.
Alcuni degli altri clienti risero. Anche Michele rise, sebbene con un fondo di tristezza.
Io sorrisi, con poca convinzione. Solo pensare a Verdi mi faceva ribollire il sangue nelle vene.
Lo odiavo. Ero ostaggio di un uomo armato, ma se qualcuno mi avesse chiesto chi volevo morto in quell'istante, avrei comunque detto Verdi.
Michele mi guardò. I suoi occhi erano intelligenti e gentili. La sua barba grigia lo faceva somigliare ad un attempato Hernest Hemingway. Doveva avere almeno 70 anni.
“Che cosa ti ha fatto, il professor Verdi? Se posso chiedertelo.”
Tutti mi guardavano ora. Sembravano sinceramente curiosi.
L'atmosfera si era rasserenata un po'.
Fanculo, pensai. Se ci può aiutare ad uscire da qui, perché no?
Iniziai a raccontare la mia esperienza col professor Verdi.
Ero all'ultimo anno. Ero sempre andato bene, fino ad allora.
Mi piaceva la mia università. Mi piacevano la maggior parte dei miei compagni di corso.
E amavo disegnare. Più di qualsiasi cosa al mondo.
Ero andato abbastanza spedito, durante i primi anni. Quasi non ci credevo.
Purtroppo, però, l'ultimo anno arrivò Verdi.
Non so perché ce l'avesse con me, ve lo giuro. Non feci mai nulla di particolare contro di lui.
Ma a volte, non so, certe persone sembrano decidere che non gli piaci. Magari è come parli. O come ti vesti. O è nel tuo odore, che vi devo dire.
Fatto sta che io a Verdi non piacevo proprio.
Insegnava Anatomia Artistica. Una materia che mi piace. Che mi piaceva.
Ricordo ancora la prima volta che gli consegnai un disegno.
Ci aveva chiesto una cosa abbastanza basilare, un corpo femminile visto di schiena.
Ricordo come lo guardò. Ovvero per un secondo.
Guardò invece me, per quelli che sembrarono dieci secondo interi.
Poi sogghignò e fece una battuta, ad alta voce.
“E' un vero peccato che questa sia l'unica donna che vedrai mai, è un cesso!”
Il tono era sarcastico, viscido.
Poi rise da solo, tossicchiando come se fosse stata una battuta geniale.
Poche persone risero, e senza convinzione.
Non ce l'ho con loro, era una di quelle situazioni dove più che altro si ride perché si è in imbarazzo.
Ma io non risi. Credo che sul mio viso lesse offesa e stupore. Non me l'ero proprio aspettato.
Beh, doveva avere una grande opinione del suo senso dell'umorismo, perché vedermi che non ridevo lo offese a morte.
Smise di ridere e mi mandò via, bocciando il mio disegno.
Da quel giorno, divenne sempre peggio.
Qualunque disegno io portassi, lui lo derideva. E derideva me.
Erano sempre battute di quello stampo. Insinuazioni, vetriolo e poca eleganza.
Non erano le battute in sé che mi offendevano, ma l'idea che un fottuto professore universitario scendesse a quel livello. Che fosse così meschino. E piccolo.
Nonostante questo, ve lo giuro, io continuavo comunque a metterci l'anima, nei miei disegni.
Ma niente, lui me li bocciava. E mi sfotteva.
Lo so, forse qualcuno potrebbe pensare che sto solo cercando di giustificarmi.
Che, semplicemente, i miei disegni non erano un granché.
Battute o non battute, magari i voti non erano legati a questa nostra “faida” (una faida dove, in realtà, solo uno parlava e l'altro si mordeva la lingua).
Semplicemente, non ero bravo.
Ho però la prova che si trattasse di accanimento.
Un giorno mi misi d'accordo con una mia compagna, Sara.
Sara era simpatica e aveva spesso manifestato indignazione, nei confronti del comportamento di Verdi.
Lei non aveva problemi con lui. Verdi le dava bei voti e la trattava bene.
Anzi, a volte ci provava addirittura con lei ed era anche peggio di quanto insultava me.
Il suo fare il simpatico era sgradevole quanto il suo fare l'antipatico.
Se uno è viscido, non è che basta sorridere per cambiarlo.
Così chiesi un favore a Sara. Le chiesi di scambiarci i disegni, un giorno.
Non era un esame, era solo un esercizio che ci aveva detto di fare per allenarci sul torso maschile, in preparazione del vero esame.
Sara acconsentì. Anche lei era curiosa di vedere cosa sarebbe successo.
Va precisato che Sara era molto brava. Più di me, se devo proprio essere sincero.
Avrebbe preso bei voti anche se Verdi non fosse stato un laido, voglio che sia chiaro.
Ma entrambi i nostri disegni erano curati, ci eravamo stati parecchio tutti e due.
Ce li scambiammo e andammo da Verdi.
Beh, andò come potete immaginare. Verdi fece un monologo sulla bellezza e l'espressività del mio disegno, mentre Sara lo teneva in mano e cercava di non sembrare disgustata.
Invece il disegno di Sara, tenuto tra le mie mani tremanti di rabbia, fu fatto assolutamente a pezzi.
Lo definì puerile e sciatto. Chiaramente, disse Verdi, non ci avevo neanche provato.
Non ce la feci a sentire la fine della sua critica. Feci dietrofront e uscii dalla classe, mentre Verdi mi intimava di tornare da lui.
Ridiedi il disegno a Sara, mentre lasciavo l'aula.
Lei mi guardò con tristezza.
“Mi dispiace, Giorgio.”
Tutto questo avveniva una settimana prima del giorno al bar. Il giorno dell'esame.
All'esame dovevo portare quel disegno, ultimato, e altri cinque o sei.
Ma, quella mattina, guardando la facciata della facoltà, non ce l'ho fatta.
Ho ripensato a quell'episodio. A tutti gli insulti di Verdi. A quanto avevo faticato sui miei disegni e a come li avrebbe sicuramente fatti a pezzi con la sua lingua biforcuta.
A come mi sarei portato appresso questo esame per mesi o anni.
Verdi stava facendo di tutto per uccidere il mio sogno di finire l'università.
E stava anche riuscendo a ferire profondamente il mio amore per il disegno.
Così non ce l'ho fatta.
Mi sono voltato e ho marinato la scuola.
Ho deciso di salvare il mio amore per l'arte, almeno per un po'.
E di risparmiarmi le battute di Verdi.
Sono entrato in quel bar e mi sono preso una birra.
L'avevo quasi finita, quando era entrato Michele con la sua pistola.
Ed è per questo che mi ritrovai a raccontare la mia storia a Michele e agli altri ostaggi.
Fine.
Tutti mi guardavano, compreso Michele. Notai che alcune persone non apparivano più spaventate, solo interessate. Era come se si fossero dimenticate di essere in ostaggio e stessero solo facendo conversazione al bar.
Michele mi sorrise. Un sorriso triste, di chi ne ha viste, di cose ingiuste.
Indicò la mia cartella.
“Sentiti liberissimo di dirmi di no, ma potrei vedere i tuoi lavori? Ti dispiace?”
Ci pensai un attimo, poi feci spallucce e gli portai la mia cartella.
Lui mi ringraziò e si mise a guardare i miei disegni. Io tornai al mio posto.
Passarono alcuni minuti, in silenzio.
Notai che Michele si era soffermato su un disegno in particolare.
Sorridendo, guardò prima me e poi tutti gli altri clienti.
“Giorgio, ti dispiace se mostro agli altri il mio preferito?”
Annuii. A dire la verità, ero curioso di vedere quale aveva scelto.
Michele sorrise e girò il foglio, così che tutti potessero vederlo.
Era un disegno a carboncino, uno dei miei primi. Era un nudo femminile, molto basilare.
La donna se ne stava in punta di piedi, come se stesse danzando. Sorrideva, mentre la luce colpiva i suoi seni e le sue guance.
L'avevo disegnata immaginando una storia d'amore. Mentre facevo le ombreggiature, mi ero immaginato che stesse danzando per l'uomo che amava, soli in una stanza calda e piena di musica.
“E' bellissimo, non trovate?” Chiese Michele, con un tono così genuino che quasi mi sentii a disagio.
Gli altri clienti annuirono e sorrisero.
“Che bello!”
“Ma quanto ci metti, a fare un disegno così?”
“E' stupendo!”
“Non è che è in vendita?”
Alcuni dei complimenti mi sembrarono esagerati, come se stessero solo assecondando Michele. Ma altri mi sembrarono sinceri. Sentii le mie guance arrossire.
“Grazie...”
Michele si alzò in piedi e mi riportò i disegni, appoggiandoli delicatamente sul mio tavolo.
Mi guardò negli occhi.
“Non permettere a quel professore di uccidere una cosa così bella, Giorgio. Continua a disegnare.”
Non sapevo cosa dire, quindi annuii senza convinzione.
Lui mi guardò, inizialmente con tristezza. Poi sembrò prendere una decisione e si sedette dall'altra parte del tavolo.
“Giorgio, sai perché è il mio preferito?”
Scossi la testa, confuso.
“Sono tutti molto belli, ma c'è un qualcosa di...puro, viscerale in questo. Potrei sbagliare, ma mi dà l'idea che tu ci abbia messo una certa passione. Non era solo un compito, sbaglio?”
Lo guardai, sorpreso.
“E' vero, mi era piaciuto molto disegnarlo.”
“ Sai cosa mi ricorda, questo disegno?”
Scossi nuovamente la testa.
“Mi ricorda mia moglie. Mi ricorda come la vedevo io, quando era viva. Quando eravamo ancora fidanzati, passavo spesso i week-end da lei. E quando camminava in giro, nuda, la vedevo esattamente così. Qualsiasi cosa facesse, era come se stesse ballando. Solo per me.”
Ero imbarazzato, ma anche lusingato. Era un complimento troppo genuino, troppo sentito, per non essere apprezzato.
Michele mi mise una mano sulla spalla. Avrei dovuto forse avere paura, ma non ce l'avevo. Non era una brutta persona e non avrebbe mai fatto male a nessuno di noi.
Sentivo solo gentilezza, e tristezza.
“Giorgio, se sei in grado di rappresentare qualcosa di così bello e giusto, non devi mai rinunciarci. Mai. Il mondo ha bisogno di bellezza. Ha bisogno di chi la sa vedere. E, più di qualsiasi cosa, ha bisogno di chi sa farla vedere ad altri.”
Tutti ci guardavano, affascinati dalle sue parole.
C'era sempre meno paura nel bar. Avrei giurato che, più di qualsiasi altra cosa, fossimo tutti semplicemente curiosi. Curiosi di capire cos'aveva quest'uomo apparentemente gentilissimo.
Perché era qui? Perché ci aveva presi in ostaggio?
Mi tolse la mano dalla spalla, poi si girò verso il barista.
“Lei deve essere sfinito, è in piedi dietro al bancone da un'ora e passa. Perché non si siede qui? Ci penso io al bancone.”
Il barista, titubante, venne verso di noi.
Michele si alzò e gli offrì il posto, poi andrò dietro il bancone.
Io, il barista e tutti gli altri lo guardammo.
Michele si mise una mano in tasca. Per un secondo, fummo tutto preoccupati, ma Michele tirò fuori solo un portafogli sgualcito di pelle.
Sembrò triste, nel constatare la nostra ansia, ma non disse nulla.
Dal portafogli estrasse alcune banconote da cento euro e e posò sulla cassa.
“Ho preso la pensione, ieri.” Ci spiegò.
Tutti lo guardavano, curiosi.
Questi sono per i drink.” Disse Michele, rivolgendosi al barista.
“D-Drink?” Chiese il barista, confuso.
“Ebbene sì. Intendo offrire un drink a ogni persona qui dentro, lei compreso. Poi, vi lascerò andare via. So che un drink è una scusa davvero inadeguata per il disturbo che vi ho arrecato, ma lasciate che vi offra almeno questo.”
Tutti lo guardavano, confusi.
Una signora dai capelli biondi parlò per la prima volta, quel giorno.
“Davvero ci lascerà andare?”
Michele annuì.
“Non ci farà del male?”
Michele diventò triste.
“Assolutamente no. Non è mai stata mia intenzione, lo giuro. Volevo solo... Non importa. Lei cosa beve, signora?”
E fu così che, confusi e spiazzati, tutti i clienti (e il barista) furono serviti da Michele.
Prese gli ordini e portò da bere ai tavoli, uno per uno.
Io presi solo una coca cola, non mi andava altra birra.
Il barista si prese un gin tonic. Poi, guardò i soldi sul bancone.
Sembrò lottare con sé stesso, prima di parlare.
“Ehm, guardi che sono troppi soldi. Non ha speso così tanto.”
Michele alzò una mano e sorrise.
“Non importa. Sono anche per... per il disturbo, va bene? Magari in futuro può offrire di nuovo da bere a questa brava gente, se tornano qui.”
Il barista annuì, più confuso che mai.
Michele si versò dello scotch.
“Alla vostra salute.”
Gli altri alzarono i bicchieri e bevvero insieme a lui.
Passarono dieci minuti, poi tutti avevamo svuotato i bicchieri.
Michele ci guardò.
“Vi ringrazio davvero per la vostra compagnia. Potete andare. Vi chiedo umilmente perdono per la paura che vi ho fatto provare.”
Titubanti, alcuni clienti si alzarono. Credo che temessero una qualche trappola crudele.
Michele annuì di nuovo. Era molto triste, nonostante sorridesse per rassicurarli.
“Andate, andate. Non vi farò niente.”
Detto questo, si sedette ad un tavolo in fondo, dandoci le spalle.
La maggior parte della gente uscì quasi subito.
Io stavo per farlo, ma qualcosa mi trattenne.
Mi voltai a guardare Michele. Anche il barista, la donna bionda e un muratore di nome Alì con cui chiacchieravo ogni tanto erano ancora nel bar.
Credo che avessimo tutti la stessa domanda. E che ci rendessimo tutti conto che Michele non era mai stato pericoloso, solo triste. Molto, molto triste.
Fui io, però, a porgli la domanda.
“Perché sei venuto qui con quella pistola, Michele?”
Michele sussultò. Pensava di essere rimasto solo.
Notai, con preoccupazione, che aveva tirato fuori la pistola. Era sul tavolo, davanti a lui.
Michele si voltò.
“Giorgio. Signori. Andate, andate! Non rimanete qui con questo stupido vecchio...”
I miei genitori mi avrebbero urlato contro, se avessero visto cosa stavo facendo. Ma fu più forte di me.
Mi avvicinai al tavolo, seguito dagli altri. Fui abbastanza commosso, nel vedere che mi seguivano.
Forse non volevano lasciarmi solo, forse erano preoccupati per Michele anche loro. Forse entrambe le cose.
In ogni caso, fu un bel gesto.
Ora eravamo in piedi, davanti al tavolo di Michele. Guardavamo con un po' di preoccupazione la pistola, ma in quel momento capii che non temevamo per noi stessi, ma per Michele.
Credo che in quel momento avessimo tutti capito.
“Michele, tu sei venuto qui per ucciderti, non è vero?”
Michele ci sorrise, deglutendo. Si stava sforzando di non piangere.
Annuì, mentre una lacrima gli scendeva per la guancia.
Mi sedetti davanti a lui. Non avevo più paura della pistola. Forse può sembrarvi folle, ma non c'eravate.
L'idea che Michele ci facesse male sembrava ridicola. Era un uomo vecchio, triste e solo. Faceva del male solo a sé stesso.
“Perché? Perché vuoi ucciderti?”
Michele si asciugò la guancia.
“Non ho più nulla, Giorgio. Mia moglie è morta da anni, ormai. Mio figlio è morto poco dopo, per uno stupido incidente d'auto. Non ho più amici. Non ho più l'età per lavorare. Non ho hobby o passioni. E sono stanco. Sono stanco di quella casa vuota, di quel silenzio. Di svegliarmi la notte e di piangere quando mi rendo conto che li ho solo solo sognati. Che non torneranno più. Sono stanco di essere vecchio e solo.”
La donna bionda, che in seguito scoprii chiamarsi Maria, si sedette anche lei al tavolo. Alì fece lo stesso.
“E perché ci ha sequestrati?” Chiese la donna. Il tono era un curioso misto di severo e gentile.
Michele scosse la testa.
Alì non aveva mai parlato, quel giorno. Aveva solo fatto un cenno con la testa, quando Michele gli aveva dato la sua limonata.
Ora, però, fu lui a parlare. E centrò in pieno il cuore della questione.
“Lei non voleva essere solo, vero? Voleva compagnia. Voleva essere sicuro che ci fosse qualcuno con lei.”
Michele annuì, mentre nuove lacrime cominciavano a scendere.
“Ma non capisco.” Disse Maria. “Poteva avere compagnia anche senza sequestrarci. Poteva entrare e parlare con qualcuno, no?”
Michele la guardò, sorrideva e piangeva allo stesso tempo.
“Non pensavo che sarei stato ascoltato. La gente evita i vecchi, specie quelli che non conosce. Mi avrebbero assecondato, sopportato. Io volevo... Volevo...”
“Voleva che la ascoltassimo davvero.” Disse il barista, che si chiamava Carlo.
Michele annuì, poi scoppiò a piangere sul serio. Posò il viso sulle propria braccia conserte e pianse, pianse, pianse.
Maria gli mise una mano sulla spalla.
Io presi la pistola e la allontanai. Michele non battette ciglio, non so neanche se se ne accorse.
Era un revolver, vecchio. Aprii il caricatore, poi mostrai il contenuto agli altri.
C'era un solo colpo, nella pistola.
Un solo colpo, per l'unica persona a cui Michele avesse mai voluto sparare.
Credo che se fosse dipeso solo da me e gli altri tre ostaggi che lo videro piangere, la polizia non sarebbe mai stata chiamata. Ma, comprensibilmente, uno degli altri ostaggi che erano già usciti la chiamò.
Michele fu incriminato, ma nessuno lo considerava davvero un pericolo. Lo misero ai domiciliari, in attesa del processo.
Ogni tanto, nonostante le proteste dei miei genitori e lo scherno delle autorità (che mi consideravano un po' scemo per averlo richiesto), mi fu accordato il permesso di andarlo a trovare.
Lui mi fece vedere le foto della sua famiglia e mi raccontò di loro. Di come sua moglie sapeva farlo ridere e di come suo figlio fosse sensibile e intelligente. I suoi occhi luccicavano, quando ne parlava.
Gli feci vedere i miei disegni e gli raccontati di come avevo finalmente preso 18 all'esame di Anatomia Artistica. Verdi alla fine mi aveva fatto passare, ma solo con il minimo.
Credo che si sentisse l'irritazione nella mia voce, quando riferii il voto.
Non dimenticherò mai cosa fece Michele, quando glielo dissi.
Mi sorrise e mi mise una mano sulla spalla.
“Giorgio, ti piace quello che fai?”
“Sì, Tanto.”
“Quello stronzo è riuscito a fermarti?”
Gli sorrisi.
“Direi di no.”
Lui annuì.
“ E allora non pensarci mai più, Giorgio. Mai più. Dedicati a ciò che ami e apprezzalo. Finché ce l'hai.”
“Ci proverò.”
E ci provo ancora.
Michele morì prima del processo, nel sonno. Era un uomo molto vecchio, ma mi piace pensare che si sentisse un po' meno solo alla fine.
Andai al suo funerale. I miei genitori e molti dei miei compagni di università pensavano che fossi pazzo a dedicare tutta questa attenzione al mio sequestratore, ma onestamente chi se ne frega.
Michele era un brav'uomo che era quasi impazzito per colpa della solitudine.
Lasciarlo solo al suo funerale sarebbe stata una cosa davvero crudele.
Fui sorpreso e commosso, quando scoprii che non ero l'unico al funerale.
No, eravamo in quattro.