venerdì 28 giugno 2019

Ostaggi



Me ne stavo in silenzio, mentre osservavo l'uomo con la pistola e l'impermeabile. Sentivo grosse gocce di sudore freddo colarmi sulla fronte, ma non avevo il coraggio di alzare la mano per asciugarmele.
L'uomo con l'impermeabile se ne stava al bancone del bar, sorseggiando il suo caffè. Non aveva mai lasciato la pistola, da quando era entrato.
“Buongiorno.” Aveva detto, entrando con l'arma spianata. “Non intendo farvi del male, ma vi prego di non uscire. Grazie dell'attenzione, e scusate per l'inconveniente.”
Poi, si era seduto e aveva ordinato un caffè.
Questo accadeva ormai dieci minuti fa. Il silenzio ora era quasi totale.
Nessuno sapeva cosa volesse l'uomo. E nessuno aveva il coraggio di chiederglielo.
Quando parlò, alcuni di noi si fecero sfuggire un'esclamazione strozzata di paura. Me compreso.
“Vi chiedo di nuovo scusa.” Il suo tono era gentile, ma triste. “So che non è giusto, tutto questo.”
Si girò a guardarci. Eravamo una decina, in tutto. 6 uomini e 4 donne. Più il barista dietro il bancone.
Si rivolse a tutti noi, guardando tutta la stanza.
Poi, si fermò a guardare proprio me. Indicò la mia cartella con la mano libera.
“Sono disegni, lì dentro?”
Annuii, nervosamente.
“ Sei un artista?”
Annuii di nuovo. Poi, mi sembrò il caso di dire qualcosa. Avrebbe potuto innervosirsi.
“Sì. Studio all'artistico qui vicino. Sono- erano per un esame”
“Perché dici che lo erano, al passato?” Sembrava sinceramente interessato. Il suo tono era gentile.
Mi schiarii la gola.
“Perché- perché poi oggi non ci sono andato a consegnarli.”
Lui mi sorrise.
“Hai marinato la scuola, quindi?”
Mi ritrovai, mio malgrado, a sorridere nervosamente.
“Sì...”
Lui si girò completamente per guardarmi, restando appollaiato sullo sgabello del bar.
“Non per farmi i fatti tuoi, ragazzo, ma posso chiederti perché?”
Tutti ci guardavano. E guardavano la pistola.
L'uomo se ne accorse e la guardò anche lui. Tutti distolsero lo sguardo.
“Mi dispiace. Odio le pistole. Ma temevo fosse l'unico modo per... Non fa niente.”
La mise in tasca.
“Non voglio farvi male e non voglio spaventarvi. Beh, spaventarvi ulteriormente. Mi dispiace. L'ho messa via, ma vi prego di rimanere qui, d'accordo?”
Tutti annuirono. C'era ancora ansia nell'aria, ma quel gesto aveva aiutato.
L'uomo si rivolse nuovamente a me.
“Come ti chiami?”
“Giorgio.”
“Piacere, Giorgio. Io sono Michele.”
“P-Piacere.”
Lui fece un breve gesto cortese, chinando il viso.
“ Ti va di dirmi perché hai saltato la scuola, Giorgio?”
Mi schiarii nuovamente la gola.
“E' per via del mio professore.”
“Come si chiama il tuo professore?” La sua espressione si era accigliata.
“Il professor Verdi.”
“Verdi. E cos'ha che non va?”
Ci pensai un istante.
“E' uno stronzo.” Risposi semplicemente.
Alcuni degli altri clienti risero. Anche Michele rise, sebbene con un fondo di tristezza.
Io sorrisi, con poca convinzione. Solo pensare a Verdi mi faceva ribollire il sangue nelle vene.
Lo odiavo. Ero ostaggio di un uomo armato, ma se qualcuno mi avesse chiesto chi volevo morto in quell'istante, avrei comunque detto Verdi.
Michele mi guardò. I suoi occhi erano intelligenti e gentili. La sua barba grigia lo faceva somigliare ad un attempato Hernest Hemingway. Doveva avere almeno 70 anni.
“Che cosa ti ha fatto, il professor Verdi? Se posso chiedertelo.”
Tutti mi guardavano ora. Sembravano sinceramente curiosi.
L'atmosfera si era rasserenata un po'.
Fanculo, pensai. Se ci può aiutare ad uscire da qui, perché no?
Iniziai a raccontare la mia esperienza col professor Verdi.

Ero all'ultimo anno. Ero sempre andato bene, fino ad allora.
Mi piaceva la mia università. Mi piacevano la maggior parte dei miei compagni di corso.
E amavo disegnare. Più di qualsiasi cosa al mondo.
Ero andato abbastanza spedito, durante i primi anni. Quasi non ci credevo.
Purtroppo, però, l'ultimo anno arrivò Verdi.
Non so perché ce l'avesse con me, ve lo giuro. Non feci mai nulla di particolare contro di lui.
Ma a volte, non so, certe persone sembrano decidere che non gli piaci. Magari è come parli. O come ti vesti. O è nel tuo odore, che vi devo dire.
Fatto sta che io a Verdi non piacevo proprio.
Insegnava Anatomia Artistica. Una materia che mi piace. Che mi piaceva.
Ricordo ancora la prima volta che gli consegnai un disegno.
Ci aveva chiesto una cosa abbastanza basilare, un corpo femminile visto di schiena.
Ricordo come lo guardò. Ovvero per un secondo.
Guardò invece me, per quelli che sembrarono dieci secondo interi.
Poi sogghignò e fece una battuta, ad alta voce.
“E' un vero peccato che questa sia l'unica donna che vedrai mai, è un cesso!”
Il tono era sarcastico, viscido.
Poi rise da solo, tossicchiando come se fosse stata una battuta geniale.
Poche persone risero, e senza convinzione.
Non ce l'ho con loro, era una di quelle situazioni dove più che altro si ride perché si è in imbarazzo.
Ma io non risi. Credo che sul mio viso lesse offesa e stupore. Non me l'ero proprio aspettato.
Beh, doveva avere una grande opinione del suo senso dell'umorismo, perché vedermi che non ridevo lo offese a morte.
Smise di ridere e mi mandò via, bocciando il mio disegno.
Da quel giorno, divenne sempre peggio.
Qualunque disegno io portassi, lui lo derideva. E derideva me.
Erano sempre battute di quello stampo. Insinuazioni, vetriolo e poca eleganza.
Non erano le battute in sé che mi offendevano, ma l'idea che un fottuto professore universitario scendesse a quel livello. Che fosse così meschino. E piccolo.
Nonostante questo, ve lo giuro, io continuavo comunque a metterci l'anima, nei miei disegni.
Ma niente, lui me li bocciava. E mi sfotteva.
Lo so, forse qualcuno potrebbe pensare che sto solo cercando di giustificarmi.
Che, semplicemente, i miei disegni non erano un granché.
Battute o non battute, magari i voti non erano legati a questa nostra “faida” (una faida dove, in realtà, solo uno parlava e l'altro si mordeva la lingua).
Semplicemente, non ero bravo.
Ho però la prova che si trattasse di accanimento.
Un giorno mi misi d'accordo con una mia compagna, Sara.
Sara era simpatica e aveva spesso manifestato indignazione, nei confronti del comportamento di Verdi.
Lei non aveva problemi con lui. Verdi le dava bei voti e la trattava bene.
Anzi, a volte ci provava addirittura con lei ed era anche peggio di quanto insultava me.
Il suo fare il simpatico era sgradevole quanto il suo fare l'antipatico.
Se uno è viscido, non è che basta sorridere per cambiarlo.
Così chiesi un favore a Sara. Le chiesi di scambiarci i disegni, un giorno.
Non era un esame, era solo un esercizio che ci aveva detto di fare per allenarci sul torso maschile, in preparazione del vero esame.
Sara acconsentì. Anche lei era curiosa di vedere cosa sarebbe successo.
Va precisato che Sara era molto brava. Più di me, se devo proprio essere sincero.
Avrebbe preso bei voti anche se Verdi non fosse stato un laido, voglio che sia chiaro.
Ma entrambi i nostri disegni erano curati, ci eravamo stati parecchio tutti e due.
Ce li scambiammo e andammo da Verdi.
Beh, andò come potete immaginare. Verdi fece un monologo sulla bellezza e l'espressività del mio disegno, mentre Sara lo teneva in mano e cercava di non sembrare disgustata.
Invece il disegno di Sara, tenuto tra le mie mani tremanti di rabbia, fu fatto assolutamente a pezzi.
Lo definì puerile e sciatto. Chiaramente, disse Verdi, non ci avevo neanche provato.
Non ce la feci a sentire la fine della sua critica. Feci dietrofront e uscii dalla classe, mentre Verdi mi intimava di tornare da lui.
Ridiedi il disegno a Sara, mentre lasciavo l'aula.
Lei mi guardò con tristezza.
“Mi dispiace, Giorgio.”

Tutto questo avveniva una settimana prima del giorno al bar. Il giorno dell'esame.
All'esame dovevo portare quel disegno, ultimato, e altri cinque o sei.
Ma, quella mattina, guardando la facciata della facoltà, non ce l'ho fatta.
Ho ripensato a quell'episodio. A tutti gli insulti di Verdi. A quanto avevo faticato sui miei disegni e a come li avrebbe sicuramente fatti a pezzi con la sua lingua biforcuta.
A come mi sarei portato appresso questo esame per mesi o anni.
Verdi stava facendo di tutto per uccidere il mio sogno di finire l'università.
E stava anche riuscendo a ferire profondamente il mio amore per il disegno.
Così non ce l'ho fatta.
Mi sono voltato e ho marinato la scuola.
Ho deciso di salvare il mio amore per l'arte, almeno per un po'.
E di risparmiarmi le battute di Verdi.
Sono entrato in quel bar e mi sono preso una birra.
L'avevo quasi finita, quando era entrato Michele con la sua pistola.
Ed è per questo che mi ritrovai a raccontare la mia storia a Michele e agli altri ostaggi.
Fine.

Tutti mi guardavano, compreso Michele. Notai che alcune persone non apparivano più spaventate, solo interessate. Era come se si fossero dimenticate di essere in ostaggio e stessero solo facendo conversazione al bar.
Michele mi sorrise. Un sorriso triste, di chi ne ha viste, di cose ingiuste.
Indicò la mia cartella.
“Sentiti liberissimo di dirmi di no, ma potrei vedere i tuoi lavori? Ti dispiace?”
Ci pensai un attimo, poi feci spallucce e gli portai la mia cartella.
Lui mi ringraziò e si mise a guardare i miei disegni. Io tornai al mio posto.
Passarono alcuni minuti, in silenzio.
Notai che Michele si era soffermato su un disegno in particolare.
Sorridendo, guardò prima me e poi tutti gli altri clienti.
“Giorgio, ti dispiace se mostro agli altri il mio preferito?”
Annuii. A dire la verità, ero curioso di vedere quale aveva scelto.
Michele sorrise e girò il foglio, così che tutti potessero vederlo.
Era un disegno a carboncino, uno dei miei primi. Era un nudo femminile, molto basilare.
La donna se ne stava in punta di piedi, come se stesse danzando. Sorrideva, mentre la luce colpiva i suoi seni e le sue guance.
L'avevo disegnata immaginando una storia d'amore. Mentre facevo le ombreggiature, mi ero immaginato che stesse danzando per l'uomo che amava, soli in una stanza calda e piena di musica.
“E' bellissimo, non trovate?” Chiese Michele, con un tono così genuino che quasi mi sentii a disagio.
Gli altri clienti annuirono e sorrisero.
“Che bello!”
“Ma quanto ci metti, a fare un disegno così?”
“E' stupendo!”
“Non è che è in vendita?”
Alcuni dei complimenti mi sembrarono esagerati, come se stessero solo assecondando Michele. Ma altri mi sembrarono sinceri. Sentii le mie guance arrossire.
“Grazie...”
Michele si alzò in piedi e mi riportò i disegni, appoggiandoli delicatamente sul mio tavolo.
Mi guardò negli occhi.
“Non permettere a quel professore di uccidere una cosa così bella, Giorgio. Continua a disegnare.”
Non sapevo cosa dire, quindi annuii senza convinzione.
Lui mi guardò, inizialmente con tristezza. Poi sembrò prendere una decisione e si sedette dall'altra parte del tavolo.
“Giorgio, sai perché è il mio preferito?”
Scossi la testa, confuso.
“Sono tutti molto belli, ma c'è un qualcosa di...puro, viscerale in questo. Potrei sbagliare, ma mi dà l'idea che tu ci abbia messo una certa passione. Non era solo un compito, sbaglio?”
Lo guardai, sorpreso.
“E' vero, mi era piaciuto molto disegnarlo.”
“ Sai cosa mi ricorda, questo disegno?”
Scossi nuovamente la testa.
“Mi ricorda mia moglie. Mi ricorda come la vedevo io, quando era viva. Quando eravamo ancora fidanzati, passavo spesso i week-end da lei. E quando camminava in giro, nuda, la vedevo esattamente così. Qualsiasi cosa facesse, era come se stesse ballando. Solo per me.”
Ero imbarazzato, ma anche lusingato. Era un complimento troppo genuino, troppo sentito, per non essere apprezzato.
Michele mi mise una mano sulla spalla. Avrei dovuto forse avere paura, ma non ce l'avevo. Non era una brutta persona e non avrebbe mai fatto male a nessuno di noi.
Sentivo solo gentilezza, e tristezza.
“Giorgio, se sei in grado di rappresentare qualcosa di così bello e giusto, non devi mai rinunciarci. Mai. Il mondo ha bisogno di bellezza. Ha bisogno di chi la sa vedere. E, più di qualsiasi cosa, ha bisogno di chi sa farla vedere ad altri.”
Tutti ci guardavano, affascinati dalle sue parole.
C'era sempre meno paura nel bar. Avrei giurato che, più di qualsiasi altra cosa, fossimo tutti semplicemente curiosi. Curiosi di capire cos'aveva quest'uomo apparentemente gentilissimo.
Perché era qui? Perché ci aveva presi in ostaggio?
Mi tolse la mano dalla spalla, poi si girò verso il barista.
“Lei deve essere sfinito, è in piedi dietro al bancone da un'ora e passa. Perché non si siede qui? Ci penso io al bancone.”
Il barista, titubante, venne verso di noi.
Michele si alzò e gli offrì il posto, poi andrò dietro il bancone.
Io, il barista e tutti gli altri lo guardammo.
Michele si mise una mano in tasca. Per un secondo, fummo tutto preoccupati, ma Michele tirò fuori solo un portafogli sgualcito di pelle.
Sembrò triste, nel constatare la nostra ansia, ma non disse nulla.
Dal portafogli estrasse alcune banconote da cento euro e e posò sulla cassa.
“Ho preso la pensione, ieri.” Ci spiegò.
Tutti lo guardavano, curiosi.
Questi sono per i drink.” Disse Michele, rivolgendosi al barista.
“D-Drink?” Chiese il barista, confuso.
“Ebbene sì. Intendo offrire un drink a ogni persona qui dentro, lei compreso. Poi, vi lascerò andare via. So che un drink è una scusa davvero inadeguata per il disturbo che vi ho arrecato, ma lasciate che vi offra almeno questo.”
Tutti lo guardavano, confusi.
Una signora dai capelli biondi parlò per la prima volta, quel giorno.
“Davvero ci lascerà andare?”
Michele annuì.
“Non ci farà del male?”
Michele diventò triste.
“Assolutamente no. Non è mai stata mia intenzione, lo giuro. Volevo solo... Non importa. Lei cosa beve, signora?”
E fu così che, confusi e spiazzati, tutti i clienti (e il barista) furono serviti da Michele.
Prese gli ordini e portò da bere ai tavoli, uno per uno.
Io presi solo una coca cola, non mi andava altra birra.
Il barista si prese un gin tonic. Poi, guardò i soldi sul bancone.
Sembrò lottare con sé stesso, prima di parlare.
“Ehm, guardi che sono troppi soldi. Non ha speso così tanto.”
Michele alzò una mano e sorrise.
“Non importa. Sono anche per... per il disturbo, va bene? Magari in futuro può offrire di nuovo da bere a questa brava gente, se tornano qui.”
Il barista annuì, più confuso che mai.
Michele si versò dello scotch.
“Alla vostra salute.”
Gli altri alzarono i bicchieri e bevvero insieme a lui.
Passarono dieci minuti, poi tutti avevamo svuotato i bicchieri.
Michele ci guardò.
“Vi ringrazio davvero per la vostra compagnia. Potete andare. Vi chiedo umilmente perdono per la paura che vi ho fatto provare.”
Titubanti, alcuni clienti si alzarono. Credo che temessero una qualche trappola crudele.
Michele annuì di nuovo. Era molto triste, nonostante sorridesse per rassicurarli.
“Andate, andate. Non vi farò niente.”
Detto questo, si sedette ad un tavolo in fondo, dandoci le spalle.
La maggior parte della gente uscì quasi subito.
Io stavo per farlo, ma qualcosa mi trattenne.
Mi voltai a guardare Michele. Anche il barista, la donna bionda e un muratore di nome Alì con cui chiacchieravo ogni tanto erano ancora nel bar.
Credo che avessimo tutti la stessa domanda. E che ci rendessimo tutti conto che Michele non era mai stato pericoloso, solo triste. Molto, molto triste.
Fui io, però, a porgli la domanda.
“Perché sei venuto qui con quella pistola, Michele?”
Michele sussultò. Pensava di essere rimasto solo.
Notai, con preoccupazione, che aveva tirato fuori la pistola. Era sul tavolo, davanti a lui.
Michele si voltò.
“Giorgio. Signori. Andate, andate! Non rimanete qui con questo stupido vecchio...”
I miei genitori mi avrebbero urlato contro, se avessero visto cosa stavo facendo. Ma fu più forte di me.
Mi avvicinai al tavolo, seguito dagli altri. Fui abbastanza commosso, nel vedere che mi seguivano.
Forse non volevano lasciarmi solo, forse erano preoccupati per Michele anche loro. Forse entrambe le cose.
In ogni caso, fu un bel gesto.
Ora eravamo in piedi, davanti al tavolo di Michele. Guardavamo con un po' di preoccupazione la pistola, ma in quel momento capii che non temevamo per noi stessi, ma per Michele.
Credo che in quel momento avessimo tutti capito.
“Michele, tu sei venuto qui per ucciderti, non è vero?”
Michele ci sorrise, deglutendo. Si stava sforzando di non piangere.
Annuì, mentre una lacrima gli scendeva per la guancia.
Mi sedetti davanti a lui. Non avevo più paura della pistola. Forse può sembrarvi folle, ma non c'eravate.
L'idea che Michele ci facesse male sembrava ridicola. Era un uomo vecchio, triste e solo. Faceva del male solo a sé stesso.
“Perché? Perché vuoi ucciderti?”
Michele si asciugò la guancia.
“Non ho più nulla, Giorgio. Mia moglie è morta da anni, ormai. Mio figlio è morto poco dopo, per uno stupido incidente d'auto. Non ho più amici. Non ho più l'età per lavorare. Non ho hobby o passioni. E sono stanco. Sono stanco di quella casa vuota, di quel silenzio. Di svegliarmi la notte e di piangere quando mi rendo conto che li ho solo solo sognati. Che non torneranno più. Sono stanco di essere vecchio e solo.”
La donna bionda, che in seguito scoprii chiamarsi Maria, si sedette anche lei al tavolo. Alì fece lo stesso.
“E perché ci ha sequestrati?” Chiese la donna. Il tono era un curioso misto di severo e gentile.
Michele scosse la testa.
Alì non aveva mai parlato, quel giorno. Aveva solo fatto un cenno con la testa, quando Michele gli aveva dato la sua limonata.
Ora, però, fu lui a parlare. E centrò in pieno il cuore della questione.
“Lei non voleva essere solo, vero? Voleva compagnia. Voleva essere sicuro che ci fosse qualcuno con lei.”
Michele annuì, mentre nuove lacrime cominciavano a scendere.
“Ma non capisco.” Disse Maria. “Poteva avere compagnia anche senza sequestrarci. Poteva entrare e parlare con qualcuno, no?”
Michele la guardò, sorrideva e piangeva allo stesso tempo.
“Non pensavo che sarei stato ascoltato. La gente evita i vecchi, specie quelli che non conosce. Mi avrebbero assecondato, sopportato. Io volevo... Volevo...”
“Voleva che la ascoltassimo davvero.” Disse il barista, che si chiamava Carlo.
Michele annuì, poi scoppiò a piangere sul serio. Posò il viso sulle propria braccia conserte e pianse, pianse, pianse.
Maria gli mise una mano sulla spalla.
Io presi la pistola e la allontanai. Michele non battette ciglio, non so neanche se se ne accorse.
Era un revolver, vecchio. Aprii il caricatore, poi mostrai il contenuto agli altri.
C'era un solo colpo, nella pistola.
Un solo colpo, per l'unica persona a cui Michele avesse mai voluto sparare.

Credo che se fosse dipeso solo da me e gli altri tre ostaggi che lo videro piangere, la polizia non sarebbe mai stata chiamata. Ma, comprensibilmente, uno degli altri ostaggi che erano già usciti la chiamò.
Michele fu incriminato, ma nessuno lo considerava davvero un pericolo. Lo misero ai domiciliari, in attesa del processo.
Ogni tanto, nonostante le proteste dei miei genitori e lo scherno delle autorità (che mi consideravano un po' scemo per averlo richiesto), mi fu accordato il permesso di andarlo a trovare.
Lui mi fece vedere le foto della sua famiglia e mi raccontò di loro. Di come sua moglie sapeva farlo ridere e di come suo figlio fosse sensibile e intelligente. I suoi occhi luccicavano, quando ne parlava.
Gli feci vedere i miei disegni e gli raccontati di come avevo finalmente preso 18 all'esame di Anatomia Artistica. Verdi alla fine mi aveva fatto passare, ma solo con il minimo.
Credo che si sentisse l'irritazione nella mia voce, quando riferii il voto.
Non dimenticherò mai cosa fece Michele, quando glielo dissi.
Mi sorrise e mi mise una mano sulla spalla.
“Giorgio, ti piace quello che fai?”
“Sì, Tanto.”
“Quello stronzo è riuscito a fermarti?”
Gli sorrisi.
“Direi di no.”
Lui annuì.
“ E allora non pensarci mai più, Giorgio. Mai più. Dedicati a ciò che ami e apprezzalo. Finché ce l'hai.”
“Ci proverò.”
E ci provo ancora.

Michele morì prima del processo, nel sonno. Era un uomo molto vecchio, ma mi piace pensare che si sentisse un po' meno solo alla fine.
Andai al suo funerale. I miei genitori e molti dei miei compagni di università pensavano che fossi pazzo a dedicare tutta questa attenzione al mio sequestratore, ma onestamente chi se ne frega.
Michele era un brav'uomo che era quasi impazzito per colpa della solitudine.
Lasciarlo solo al suo funerale sarebbe stata una cosa davvero crudele.
Fui sorpreso e commosso, quando scoprii che non ero l'unico al funerale.
No, eravamo in quattro.



venerdì 21 giugno 2019

Scrivere Plasma il Mondo



Scrivere plasma il mondo. Così gli era stato insegnato e lo credeva ancora. Fermamente.
Suo padre era solito dire che la scrittura fosse la migliore cosa mai fatta dall'uomo.
Il potere di creare mondi, di distruggerli, di capire più a fondo il nostro. Il potere di ispirare le persone a volerne uno diverso.
La scrittura era questo, ed era l'unica cosa in cui Marvin avesse fede. Per questo motivo, ogni giorno, lui scriveva. Scriveva e scriveva, finché le dita non gli sanguinavano.
Ma Marvin non ci faceva caso. Se ne stava buono mentre gli inservienti gliele medicavano, prometteva di riposarsi un po' e poi, non appena erano andati via, riprendeva subito a scrivere.
Gli inservienti erano brave persone, erano gentili. Ma non capivano.
Marvin doveva scrivere.
Doveva plasmare il mondo.
Perché il mondo era sbagliato e qualcuno doveva fare qualcosa.

Gli inservienti se ne stavano davanti alla porta, mentre guardavano attraverso lo spioncino. Marvin, il paziente preferito di tutti, stava ancora scrivendo.
Erano le tre del pomeriggio, e Marvin si era messo a scrivere all'alba.
“E fa così ogni giorno?” Chiese il più giovane degli inservienti. Era nuovo, lì, ma stava già simpatico allo staff anziano. Era un bravo ragazzo, empatico e volenteroso.
“Eh, già.” Rispose il suo collega più anziano, grattandosi i capelli grigi. “Ogni giorno si sveglia, si mette a scrivere e si addormenta sulla tastiera. Noi gli medichiamo le mani, lo facciamo mangiare e lo mettiamo a letto, ma appena ha ripreso un po' le forze si rimette subito all'opera.”
“Perché non gli diamo dei sedativi? O gli togliamo il portatile?”
“Per un periodo ci abbiamo provato, ma stava peggio. Non poter scrivere lo rendeva depresso e autolesionista. Una volta si è quasi ammazzato con un bicchiere di detersivo. Alla fine, i dottori hanno deciso che è meglio che si esprima, per così dire. Certo, si fa comunque del male, ma sembra che quello sia inevitabile. Almeno così limitiamo i danni.”
Il ragazzo annuì, dubbioso.
“E cosa scrive?”
“Le stesse frasi. Ogni giorno.”
Il ragazzo guardò il suo collega, colpito.
“Passa tutto il giorno a scrivere le stesse cose?”
“Eh, già.”
“E che frasi scrive?”

Marvin era stufo delle mezze misure. Era stufo degli orpelli.
Secondo lui, ogni storia e ogni articolo mai scritto che avesse un motivo di esistere girava intorno alla stesse idee fondamentali: esiste ciò che è giusto ed esiste ciò che è sbagliato, e dovremmo volere un mondo che è giusto.
Per questo scriviamo, perché il mondo non ci piace e vorremmo che fosse diverso. Bello o ragionevole quanto le nostre parole.
Marvin non aveva più pazienza per le storie di eroi e gli articoli di denuncia, per le poesie d'amore e le critiche sociologiche.
Tutte queste cose avevano plasmato il mondo, assolutamente. Ogni cosa faceva la sua parte.
E non c'era nulla di male in una storia fine a sé stessa e senza particolari ideali, se è per questo.
Ma Marvin era stufo. Voleva plasmare davvero il mondo. Voleva cambiarlo.
Almeno un po'.
Perché il mondo era sbagliato e qualcuno doveva fare qualcosa.

“Tutte cose di questo tipo, insomma.” Finì di spiegare l'inserviente anziano, mentre andavano a sedersi in guardiola. “Frasi e frasi su come il mondo sia sbagliato e le cose dovrebbero essere diverse. Che le guerre sono imbecilli e in un mondo giusto i bambini non dovrebbero morire, che il cancro è un insulto, che senza empatia il mondo è inutile e altre cose di questo tipo. Il succo è che il mondo dovrebbe essere migliore, e anche noi. E su questo non mi sento di dargli torto.”
L'inserviente più giovane si alzò di nuovo e andò di nuovo a guardare dentro la stanza, dove Marvin scriveva le stesse frasi di tutti i giorni con la foga di uno scrittore che è stato appena colto da un lampo di ispirazione. Sembrava sempre estremamente preso, e non smetteva mai. Non c'era da stupirsi che fosse così magro e che le sue occhiaie fossero così profonde.
“ E perché lo fa?” Chiese al collega, voltandosi.
L'inserviente anziano rise senza allegria.
“Dai che l'hai capito, il perché.”
Il ragazzo lo guardo, con sguardo serio.
“Pensiero magico. Pensa che se le scriverà ancora e ancora, prima o poi si avvereranno.”
“Proprio così.”Rispose l'altro, avvicinandosi.
I due inservienti guardarono di nuovo dentro la stanza, dove Marvin non aveva smesso di scrivere neanche per un minuto.
“Poveraccio.”
“Eh, già.”
“Ma cosa gli è successo? Ci sarà pure stato un qualche trauma iniziale...” Chiese il giovane, con l'espressione triste.
“Oh, ci puoi giurare.” Rispose torvo l'altro inserviente.

Non era importante perché avesse iniziato a scrivere. Il suo dolore non era più importante o speciale di quello di altri.
Ma ciò che gli era successo l'aveva spinto a vedere da vicino la realtà che aveva sempre saputo, in fondo. Era sempre stato ovvio che ci fosse qualcosa che non va, nel mondo.
Come molti, lui aveva vissuto la sua vita cercando di non pensarci troppo. Ma alla fine quell'ingiustizia lo aveva trovato. E lo aveva colpito forte, senza pietà.
E ora Marvin doveva scrivere.
Perché il mondo era sbagliato e qualcuno doveva fare qualcosa.

“Ed è da allora che si trova qui?” Chiese l'inserviente più giovane, con la voce spenta e rattristata dalla storia che gli aveva raccontato il collega.
“Non proprio. Ha girato qualche altro centro, prima di essere assegnato qui. Ma ormai sono tre anni che si trova da noi.”
“Tre anni che scrive.”
“Eh, già.” Rispose il collega, mettendosi in bocca una gomma da masticare.
“ E' la quinta che mastichi, da quando siamo qui.”
“Non mi fare il terzo grado anche tu, ti prego. Mia moglie vuole che smetta di fumare, e se non mastico almeno una gomma ogni dieci minuti va a finire che ricoverano qui anche me.”
Risero insieme, mentre tornavano a sedersi in guardiola.
“OK, scusa. Me ne dai una?”
“Certo.”

Marvin stava scrivendo per l'ennesima, ennesima volta una delle sue frasi quando sentì improvvisamente una fitta alla testa. Era una sensazione strana, diversa da qualsiasi mal di testa avesse mai provato.
Se gli avessero chiesto di descriverlo, avrebbe detto che gli sembrava di star espellendo un calcolo tramite le tempie. Non era solo doloroso, era anche...liberatorio.
Ma nonostante ciò, emise un urlo strozzato e cadde dalla sedia.

Gli inservienti sentirono il lamento di Marvin e poi un tonfo. Si alzarono subito in piedi e corsero nella stanza.
Lo trovarono supino e senza sensi. Le garze sui polpastrelli erano rosse di sangue, di nuovo.
Stavano per chiamare aiuto, quando Marvin aprì gli occhi.
“S-sto bene, ragazzi. Davvero...”
Marvin si alzò a sedere.
“Tutto ok, fatemi solo...” Marvin fece per rimettersi alla scrivania.
“Te lo scordi.” Disse severamente l'inserviente più anziano. “Ora tu vieni in infermeria e ti fai visitare. Il portatile rimarrà qui ad aspettarti.”
Era un tono che non ammetteva repliche. Gli inservienti volevano bene a Marvin, ma proprio per questo a volte dovevano essere duri.
Marvin voleva replicare, ma non riusciva a rimettersi in piedi.
I due inservienti sbuffarono, ma era un gesto bonario di impazienza
“Ecco, vedi come ti riduci pur di prendere il Pulitzer?” Lo apostrofò l'inserviente anziano.
“Dai, ti aiutiamo noi...” Disse il ragazzo più giovane, mentre lo prendevano per le braccia e ne sostenevano il peso.
Piano piano, Marvin ritrovò la forza per camminare da solo, ma gli inservienti continuarono comunque a sostenerlo.
Uscirono dalla stanza, passando davanti alla televisione della guardiola, che era a basso volume.
Sentirono comunque un pezzo del servizio del telegiornale.
“...si sono riuniti oggi per festeggiare il quinto anniversario del loro armistizio.”
L'inserviente più giovane si girò brevemente a guardare lo schermo.
“Ehi, ma non eravamo in guerra con quelli là?”
Ora anche Marvin si voltò.
“Ma chi se ne frega! Dai, sbrigati, portiamolo a farsi vedere.” Rispose brusco l'altro inserviente. “E sarà anche il caso che mangi qualcosa!” Aggiunse, rivolgendosi a Marvin.
Così si avviarono verso l'infermeria.
Il giovane smise di pensare al telegiornale e il suo collega più anziano continuò a masticare nervosamente la gomma.
Marvin, però, fissò lo schermo della TV per un lungo momento, prima di seguirli.
Aveva le dita sanguinanti e le occhiaie erano nere come lividi, ma sia il dottore che lo visitò che l'inserviente più anziano concordarono che era la prima volta che vedevano Marvin sorridere.
Sorrideva, e non vedeva l'ora di rimettersi a scrivere.






L'Ultimo Cliente



Ho fatto il tassista per quasi 25 anni. E' un lavoro di merda, non ve lo nascondo.
Sono sicuro che c'è a chi piace, ma non li capisco proprio. Io lo odiavo. Odiavo gli orari, odiavo la metà dei clienti che mi capitavano e odiavo le cose che mi costringe a vedere e sentire.
Ho visto di tutto, nei miei 25 anni. Di tutto.
Fidanzati che picchiavano le proprie fidanzate, tossici in crisi d'astinenza, pervertiti di ogni tipo, gente sporca di vomito, gente sporca di sangue, preti ubriachi e poliziotti che piangevano...
Di tutto, come vi ho detto.
Oggi, però, voglio parlarvi del mio ultimo cliente.

Era il mio ultimo giorno, poi avrei lasciato quel lavoro che odiavo tanto.
Avevo trovato lavoro come operaio edile. Niente di spettacolare, ma era pagato abbastanza bene e non avrei dovuto vedere così tante persone ogni giorno.
Non vedevo l'ora.
Come ogni sera, cominciai dai quartieri ricchi. Solitamente lì caricavo vecchie signore con la pelle liftata o uomini d'affari che tirano avanti a forza di Xanax.
Quel giorno, invece, salì un signore anziano dall'aria mite. Era molto magro e un po' ingobbito. La sua barba era di un bianco purissimo.
I suoi tratti erano...anonimi. Come se ad un disegnatore fosse stato detto “disegnami un tizio qualunque”.
Una cosa però era certa, era molto vecchio. E molto stanco.
“Buonasera.” Mi disse educatamente.
“Salve. Dove andiamo, stasera?”
Lui sorrise.
“La stazione, per favore.”
“Benissimo.”
E così partimmo.

Aveva un buon odore, un dopobarba che mi ricordava quello di mio padre. Per anni ho cercato quella marca, ma non la producevano più.
E ormai non ne ricordavo neanche più il nome.
Mi mancava, come mi mancava mio padre. So che sembra sciocco, ma questa somiglianza con mio padre me lo rese subito un po' simpatico.
Come ogni sera, c'era un traffico infernale perché tutti uscivano dal lavoro. Ma il mio cliente non sembrava seccato.
“Da quanto fa questo lavoro?” Mi chiese.
Io sorrisi.
“Quasi 25 anni.”
“Una vita.”
“Ci può giurare.”
Lui si chinò in avanti per farsi sentire meglio. Di solito, mi dà fastidio quando i clienti lo fanno, ma non quel giorno.
“Posso farle una domanda?”
“Spari.” Risposi io, un po' sorpreso. Di solito in quel quartiere venivo trattato come un servo a nolo, non mi parlavano mai. E di certo non così educatamente.
“E' un bel lavoro, fare il tassista?”
Ci pensai un attimo.
“E' un lavoro interessante. “ Dissi infine. “Ti fa diventare una sorta di psicologo amatoriale. Impari a conoscere un po' la gente.”
Annuì per un attimo, pensoso.
“E a lei piace?” Mi chiese.
“Per niente.”
Ridemmo insieme.
Il traffico per ora procedeva spedito.
“Oggi è il mio ultimo giorno, in realtà.” Non so perché glielo dissi, mi venne naturale.
“Davvero?”
“Sissignore.”
Lui si grattò la barba, pensoso.
“La invidio.”
“In che senso?”
Lui guardò fuori dal finestrino. Il tramonto colorava le nuvole di rosa. Era molto bello, anche con quella città puzzolente a coprirlo.
“Perché anche io vorrei lasciare il mio lavoro.”
Mi girai, sorpreso.
“Ma come! Non mi dica che lei lavora ancora!”
Lui annuì, senza distogliere lo sguardo dal tramonto.
Tornai a guardare la strada, sorridendo. Da non credere.
“E che lavoro fa, se posso chiederglielo?”
Lui mi sorrise. Ora guardava me.
“Credo sia un suo diritto, visto che ho cominciato io a ficcanasare.”
Sorrisi di nuovo.
“Giusto.”
Lui si appoggiò allo schienale.
“Io sono Dio.”
All'inizio pensavo proprio di aver sentito male.
“Come, scusi?”
Ma la sua espressione non cambiò, lo guardavo nello specchietto retrovisore.
“Ha capito bene. Io sono Dio.”
Rimasi interdetto. Che cosa rispondi a uno che ti dice così?
Un altro matto, dannazione. E dire che mi stava simpatico.
“Anche lei mi sta simpatico.” Disse lui.
Lo guardai nello specchietto, preso di sorpresa.
“Ehm, come?”
“Lei stava pensando che le sto simpatico. Anche lei mi sta simpatico.”
Ero un po' inquieto, ma poi mi venne un'idea.
“Ho capito. Lei è un, come si chiamano, un mentalista. Ci ho preso?”
Lui scosse la testa.
“No. Le sto dicendo la verità. E il dopobarba di suo padre si chiamava Spacey. Era davvero ottimo, capisco perché le manca. Anche se nulla sarà mai buono quanto lo è nei nostri ricordi, non trova?”
Sbandai per un attimo, quando pronunciò il nome del dopobarba. Eravamo quasi arrivati in centro, ormai.
“Come cazzo fa saperlo? Chi è lei?”
Lui sorrise.
“Gliel'ho detto chi sono. E quindi sa come faccio a saperlo.”
Cominciavo a sentire un gran panico, il cuore mi batteva molto forte. Temevo che sarei svenuto e che saremmo morti entrambi.
Ma ad un tratto sentii la sua mano sulla nuca. Il suo tocco era gentile, nonostante tutti i calli che aveva sulle sue grandi mani nodose. E la sua pelle era fresca.
Il suo tocco mi fece qualcosa, perché improvvisamente avevo ritrovato la calma.
Lui tolse delicatamente la mano e si appoggiò nuovamente allo schienale.
“Mi scusi, non volevo spaventarla. Ma ora mi crede?”
Lo guardai un attimo.
“Cazzo, non lo so. Ehm, scusi il francese.”
Lui rise.
“Imprechi quanto vuole. Non mi ha mai dato fastidio, come cosa.”
Come potete immaginare, avevo delle domande da fargli. Chi non ne avrebbe avute?
“Posso... Posso farle qualche domanda?”
C'era altro traffico prima del centro, avevamo altri dieci minuti almeno.
“Spari.”
Decisi di partire basso.
“Ehm, sì. Ecco... Allora lei ha creato l'universo? Ogni cosa?”
Lui ci pensò un attimo prima di rispondere.
“No, non credo. So per certo di aver creato questo pianeta e gli esseri umani. Gli animali. Gli oceani. Ma no, non credo proprio di aver fatto il resto. Quando guardo le stelle mi sento perso, esattamente come voi.”
Non sapevo cosa credere, ma quella risposta mi fece venire i brividi.
“Non capisco...”
“Bah, neanche io capisco, sinceramente. Non ricordo molto del prima. Ricordo noia e solitudine. E allora ho creato questo pianeta. Ma non mi odi per questo, non sapevo cosa stessi facendo.”
Lo guardai, perplesso.
“In che senso?”
“Figliolo, lei lo chiamerebbe un successo, il mio?”
Ci pensai un attimo, prima di rispondergli.
“Oddio... Ehm, cioè, non saprei... Ha tante cose belle...”
“ E tante cose orrende.” Lo disse con durezza, il tono era amareggiato.
“Ma allora perché le avrebbe create? Perché non le cambia?”
Lui mi guardò, e vi giuro che non ho mai viso degli occhi così tristi e stanchi in vita mia.
“Perché non ci riesco.”
Il traffico iniziava a muoversi.
“ Le è mai successo di ritrovarsi una brutta situazione e non sapere neanche come ha fatto a finirci? Magari stava avendo una giornata perfetta con la sua ragazza ma poi uno dei due ha detto qualcosa di sbagliato e dal nulla è venuto fuori un orribile litigio. O cercando di riparare un rubinetto ha finito per allagare il bagno. Le è mai successo che una situazione le sfuggisse di mano?”
Iniziavo a capire.
“Certo... Succede a tutti.”
“Beh, succede anche a Dio. Non ricordo bene cosa volessi, quando ho creato questo posto. Ero solo. E' lo stesso motivo per cui ho preso il taxi oggi. Ma mi è sfuggito di mano. E qualsiasi cosa faccio, le conseguenze sono al di fuori del mio controllo. E' dal principio che cerco di aiutare, ma non ci riesco. Ho messo questo pianeta in moto e non so fermalo, né indirizzarlo.”
Eravamo arrivati in centro.
Accostai davanti alla stazione dei treni.
Lui ora aveva la voce tremolante. Come se stesse cercando di non piangere.
Era piegato in due e si teneva il viso tra le mani.
Fuori iniziò a piovere.
“Se cerco di aiutare, faccio solo altri casini. Se non faccio nulla, il pianeta continua a soffrire.”
Non vi so descrivere la pena che provavo. Non era importante che fosse Dio o solo un pazzo che mi aveva influenzato in qualche modo. Stava male e guardarlo spezzava il cuore.
Mi girai e gli misi una mano sulle spalle.
“Perché non fa come me, allora? Perché non si dedica ad altro?”
Lui si alzò a sedere e aprì la portiera, all'improvviso.
“Non posso. Vi ci ho messi io, qui. O vi aiuto, o soffro insieme a voi. Ma ignorarlo non sarebbe giusto.”
Tirò fuori un rotolo di banconote dalla tasca e me le mise in mano.
“Grazie del giro e della sua attenzione. Lei è un brav'uomo.”
Si alzò.
“Aspetti! Ora che farà? Dove andrà?”
Lui mi guardò, sorridendo tristemente.
“Non lo so davvero. Lei lo sa?”
Ci pensai un attimo.
“A casa, credo.”
Lui annuì.
“E' un buon inizio.”
Detto questo, si voltò e entrò nella stazione.
Lo osservai finché non sparì tra la folla.
Poi, mi avviai verso casa.

La Stanza Numero 7



La cella era tre metri per quattro, più grande della cella media. Nonostante questo, era indubbiamente un luogo opprimente e claustrofobico. Sbarre da un lato, muri lisci e coperti di scritte nei lati rimanenti. Una piccola finestra, anch'essa munita di sbarre.
Reginald se ne stava seduto sul letto, a fissare uno dei muri coperti di scritte. Scritte probabilmente fatte utilizzando pietre o pezzi di metallo.
“Murphy è stato qui”, diceva una delle scritte.
“Il letto è scomodo, protesterò con la direzione”, ironizzava un'altra scritta.
“Non vedrò mio figlio crescere”, diceva una scritta particolarmente triste.
Reginald guardava le scritte e meditava, mentre il sole iniziava a calare e i corvi gracchiavano nel cielo, liberi.
Presto, molto presto, sarebbero venuti a prenderlo.

Nathan strisciava nella palude, maledicendo il peso dello zaino. Sembrava pesare una tonnellata.
L'acqua della palude era fredda, e probabilmente piena di insetti.
Nathan sperava che non ci fossero quei pesciolini che ti entrano nel pene e si stabiliscono nella tua uretra. Ci mancava solo quello.
Lo zaino pesava un accidenti, ma non aveva nessuna intenzione di abbandonarlo. Lo zaino era l'elemento fondamentale del piano.
Lo zaino poteva salvare la vita a Reginald.

Reginald si bagnò la faccia con l'acqua del piccolo lavandino arrugginito. Ormai mancava solo un'ora, poi sarebbero venuti a prenderlo.
L'avrebbero portato nella stanza numero sette, l'avrebbero legato al lettino e gli avrebbero iniettato qualcosa che l'avrebbe fatto addormentare. Per sempre.
Reginald si sedette di nuovo sul letto, e tornò a guardare le scritte, mentre la sua mente vagava.
Non era una persona di fede, ciò che lo aspettava dopo la stanza e l'iniezione non gli dava conforto. E non gli faceva paura.
Ma pensare che quello stanzino fosse l'ultimo posto che avrebbe visitato? Pensare che la puntura nel braccio sarebbe stata l'ultima sensazione che avrebbe mai provato? Quello sì che faceva paura.
Reginald era terrorizzato.

Nathan strisciava nell'acqua fangosa, mentre lo zaino ormai iniziava a fargli dolere le spalle davvero. Dentro lo zaino c'era un dispositivo, e quel dispositivo era l'unica possibilità di salvezza di Reginald.
Il piano era semplice: Nathan sarebbe arrivato fino alle mura della prigione e avrebbe azionato il dispositivo. Poi, ci avrebbe pensato lui a liberare Reginald.
Ma doveva sbrigarsi, secondo il suo orologio mancavano solo 45 minuti all'esecuzione.
Si mise a camminare più velocemente, pregando di farcela in tempo.

Reginald non aveva richiesto un ultimo pasto. Non aveva il minimo interesse a mangiare. Voleva solo starsene seduto lì, a guardare il muro e a pensare.
Gli dava uno strano conforto, sicuramente maggiore di quanto avrebbe potuto ottenere da un cosciotto di pollo o da una torta. Quelle, ormai, erano cose senza valore per un morto vivente come lui.
Ma la mente, la mente invece era uno strumento inestimabile.
Voleva solo starsene seduto lì, a pensare i suoi pensieri e a immaginare le sue fantasie.
Evitando, per quanto possibile, di pensare alla stanza numero 7.

Nathan arrivò alle mura 30 minuti prima dell'esecuzione. Grondava sudore e la schiena gli faceva malissimo, ma ce l'aveva fatta. Come gli avevano detto, quell'angolo delle mura non poteva essere visto dalle guardie. Strisciò, il più silenziosamente possibile, tenendosi attaccato al muro del carcere.
Dopo cinque minuti di silenzioso strisciare, lo trovò: il canale di scolo. Acqua marroncina e puzzolente ne fuoriusciva, mentre mosche di ogni tipo vi svolazzavano intorno.
Nathan storse il naso, ma non ebbe esitazione. Si tolse lo zaino e ne estrasse il dispositivo.
Era grande come una scatola da scarpe, ed era ricoperto di pulsanti e tubicini.
Nathan lo prese e lo inserì nel canale di scolo. Poi premette tre pulsanti in sequenza e staccò il tubo rosso, come gli era stato detto.
Ci fu un istante di silenzio, dove temette di aver sbagliato la sequenza (nonostante l'avesse ripetuta tra sé e sé cinquanta volte, durante il tragitto), poi il dispositivo si accese.
Emetteva un suono leggero, come quello delle ali di un colibrì, ma per il resto era straordinariamente silenzioso.
In meno di un minuto, il dispositivo aveva preso la sua forma.
Una figura umanoide, con occhi rossi brillanti e giunture metalliche e appuntite.
Nathan osservò, meravigliato, mentre il piccolo robot iniziava a strisciare su per il canale di scolo, alla ricerca di Reginald.
Nathan controllò il suo orologio. Mancavano 20 minuti all'esecuzione.
Potevano farcela. Potevano farcela.

Reginald se ne stava sul letto, continuando a fantasticare, quando le guardie comparvero fuori dalla porta.
“Detenuto 1106, è ora di prepararsi.”
Reginald le guardò, con espressione distratta.
“Io sono già pronto.”
“Il Direttore ci tiene a ricordarti che puoi cambiare idea in qualsiasi momento, se decidi che vuoi parlare con il prete. Sei sicuro di non voler pregare un po', prima che ti portiamo alla stanza numero sette?”
Reginald scosse la testa, con decisione.
“No, grazie. Non mi interessa. Vorrei starmene un altro po' seduto qui, a pensare.”
Le guardie si guardarono a vicenda, interdette.
“Come preferisci. Altri dieci minuti, poi sarà ora.”
Reginald annuì. Le guardie si allontanarono di nuovo, lasciando Reginald ai suoi pensieri e alle sue fantasie.
Chissà a cosa voleva pensare, prima di morire.

Il piccolo robot era arrivato al primo piano. Silenziosamente, strisciò su per il sifone di un water e sbucò fuori da uno dei gabinetti.
Si trovava nei bagni delle guardie. Lo sapeva, perché aveva in memoria l'intera planimetria della prigione.
Non era esattamente dotato di intelligenza artificiale, ma aveva un compito e sapeva come eseguirlo.
Si diresse verso il piano di sopra, verso la stanza numero sette, mentre lame retrattili uscivano dai suoi avambracci.
Doveva essere rapido ed efficiente. Avrebbe ucciso le guardie e si sarebbe fatto seguire da Reginald fino all'entrata.
Poi Reginald e Nathan sarebbero fuggiti attraverso la palude.
Ormai mancavano solo cinque minuti all'esecuzione.

Le guardie tornarono da lui.
“E' ora di andare, detenuto.”
Reginald gli sorrise placidamente e si alzò in piedi. Sembrava totalmente sovrappensiero, come se avesse altro per la testa.
Le guardie erano confuse, ma lo assecondarono. Avevano visto comportamenti ben più strani, prima di un'esecuzione.
Meglio questa strana aria spensierata che la crisi di diarrea nervosa dell'ultimo detenuto che avevano scortato ad un'esecuzione.
Reginald si incamminò verso la stanza numero sette, seguito dalle due guardie.
Le guardie guardavano le spalle del detenuto, pronte a colpirlo se avesse tentato qualche scherzo. Ma Reginald camminava tranquillo, lo sguardo perso nel vuoto.
Era come se fosse la stanza numero sette a venire verso di lui, piuttosto che il contrario.
Mancavano 3 minuti all'esecuzione.

Il robot ormai si era già lasciato due cadaveri alle spalle, uccisi in perfetto silenzio e senza esitazione. Gli bastava girare l'angolo e sarebbe arrivato alla stanza numero sette.
Mancava un minuto all'esecuzione.

Reginald fu fatto accomodare sul lettino e si lasciò stringere le cinghie attorno a braccia, gambe e vita. Era assolutamente tranquillo, e continuava a sembrare sovrappensiero.
Sorrise tra sé e sé, vedendo gli sguardi confusi delle guardie e del medico che gli avrebbe fatto l'iniezione.
Non guardò mai verso il direttore e i testimoni, che osservavano l'esecuzione dall'altra parte della vetrata alla sua sinistra.
Era strabiliante, pensò Reginald, quanto il piccolo robot fosse silenzioso. Nessuno di questi idioti aveva idea di cosa stesse per succedere. Da un momento all'altro sarebbe entrato nella stanza e lo avrebbe salvato.
Mancava poco, ormai, pochissimo.

Reginald si spense pian piano, sorridendo. Immaginò la spettacolare entrata del robot, le urla delle guardie, gli sguardi terrorizzati del direttore e dei testimoni. Il sangue che schizzava le pareti e il vetro.
Ma, ovviamente, non accadde nulla di tutto questo. Non esisteva nessun robot e Nathan, suo fratello, era morto da tanti anni.
Il medicò pronunciò la sua morte alle 21:03.
Il direttore strinse la mano ai testimoni e li ringraziò per essere venuti.
Reginald sorrideva ancora, mentre la gente lasciava la stanza e gli inservienti salivano dal primo piano per venire a ritirare il corpo.
C'era solo silenzio, nella stanza numero sette.





Le Incudini


Li sentiva marciare, per strada. I loro tacchi echeggiavano nella notte, come zoccoli di cavalli stupidi e aggressivi.
Si strinse nelle coperte e si morse la mano, pregando che non scegliessero proprio la sua casa, quella notte.
Si sentì il suono di una porta che veniva sfondata. Non era la sua, ne era sicuro. Forse quella dei Bonaparte?
Sentì delle urla. Sì, erano i Bonaparte.
Trasse un sospiro di sollievo, pensando che quella notte toccava a qualcun altro.
Poi si sentì disgustato da sé stesso. Stava davvero gioendo per la sofferenza di qualcun altro?
Allora non era meglio delle bestie che ora stavano portando via i Bonaparte.
Roberto strinse di più nelle coperte, piangendo senza accorgersene.


Era iniziata come iniziano sempre queste cose. Un paese con sempre meno risorse, un popolo arrabbiato e sempre più irrazionale. I demagoghi.
Ed ecco il risultati. Ora le Incudini marciavano nella notte, cercando vittime. O criminali, se volgiamo usare la loro definizione.
Quante colpe poteva avere una persona, stando a questi fascisti. Abusivi. Immigrati. Omosessuali. Donne che vivono da sole. Contestatori. Intellettuali.
Tutti colpevoli. Tutti criminali. Tutti sacrificabili.
Ormai ogni notte qualcuno veniva preso e portato via. Per finire chissà dove.
C'era chi parlava di forni, come ai tempi del nazismo. Ma Roberto non ci credeva
Secondo lui venivano messi in qualche centro, qualche prigione. A marcire.
Roberto si accorse di stare piangendo e si morse il palmo della mano. Poi prese a pugni il pavimento. Continuò finché non vide il sangue uscire.
Non sentiva niente. Il suo sguardo era vitreo, perso nel vuoto.
Una parte del suo cervello voleva disperatamente lasciarsi andare all'apatia. Ma Roberto non ci riusciva.
Lo schifo e l'ingiustizia del suo paese lo disgustavano.
Che siano dannate le Incudini, pensò Roberto.
Si alzò e si mise a guardare fuori dalla finestra.
Vedeva case bruciare, in lontananza. Le Incudini se ne erano andate, portando via i Bonaparte.
C'era la luna nel cielo, e le strade bagnate di pioggia apparivano rosse di sangue, colpite dalle luci dei lampioni.
Roberto chiuse le persiane.
Che siano dannate le incudini, e coloro che le avevano elette al governo.

Quella non era casa di Roberto. Non aveva più una casa. Era scapato da settimane ormai.
Le sue colpe erano due: era omosessuale, ed era uno scrittore.
Quando pubblicò il suo libro, sapeva che si sarebbe dovuto preparare a scappare.
Loro sono le Incudini, ma noi siamo i fabbri. Così si chiamava il suo libro.
Con la sua analisi rabbiosa, in cui se la prendeva tanto col nuovo governo quanto con il popolo che secondo lui era stato tanto imbecille da ascoltarli, Roberto aveva fatto arrabbiare tutti.
Ma non aveva saputo trattenersi.
Era scappato la notte prima che le Incudini venissero a prenderlo.
E ora viveva qui, in questa vecchia casa abbandonata. Abusivamente.
Come, del resto, quasi tutti in questa zona della città.
I suoi risparmi stavano finendo, e anche il cibo.
Non sapeva cosa avrebbe fatto, quando fosse rimasto senza niente.
Roberto tornò a stendersi sul materasso e si coprì con le coperte.
Viveva nella soffitta e raramente usciva. Era più sicuro così.
Chiuse gli occhi e provò a dormire.
Se solo ci fosse un modo per cambiare questo paese, pensò.
Poco dopo, si addormentò.

Fece uno strano sogno.
Solitamente Roberto sapeva interpretare, almeno in parte, i propri sogni.
Sogni popolati di uomini in divisa, sconforto e fuoco non erano difficili da interpretare.
E neanche i sogni popolati da pelle liscia, braccia forti e fiato corto, se è per questo.
Ma questo era diverso. Era come se fosse finito nel sogno di qualcun altro.
La figura che era con lui gli indicava un buco nel muro, con insistenza.
Mettici la mano, Roberto. Prendilo!
Roberto era dubbioso. Non voleva. Non conosceva la figura misteriosa.
Prendilo, Roberto! E' ciò che cercavi!
Roberto fece un passo indietro, ma la figura gli prese le spalle e gli urlò in faccia.
Il viso era solo una superficie rosa, con dei rozzi buchi a raffigurare occhi e bocca.
Ma Roberto sentì tutta la sua furia.
PRENDILO!

Roberto si svegliò, madido di sudore.
Si mise a sedere, strofinandosi gli occhi e riprendendo fiato. Che incubo assurdo.
Bevve dell'acqua e si alzò, con l'intenzione di usare il bagno del piano di sotto.
L'acqua corrente non c'era, ma Roberto la prendeva dalla fontana che c'era lì dietro, raccogliendola in dei grossi secchi.
Stava per aprire la botola e scendere la scala a pioli, quando notò qualcosa.
Nel muro c'era un buco. E, per quanto assurdo potesse sembrare, sembrava il buco che c'era nel sogno.
Anzi, ora che guardava meglio, si rese conto che il sogno si svolgeva in questa stanza.
Beh, non c'è da stupirsi, pensò. Passo qui tutto il mio tempo...
Ma come mai non aveva mai notato quel buco? Evidentemente lo aveva incorporato nel suo sogno, ma consciamente non ci aveva mai fatto caso.
Si avvicinò alla parete. Il buco sembrava profondo. Nelle assi c'era un'apertura larga almeno venti centimetri.
Roberto si inginocchiò, ma non riusciva a vederne il fondo.
Sentì di nuovo quella voce nella testa.
PRENDILO!
Ci pensò un attimo, poi decise di infilarci il braccio.
Potrebbero esserci dei topi, gli disse una voce nella sua testa.
E a me che cazzo me ne frega, pensò Roberto. Se mi prendo la rabbia almeno crepo, finalmente.
Infilò il braccio nel buco e rimase sbigottito quando vide che ci entrava fino al gomito.
Con le dita sentì qualcosa, ma non era un topo. Sembrava pelle. La pelle di un libro rilegato.
Afferrò l'oggetto e lo tirò fuori.
Sorrise tra sé, vedendo cosa aveva trovato.
Era proprio un libro, rilegato in pelle rossa. Non c'erano scritte, solo un grosso simbolo in copertina.
Era come un triangolo con i lati schiacciati verso l'interno.
Roberto fremeva dalla voglia di leggerlo. Una novità era molto ben accetta, in questa vita buia e nascosta che conduceva.
La vescica stava per esplodergli, però. Appoggiò il libro sul materasso e corse di sotto.
Non gli piaceva metterci tanto, quando si recava in bagno. Solo in soffitta si sentiva moderatamente al sicuro.


Tornò dal bagno, con un certo entusiasmo.
Quel libro lo affascinava, non sapeva dire perché.
Sembrava quasi che il sogno della notte scorsa fosse stato una premonizione.
Ma era ovviamente un'idea ridicola. No?
Arrivato in soffitta e richiusa la botola, si prese una delle sue ultime lattine di birra e ne bevette metà in un solo sorso. Beveva molto, ultimamente.
Quando si avvicinò alla zona dove dormiva, si accorse che il libro era sul materasso. Aperto.
Devo averlo lasciato aperto io, pensò dubbioso. Non si ricordava di averlo fatto, però.
Si sedette e prese il libro in mano. Era pieno di simboli indecifrabili, che Roberto non aveva mai visto prima. Poi fu come se avesse problemi a mettere a fuoco le pagine, per un attimo.
Si strofinò gli occhi con i polpastrelli. Quando li riapri, vide che il libro era scritto in un italiano normalissimo.
Deve essere la stanchezza, pensò, o la birra.
Si diede dello stupido. Ma era a disagio. Sembrava così reale...
Si mise a leggere la pagina su cui era aperto il libro. Rimase interdetto. Aveva un po' voglia di ridere, ma stranamente sudava freddo.
Bevette un altro sorso di birra, fissando il titolo.
“COME CAMBIARE IL MONDO”. Così diceva.
Roberto guardò cosa c'era scritto sotto. “Formula per l'evocazione”. Questa scritta era seguita da strane parole, che sembravano lettere alla rinfusa.
Roberto si soffermò su quella parola. Evocazione... Non era uno stupido, si rendeva conto di che cosa stesse dicendo il libro. Ovviamente erano tutte stronzate, ma il libro era stato scritto per sembrare un qualche tomo di magia nera o simili, come il Necronomicon di Lovecraft. E sosteneva di poter evocare qualcosa. Qualcosa che avrebbe “cambiato il mondo”.
Se fossi in un horror, pensò Roberto, il pubblico ora mi direbbe di non fare il coglione e di buttare via il libro.
Roberto fissò le strane parole. Proprio in quel momento, fuori si udirono delle urla di dolore e delle risate.
“No! Lasciatemi stare!”
“Stai zitto, negro di merda!”
Poi il suono di tacchi che schioccano sull'asfalto, mentre le Incudini inseguivano il povero ragazzo di colore.
Roberto tornò a guardare il libro.
Fanculo, pensò. Io ci vivo in un fottuto film horror. E comunque sono tutte cazzate.
Finì la sua birra e si mise a leggere ad alta voce le strane parole disarmoniche.

Finì di pronunciare l''ultima parola (BRZKNEL!) e chiuse il libro.
Non l'avrebbe mai ammesso ad alta voce, ma aveva un po' paura.
Silenzio. Niente di niente. Roberto tirò un sospiro di sollievo. Si alzò in piedi e si stiracchiò.
Beh, pensò, potrei uscire un attimo a prendere dell'acqua dalla f-
Un rombo assordante riempì la stanza. Se glielo avessero chiesto, Roberto lo avrebbe descritto come il suono che potrebbe fare lo stomaco di un gigante. O un aereo che decolla durante un temporale. O un dinosauro in un film. Ma in realtà non assomigliava a nessuna di queste cose.
Era strano. Alieno.
Roberto si coprì le orecchie e urlò, preso dal panico. Non poteva saperlo, ma nessuno sentì niente, fuori dalla casa. Per gli altri abitanti del quartiere, era un pomeriggio di silenziosa paura, come sempre.
Il rombe smise di colpo, facendo sussultare Roberto.
Si accorse che qualcosa si muoveva sul pavimento. Abbassò lo sguardo e vide che stavano venendo tracciate delle linee sul pavimento. Linee di fuoco tracciate da una mano invisibile. Roberto capì che stavano tracciando il simbolo che compariva sulla copertina del libro.
Non sapeva cosa fare. Voleva scappare, ma aveva troppa paura. E sotto sotto, era anche morbosamente curioso, affascinato.
Il simbolo era completo, ora. Le fiamme divennero verdi e una figura nera e sfocata comparve sopra il simbolo infuocato. Roberto riconobbe la figura del suo sogno. Non aveva occhi o bocca, ma buchi. Non aveva naso, né orecchie. Era glabro e calvo. Indossava una tonaca nera, di semplice seta. Teneva le proprie mani in grembo. Avevano almeno sei dita ognuna.
La figura guardò Roberto, che ora tremava. La figura alzò una mano e Roberto fece un passo indietro, spaventato. La figura si limitò però ad alzarla in segno di saluto. Poi parlò, facendo trasalire Roberto. Si era aspettato un ringhio o qualcosa di simile, ma la sua voce era amichevole, umana. Vivace, quasi.
“Ciao, Roberto! Parliamo un po', che ne dici?”

Roberto si sentì cedere le gambe e cadde sul suo letto, goffamente seduto.
La figura incappucciata fece qualche passo avanti, per poi sedersi su una poltrona grigio scuro che non c'era mai stata, fino ad ora.
“Giusto. Sediamoci.”
Roberto fissava la creatura, a bocca spalancata.
I due si fissarono per un istante, uno sulla poltrona e l'altro sul materasso.
“Non voglio farti male, Roberto. Non avere paura.”
E nonostante l'aspetto terrificante della creatura, Roberto si stupì nell'accorgersi che le credeva.
La sua voce era amichevole, calorosa. I buchi che aveva per occhi erano piegati in un'espressione che riusciva a sembrare comprensiva.
Roberto raddrizzò la schiena.
“Tu...tu chi sei?”
La creatura fece un gesto con la mano, come se stesso allontanando una mosca.
Il tono rimase amichevole.
“Bah. Non per essere scontato, ma io ho tanti nomi. E non sapresti pronunciarli. Chiamami col nome che preferisci.”
Roberto ci pensò un secondo.
“D'accordo. Allora... ti va bene Renato?”
La creatura rise di gusto.
“Renato! Come il tuo professore di matematica, quello che ti bocciò agli esami! Mi piace, ci sto.”
Roberto sorrise, mentre l'assurdità della situazione lo faceva sentire quasi ubriaco.
Renato unì le punte delle dita, guardando Roberto. Era una posa concentrata, interessata.
“Allora, Roberto. Vuoi cambiare il mondo?”
Roberto fissò la creatura.
“Puoi...puoi davvero farlo?”
Renato sorrise. Il buco che aveva per bocca si incurvò.
“Posso. Ma, come immagino tu sappia, tutto ha un prezzo.”
Roberto se lo era aspettato, ma gli venne comunque un brivido nel sentir pronunciare quella frase.
“Vuoi...vuoi la mia anima?”
Renato sorrise di nuovo.
“Non esattamente. Ora ti spiego.”

Il Fedele Rossi sedeva dentro la camionetta, insieme agli altri membri delle Incudini che si erano offerti volontari per questo arresto. Guardava la punta dei propri stivali e teneva stretto il manganello tra le mani. Era il suo primo arresto, ed era emozionato.
I suoi capelli rasati erano biondi, il suo naso pronunciato.
Era nelle Incudini da pochi mesi, ma era ansioso di fare la sua parte contro i parassiti del paese.
Come si chiamava, quello che andavano a prendere oggi?
Fece per aprire la bocca e chiedere, quando gli rivenne in mente.
Costanza. Roberto Costanza.
Lo scrittore finocchio.
Si battette il manganello sul palmo, sorridendo.
Sì, oggi toccava allo scrittore.

“Quello che ti propongo oggi, Roberto, è un patto. E' molto semplice, in realtà. Se mi dai ciò che voglio, domani ti risveglierai nel mondo che desideri. E questo paese sarà come tu lo reputi più giusto. Avrà un'altra possibilità. E tu non dovrai più nasconderti in una soffitta piena di muffa.”
Roberto era curioso.
“Sono... sono il primo che cambia il mondo così?”
Era inquietante pensare che, magari, il mondo era un tale casino per via di un qualche stronzo che aveva trovato il libro millenni fa. O un anno fa, se è per questo.
Renato scosse la testa.
“Non ti riguarda. Ora dimmi, accetti?”
Roberto sorrise, amaramente. Renato aveva sorvolato sulle condizioni.
“E in cambio, cosa dovrei fare? O dare?”
Renato si grattò il mento.
“Una bazzecola, in realtà. Cento.”
Roberto inarcò le sopracciglia.
“Cento cosa?”
“Cento persone.”
Roberto rimase ammutolito per un attimo.
“Dovrei...dovrei uccidere cento persone?”
Renato rise forte.
“Ma no, Roberto! Sarebbe davvero inelegante, da parte mia, chiederti una cosa del genere! So che non lo faresti mai, sei una brava persona.”
Roberto emise un sospiro di sollievo.
Renato divenne serio.
“Devi dare a me il permesso di prendere cento persone.”
Roberto aprì la bocca, spaventato.
“Il...il permesso?”
Renato annuì.
“Devi fare una scelta semplicissima. Devi sacrificare cento persone, nel nome del tuo sogno. Dimmi di sì, e io andrò a prendere queste cento persone. Le porterò con me.”
“ E cosa gli farai?”
“Non ti riguarda. Ma se lo farai, domani ti sveglierai nel mondo che desideri. Non devi neanche descrivermelo, saranno i tuoi desideri a plasmarlo.”
“E devo scegliere cento persone da sacrificare?”
Renato scosse la testa.
“Oh no, le scelgo io. Tu devi solo darmi il permesso.”
Roberto lo fissò.
“Quindi...sarebbero sconosciuti? Gente innocente?”
Renato sbuffò.
“Non esistono umani innocenti. E non ti è dato sapere se conosci queste persone. Ti basti sapere che è a scatola chiusa. Non puoi scegliere quei simpaticoni delle Incudini, ad esempio. E tanto so che sei un bravo ragazzo che si sentirebbe in colpa anche per quello, sotto sotto. E non puoi sapere se magari mi prenderò tua madre. O tua zia. O cento persone mai viste prima, tra cui ci sono belle persone e stronzi, come in qualsiasi gruppo. Devi solo dirmi che accetti. Che un mondo migliore vale 100 esseri umani, chiunque siano.
Allora, accetti?”
Roberto fissò Renato.
Non sapeva cosa rispondere.

La camionetta lasciò l'autostrada ed entro nella periferia della città. Mancavano solo dieci chilometri, ormai.
Gli uomini iniziarono a urlare, battendo i manganelli sugli scudi antisommossa.
Recitavano l'inno del partito, come facevano prima di ogni arresto:

Cadono le incudini, sul marcio del paese!
Punendo le ingiurie, lo sporco e le offese!
Cadono le incudini e schiacciano l'errore!
Fortificano la patria col sangue e l'onore!

Ormai erano quasi lì.

Roberto guardava Renato. Gli sfuggiva qualcosa.
“Tu...voi siete potenti vero? Siete demoni. O dei. O qualcosa del genere.”
“Qualcosa del genere.”
“ Perché vi servo io? Davvero non potreste prendervi cento persone?”
Renato sorrise.
“ E' complicato, Roberto. Ma diciamo che ci sono delle regole. Serve che gli umani si concedano volutamente. O che ci donino altri esseri umani. Non è un rapporto predatore-preda, è più come... un incontro d'affari.”
Ma Roberto sentiva ancora puzza di bruciato.
“ No. Non torna.”
Renato lo guardò, senza dire niente.
“Perché offrire una cosa del genere a uno come me, se davvero pensi che io sia un bravo ragazzo? Potrei dire di no, e tu non ci guadagneresti nulla. Ti sei davvero disturbato così tanto con il rischio di non guadagnarci niente?”
Renato rise.
“Mi piaci, Roberto. Sono felice che tu ci sia arrivato da solo. Mi diverto di più.”
Renato si alzò in piedi. All'improvviso, sembrava alto 4 metri. Roberto si sentì fragile e insignificante.
“Dimmi, Roberto, come ti sentiresti se accettassi? Se sapessi che hai volutamente sacrificato cento persone?”
Roberto si schiarì la gola.
“Beh, male. In colpa.”
Renato sorrise.
“ E come ti sentiresti, se sapessi che hai gettato via l'unica possibilità di migliorare le cose davvero? Segnando non solo il tuo destino, ma quello di migliaia, milioni, miliardi di persone?”
Roberto sgranò gli occhi. Cominciava a capire.
“Male...”
“Già, lo penso anche io.”
Roberto guardò Renato.
“E' questo? Tu vuoi che io soffra? Che la scelta mi faccia impazzire?”
Renato si chinò per guardare Roberto. Roberto fissò i buchi che la creatura aveva per occhi.
“Qualunque cosa tu scelga stanotte, Roberto, la tua anima soffrirà. La colpa ti divorerà. Non sai quanto sia delizioso, per noi, il dolore di un idealista. L'agonia di un animo romantico che viene distrutto dalla crudeltà del mondo. Il suono di una morale che cede. E' questo, il motivo per cui mi sono prodigato. Perché so che tu, qualunque sia la scelta, ti sentirai in colpa per sempre. Perché sei fatto così.”
Renato si rialzò.
“Le cento anime sono, al limite, un dessert. O la ciliegina sulla torta. Il pasto sei tu.”
Renato si sedette.
“E devi scegliere, Roberto.”
Roberto si strinse la testa tra le mani, arruffandosi i capelli.
Voleva piangere, ma la testa gli girava.
Cosa doveva fare? Cosa era giusto fare?

La camionetta girò l'angolo. Mancavano due isolati.
Tutti gli uomini erano carichi.
Il fedele Rossi tremava di nervosismo ed eccitazione.
Il caposquadra si alzò in piedi.
“Incudini! Pronti!”
Gli risposero all'unisono.
“Per la patria!”

Roberto si sentiva male. Non poteva sacrificare cento persone, così. Che diritto aveva di sacrificarle? A loro insaputa, poi. Se almeno avessero avuto modo di dirgli la loro a riguardo...
E che cosa gli avrebbe fatto la creatura?
Perché l'aveva evocata?
Perché non si era fatto gli affari suoi?
Perché cazzo l'aveva chiamata Renato?
Beh, allora non farò niente, pensò Roberto.
Ma... Ma. Ma!
Ma un mondo migliore! Un mondo senza incudini e fascisti e oppressione e sofferenza inutile!
Chi era lui per negarla al mondo?
Per condannare tutti quanti con la sua scelta?
E se fosse una trappola? Se il demone non potesse davvero cambiare il mondo?
Fece per aprire la bocca e chiedergli se poteva davvero farlo, poi la richiuse.
Che domanda idiota. Perché dovrebbe dirmi la verità?
Cosa era giusto fare? Cosa era più sbagliato fare?
Che cosa doveva fare?
Che cazzo doveva fare?
Roberto singhiozzò, mentre Renato ridacchiava.

La camionetta si fermò sotto la casa.
Gli uomini iniziarono ad uscire, mentre il suono dei tacchi riecheggiava, come applausi di un pubblico poco convinto.
“Fedele Rossi! Tu rimani qui con Bredda e Nicolini!”
Rossi annuì, eccitato.
Gli altri uomini, guidati dal caposquadra, si avviarono verso la porta.

Roberto guardava dalla finestra, terrorizzato. Lo avevano trovato!
Vedeva gli uomini che venivano verso la porta. Ci sarebbero voluti pochi minuti, prima che controllassero in soffitta.
Roberto li sentì sfondare la porta.
Guardò il pavimento, da cui venivano i suoni delle Incudini che rompevano tutto, alla sua ricerca.
Guardò Renato. Guardo il libro. Quel fottuto libro.
Si coprì gli occhi e urlò.
“Ehi, veniva dal piano di sopra!
“La soffitta!”
Roberto si tolse le mani dagli occhi. La sua espressione era fredda, vagamente disgustata.
Guardò Renato.

Il Fedele Rossi sentiva i suoi compagni che si muovevano dentro la casa, ma nel trambusto gli sembrò di sentire qualcos'altro.
Sembrava una voce, ma era strana. Distorta. Innaturale.
Sicuramente doveva essere una sua impressione.
Ma gli sembrò che la voce stesse dicendo qualcosa.
Gli sembrò di sentir dire “e così sia”.
Ma nessuno degli altri, quando gliele chiese in seguito, si ricordava di aver sentito qualcosa de genere.

Le Incudini entrarono nella soffitta.
Roberto era in piedi. Teneva le braccia protese, offrendo i polsi alle manette. La sua espressione era vacua. Sembrava che stesse pensando a tutt'altro.
Renato non c'era più. Anche il simbolo sul pavimento era sparito.
Le Incudini colpirono Roberto con i manganelli, tre o quattro volte.
Roberto emise a malapena un lamento.
Le Incudini rimasero un po' sorprese dalla sua indifferenza, ma portarono comunque alla camionetta quel frocio di uno scrittore.
Mentre lo tiravano via, videro che il detenuto si girava a guardare verso il letto, come cercasse qualcosa.
Ma non c'era niente lì. Niente di niente.

La camionetta percorreva l'autostrada. Stava calando la notte.
Rossi sedeva proprio accanto al sospettato. Guardava Costanza, che aveva il capo chino. I lunghi capelli da frocio gli coprivano il viso.
“Perché piangi, checca? Hai paura di cosa ti faranno? Fai bene.”
Roberto alzò la testa di scatto. Rossi trasalì. Poi si guardò intorno, ma nessuno aveva visto.
Tornò a guardare Roberto, che aveva gli occhi asciutti e l'espressione assolutamente neutra.
“No. Ho paura di essere diventato come te. Come voi.”
Rossi rimase confuso.
“Che vuol dire, eh? Che vuol dire?”
Roberto si girò e si mise a guardare fuori dal finestrino stretto, dal vetro infrangibile.
“Vuol dire che tanta gente soffrirà per colpa mia. Che ho scelto male.”
Rossi iniziava a spazientirsi.
“Di che cosa parli? Di che scelta parli?”
Ora anche gli altri guardavano verso Roberto, curiosi.
Roberto li guardò, sorridendo amareggiato.
“Non ha importanza. Niente ha importanza.”





Il Bambino



Era una notte fredda, il vento le colpiva le gambe scoperte facendola rabbrividire.
Era una notte troppo fredda per indossare una minigonna, era una notte troppo fredda per indossare un top minuscolo come quello. La sciarpa rossa che portava al collo serviva a ben poco.
Ma naturalmente questo non aveva importanza, Delila doveva sorridere e sembrare invitante e aspettare che qualcuno si fermasse. Freddo o no. Tristezza o no. Dolore o no.
Il rossetto la faceva sentire unta, il trucco la faceva sentire sporca, ma sapeva che toglierseli non avrebbe cambiato niente. Ormai si sentiva sporca dentro. Vuota. Persa.
Era sulla strada da quattro anni. Era venuto in questo paese per trovare una speranza, un sogno, un modo per andare avanti, per essere felice.
Tutto ciò che le era rimasto erano i lividi, e il sangue, le lacrime e l'odore di quegli uomini sul suo corpo. Era stata con migliaia di uomini eppure non si era mai sentita così sola.


Delila aveva ventiquattro anni. Era stata costretta a prostituirsi da quando ne aveva venti.
Il suo padrone si chiamava Frank. Era grasso, sempre sudaticcio e violento. La prima volta che lei
non era voluta andare con un cliente le aveva spezzato un dito. Il mignolo della mano destra.
Poi aveva riso e aveva detto “Tanto quel dito non ti serve per quello che devi fare.”
Poi l'aveva violentata e l'aveva costretta a fare cose orribili. Non appena aveva finito le aveva puntato un coltello alla gola, di quelli che chiamano Bowie. Le aveva dato uno schiaffo e aveva indicato prima la lama scintillante e poi la porta dove il cliente attendeva.
Lei aveva abbassato lo sguardo ed era entrata nella stanza senza dire più niente.
Non aveva mai più cercato di ribellarsi dopo quella volta e si odiava per questo. Odiava Frank. Odiava quella paura. Erano passati quattro anni e niente era cambiato
Sei giorni alla settimana aspettava in quella strada. Sopportava il freddo o il caldo, la pioggia o il sole ed aspettava che un altro uomo venisse a prenderla. Che la palpasse. Che la baciasse. Che la penetrasse. Ormai non vedeva più una via di uscita, ed era comunque troppo divorata dall'angoscia. Quell'angoscia si era tramutata in apatia e ormai Delila andava avanti per inerzia, sperando magari di morire nel sonno un giorno. Non c'era soluzione. O almeno, così pensò Delila fino a quel martedì pomeriggio.


Come ogni giorno Delila si era recata all'incrocio verso le sette del pomeriggio. Di solito i clienti cominciavano ad arrivare dopo, quando era buio, ma c'erano le eccezioni e lei non aveva il permesso di ritardare o di tornare a casa prima delle quattro. La pena per chi saltava le giornata di lavoro erano dieci frustate con una cintura di cuoio. Per chi cercava di scappare era qualcosa di lungo e orribile che terminava con un corpo gettato nella discarica comunale in un sacco dell'immondizia. Delila lo sapeva perché Daphne, l'unica amica che si era fatta in quel mondo squallido, l'unico sostegno che aveva, ci era finita, gonfia di lividi e con il cervello spappolato, due anni prima.

Aveva cercato di convincere Delila a venire con lei ma Delila non ne aveva voluto sapere, era troppo terrorizzata. Allora Daphne le aveva dato un bacio sulla fronte e le aveva promesso che sarebbe tornata per lei. Due giorni dopo i sorridenti telecronisti avevano annunciato il ritrovamento di un cadavere di una prostituta tra i rifiuti del immondezzaio comunale, per poi passare ad argomenti più pressanti, come le nuove riforme del governo e i risultati delle partite di calcio.
Daphne era morta nel più orribile dei modi. E ormai di lei rimanevano solo il pericoloso ricordo della sua fuga e una macchia di sangue , indistinguibile da tutte le altre, in un magazzino abbandonato.
Se ne era occupato Frank personalmente, Delila lo sapeva. Frank adorava fare del male alle sue “bambine”, come le chiamava lui. Le puniva quando erano state cattive e faceva in modo che loro non dimenticassero chi era il capo.
Delila non aveva avuto il coraggio di fare qualcosa e aveva troppo paura per ribellarsi o scappare, ma se l'apatia e l'angoscia dentro di lei erano forti, l'odio che provava per Frank era onnipresente.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per poter essere libera, per punire quell'uomo che le aveva rovinato la vita e che aveva ucciso la sua amica, solo perché voleva essere libera.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per punirlo.
L'occasione si presentò due anni dopo, in un freddo pomeriggio d'inverno.


Delila si era seduta sul guardrail e si era preparata ad aspettare A volte passavano anche delle ore prima che qualcuno si facesse vivo. E lei naturalmente non poteva portarsi della musica o da leggere, doveva stare lì, a sembrare invitante e smaniosa di sesso. Questi erano gli ordini di Frank e guai a chi “faceva la furba”.
Delila era rimasta lì per qualche minuto, a fissare l'asfalto; immagini del suo paese, del volto di Daphne, di tutti quegli uomini, le attraversavano la mente.
Improvvisamente aveva sentito un rumore provenire dai cespugli dietro di lei. Dopo il guardrail c'era un fossato, pieno di spazzatura, ferraglie e puzzolenti scarichi fognari. I cespugli, le erbacce e gli alberi dall'aria malata ricoprivano il tutto. Non una visione invitante.
Il verso continuava, ancora più alto e stridulo. Era un verso strano, come un vagito, ma rauco, gutturale. Quale animale, o cucciolo di animale, emetteva versi del genere?
Delila decise di andare a vedere. Era raro che le capitasse nel suo stato di quasi perenne apatia, ma quando qualcosa attirava la sua attenzione, scalfendo la barriera eretta intorno alla sua mente dall'orrore di quegli anni, le era difficile ignorarla, era bello non pensare a nulla e concentrarsi su qualcos'altro di tanto in tanto, le dava l'illusione che ci fosse un altro mondo, un'altra realtà, al di fuori del sesso e del sangue. Si era alzata in piedi quando una macchina aveva accostato davanti a lei.
-Ehi bella, quanto vuoi?-
Delila si era voltata a malincuore e aveva sfoderato il suo sorriso più civettuolo, più grande e più falso. Era importante che gli uomini non capissero quanto lei li odiava, doveva sembrare felice di essere in mezzo ad una strada a fare sesso con degli sconosciuti.
A chi piaceva una donna ritrosa?
-Per te solo duecento tesoro...-


Ora Delila era stata riaccompagnata dall'ultimo cliente della nottata al solito incrocio.
Era stanca e indolenzita e voleva solo tornare a casa. Purtroppo la aspettava una camminata di un chilometro per tornarci. Decise di sedersi un attimo prima di ripartire. Era molto stanca e le faceva male tutto. Appoggiata al guardrail Delila guardò in cielo, sperando di poter vedere le stelle, ma le luci della città non le permettevano di vederle.
Si sentì prendere da un'infinita tristezza al pensiero che neanche le stelle le facevano compagnia quella notte. Si asciugò con stizza e disgusto la lacrima solitaria che le scendeva per la guancia.
Sospirò e si alzò in piedi, pronta per quella lunga e solitaria camminata, quando lo sentì di nuovo. Quel verso, se ne era completamente dimenticata. Quello specie di vagito rauco proveniva ancora dai cespugli e sembrava più debole ora. Sembrava anche triste, sofferente.
Delila riflettette un attimo e prese la sua decisione. Che cosa aveva da perdere?


Scavalcò il guardrail e scivolò già fino ai cespugli e ai rifiuti.
Il vagito proveniva da un cespuglio non molto lontano, situato tra un vecchio copertone di un tir e uno scolo fognario, la cui grata era stata scardinata. C'erano dei graffi sul cemento. Ne usciva un liquame maleodorante.
Delila si fece coraggio e, spostando i rami, guardò nel cespuglio.
Rimase immobile per un minuto intero, a fissare quell'angolo buio, la sua mente incapace di dare un senso a quello che vedeva. Il vagito si era placato.
Gli occhi blu di Delila, rimasti inespressivi, spenti, per così tanto tempo, si accesero. Un emozione che lei non ricordava di aver mai provato negli ultimi anni illuminò il suo viso: felicità. Ed una nuova emozione, che non aveva mai provato, un amore forte e giusto, le riempì il cuore.
L'amore di una mamma.
Delila sorrise e prese in braccio quell'essere sventurato.
Si fissarono negli occhi, in silenzio, per alcuni secondi.
-Vieni con me piccolino, ti porto a casa.-
Una risata allo stesso tempo cristallina e rauca, infantile e mostruosa, dolce e terribile, si levò nella notte vuota.
Solo i passi di Delila e le lievi risa della creatura rompevano il silenzio della città mentre tornavano a casa.
Una donna sventurata e un bambino sventurato si erano trovati.


Delila si trovava davanti alla porta di casa, dando le spalle alla strada. Cercava le chiavi nella sua borsetta, impresa ardua con il bambino in braccio. Presa com'era dal rovistare non si accorse dei passi affrettati alle sue spalle. Finché non fu troppo tardi.
Chiamare quel quartiere malfamato era un eufemismo e di solito Delila tornava a casa con la mano nella borsetta, ad impugnare la bomboletta dello spray al pepe(un arma era una precauzione indispensabile quando si andava con tanti uomini che non si conoscevano).
Ma la scoperta di quel bambino l'aveva distratta, rendendola facile preda del primo arrapato stupratore che capitava.
Era come se annusassero la differenza tra una donna pronta a difendersi ed una inerme.
L'uomo le mise una mano sulla bocca e le puntò la lama di un coltello alla gola(un coltello non molto diverso da quello di Frank a dire la verità, si vede che tra stupratori si hanno gusti simili...).
-Urla e ti sgozzo cagna! Sai cosa voglio e non intendo farmi rifiutare da una puttana. Se collabori ti prometto che sarà veloce e che non farà male.- Sogghignò- Non troppo almeno.-
L'uomo non aveva visto cosa Delila teneva in braccio, quando mai ci si aspettava di vedere una prostituta, in un quartiere come quello, con un bambino, o quello che sembrava un bambino, in braccio?
Non lo vide finché non fu troppo tardi.
-Che cazzo...?!-
Il bambino, percependo la minaccia contro la sua mamma, intervenne.
Fu rapido e doloroso. Proprio come aveva promesso l'uomo.
Ci fu poco sangue e nessun urlo. Lo stupratore non ebbe il tempo di urlare.
Mentre il suo bulbo oculare colava sul sulla sua maglietta non riuscì ad emettere niente altro che un gorgoglio sofferente e grotteschi soffi striduli da ciò che gli rimaneva del naso. Poi cadde a terra.
Delila aveva il cuore che le martellava nel petto e la vista del sangue sulla maglietta dell'uomo la faceva sentir male.
L'iniziale shock si tramutò in sollievo, il sollievo in riconoscenza, la riconoscenza in affetto. Guardò il suo bambino con amore, commossa.
L'aveva salvata, non aveva permesso che qualcuno facesse male alla sua mamma.
Lo baciò sulla fronte e lo avvolse ancora di più nella sciarpa nella quale l'aveva cercato di tenerlo al caldo. Il bambino emise uno squittio rauco, deliziato.
-Bravo bambino, hai difeso tua madre. Ti voglio bene.-
Un altro bacio.
Ora però c'era da capire cosa fare del corpo. Non poteva lasciarlo lì, la gente avrebbe fatto domande. La polizia avrebbe fatto domande. E Frank l'avrebbe picchiata per ogni risposta, giusta o sbagliata che fosse. Non si attirava l'attenzione della polizia.
Proprio mentre Delila cominciava a sentire il panico vibrarle nel cranio come un trapano manovrato da un belzebù un po' mattacchione, si accorse che il bambino stava mangiando qualcosa. Guardò meglio e vide che il piccolo mangiava voracemente e con gusto qualcosa di piccolo e insanguinato.
Un pezzo di naso.
Delila guardò il cadavere a terra. Due problemi erano risolti.
Come dice quella vecchia barzelletta?
-Sire, sire! Il popolo ha sete!-
-Sire, sire! I coccodrilli del fossato hanno fame!-
-Mmm... Intravedo una soluzione...-
E anche Delila ne intravedeva una.


Afferrò il cadavere per il piede e si guardò intorno per accertarsi che non ci fosse nessuno ad osservarla. Per fortuna nessuno era sveglio a quell'ora,dentro la palazzina, e non c'era nessuno per la strada(escludendo una prostituta, uno stupratore morto e un bambino pieno di amore per la sua mamma, si intende). Aprì la porta, entrò nell'androne trascinando il cadavere e tenendo il bambino in braccio, e la richiuse alle sue spalle. Nessuno la scoprì.


Ci mise mezzora a portare il cadavere al quinto piano, dove si trovava il suo appartamento. Altri venti per fare a pezzi il cadavere, preparare il pasto del bambino e nascondere la scorta di cibo in un sacco dell'immondizia nel ripiano vuoto del congelatore brontolante. Non ci sarebbe entrato se il bambino non fosse così affamato e apparentemente senza fondo. Per la verità, sembrava essere già cresciuto dopo questo singolo pasto.

Delila non sapeva perché provasse questo amore. Non sapeva perché tutto questo le sembrasse giusto, quasi naturale. Non sapeva perché non avesse paura di quello strano bambino. Ma sapeva che non avrebbe permesso a nessuno di fargli del male. Non c'è creatura più temibile di una madre che ama il proprio bambino E in questo caso, il pargolo in questione era anche più temibile della madre.
Lo guardò mentre con le mani si metteva in bocca pezzi di carne. Sì, non c'è dubbio, era cresciuto in quel breve arco di tempo, le sue...manine... erano grandi quasi quanto quelle di Delila ora e i suoi versi, sebbene lievi, erano più profondi. A questo ritmo, sarebbe diventato grande come lei in pochi giorni O forse anche più grande.
-Mangia tesoro mio e cresci grande e forte.-
Baciò la sua testolina squamosa.

Frank Mullet si considerava un gran lavoratore. Era fiero del suo lavoro e lo svolgeva con impegno, dedizione ed un sorriso sulle labbra. Anche nei momenti più difficili del suo lavoro, come impartire una lezione ad una bambina cattiva, manteneva sempre un vasto sorriso, fatto di denti d'oro scintillanti e nicotina accumulata in vent'anni di vizio.
Anche ora, mentre i suoi pugni colpivano quella carne tenera e il sangue gli schizzava sulla maglietta, non smetteva di sorridere.
Non smise quando la ragazza smise di urlare. Non smise quando la ragazza smise di muoversi. Non smise quando ormai il cranio era ridotto ad una massa schiacciata.
Non smise di sorridere neanche mentre buttava il corpo nella discarica.
E ancora sorrideva quando si preparò a fare il suo giro di controllo settimanale. Era importante accertarsi che le sue bambine stessero bene, che avessero bisogno di qualcosa, che gli dessero ciò che gli spettava e che ricordassero chi era il capo.


Delila aprì gli occhi. La sveglia suonava la sua irritante e tenace melodia. Erano le undici del mattino. Dormiva sempre fino a tardi la mattina, era la naturale conseguenza della vita notturna che era costretta a fare. Fu subito sveglia e lucida, come un gatto a cui viene calpestata la coda.
Era già un miracolo che avesse dormito senza svegliarsi fino ad allora. Delila viveva in un tale stato di agitazione, stress e paura che bastava uno scricchiolio a svegliarla. Stranamente però, quella notte non era andata così. Il bambino sembrava tranquillizzarla...
Il bambino! Dov'era?
Dopo il pasto si era addormentato sul letto, respirando regolarmente. Il suo respiro era lento e profondo e le sue dimensioni erano aumentate in maniera stupefacente dopo un solo pasto. Era ormai grande come un bambino di 5 anni, e sembrava crescere sotto il suo sguardo amorevole.
Lo aveva abbracciato e avevano dormito così, madre e figlio stretti in un tenero abbraccio.
Ora il bambino era sparito.
Delila si sentì prendere dal panico.
Poi il cellulare squillò. Una volta. Delila lo prese in mano distrattamente, pensando che fosse un qualche cliente abituale in vena di frasi sdolcinate(“Ti manco?” e “Ho sognato che lo facevamo” erano le frasi più gettonate ma anche “Voglio la tua...eh eh eh” aveva un notevole successo...).
Le cedettero le ginocchia quando vide di chi era il messaggio.
“Sto arrivando, ti conviene che tutto sia in ordine. Frank.”
Era mercoledì! Il giorno della settimana in cui Frank faceva il suo giro di controllo!
Se n'era completamente dimenticata, non aveva pensato a come nascondere il bambino...
Ma il problema non si poneva più, visto che era sparito.
E se Frank l'avesse trovato? Come glielo avrebbe spiegato?
Il panico divenne terrore.


Prima di andare a trovare Delila, Frank aveva un altra bambina da controllare. Tiffany.
Bussò alla porta e aspettò pazientemente, osservando il quadrante del suo falso Rolex d'oro.
I minuti passarono. Uno, due, tre.
Al quarto minuto la porta si aprì e apparve una prorompente donna bionda, con l'aria insonnolita.
Frank alzò lo sguardo dall'orologio e le sorrise.
-Frank! Io aveva dimenticato...-
-Lo so.-
La colpì tre volte, sulle guance, con violenza. Una per ogni minuto che l'aveva dovuta aspettare su quel cazzo di portico. Tiffany cadde a terra, piangendo e coprendosi la guancia, ora sanguinante. Frank portava sempre pesanti anelli d'oro.
-Scusa me Frank, io avevo dimenticato...-
-Lo vedo che avevi dimenticato! Ti avevo anche mandato un messaggio, ma evidentemente dormivi troppo della grossa. Che non accada più, intesi?-
-Certo Frank, scusa me, Frank...-
-Cinque anni in questo paese e ancora non sai parlare come si deve, per Dio! Si dice scusami, scusaMI! Scema.-
Ma lo disse con un sorriso sulle labbra e un tono di divertita indignazione. Adorava insultarle, anzi, educarle come diceva lui.
Ma per oggi era stata punita abbastanza.
-Dove sono i miei soldi Tiffany?-
-Io va prende...- Disse lei alzandosi in fretta.
-Brava.-


Cinque minuti dopo Frank scendeva gli scalini di quel portico sudicio, le tasche ora decisamente più piene. Si prendeva il novanta percento dei guadagni di una sera, lasciando alle donne il minimo indispensabile per il cibo. E ovviamente i dieci dollari settimanali per comprarsi qualche vestito succinto e dei trucchi a basso costo, dovevano essere invitanti per guadagnare.
Tiffany stava sulla porta, un fazzoletto di carta a tamponare il sangue che le usciva dalla guancia, l'aria impaurita.
Frank si voltò a guardarla e le sfuggì un gemito di paura.
-Ti conviene metterci del fondotinta , non vorrai accogliere i clienti con quella faccia! Sembra che ti sia tagliata facendoti la barba, che cazzo!-
E se ne andò ridacchiando.
Tiffany guardò la figura obesa e tronfia che si allontanava e desiderò, implorò Dio, non per la prima volta, che quell'uomo morisse di una morte orribile.
-Che tu può morire, maiale.- Sibilò a denti stretti prima di richiudere.
Chissà, forse Dio era in ascolto quel giorno. O se non lui, una sua conoscenza.


Delila aveva guardato ovunque. Aveva guardato sotto il letto, in bagno, nella cucina, nei corridoi, nell'androne e perfino per strada(un passante con uno spelacchiato pechinese le aveva fissato insistentemente il sedere mentre passava). Niente. Il bambino era sparito. E Frank stava arrivando.
La preoccupazione per il suo bambino era fortissima ma il suo timore del grasso, violento, padrone lo era altrettanto. Non sapeva comunque dove altro cercare il bambino per ora e Frank l'avrebbe picchiata se non si fosse fatta trovare pronta. E questo avrebbe solo rallentato la sua ricerca del piccolo. Così si costrinse a calmarsi, si lavò il viso, rifece il letto e si sedette, aspettando l'arrivo di Frank.
Ormai era questione di minuti.
Sperò che Frank si trattenesse poco, giusto il tempo di prendere i soldi, dire le sue due battutine e andarsene. Sperò che il suo bambino stesse bene e che sarebbe riuscita a ritrovarlo. Sperò che Frank non lo trovasse prima di lei.
Per la prima volta da tanto tempo, Delila sperò.


Il bambino dormiva il suo sonno profondo e silenzioso, avvolto nel suo bozzolo.
Dopo il grande pasto e il riposo con sua madre si era alzato silenziosamente ed era andato a cercare un luogo idoneo alla sua crisalide, al riposo e alla metamorfosi.
Trovato quell'angolino buio e confortevole aveva secreto una bava verdognola, si era avvolto in essa e aveva cominciato l'attesa. La nuova forma, l'età adulta, lo attendeva.


Frank aprì la porta dell'androne con la sua chiave e salì le scale.
Giunto alla porta dell'appartamento di Delila, invece di aprire anche questa con la sua chiave, bussò.
Era un modo per far aprire a lei e accertarsi che fosse pronta e rapida. In caso contrario le avrebbe riservato lo stesso trattamento che aveva riservato a Tiffany, quella russa scema e popputa.
Ma non ce ne fu bisogno, Delila aprì dopo pochi secondi. Brava bambina.
-Ciao Frank.- Disse, facendolo entrare e richiudendo la porta dietro di lui.
-Ciao Delila, come è stata la settimana?-
-Bene, ma sono tanto stanca...-
-Meglio, vuol dire che hai lavorato bene. Hai preparato la mia parte?-
-Certo, la prendo subito.-
-Brava.-
Rimase vicino alla porta ad aspettarla mentre andava a prendere i soldi dalla camera da letto.
Le guardò il sedere mentre si allontanava.
Aveva un debole per Delila. Era sempre puntuale, non faceva la furba, aveva imparato la lingua e sopratutto, era un gran pezzo di femmina.
Lei tornò poco dopo con un fascio di banconote in mano.
Frank li contò con calma. Sembrava tutto in regola, era una cifra ragionevole per una settimana di lavoro. Delila non aveva fatto la furba, non si era intascata niente.
-Vedo che non hai tentato scherzi, brava. Questa è la tua parte.-
Le diede due banconote da venti.
-Fattele bastare.-
-Sì, Frank.-
-Mi offrì un tè?-
-Io...Certo, vieni pure, te lo preparo...-
-Grazie, molto gentile da parte tua.-
Mentre si avviavano verso la cucina le guardò ancora il sedere e pensò che forse oggi avrebbe usufruito anche lui del... servizio clienti


Delila sentiva la propria testa esplodere, il panico ormai la stava consumando. Le tremavano le mani mentre versava il tè e versò qualche goccia sul mobile della cucina.
Per fortuna dava le spalle a Frank e lui non la vide tremare o asciugare frettolosamente le gocce cadute, o si sarebbe insospettito.
Delila voleva cercare il suo bambino e ogni secondo che passava era più spaventata per lui.
Ma ora doveva intrattenere Frank e sembrare tranquilla, se non voleva essere riempita di botte.
Era raro che Frank si trattenesse ma era già successo e di solito non restava molto.
Delila sperò che anche questa volta sarebbe stato così.
Purtroppo non immaginava che Frank avesse altre intenzioni
Finito il tè le sorrise.
-Molto buono, grazie Delila.
-P-prego Frank.- Ormai Delila non riusciva a pensare ad altro che “Vattene! Vai via! Vattene! Vai via!” ma si sforzò di sorridere e pregò Dio che Frank se ne andasse.
Dio non la ascoltò.
-Ora vorrei un altro favore.-
-C-cosa?-
-Un pompino e il servizio completo, se non ti spiace.-
-Cosa? Ma Frank...-
-Ti consiglio di non fare storie. In fondo non sarebbe la prima volta no? Se ubbidisci e mi fai divertire potrei decidere di darti più soldi. Se fai la ritrosa dovrò insegnarti le buone maniere. Devo ricordarti chi è il capo?-
Delila lo fissò a lungo. Una volta avrebbe acconsentito quasi subito, e si sarebbe inginocchiata in silenzio, rassegnata. La paura delle percosse e il ricordo di tutto l'orrore visto e fattole sarebbe bastato. Ma questa volta fu diverso. Forse fu la paura e il timore che il bambino stesse male e avesse bisogno di lei, il suo nuovo, potente, istinto materno, a farla reagire. O forse fu la rabbia accumulata per tanti anni, palloncino sempre più gonfio di odio, ora scoppiato grazie all'ago emotivo creato dagli eventi delle ultime ore. Forse una nuova forza di volontà donatale dall'incontro con il suo bambino. Forse tutte queste cose messe insieme.
Delila non si mise in ginocchio.
Invece guardò Frank dritto negli occhi e disse.
-No, non voglio.-
-Mi stai forse rifiutando puttanella? Ti sei dimenticato chi comanda?-
-Non voglio fare niente per te. E...non voglio farlo mai più per nessuno.-
-Mi stai forse dicendo che vorresti andartene stronzetta? Vuoi fare la fine di Daphne? Nessuno se ne va! Tu sei mia hai capito? Sei mia! E ora inginocchiati e fai quello che ti ho detto!-
-Non voglio più essere così, non voglio essere morta, io voglio...voglio essere viva. E libera.-
-Ah sì? Beh, allora hai decisamente sbagliato metodo puttana!-
Frank si alzò in piedi e la colpì, violentemente, sulla guancia.
Delila battette la schiena sul mobile della cucina e cadde per terra. Posate e piatti in attesa di essere lavati caddero intorno a lei.
Delila perse i sensi per pochi secondi. Quando riaprì gli occhi vide l'ombra di Frank che la copriva.
-Allora, cosa vorresti fare tu? Dimmelo di nuovo se hai il coraggio!-
Delila prese in considerazione l'idea di chiedergli scusa, implorare pietà, sopportare le botte e continuare a vivere quella non-vita.
Ma qualcosa si era accesso, o riacceso dentro di lei, e non avrebbe permesso che Frank la soggiogasse di nuovo. Per il bambino, per Daphne e per se stessa, decise di tentare il tutto per tutto.
Prese un lungo coltello che le era caduto accanto e lo piantò nella coscia di Frank.
L'urlo del magnaccia fu assordante e terribile, eppure le diede un immensa soddisfazione.
Non sapeva con certezza da dove provenisse questa nuova Delila combattiva e iraconda.
Me le piaceva.
Si alzò in piedi e guardò Frank soffrire e sanguinare.
-Brutta cagna, la pagher...-
Lo colpì nei testicoli con un calcio.
Frank si accasciò, tenendosi i testicoli con una mano e la coscia con l'altra.
Delila cercò di riflettere e capì cosa doveva fare.
Doveva ucciderlo. E poi...?
Poi avrebbe trovato il suo bambino, sì... E glielo avrebbe dato in pasto.
Era l'unico modo.
Il suo bambino avrebbe avuto tutto il cibo che voleva e lei sarebbe stata libera. Poteva prendere i soldi di Frank(sicuramente ne aveva molti addosso se era il giorno in cui riscuoteva), fare i bagagli, prendere il suo bambino e fuggire da qualche parte con lui. Nessuno l'avrebbe cercata per l'omicidio di Frank se si fosse sbarazzata del cadavere. Lei e il suo bambino avrebbero vissuto felici, e liberi finalmente...
Una mano le strinse la caviglia. Presa com'era dai suoi pensieri si era distratta e Frank ne aveva approfittato. Era incredibilmente forte, c'erano dei muscoli sotto a quel grasso e a quella cattiveria. La fece cadere a terra e le saltò addosso.
-Brutta puttana! Ora te la faccio pagare!-
Le mise le mani introno al collo e strinse forte.
Delila cercò di lottare, si divincolò, ma tutto stava diventando scuro, si sentiva debole...
Stava per lasciarsi andare a quel buio, quando sentì delle voce nella sua testa.
La voce di Daphne, che le diceva di seguirla, e il pianto del suo bambino.
No! Non poteva lasciarsi andare, non poteva darla vinta a quell'uomo orribile, non poteva arrendersi. Gli infilò un dito in un occhio.
Frank urlò e la lasciò andare. Delila si alzò faticosamente e cercò di correre, ma era troppo debole e barcollava. Si diresse faticosamente verso la porta, senza sapere cosa fare, quando anche Frank si alzò faticosamente in piedi dietro di lei.
-Guarda che non ti lascio andare! Ti ammazzo piuttosto!-
Delila corse verso la porta, se solo fosse riuscita a trovare aiuto... Ma chi l'avrebbe aiutata in un quartiere e in una città come quella? Non era indicativo il fatto che nessuno del palazzo fosse venuto a vedere che succedeva? No, la gente si faceva gli affari propri, nessuno l'avrebbe aiutata. Solo il suo bambino le voleva bene, solo lui avrebbe potuto aiutarla, ma chissà dov'era ormai. L'aveva cercato ovunque, ormai doveva essere lontano...
La sua mano stavo stringendo la maniglia della porta quando Frank la prese per i capelli e la tirò a terra. Delila cadde supina ed emise un urlo di dolore e paura.
L'uomo le si mise sopra e cominciò a ridere.
-Puttana! Volevi andartene da questa vita? Ti accontento!-
Delila si sentì perduta. Beh, pensò, almeno non sarebbe morta così come era vissuta, da vigliacca.
Ci aveva provato.
Vide il pugno di Frank alzarsi e lo seguì con lo sguardo, preparandosi al colpo, ma poi vide qualcos'altro.
Il pugno la colpì prima che potesse capire cosa stava vedendo.
Frank rise di nuovo, poi si infilò la mano nella giacca e tirò fuori il suo coltello.
-Ora ti insegno io a...-
Qualcosa gli colò sulla fronte.
Frank si ripulì stizzito e guardò la strana roba verde che ora gli colava tra le mani.
-Ma che cazzo...?-
Guardò in su e rimase a bocca aperta.
Anche Delila guardò in su, la testa dolorante per il pugno, e sorrise quando capì cos'era.
Nel cercare il suo bambino non le era mai venuto in mente di cercare sul soffitto.


Il bozzolo era infilato tra il sudicio muro ammuffito e le tubature della caldaia, nell'ombra gettata da queste ultime.
La creatura che ne uscì sembrava grande come un bambino di dieci anni ma una volta fuori articolazioni cominciarono a muoversi e scricchiolare e i tessuti parvero allargarsi e divenne più grande di un uomo. Le sue zampe ora erano spesse come braccia di un uomo e munite di lunghi artigli. Tentacoli ricoperti di vene nere e aculei ricurvi si contorcevano sulla sua schiena.
Gli occhi erano grandi, intelligenti e rossi e le fauci erano munite di numerose file di denti affilati.
La sua ombra coprì l'aggressore di sua madre. Un ringhio basso e cupo riempì la stanza.
Una macchia comparve e si allargò sul davanti dei pantaloni di Frank.
Aprì la bocca ma non uscì niente, la paura lo aveva paralizzato.
La creatura saltò a terra e si erse davanti a lui.
Frank si allontanò lentamente, cercando di dirigersi verso il bagno, forse con l'intenzione di barricarcisi dentro, ma la creatura attaccò prima che potesse anche solo provarci.
Sangue schizzò sui muri e il suono della masticazione riempì la stanza.
Delila guardò il suo bambino sfamarsi e punire quell'uomo che aveva osato colpire sua madre e sorrise. Gli si avvicinò e gli carezzò la testa. La creatura smise di mangiare e chiuse gli occhi, emettendo un brontolio di piacere, godendosi la carezza di sua madre.
Delila lo baciò e lo guardò mangiare.
Come era orgogliosa di lui!





Batman: Caduta Libera - Capitolo 8

CAPITOLO 8  MOSTRI La folla aveva circondato la moto. Occhi vitrei e senza emozioni lo fissavano, mentre i cittadini avanzavano lentamente v...