Mary ballava, circondata dalle fate. Il
sole era luminoso, gioioso ma non fastidioso o soffocante come
diventa a volte durante l'estate. I fiori sussurravano intorno a
loro, mossi dal vento. C'erano così tanti colori che Mary non sapeva
dirli tutti, e sì che ne conosceva almeno venti!
Mary aveva sette anni, e quella era la sua ora preferita del giorno. L'ora magica.
Durante quell'ora, non esisteva nulla se non il suo mondo. Un mondo di colori, di luce, di gioia e di affetto. Di fate che ballano con te e ti dicono che sei bella. Che sei brava. Che puoi fare tutto.
Di valli verdi e piene di fiori. Di venti dolci e delicati che ti scompigliano i capelli.
Tutti erano gentili, nel mondo di Mary.
Ridendo, vide un gruppo di unicorni volare sopra di lei. “Se dei cavalli volano sono una mandria o uno stormo?” si chiese distrattamente. Non aveva importanza, erano bellissimi e maestosi.
Certe cose sono così belle, nella loro semplicità, che nessuno potrebbe mai trovare qualcosa da ridire. Si può solo ammirarle e gioire del fatto che esisti insieme a loro.
Mary questo non avrebbe mai saputo dirlo a parole, ma lo sentiva dentro al cuore. E questo era decisamente più importante, no?
La bambina si mise a correre, lasciando indietro le fate. Voleva andare in cima alla collina. In cima alla collina c'era la torre di diamante, e nella torre di diamante viveva Retaf, il suo migliore amico.
Mary riprese fiato, tenendosi i fianchi. Nessuno le aveva mai insegnato a respirare regolarmente, quando correva, quindi si stancava sempre. Ma non le interessava, correre per quei prati era troppo bello. Quanto amava l'ora magica.
Bussò tre volte, come faceva sempre. Passò qualche istante, poi le rispose una voce bassa e rimbombante.
“Chi è?” Disse la voce.
“Sono io, Mary!”
“Mary! Entra, entra!”
Felice, la bambina aprì la porta ed entrò. Retaf la abbracciò, così forte da stritolarla, poi tornò a fare il tè. Nonostante fosse un drago rosso alto più di dieci metri, Retaf amava il tè. E anche i pasticcini, sebbene gli facessero mettere su peso e gli rendessero più difficile volare.
Ma tanto Retaf non doveva volare da nessuna parte. Retaf era sempre lì per lei.
Mary si accomodò al tavolo. La torre del drago non aveva stanze, era un grosso parallelepipedo di pietra, cavo e che si estendeva per almeno cento metri. Era larga almeno venti metri, quindi c'era tantissimo spazio. Retaf dormiva sul fondo, dove aveva tutto quello che gli serviva: libri di fiabe che leggeva insieme a Mary, oro, gioielli, tè e pasticcini.
“Come stai oggi?” Chiese Mary.
“Bene, piccola mia, bene!” Le rispose il drago. “Tu?”
Mary strinse le spalle.
“Normale. Felice di essere qui.”
“La scuola come è andata?”
“Bene.”
“Cos'hai imparato di bello, oggi?”
Mary ci pensò un attimo.
“Abbiamo imparato che la capitale della Francia è Berlino.”
“Non credo sia vero.” Le rispose il drago.
“E tu come lo sai?” Chiese lei, divertita. “Non sei mai stato a scuola.”
“I draghi sanno sempre tutto.” Rispose Retaf, chiudendo gli occhi in modo solenne.
Mary si spremette le meningi, chiudendo gli occhi per concentrarsi.
“Cacchiolina, hai ragione! Berlino è la capitale della Germania!”
Il drago annuì, soddisfatto.
“Brava. E la capitale della Francia qual è?”
Mary chiuse di nuovo gli occhi.
“E'... E'... Parigi?”
Il drago applaudì, poi le portò il tè con i pasticcini. Mary li mangiò con voracità. Come sempre, le sembrarono la cosa più buona del mondo.
“Retaf, mi racconti una delle tue storie?”
Il drago si sedette accanto a lei (la terra tremò), sorseggiando il suo tè. Mary aspettò, sapendo che Retaf le avrebbe risposto, una volta finito il sorso. Retaf era un vero purista, in questo. Diceva sempre che gli umani non sanno fare il tè come si deve. Quando un drago prepara il tè, prepara il tè. Quando lo fa un umano, prepara acqua calda e sporca. Questo diceva Retaf, e Mary gli credeva ciecamente.
Il drago ne aveva mille tipi diversi, compresi quelli che gli avevano regalato i suoi amici draghi della Cina, ma stranamente quando c'era Mary bevevano sempre Earl Grey. La marca più comune e facile da trovare.
Il drago finì di bere, poi guardò la grossa meridiana che teneva appesa al muro.
“D'accordo, direi che abbiamo ancora venti minuti, prima di- Certo, ti racconterò una storia. Vorresti una storia epica, una storia triste o una storia romantica?”
“Non si possono avere tutte e tre le cose?” Chiese Mary.
“Solo un grande narratore potrebbe darti tutte e tre le cose.” Disse Retaf, con aria solenne. “Sei fortunata a conoscermi.”
Così Mary passò i seguenti venti minuti ad ascoltare le epica gesta di un cavaliere errante, di una guerra antica e di un amore inarrestabile. Retaf sapeva raccontare come nessun altro.
Le raccontò di come l'amata del cavaliere fosse stata rapita da una chimera, e portata nel mondo sotterraneo. Le raccontò di come il cavaliere avesse un occhio solo, avendo perso l'altro durante la guerra dei serpenti. Le disse di come il mondo del cavaliere fosse avvolto dalle tenebre, e di come queste tenebre sarebbero potute essere allontanate solo uccidendo la chimera.
Poi, proprio quando Retaf stava iniziando a raccontarle la storia di come il cavaliere aveva forgiato la sua spada magica, si udì un suono. Era basso e sgradevole. Entrambi lo riconobbero subito, tristemente. Mary si immaginava sempre grosse nubi nere che coprivano il sole, quando lo sentiva. Era come un'orribile temporale, che veniva alla fine fine di ogni ora magica.
“E' lui.” Disse Retaf. “L'orco. E' tornato.”
Mary guardò il suo orologio. Erano le due del pomeriggio, quasi in punto. Sperava sempre che facesse tardi, ma succedeva raramente.
Il suono calò e si interruppe. L'orco aveva finito di parcheggiare. Mary iniziò a piangere.
“Retaf, non posso restare qui con te? Solo per questa volta?”
Retaf la abbracciò, piangendo anche lui. Le lacrime dei draghi erano dorate, luminose e assolutamente bellissime.
“Oh, piccola mia. Quanto lo vorrei. Mi dispiace. Vorrei poterti proteggere sempre, non solo durante l'ora magica.”
Dal piano di sotto provenne il suono della porta che si apriva.
“Mary!” Urlò una voce sgradevole e biascicante. “Sono tornato!”
Mary singhiozzò. Era ubriaco anche quella volta. Non sapeva come a facesse a bere così tanto, tra quando smetteva di lavorare e quando tornava a casa, ma ci riusciva quasi ogni giorno.
Comunque, Mary non rispose al saluto di suo padre. Lentamente, smise di stringere il pupazzo di pezza a forma di drago e uscì dalla sua scatola. Era una semplice scatola di cartone, che lei aveva colorato di verde con i pastelli.
Silenziosamente, mise la scatola e il drago nell'armadio.
“Mary! Ci sei? Sarà meglio che tu non stia giocando in quella cazzo di scatola! Sei grande per queste cose! E guai a te se ti sei portata i pasticcini in camera!”
Cominciarono a udirsi i passi pesanti del padre, mentre saliva su per le scale. Come sempre, Mary avrebbe voluto nascondersi, ma come sempre non c'era posto dove nascondersi.
La bambina si sedette sul letto, tremante, e sperò che quel giorno non le avrebbe fatto troppo male. Voleva rivedere Retaf. Voleva sentire come finiva la storia del cavaliere.
La porta della sua stanza si aprì, ed entrò suo padre. Puzzava di alcol e sudore, e aveva la barba incolta.
“Eccoti qui, piccola stronza.” Le disse. “Perché non mi hai risposto?”
Mary non disse nulla. Non gli rispondeva più. Non faceva la minima differenza, e inoltre non gli voleva dare la soddisfazione.
Mary chiuse gli occhi. L'ora magica era finita.
FINE
Mary aveva sette anni, e quella era la sua ora preferita del giorno. L'ora magica.
Durante quell'ora, non esisteva nulla se non il suo mondo. Un mondo di colori, di luce, di gioia e di affetto. Di fate che ballano con te e ti dicono che sei bella. Che sei brava. Che puoi fare tutto.
Di valli verdi e piene di fiori. Di venti dolci e delicati che ti scompigliano i capelli.
Tutti erano gentili, nel mondo di Mary.
Ridendo, vide un gruppo di unicorni volare sopra di lei. “Se dei cavalli volano sono una mandria o uno stormo?” si chiese distrattamente. Non aveva importanza, erano bellissimi e maestosi.
Certe cose sono così belle, nella loro semplicità, che nessuno potrebbe mai trovare qualcosa da ridire. Si può solo ammirarle e gioire del fatto che esisti insieme a loro.
Mary questo non avrebbe mai saputo dirlo a parole, ma lo sentiva dentro al cuore. E questo era decisamente più importante, no?
La bambina si mise a correre, lasciando indietro le fate. Voleva andare in cima alla collina. In cima alla collina c'era la torre di diamante, e nella torre di diamante viveva Retaf, il suo migliore amico.
Mary riprese fiato, tenendosi i fianchi. Nessuno le aveva mai insegnato a respirare regolarmente, quando correva, quindi si stancava sempre. Ma non le interessava, correre per quei prati era troppo bello. Quanto amava l'ora magica.
Bussò tre volte, come faceva sempre. Passò qualche istante, poi le rispose una voce bassa e rimbombante.
“Chi è?” Disse la voce.
“Sono io, Mary!”
“Mary! Entra, entra!”
Felice, la bambina aprì la porta ed entrò. Retaf la abbracciò, così forte da stritolarla, poi tornò a fare il tè. Nonostante fosse un drago rosso alto più di dieci metri, Retaf amava il tè. E anche i pasticcini, sebbene gli facessero mettere su peso e gli rendessero più difficile volare.
Ma tanto Retaf non doveva volare da nessuna parte. Retaf era sempre lì per lei.
Mary si accomodò al tavolo. La torre del drago non aveva stanze, era un grosso parallelepipedo di pietra, cavo e che si estendeva per almeno cento metri. Era larga almeno venti metri, quindi c'era tantissimo spazio. Retaf dormiva sul fondo, dove aveva tutto quello che gli serviva: libri di fiabe che leggeva insieme a Mary, oro, gioielli, tè e pasticcini.
“Come stai oggi?” Chiese Mary.
“Bene, piccola mia, bene!” Le rispose il drago. “Tu?”
Mary strinse le spalle.
“Normale. Felice di essere qui.”
“La scuola come è andata?”
“Bene.”
“Cos'hai imparato di bello, oggi?”
Mary ci pensò un attimo.
“Abbiamo imparato che la capitale della Francia è Berlino.”
“Non credo sia vero.” Le rispose il drago.
“E tu come lo sai?” Chiese lei, divertita. “Non sei mai stato a scuola.”
“I draghi sanno sempre tutto.” Rispose Retaf, chiudendo gli occhi in modo solenne.
Mary si spremette le meningi, chiudendo gli occhi per concentrarsi.
“Cacchiolina, hai ragione! Berlino è la capitale della Germania!”
Il drago annuì, soddisfatto.
“Brava. E la capitale della Francia qual è?”
Mary chiuse di nuovo gli occhi.
“E'... E'... Parigi?”
Il drago applaudì, poi le portò il tè con i pasticcini. Mary li mangiò con voracità. Come sempre, le sembrarono la cosa più buona del mondo.
“Retaf, mi racconti una delle tue storie?”
Il drago si sedette accanto a lei (la terra tremò), sorseggiando il suo tè. Mary aspettò, sapendo che Retaf le avrebbe risposto, una volta finito il sorso. Retaf era un vero purista, in questo. Diceva sempre che gli umani non sanno fare il tè come si deve. Quando un drago prepara il tè, prepara il tè. Quando lo fa un umano, prepara acqua calda e sporca. Questo diceva Retaf, e Mary gli credeva ciecamente.
Il drago ne aveva mille tipi diversi, compresi quelli che gli avevano regalato i suoi amici draghi della Cina, ma stranamente quando c'era Mary bevevano sempre Earl Grey. La marca più comune e facile da trovare.
Il drago finì di bere, poi guardò la grossa meridiana che teneva appesa al muro.
“D'accordo, direi che abbiamo ancora venti minuti, prima di- Certo, ti racconterò una storia. Vorresti una storia epica, una storia triste o una storia romantica?”
“Non si possono avere tutte e tre le cose?” Chiese Mary.
“Solo un grande narratore potrebbe darti tutte e tre le cose.” Disse Retaf, con aria solenne. “Sei fortunata a conoscermi.”
Così Mary passò i seguenti venti minuti ad ascoltare le epica gesta di un cavaliere errante, di una guerra antica e di un amore inarrestabile. Retaf sapeva raccontare come nessun altro.
Le raccontò di come l'amata del cavaliere fosse stata rapita da una chimera, e portata nel mondo sotterraneo. Le raccontò di come il cavaliere avesse un occhio solo, avendo perso l'altro durante la guerra dei serpenti. Le disse di come il mondo del cavaliere fosse avvolto dalle tenebre, e di come queste tenebre sarebbero potute essere allontanate solo uccidendo la chimera.
Poi, proprio quando Retaf stava iniziando a raccontarle la storia di come il cavaliere aveva forgiato la sua spada magica, si udì un suono. Era basso e sgradevole. Entrambi lo riconobbero subito, tristemente. Mary si immaginava sempre grosse nubi nere che coprivano il sole, quando lo sentiva. Era come un'orribile temporale, che veniva alla fine fine di ogni ora magica.
“E' lui.” Disse Retaf. “L'orco. E' tornato.”
Mary guardò il suo orologio. Erano le due del pomeriggio, quasi in punto. Sperava sempre che facesse tardi, ma succedeva raramente.
Il suono calò e si interruppe. L'orco aveva finito di parcheggiare. Mary iniziò a piangere.
“Retaf, non posso restare qui con te? Solo per questa volta?”
Retaf la abbracciò, piangendo anche lui. Le lacrime dei draghi erano dorate, luminose e assolutamente bellissime.
“Oh, piccola mia. Quanto lo vorrei. Mi dispiace. Vorrei poterti proteggere sempre, non solo durante l'ora magica.”
Dal piano di sotto provenne il suono della porta che si apriva.
“Mary!” Urlò una voce sgradevole e biascicante. “Sono tornato!”
Mary singhiozzò. Era ubriaco anche quella volta. Non sapeva come a facesse a bere così tanto, tra quando smetteva di lavorare e quando tornava a casa, ma ci riusciva quasi ogni giorno.
Comunque, Mary non rispose al saluto di suo padre. Lentamente, smise di stringere il pupazzo di pezza a forma di drago e uscì dalla sua scatola. Era una semplice scatola di cartone, che lei aveva colorato di verde con i pastelli.
Silenziosamente, mise la scatola e il drago nell'armadio.
“Mary! Ci sei? Sarà meglio che tu non stia giocando in quella cazzo di scatola! Sei grande per queste cose! E guai a te se ti sei portata i pasticcini in camera!”
Cominciarono a udirsi i passi pesanti del padre, mentre saliva su per le scale. Come sempre, Mary avrebbe voluto nascondersi, ma come sempre non c'era posto dove nascondersi.
La bambina si sedette sul letto, tremante, e sperò che quel giorno non le avrebbe fatto troppo male. Voleva rivedere Retaf. Voleva sentire come finiva la storia del cavaliere.
La porta della sua stanza si aprì, ed entrò suo padre. Puzzava di alcol e sudore, e aveva la barba incolta.
“Eccoti qui, piccola stronza.” Le disse. “Perché non mi hai risposto?”
Mary non disse nulla. Non gli rispondeva più. Non faceva la minima differenza, e inoltre non gli voleva dare la soddisfazione.
Mary chiuse gli occhi. L'ora magica era finita.
FINE
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