giovedì 26 marzo 2020

Batman: Caduta Libera - Capitolo 5



CAPITOLO 5

RISPOSTE


Inizialmente, sembrò solo un comune negozio abbandonato, per di più abbastanza piccolo. C'erano scatole polverose, scaffali vuoti e qualche sporadico giocattolo rotto. In effetti, Catwoman si era aspettata un posto decisamente più inquietante.
Ispezionarono il locale per qualche minuto, ma non sembrava esserci nessuno. 
“Dici che è fuggito?” Chiese a Batman.
“No.” Disse lui, continuando  a guardarsi in giro. “Credo che da qualche parte ci sia un passaggio. E' tutto troppo polveroso, non stavano in questa stanza.”
“Forse Pierce ci ha mentito. O gli hanno dato un indirizzo fasullo.”
“E' possibile.” Le rispose lui, andando verso il bancone fatiscente. “Ma non credo.”
Batman andò dietro il bancone  e osservò il pavimento.
“Trovata.”
Catwoman lo raggiunse e vide che Batman stava indicando una porzione del pavimento. Era quadrata, circa un metro per un metro, ed era priva di polvere. Cautamente, Batman sollevò il pezzo di legno e sotto di esso trovò una botola di metallo.
“Bingo.” Disse Catwoman.
Batman annuì, scansionando la botola con la luce rossa del suo guanto.
“OK. Non sembrano esserci esplosivi, sostanze pericolose o meccanismi sospetti. Andiamo.”
E così scesero.

Dopo un paio di metri di scala a pioli, arrivarono a un tunnel. Era umido e puzzolente, ma era illuminato: c'erano delle frecce luminose verdi, che indicavano la via da seguire.
“Sembra che qualcuno ci aspetti.” Commentò Catwoman.
Batman annuì, poi si avviò per primo. 
Camminarono per cinque minuti, finché non raggiunsero una porta metallica. Non c'erano suoni nell'aria, e questo rendeva Catwoman nervosa. Batman scansionò anche questa porta, ma non c'erano segni di pericolo.
Fece un cenno a Catwoman, poi aprì. Si ritrovarono in un'enorme stanza piena di macchinari industriali e completamente ricoperta di verde: scritte, numeri e punti interrogativi. 
In alto, negli angoli, c'erano dei potenti altoparlanti.
“Benvenuti, benvenuti, benvenuti!” Disse una voce untuosa e euforica, che entrambi conoscevano fin troppo bene, purtroppo.
“Nygma!” Esclamò Catwoman. “E' Nygma!”
Batman non disse niente, e lei notò che aveva un'espressione strana. Prima che potesse dirgli niente, però, Nygma riprese a parlare.
“Molto bene, sembra proprio che abbiate trovato ciò che cercavate. E ditemi, siete soddisfatti della soluzione?”
“Chiudi il becco, Eddie!” Gli rispose Catwoman. Aveva sempre odiato L'Enigmista e i suoi modi pomposi. “Siamo qui per portarti ad Arkham. E se ne esce anche qualche costola spezzata per te, ben venga.”
Nygma rise.
“Oh, Catwoman. Come sempre, il tuo intelletto è svariati passi indietro. Per prendermi, dovreste superare le mie trappole. E dubito che ci riuscirete.”
La ladra alzò gli occhi al cielo.
“Sempre queste str-”
“Il primo enigma.” La interruppe il criminale. “E' dritto davanti a voi. Come potete vedere, c'è un solo corridoio che conduce alla stanza adiacente. Imboccatelo. Buona fortuna.”
Gli altoparlanti si spensero.
“Beh.” Disse la ladra a Batman. “Sarà meglio avviarci, immagino.”
Batman annuì e la precedette. Lei notò che aveva ancora quella strana espressione.
“Che cos'hai, si può sapere? Sei più musone del solito. Posso capire che non ti vada di risolvere altri enigmi di quel pagliaccio, ma-”
“Non è questo.” Le disse lui, mentre arrivavano all'entrata del corridoio.
“E allora cos'è?”
Batman scosse la testa.
“Lo chiederò direttamente a lui.”
Catwoman alzò nuovamente gli occhi al cielo, ma decise di soprassedere. Insieme, guardarono il corridoio: era lungo sei o sette metri e non c'erano porte ai lati. Era essenzialmente un cunicolo che portava nella stanza accanto. Dall'altra parte c'era una porta chiusa ermeticamente, senza maniglie. Al centro, a circa metà del percorso, c'era una colonnina con un tastierino numerico.
Batman scansionò il pavimento e annuì, come a confermare un proprio sospetto.
“E' un conduttore elettrico. Potrebbe folgorarci.”
“Se non rispondiamo bene.”
“Ovviamente.”
“Allora andiamo, signor detective migliore del mondo.”
Imboccarono il corridoio e arrivarono alla colonnina. A quel punto, si udì di nuovo la voce di Nygma.
“Molto bene, ascoltate attentamente perché non intendo ripetermi.” 
Non dissero niente, così lui proseguì.

“Se mi scrivi otto volte, divento mille
Ma serve l'operazione attinente 
Se scegli bene, farai faville 
Ma se ti sbagli sarà scioccante!”

Gli altoparlanti si spensero di nuovo. I due eroi mascherati si guardarono, poi osservarono il tastierino. Sopra c'erano i numeri dallo 0 al 9, più i simboli delle basilari operazioni aritmetiche: addizione, sottrazione, divisione e moltiplicazione. Infine, c'era il simbolo dell'uguale.
“OK.” Disse Catwoman dopo qualche momento. “Che dobbiamo fare?”
Batman si mise a pensare, ripetendo lentamente l'indovinello. Lei fu stupefatta da come l'avesse memorizzato all'istante.
“D'accordo.” Disse infine il cavaliere oscuro. “Credo che dobbiamo ripetere otto volte lo stesso numero.”
“E fino a qui c'ero arrivata anche io.”
“Dobbiamo trovare un numero che, ripetuto otto volte e con le giuste operazioni aritmetiche, dia mille come risultato.”
Selina annuì.
“E immagino che abbiamo un solo tentativo, o il pavimento ci folgorerà e ucciderà sul colpo.”
“Probabile.”
“E se andiamo avanti senza digitare, ci ucciderà senz'altro.”
“Sicuramente.”
Entrambi si misero a pensare. Passarono alcuni minuti. La ladra non aveva idea della soluzione. Proprio quando stava per dirgli che forse potevano provare a saltare dall'altra parte del corridoio, e a sfondare la porta prima che si attivasse la corrente, Batman si mise a digitare.
“Cosa stai- Sei sicuro di aver ragione?”
Batman non le rispose e finì di digitare: 888 + 88 + 8 + 8 + 8 
Poi premette uguale e uscì il risultato: 1000
La porta si aprì all'istante.
“Non montarti la testa, cavaliere oscuro.” Disse l'Enigmista, con tono rabbioso. “Quello avrebbe saputo risolverlo anche un minorato mentale!”

Batman e Catwoman uscirono dal corridoio e si ritrovarono in un'enorme stanza circolare. Al centro, c'era una pedana di metallo con sopra un enorme punto interrogativo.
“Sobrio.” Commentò Catwoman.
“Sulla pedana, per favore.” Disse la voce irritabile di Nygma. “Iniziamo il secondo enigma.”
“Per curiosità, quanti ce ne sono?” Gli chiese lei, con tono sarcastico.
“Tre. Ora salite!”
I due eroi si guardarono, poi salirono sulla pedana. Quando la pedana ebbe rilevato la loro presenza, dal pavimento uscì un grosso congegno cilindrico, coperto da un telo.
“Uno di voi entrerà nella macchina. L'altro dovrò rispondere al mio indovinello. Inutile dirvi che finirà male per il poverino nel cilindro, se il suo compagno commette un errore.”
Cautamente, Batman tolse il telo. A Catwoman sfuggì un'esclamazione strozzata. Era un cilindro trasparente, come una strana bara verticale. Aveva una serratura di metallo dall'aria molto solida e dei tubi metallici che, dal sottosuolo, gli entravano dentro. Ma non era questo che aveva fatto esclamare Catwoman: dentro il cilindro, c'era il cadavere gonfio di Drury Walker. 
 “Beh, ora sappiamo che fine ha fatto Killer Moth...” Disse la ladra.
Il cilindro si aprì e il corpo cadde a terra, con un orribile suono fragile e vagamente molliccio.
“Il signor Walker non mi serviva più.” Disse Nygma, pigramente. “Comunque, è colpa sua se è morto. Io una chance gliel'ho data. Non è colpa mia se non sapeva la risposta.”
Batman mise il cadavere in una posa più dignitosa. Notò che i vestiti erano umidi.
“La pagherai anche per questo, Nygma.”
“Oh, andiamo, cavaliere oscuro. Che ti importa? Era solo un criminale, no? E neanche uno di qualità.”
“Uccidere è sbagliato. Sempre.”
L'Enigmista sbadigliò rumorosamente, facendo gracchiare gli altoparlanti.
“Discuteremo di filosofia dopo, forse. Ora, Batman, ti prego di entrare nel cilindro.”
“No, perché lui?” Chiese Catwoman. “Voglio entrare io.”
“Oh, Catwoman, so bene che non vuoi avere tu questa responsabilità. Ma è stato Batman a risolvere il primo enigma, quindi mi sembra giusto così.”
I due eroi non si mossero.
“Se non lo fate.” Disse Nygma, ora arrabbiato. “Vi ucciderò entrambi immediatamente.”
Batman studiò brevemente il pavimento e i tubi che entravano nel cilindro, poi osservò il cadavere umido di Killer Moth.
“Andrà bene.” Disse a Catwoman, entrando nel cilindro. “Mi fido di te.”
“Ma-”
Il cilindro si chiuse e la serratura scattò.
“Ovviamente.” Disse Nygma. “Lui non sente nulla da lì dentro. E temo che nessun tipo di comunicatore che potreste avere funzioni, qui sotto. Non potrà darti suggerimenti. E se vedo che stai cercando di farti leggere le labbra da lui, lo ucciderò subito. E' tutto nelle tue mani, Catwoman.”
“Meraviglioso....” Commentò lei, amareggiata. “Dai, dimmi l'indovinello.”

“Quando John aveva sei anni, martellò un chiodo nel suo albero preferito per segnare la sua altezza. Dieci anni dopo, all'età di sedici anni, John tornò per vedere quanto fosse più alto il chiodo. Se l'albero cresce di cinque centimetri ogni anno, quanto sarà più alto il chiodo?”

Catwoman rimase interdetta. Non sarà stata un prodigio della matematica, ma questo le sembrava molto facile. Se l'albero cresceva di cinque centimetri ogni anno, ed erano passati dieci anni, allora il chiodo ora si trovava mezzo metro più in alto.
Selina si schiarì la gola, si fece coraggio e rispose.
“Cinquanta centimetri. Il chiodo si trova cinquanta centimetri più in alto.”
“Beep! Sbagliato!” Urlò Nygma.
Terrorizzata, Catwoman si voltò verso il cilindro, per vedere il prezzo del suo errore.
Dai tubi sul fondo del cilindro uscì dell'acqua. Riempì il cilindro fino alle ginocchia di Batman, poi si interruppe.
“Male, male, male.” Ridacchiò Nygma. “Ma per tua fortuna, sono un uomo generoso. Hai altri due tentativi, prima che Batman si trasformi permanentemente nella paperella di gomma più brutta del mondo.”
Catwoman strinse i denti, arrabbiata. Eppure era così sicura...
Rifece mentalmente il calcolo. Veniva sempre cinquanta. Come poteva essere sbagliato? Se solo avesse potuto chiedere a Batman...
Dopo qualche minuto nervoso, si convinse che c'era sotto un qualche colpo basso tipico di Nygma.
Visto che tanto non aveva altre idee, provò con questo approccio.
“Il chiodo non c'è più. In quei dieci anni, l'albero era stato tagliato.”
Ci fu un momento di silenzio. Poi, l'acqua salì ancora, arrivando al petto di Batman. Il cavaliere oscuro rimase tranquillo, e fece a Catwoman un cenno fiducioso. Come faceva a essere così ottimista, si chiese nervosamente lei. Aveva già sbagliato due volte!
“Bel tentativo, Catwoman. Sarebbe stata una risposta degna di me, lo confesso. Ma sbagliato! Evidentemente, ho sempre avuto ragione sulle tue capacità intellettive. Non offenderti, pochi reggono il passo con Batman e nessuno lo regge con me. Meno che mai una piccola ladruncola impudente come te.”
Catwoman prese una decisione. Era stufa di Nygma ed era stufa di stare alle sue regole. Si voltò verso il cilindro ed estrasse i suoi grimaldelli dalla cintura.
“Cosa stai- Non osare! Vi folgorerò entrambi!”
La ladra si mise al lavoro sulla serratura. Batman le fece un cenno di approvazione.
“Non penso proprio, Eddie. Anche senza scanner lo capisco da sola che questo pavimento non è come quell'altro. E' una normalissima pedana di metallo.”
L'Enigmista ringhiò oscenità nel microfono, poi l'acqua salì ancora. Il detective fece un profondo respiro, rimanendo tranquillo, e fu completamente sommerso.
“Come preferisci, Catwoman! Vorrà dire che vedrai il tuo amichetto affogare davanti ai tuoi occhi. E sarà solo colpa tua!”
Lei rise, beffarda.
“L'ultima volta che gliel'ho chiesto, Batman sapeva trattenere il fiato sott'acqua per ben sei minuti. Scommetti che ne impiegherò solo quattro, ad aprire il tuo stupido giocattolo?”
Nygma urlò ancora, ma non accadde nulla. Catwoman aveva temuto delle conseguenze (scagnozzi armati, magari, oppure armi da fuoco automatiche nascoste nelle pareti), ma evidentemente Eddie non era attrezzato quanto pensava, lì sotto. E probabilmente era davvero così arrogante da non aver considerato la possibilità che alcuni non rispettassero le regole dei suoi stupidi giochi.
Quattro minuti dopo, la serratura cadde a terra. Catwoman si tolse di mezzo e lasciò che Batman sfondasse la porta trasparente con un calcio. Senza serratura, la porta si staccò dai cardini, riversando acqua sulla pedana.
“Ben fatto.” Le disse, uscendo dal cilindro. “Grazie.”
“Ma come, non mi biasimi per aver infranto le regole?” Chiese lei, per metà ironica e per metà davvero stupita.
“Ci sono regole che non meritano di essere rispettate. Sapevo che mi avresti tirato fuori, in un modo o nell'altro.”
Lei gli sorrise.
“Oh, ma che eroi!” Disse Nygma, furioso. “ A bearsi di aver barato!”
“Facci accedere alla prossima stanza.” Gli rispose Batman, gelido. “Sappiamo tutti e tre che vuoi vederci affrontare la tua ultima prova. E' la più infida, vero? E scommetto che, anche se abbiamo barato, muori dalla voglia di vederci fallire.”
“E fallirete!” Gli rispose l'Enigmista.
“Allora facci passare.” Replicò Batman, sprezzante. “Non perdiamo altro tempo.”
Dopo qualche istante, si aprì una porta alle loro spalle.
“Andiamo.” Disse Batman.
“Un secondo solo.” Disse lei. “Posso dirti l'indovinello? Pensavo di averci preso, eppure non andava bene. Vorrei capire.”
“Qual era?” Chiese Batman impaziente, avviandosi verso la porta.
Catwoman lo seguì.
“Quando John aveva sei anni, martellò un chiodo nel suo albero preferito per segnare la sua altezza. Dieci anni dopo, all'età di sedici anni, John tornò per vedere quanto fosse più alto il chiodo. Se l'albero cresce di cinque centimetri ogni anno, quanto sarà più alto il chiodo?”
Batman annuì.
“Hai detto cinquanta, al primo tentativo?”
“Sì.”
“E poi?”
“Ho detto che l'albero era stato abbattuto. Non mi veniva altro.”
“Bella idea. Ma la risposta è che il chiodo è rimasto nella stessa posizione. I tronchi degli alberi non crescono in altezza, sono i rami che crescono.”
“Figlio di-”

L'ultima stanza era a forma ettagonale. Ogni parete aveva una porta, con sopra un numero romano.
Disegnata sul pavimento, c'era una magnifica illustrazione del cervello umano. Videro che il cervello era ricoperto di scritte. Anzi, di numeri.
Quando entrarono dentro alla stanza, la porta si chiuse alle loro spalle.
“Benvenuti all'ultima stanza, all'ultimo enigma! Quello che vi sconfiggerà! Finalmente, tutti sapranno che sono io il vero, unico genio di Gotham! Siete pronti, allora, a essere completamente umiliati? “
Batman e Catwoman guardarono in alto, verso gli altoparlanti.
“Dicci l'indovinello, Nygma.” Disse Batman. “Sono stanco delle tue buffonate. Stanotte finirà tutto.”
“Oh, come hai ragione, cavaliere oscuro. Come hai ragione. Bene, allora andiamo.”
L'Enigmista si schiarì la voce.

“L'uomo in verde ha la mente suprema 
È giusto che Gotham lo ami e lo tema
Una delle porte conduce al suo regno 
Ma può attraversarla solo chi è degno 

Chi sarà in grado di trovare la via?
In fondo al cervello dicono che sia
Chi sarà furbo verrà accolto qui dentro 
Mala tempora per chi non è attento!”

Gli altoparlanti si spensero.
“Secondo te qual è il suo record, per tempo passato senza farsi i complimenti da solo?” Chiese Catwoman. “Dieci minuti?”
Batman non le rispose, assorto nelle sue riflessioni.
“Dobbiamo scegliere una delle sette porte.” Disse infine. “E questo è ovvio.”
Catwoman annuì.
“E solo chi è degno può scegliere quella giusta.” Disse la ladra.
“Ha detto di guardare in fondo al cervello...” Continuò Batman.
Guardò i numeri scritti sul pavimento. 
“Questi però sono tutti numeri di tre cifre. 364, 917, 147...”
Batman rimase assorto per una decina di secondi. Intanto, Catwoman osservava le porte. Erano perfettamente lisce, di metallo verdognolo. I numeri romani erano stati scritti con inchiostro rosso, che colava come sangue.
La ladra si chiese cosa ci sarebbe stato, dietro le porte sbagliate. Mitragliatrici? Spunzoni che cadevano dall'alto? Gas velenosi? Una tigre? Sorrise, pensando a quest'ultima. Se ci fosse stata una tigre, sarebbe probabilmente riuscita a domarla e ad aizzarla contro Nygma.
I suoi pensieri furono interrotti da Batman.
“Sette.” Disse lui.
“Che cosa?”
“I numeri sul pavimento.” Disse Batman, indicandoli. “Sembrano essere tutti perfettamente divisibili per sette.”
Catwoman si toccò il mento, colpita.
“Ah... Sì, è da lui.”
“Verifichiamo.” Disse Batman, mettendosi subito a controllare i numeri uno per uno. Catwoman gli diede una mano.  Dopo qualche minuto, concordarono che ogni numero a tre cifre presente sul pavimento era divisibile per sette.
“Allora sembra proprio che dobbiamo scegliere l'ultima porta.” Disse Catwoman. “E non c'è uno specchio sul soffitto o qualche altra simpatica trovata alla Eddie, mi pare. I numeri sono quelli, sia sulle porte che per terra.”
Batman annuì.
“Sì, credo che sia così.”
“Lo credi?”
Batman la guardò.
“Con Nygma, c'è sempre la possibilità che abbia seguito un suo assurdo ragionamento che nessun altro potrebbe sapere. Che lo ammetta o meno, anche questo è un suo modo di barare.”
Gli altoparlanti si accesero.
“IO NON BARO MAI!”
Poi, si spensero di nuovo.
Catwoman rise piano.
“Beh, che facciamo, allora? Proviamo?”
“Sì.”
“Dubito che ci siano dati altri tentativi, se abbiamo sbagliato. Vero?”
Batman scosse la testa.
“Per l'ultima stanza? Impossibile.”
Catwoman annuì.
“Speriamo bene, allora.”
Insieme, si diressero verso la porta contrassegnata con VII.
Catwoman mise la mano sulla maniglia.
“Al tre, allora.” Disse la ladra. “Uno...”
Batman ebbe un'intuizione e guardò di nuovo il cervello disegnato sul pavimento.
“Due...” Continuò Catwoman.
“Fondo... Tempora...” Disse il cavaliere oscuro. “Aspetta! Ferma!”
“Tr-” Catwoman si interruppe, spaventata. “Cosa? Cosa? Mi hai fatto venire un colpo!”
“E' una trappola.” Disse Batman. “Vieni via da lì.”
Catwoman lo seguì, per metà divertita dalla sua reazione e per metà irritata dalla paura che le aveva messo.
“Cosa? Che epifania hai avuto, signor detective?”
Batman indicò di nuovo il cervello.
“Fondo. Fondo del cervello.”
“Sì. I numeri, ho cap-”
“No.” Disse Batman. “Credo che intendesse proprio il fondo della stanza. Il pavimento stesso.”
Batman si accovacciò in un punto del disegno.
“Nell'indovinello parlava di mala tempora.” Spiegò il cavaliere oscuro.
“E' latino, no?” Chiese lei. “Significa tempi bui.”
Batman annuì.
“Ma credo che fosse un indizio. Tempora come temporale. Lobo temporale.”
Il detective bussò sulla zona del cervello corrispondente al lobo temporale. Suonava vuoto.
“Che mi venisse...” Disse Catwoman, colpita. “C'era una falsa soluzione...”
Batman spinse la parte del disegno corrispondente al lobo temporale e questa si abbassò di alcuni centimetri, scorrendo poi lateralmente e rendendo visibile una scala a chiocciola di metallo.
La ladra alzò le sopracciglia, decisamente impressionata.
“Bel colpo, Bats.”
Lui si alzò in piedi.
“Stai guardando, Nygma? Veniamo per te.”
Gli altoparlanti si accesero di nuovo, per l'ultima volta.
“Io vedo tutto, detective.” La voce era bassa e tremante, sfiatata. Sembrava più squilibrato che mai. “Venite pure, vi aspetto.”
Batman e Catwoman scesero le scale. Lui aveva tirato fuori un batarang, lei la sua frusta. 
Erano pronti a tutto.

La scala li condusse a un breve tunnel. Lo seguirono e arrivarono a un ascensore.
“Non mi fa impazzire entrare lì dentro.” Disse Catwoman. “Avrei preferito delle scale.”
“Lo capisco.” Disse Batman. “Ma fidati di me. Nygma è così arrogante da credere che solo lui l'avrebbe usato. Ed è l'unica strada per passare. Andrà bene.”
“Speriamo.”
Salirono e premettero l'unico pulsante. Come aveva predetto Batman, non accadde nulla. L'ascensore salì e li portò su per alcuni metri.
Quando le porte dell'ascensore si aprirono, entrambi erano pronti a essere attaccati, ma non accadde. Invece, si trovarono a osservare l'incredibile centro di comandi dell'Enigmista. C'erano miriadi di schermi, tastiere, tavoli con componenti elettronici e meccanici, fogli, progetti e appunti. In un angolo, c'era un server, inequivocabilmente assemblato da Nygma stesso. E, naturalmente, c'erano ovunque punti interrogativi verdi.
Catwoman non lo disse, ma pensò che il posto era in effetti molto simile alla batcaverna. Una rappresentazione della mente del suo proprietario. Ma questo proprietario era chiaramente più instabile di Batman. 
Gli schermi e gli appunti mostravano trappole mortali e scritte rabbiose come IO SONO IL MIGLIORE o GOTHAM SI DEVE INCHINARE AL MIO GENIO. Tutto trasudava ossessione, compulsione, disagio.
E nulla era più inquietante del proprietario stesso, che se ne stava in piedi davanti agli schermi, dandogli le spalle. Era vestito con un completo verde, molto sgualcito. I capelli erano incolti e arruffati. In una mano, teneva il suo bastone a forma di punto interrogativo.
“Maledetti...” Sussurrò piano. “Non... Non dovevate uscire da lì. Era impossibile.”
L'Enigmista si girò, e videro che aveva occhi iniettati di sangue e profonde occhiaie.
“Nessuno fa questo a me!”
Il criminale gli corse incontro, brandendo il suo bastone, ma Batman aveva raggiunto il limite di sopportazione. Gli corse incontro a sua volta e parò il bastone, poi gli diede un potente calcio allo stomaco e lo fece volare attraverso la stanza. Nygma finì sui suoi schermi, distruggendone la metà. Il bastone rimase in mano a Batman, che lo gettò dietro di sé.
“E' finita, Nygma. Finita!”
Batman venne verso di lui e lo sollevò sopra la testa.
“Ora tu verrai con me al GCPD. Finirai in una cella a vita e se mai proverai a fuggire un'altra volta, io ti troverò di nuovo. E ti spezzerò ogni osso del corpo.”
L'Enigmista sanguinava copiosamente dal naso. Catwoman non prese parte al confronto. Era felice di aver aiutato fino a quel punto, ora si accontentava di vedere Batman che perdeva un po' le staffe. Era sempre uno spettacolo. E sapeva benissimo che non avrebbe esagerato. Tutti davano del boyscout a Superman, ma sotto sotto Batman non era da meno.
“Beh, ci hai provato, Eddie.” Disse la ladra. “Ma ora vieni con noi. Saluta le tue trappole mortali.”
Nygma neanche la guardò. Aveva occhi solo per il cavaliere oscuro.
“Quanta rabbia, detective... Perché ti prendi così a cuore quelle morti? Eccolo un enigma. Chi ti obbliga a fare tutto questo? Qual è la ragione dietro la maschera?”
Batman avvicinò il volto di Nygma al suo.
“Che tu lo accetti o meno, ci sono cose che non sei in grado di capire. Questa è una di quelle.”
L'Enigmista sogghignò, sprezzante.
“E non mi interessa capirle.”
Ora Batman esitò. Era arrivato il momento di chiederglielo. La domanda che lo assillava da quando erano arrivati lì e avevano scoperto che era lui il responsabile.
“Perché niente enigmi?”
“Che stai dicendo?” Disse Catwoman. “Ti sei dimenticato l'ultima ora?”
Batman scosse la testa.
“Le scene dei delitti. Le persone uccise da Merkel. Da Walker. Da Buchinski. Se era tutto parte del tuo piano, perché non hai lasciato indizi? Perché non c'erano indovinelli?”
L'Enigmista lo guardò, con un'espressione stranamente vacua.
“Perché, Nygma? Tu non sei in grado di trattenerti, lo sappiamo entrambi. Vuoi che la gente sappia che sei tu. Vivi per questo. Quindi, spiegami, perché questa volta è stato diverso?”
La faccia dell'Enigmista sembrò come spegnersi, la sua espressione divenne ebete per alcuni momenti. Entrambi gli eroi lo osservarono, perplessi. 
Poi, tornò vitalità nel suo viso, ma l'espressione era completamente diversa. Era un sorriso crudele, ma con un che di timido e insicuro. Un'espressione che Batman non pensava di avergli mai visto.
Nygma parlò, e anche il suo tono e la sua cadenza erano diversi dal solito. La sua voce era più flebile, quasi infantile.
“Ooooh... Vuoi un indovinello, Batman? Ma certo! Che ne dici di questo? Perché un corvo assomiglia a una scrivania?”
Ci fu un momento di silenzio.
“Che cosa?” Sussurrò Batman. “Che cosa hai detto?”
L'Enigmista si limitò a fissarlo, sempre con quell'insolito sorriso.
“Aspetta...” Disse Catwoman. “Questo l'ho già sentito... Non è da-”
“Alice nel Paese delle Meraviglie.” Disse Batman, allibito.
Il cavaliere oscurò avvicinò il volto di Nygma al suo, e ne studiò gli occhi.
“Jervis? Jervis Tetch? Sei tu?”
Catwoman spalancò la bocca.
“Tetch? Il Cappellaio Matto?”
Nygma rise piano. Rise, rise e rise con quel tono di voce che non gli apparteneva.
“Sei tu?” Gli chiese il detective. “Sei sempre stato tu?”
“Oh, sì, Batman. Proprio io. Non avevi pensato a me, vero? Nessuno di voi pensa mai a me...”
Catwoman si avvicinò ai due uomini.
“Dove... Dove sei?” Gli chiese la ladra.
“Oooh... Lontano. Molto, molto lontano da qui. Sono migliorato tanto, sapete? Ora posso controllare le persone da chilometri e chilometri di distanza.”
“Da quanto?” Chiese Batman. “Da quanto li controlli?”
“Settimane. Settimane e settimane. E' facile. Ed è stato facile avvicinarmi a loro. Pensano tutti che il povero Jervis sia una barzelletta, un povero piccolo fallito. Ma non lo dirà più nessuno, vero?”
“Loro sanno che li controlli?” Chiese Catwoman, che ancora non riusciva a credere alle sue orecchie.
“Oh, no. E' come se fossero da un'altra parte. Io li uso e basta. Alcuni li controllo in ogni aspetto, come Nygma in questo momento. Stessa cosa con Ragdoll. Eh! Eh! L'ho usato come un pupazzo. Non è buffo da dire? Altre volte, attivo una sorta di pilota automatico. Gli dico cosa fare e li lascio andare. Mi sono anche divertito a tirare fuori i loro istinti più profondi. E' stato divertente. Per Nygma, vuol dire le sue solite, noiosissime macchine mortali. Per Electrocutioner vuol dire tirare fuori tutto l'odio che covava per te. Hai visto come l'ha reso forte, Batman? E il piccolo Walker voleva essere uno dei grandi, un cattivo alla stregua di Joker! Beh, forse ora qualcuno se lo ricorderà. Povera piccola falena, morta non nel fuoco ma nell'acqua!”
Jervis ridacchiò, poi lo sguardo diventò serio.
“Ma ero io, Batman. Non avere dubbi, su questo. Sono io ad aver voluto quei morti. Questa è la mia storia, e se fossi in voi avrei molta, molta paura.”
Batman posò il corpo di Nygma su una sedia. Aveva ancora difficoltà ad accettarlo.
“Perché, Jervis? Perché fai tutto questo?”
“Prima l'esecuzione e poi il verdetto!” Disse crudelmente Jervis, citando il suo libro preferito.
“Perché?” Chiese di nuovo Batman, furioso. Avrebbe voluto scuoterlo, ma era inutile. Non era lì, avrebbe solo scosso un guscio vuoto.
“Curiosissimo e sempre più curiosissimo, non è vero Batman?” Rise Jervis. “Ma non avrai risposte, oggi. La tana del bianconiglio è ancora molto profonda.”
“Cosa st-”
Ma il contatto era stato interrotto. Nygma chiuse gli occhi e cadde, senza sensi, per terra.
In lontananza, debolmente, si udiva il suono delle sirene. Jim era finalmente riuscito a inviare degli agenti, a quanto pare.
Batman e Catwoman si guardarono, sconvolti. Nessuno dei due sapeva cosa dire.

La vecchia casa in legno era piena di scricchiolii e spifferi, ma quella stanza era calda e confortevole. Nel camino, bruciava un bel fuoco piacevole ed intenso.
La stanza era arredata con mobili del primo novecento e anche i quadri, i libri rilegati in pelle e i centrini ricamati evocavano quell'epoca. Questo era in netto contrasto con i dispositivi tecnologici sparsi sul tavolo e sulla scrivania. C'erano cavi, microchip ed elettrodi.
Nell'aria si udivano le note di una melodia tetra e angosciante, resa ancora più inquietante dal suono gracchiante del vecchio grammofono polveroso.
Jervis Tetch sedeva su una poltrona, dondolando le corte gambe, e sorseggiava il suo tè, assorto nei propri pensieri.
Il suo sorriso era crudele, eppure i suoi occhi sembravano estremamente tristi.
“Curiosissimo e sempre più curiosissimo...” Mormorò.

FINE CAPITOLO 5

martedì 24 marzo 2020

The Magic Hour




Mary danced, surrounded by fairies. The sun was bright, joyful but not annoying or suffocating as it sometimes became during the summer. The flowers whispered around them, moved by the wind. There were so many colours that Mary couldn't name them all, and she knew at least twenty different colours!
Mary was seven, and this was her favourite time of the day. The magic hour.
During that hour, there was nothing but her world. A world of colours, light, joy and affection. Of fairies who dance with you and tell you that you are pretty. That you are good. That you can do everything.
Green valleys full of flowers. Of sweet and delicate winds that mess up your hair.
Everyone was kind in Mary's world.
Laughing, she saw a group of unicorns fly over her. "If horses fly, are they a herd or a flock?" she wondered absently. It didn't matter, they were beautiful and majestic.
Some things are so beautiful, in their simplicity, that no one could ever find anything to complain about. You can only admire them and rejoice in the fact that you exist with them.
Mary could never have said it in words, but she felt it in her heart. And this was definitely more important, wasn't it?
The girl ran, leaving the fairies behind. She wanted to go to the top of the hill. At the top of the hill, there was the diamond tower. And Retaf, her best friend, lived in the diamond tower.
Mary caught her breath, holding her sides. Nobody had ever taught her to breathe regularly when she ran, so she always got tired. But she didn't care, running through those meadows was too beautiful. How she loved the magic hour.
She knocked three times, as she always did. A few moments passed, then a low, booming voice answered.
"Who is it?" Said the voice.
"It's me, Mary!"
"Mary! Come in, come in! "
Happily, the little girl opened the door and entered. Rethaf hugged her, almost crushing her, then went back to making tea. Despite being a red dragon who was more than ten meters tall, Retaf loved tea. And pastries too, even hough they made him put on weight and made it more difficult for him to fly.
But Retaf didn't have to fly anywhere. Retaf was always there for her.
Mary sat down at the table. The dragon's tower had no rooms, it was a large stone parallelepiped, hollow and at least a hundred meters tall. It was at least twenty meters wide, so there was a lot of space. Retaf slept at the bottom of it, where he had everything he needed: storybooks that he read with Mary, gold, jewels, tea and pastries.
"How are you today?" Mary asked.
"Very well, my dear, very well!" The dragon replied. "You?"
Mary shrugged.
"The usual. Glad to be here. "
"How did school go?"
"Fine."
"What have you learned today?"
Mary thought about it for a moment.
"We learned that the capital of France is Berlin."
"I don't think that's true." The dragon replied.
"And how do you know?" She asked, amused. "You have never been to school."
"Dragons always know everything." Retaf replied, closing his eyes solemnly.
Mary thought hard, closing her eyes to concentrate.
"Cripes, you're right! Berlin is the capital of Germany! "
The dragon nodded, satisfied.
"Bravo. And what is the capital of France? "
Mary closed her eyes again.
"Is it ... Is it ... Paris?"
The dragon applauded, then brought over tea and pastries. Mary ate them voraciously. As always, they tasted like the best thing in the world.
"Retaf, can you tell me one of your stories?"
The dragon sat down beside her (the earth trembled), sipping his tea. Mary waited, knowing that Retaf would answer her once the sip was over. Retaf was a true purist in this. He always said that humans don't know how to make tea properly. When dragons brew tea, they brew tea. When humans did it, they made hot, dirty water. This was what Retaf said, and Mary believed him blindly.
The dragon had a thousand different types of tea, including those that his dragon friends from China had given him, but strangely when Mary was there they always drank Earl Gray. The most common and easy to find brand.
The dragon finished drinking, then looked at the large sundial that hung on the wall.
Okay, I'd say we still have twenty minutes, before- Of course, I'll tell you a story. Would you like an epic story, a sad story or a romantic story? ”
"Can't we have all three?" Mary asked.
"Only a great storyteller could give you all three." Retaf said solemnly. "You're lucky to know me."
So Mary spent the following twenty minutes listening to the epic deeds of a wandering knight, an ancient war and an unstoppable love. Retaf could tell stories like nobody else.
He told her how the knight's beloved had been kidnapped by a chimera, and taken to the underworld. He told her how the knight had one eye, having lost the other during the snake war. He told her how the knight's world was shrouded in darkness, and how this darkness could only be vanquished by killing the chimera.
Then, just as Retaf was starting to tell her the story of how the knight had forged his magic sword, they heard a sound. It was low and unpleasant. Both recognized it immediately, with sadness. Mary would always imagine big black clouds covering the sun, when she heard it. It was like a horrible storm, which came at the end of every magic hour.
"It's him.." Retaf said. "The ogre. He's back."
Mary looked at her watch. It was two in the afternoon, almost on the dot. She always hoped he'd be late, but it rarely happened.
The sound went down and stopped. The ogre had finished parking. Mary started to cry.
Retaf, can't I stay here with you? Just this once?"
Retaf hugged her, crying himself. Dragon tears were golden, bright and absolutely beautiful.
"Oh, my dear. How I'd like that. I'm sorry. I wish I could always protect you, not just during the magic hour. "
The sound of the door opening came from downstairs.
"Mary!" An unpleasant and slurring voice screamed. "I'm back!"
Mary sobbed. He was drunk again. She didn't know how he managed to drink so much, between when he left work and when he got home, but he managed to do it almost every day.
However, Mary did not respond to her father. Slowly, she stopped clutching the dragon-shaped doll and stepped out of her box. It was a simple cardboard box, which she had coloured green using crayons.
Quietly, she put the box and the dragon back in the closet.
"Mary! Are you there? You better not be playing in that fucking box! You're too old for that! And there'll be hell to pay if you brought the pastries to your room! "
The heavy footsteps of her father began to be heard as he climbed the stairs. As always, Mary would have liked to hide, but as always there was nowhere to hide.
The girl sat on the bed, trembling, hoping that he wouldn't hurt her too much, that day. She wanted to see Retaf again. She wanted to hear how the knight's story ended.
The door to her room opened, and her father entered. He smelled of alcohol and sweat, and had an unkempt beard.
"Here you are, little bitch." He told her. "Why didn't you answer me?"
Mary said nothing. She no longer answered him. It made no difference, and she also did not want to give him the satisfaction.
Mary closed her eyes. The magic hour was over.

THE END

L'Ora Magica



Mary ballava, circondata dalle fate. Il sole era luminoso, gioioso ma non fastidioso o soffocante come diventa a volte durante l'estate. I fiori sussurravano intorno a loro, mossi dal vento. C'erano così tanti colori che Mary non sapeva dirli tutti, e sì che ne conosceva almeno venti!
Mary aveva sette anni, e quella era la sua ora preferita del giorno. L'ora magica.
Durante quell'ora, non esisteva nulla se non il suo mondo. Un mondo di colori, di luce, di gioia e di affetto. Di fate che ballano con te e ti dicono che sei bella. Che sei brava. Che puoi fare tutto.
Di valli verdi e piene di fiori. Di venti dolci e delicati che ti scompigliano i capelli.
Tutti erano gentili, nel mondo di Mary.
Ridendo, vide un gruppo di unicorni volare sopra di lei. “Se dei cavalli volano sono una mandria o uno stormo?” si chiese distrattamente. Non aveva importanza, erano bellissimi e maestosi.
Certe cose sono così belle, nella loro semplicità, che nessuno potrebbe mai trovare qualcosa da ridire. Si può solo ammirarle e gioire del fatto che esisti insieme a loro.
Mary questo non avrebbe mai saputo dirlo a parole, ma lo sentiva dentro al cuore. E questo era decisamente più importante, no?
La bambina si mise a correre, lasciando indietro le fate. Voleva andare in cima alla collina. In cima alla collina c'era la torre di diamante, e nella torre di diamante viveva Retaf, il suo migliore amico.
Mary riprese fiato, tenendosi i fianchi. Nessuno le aveva mai insegnato a respirare regolarmente, quando correva, quindi si stancava sempre. Ma non le interessava, correre per quei prati era troppo bello. Quanto amava l'ora magica.
Bussò tre volte, come faceva sempre. Passò qualche istante, poi le rispose una voce bassa e rimbombante.
“Chi è?” Disse la voce.
“Sono io, Mary!”
“Mary! Entra, entra!”
Felice, la bambina aprì la porta ed entrò. Retaf la abbracciò, così forte da stritolarla, poi tornò a fare il tè. Nonostante fosse un drago rosso alto più di dieci metri, Retaf amava il tè. E anche i pasticcini, sebbene gli facessero mettere su peso e gli rendessero più difficile volare.
Ma tanto Retaf non doveva volare da nessuna parte. Retaf era sempre lì per lei.
Mary si accomodò al tavolo. La torre del drago non aveva stanze, era un grosso parallelepipedo di pietra, cavo e che si estendeva per almeno cento metri. Era larga almeno venti metri, quindi c'era tantissimo spazio. Retaf dormiva sul fondo, dove aveva tutto quello che gli serviva: libri di fiabe che leggeva insieme a Mary, oro, gioielli, tè e pasticcini.
“Come stai oggi?” Chiese Mary.
“Bene, piccola mia, bene!” Le rispose il drago. “Tu?”
Mary strinse le spalle.
“Normale. Felice di essere qui.”
“La scuola come è andata?”
“Bene.”
“Cos'hai imparato di bello, oggi?”
Mary ci pensò un attimo.
“Abbiamo imparato che la capitale della Francia è Berlino.”
“Non credo sia vero.” Le rispose il drago.
“E tu come lo sai?” Chiese lei, divertita. “Non sei mai stato a scuola.”
“I draghi sanno sempre tutto.” Rispose Retaf, chiudendo gli occhi in modo solenne.
Mary si spremette le meningi, chiudendo gli occhi per concentrarsi.
“Cacchiolina, hai ragione! Berlino è la capitale della Germania!”
Il drago annuì, soddisfatto.
“Brava. E la capitale della Francia qual è?”
Mary chiuse di nuovo gli occhi.
“E'... E'... Parigi?”
Il drago applaudì, poi le portò il tè con i pasticcini. Mary li mangiò con voracità. Come sempre, le sembrarono la cosa più buona del mondo.
“Retaf, mi racconti una delle tue storie?”
Il drago si sedette accanto a lei (la terra tremò), sorseggiando il suo tè. Mary aspettò, sapendo che Retaf le avrebbe risposto, una volta finito il sorso. Retaf era un vero purista, in questo. Diceva sempre che gli umani non sanno fare il tè come si deve. Quando un drago prepara il tè, prepara il tè. Quando lo fa un umano, prepara acqua calda e sporca. Questo diceva Retaf, e Mary gli credeva ciecamente.
Il drago ne aveva mille tipi diversi, compresi quelli che gli avevano regalato i suoi amici draghi della Cina, ma stranamente quando c'era Mary bevevano sempre Earl Grey. La marca più comune e facile da trovare.
Il drago finì di bere, poi guardò la grossa meridiana che teneva appesa al muro.
“D'accordo, direi che abbiamo ancora venti minuti, prima di- Certo, ti racconterò una storia. Vorresti una storia epica, una storia triste o una storia romantica?”
“Non si possono avere tutte e tre le cose?” Chiese Mary.
“Solo un grande narratore potrebbe darti tutte e tre le cose.” Disse Retaf, con aria solenne. “Sei fortunata a conoscermi.”
Così Mary passò i seguenti venti minuti ad ascoltare le epica gesta di un cavaliere errante, di una guerra antica e di un amore inarrestabile. Retaf sapeva raccontare come nessun altro.
Le raccontò di come l'amata del cavaliere fosse stata rapita da una chimera, e portata nel mondo sotterraneo. Le raccontò di come il cavaliere avesse un occhio solo, avendo perso l'altro durante la guerra dei serpenti. Le disse di come il mondo del cavaliere fosse avvolto dalle tenebre, e di come queste tenebre sarebbero potute essere allontanate solo uccidendo la chimera.
Poi, proprio quando Retaf stava iniziando a raccontarle la storia di come il cavaliere aveva forgiato la sua spada magica, si udì un suono. Era basso e sgradevole. Entrambi lo riconobbero subito, tristemente. Mary si immaginava sempre grosse nubi nere che coprivano il sole, quando lo sentiva. Era come un'orribile temporale, che veniva alla fine fine di ogni ora magica.
“E' lui.” Disse Retaf. “L'orco. E' tornato.”
Mary guardò il suo orologio. Erano le due del pomeriggio, quasi in punto. Sperava sempre che facesse tardi, ma succedeva raramente.
Il suono calò e si interruppe. L'orco aveva finito di parcheggiare. Mary iniziò a piangere.
“Retaf, non posso restare qui con te? Solo per questa volta?”
Retaf la abbracciò, piangendo anche lui. Le lacrime dei draghi erano dorate, luminose e assolutamente bellissime.
“Oh, piccola mia. Quanto lo vorrei. Mi dispiace. Vorrei poterti proteggere sempre, non solo durante l'ora magica.”
Dal piano di sotto provenne il suono della porta che si apriva.
“Mary!” Urlò una voce sgradevole e biascicante. “Sono tornato!”
Mary singhiozzò. Era ubriaco anche quella volta. Non sapeva come a facesse a bere così tanto, tra quando smetteva di lavorare e quando tornava a casa, ma ci riusciva quasi ogni giorno.
Comunque, Mary non rispose al saluto di suo padre. Lentamente, smise di stringere il pupazzo di pezza a forma di drago e uscì dalla sua scatola. Era una semplice scatola di cartone, che lei aveva colorato di verde con i pastelli.
Silenziosamente, mise la scatola e il drago nell'armadio.
“Mary! Ci sei? Sarà meglio che tu non stia giocando in quella cazzo di scatola! Sei grande per queste cose! E guai a te se ti sei portata i pasticcini in camera!”
Cominciarono a udirsi i passi pesanti del padre, mentre saliva su per le scale. Come sempre, Mary avrebbe voluto nascondersi, ma come sempre non c'era posto dove nascondersi.
La bambina si sedette sul letto, tremante, e sperò che quel giorno non le avrebbe fatto troppo male. Voleva rivedere Retaf. Voleva sentire come finiva la storia del cavaliere.
La porta della sua stanza si aprì, ed entrò suo padre. Puzzava di alcol e sudore, e aveva la barba incolta.
“Eccoti qui, piccola stronza.” Le disse. “Perché non mi hai risposto?”
Mary non disse nulla. Non gli rispondeva più. Non faceva la minima differenza, e inoltre non gli voleva dare la soddisfazione.
Mary chiuse gli occhi. L'ora magica era finita.

FINE


lunedì 23 marzo 2020

Batman: Caduta Libera - Capitolo 4




CAPITOLO 4

UN AGO IN UN PAGLIAIO


“Sempre accogliente.” Disse Selina, scendendo dalla moto e ammirando la caverna.
Batman scese a sua volta, senza risponderle, e si diresse immediatamente verso il computer, facendole cenno di seguirlo.
Nonostante il tono fosse stato decisamente ironico, in realtà Selina trovava davvero rassicurante la caverna. Beh, quantomeno in parte. Era in effetti molto simile alla mente del suo proprietario: piena di angoli bui, piena di sorprese, ma anche piena di soluzioni e risorse. Faceva sentire al sicuro, in effetti.
Come Batman, però, la caverna le piaceva di più a piccole dosi.
“Ho bisogno di sapere dove si trova Pierce, Selina.” Disse Batman, sedendosi sull'enorme poltrona posta davanti agli schermi.
“Rispetta i patti, ragazzone.” Disse Selina, affiancando il detective. “Prima, voglio sapere come lo troverai. E sarebbe carino anche avere una sedia, magari.”
Prima che Batman potesse risponderle, ci fu un educato colpo di tosse alle loro spalle. Entrambi si voltarono, vagamente sorpresi. Comparve Alfred Pennyworth, trasportando una comoda sedia da ufficio in pelle, dotata di rotelle.
“Ecco a lei, miss Kyle. E' un piace rivederla.”
Catwoman gli sorrise.
“Ciao, Alfred. Sei sempre molto affascinante. E più efficiente che mai, vedo.”
“E' il mio lavoro, signorina.” Disse Alfred.
“Secondo me, il capo dovrebbe darti un aumento.” Disse Selina, portando la sedia accanto a quella di Bruce e sedendosi comodamente, con le gambe accavallate.
“Non ne vedrei il vantaggio, signorina.” Disse Alfred, allontanandosi nuovamente. “Non vedo come potrei spenderli, stando sempre qui sotto.”
Batman si voltò lentamente, con l'espressione irritata. Selina rise piano, coprendosi la bocca e osservando l'interazione tra i due vecchi amici.
“Porto subito del tè.” Disse il maggiordomo, entrando nell'ascensore che portava alla villa.
“Grazie, Alfred.” Disse Batman, voltandosi nuovamente verso il computer.
Le porte dell'ascensore erano rapide e silenziose, ma Selina avrebbe giurato che l'uomo anziano le aveva fatto l'occhiolino, prima che si richiudessero.

Selina stava finendo il suo tè, e osservando il volto rigido di Batman con i suoi grandi occhi chiari.
Il cavaliere oscuro guardava uno dei numerosi schermi posti davanti a lui, sul quale era visibile una mappa di Gotham. Ai lati dello schermo scorrevano fila e fila di nomi, coordinate e valori numerici che Selina non riconosceva.
“Molto buono, grazie.” Disse Selina, porgendo educatamente a Alfred la tazza vuota.
“Si figuri.” Alfred prese la tazza e la posò su un vassoio argentato. “Suppongo che padron Bruce non le abbia ancora rivelato come intende trovare il signor Pierce, vero?”
“In effetti no. Ma sono sicura che lo farà da un momento all'altro, vero Bruce?”
Batman si girò a guardarla. Aveva l'aria irritata, ma Selina ormai credeva che fosse la sua espressione di default. Sotto sotto, era convinta che il suo stuzzicare piacesse a lui quanto piaceva a lei.
Dopo qualche istante in cui i due si osservarono attentamente, Batman iniziò a parlare.
“Ti sono riconoscente per il tuo aiuto, Selina. Mi hai aiutato a prendere Ragdoll, questo lo apprezzo. E il tuo aiuto potrebbe rendere molto più rapida la cattura di Pierce. Ma quello che ti dirò ora deve rimanere assolutamente tra di noi, ci siamo capiti?”
“Non ne parleremo neanche con Gordon?”
“Jim non sa e non vuole sapere. Si fida di me. E ora io mi sto fidando di te. Ma devi promettermi che non ne parlerai a nessuno. Questo segreto mi dà un vantaggio strategico con un potenziale enorme, e nessuno dei miei nemici deve venirne a conoscenza. Neanche per sbaglio. ”
Selina capì che la questione era seria. Qualunque fosse il metodo che Batman intendeva usare, era qualcosa di grosso. Tradire il suo segreto non sarebbe stata solo una carognata: avrebbe potuto voler dire la fine della loro alleanza. E forse di qualcosa di più.
“Te lo prometto, Bruce. Rimarrà tra noi.”
Batman studiò il suo viso per quasi venti secondi, poi infine annuì.
“D'accordo.” Batman premette un comando sulla tastiera.
Su uno degli schermi lampeggiò la scritta PROTOCOLLO ARGO, in rosso. Selina sentì un suono alle sue spalle e si girò. Dai meandri della caverna, stava arrivando qualcosa. Il rumore faceva pensare a uno sciame di api, ma non era particolarmente forte. Probabilmente un orecchio meno allenato del suo nemmeno l'avrebbe sentito.
“Ma cosa-”
Poi, li vide affiorare dal buio. Droni, uno stormo di droni silenziosi. Ne contò venticinque. Erano grandi più o meno quanto uno skateboard e avevano la forma stilizzata di un pipistrello. Avevano un'elica su ogni ala e galleggiavano a mezz'aria, straordinariamente silenziosi e discreti.
“Accidenti...” Disse Selina, impressionata.
“Ecco come troveremo Pierce, Selina.” Disse Batman. “La foto di Pierce è nella memoria del batcomputer.”
Batman indicò un degli schermi, dal quale ora Pierce sorrideva sgradevolmente.
“Al quale tutti i droni sono collegati. I droni andranno in giro per i cieli della città, alla ricerca dei suo tratti fisionomici. Spiando anche nelle finestre degli edifici, se necessario. Quando lo riconosceranno, ce lo comunicheranno. E noi andremo a prenderlo.”
Selina era perplessa. Non sembrava il genere di cosa che piaceva a Batman. Nonostante i suoi modi estremi e fondamentalmente fuorilegge, spiare centinaia o migliaia di cittadini non era da lui.
“Mi stupisci, Bruce. Spiare i tuoi amati cittadini, anche se per trovare un criminale, non è un po' eccessivo? Anche per te?”
Batman scosse la testa, ma fu Alfred a risponderle.
“Noi non vedremo nulla di ciò che i droni osserveranno, miss Kyle. Se non Pierce in persona. Il contatto con il computer si attiva solo nel momento in cui riconoscono il suo viso. Altrimenti, la registrazione non viene attivata. La privacy di Gotham è al sicuro.”
Selina sorrise.
“Bella idea. Rispettosa.”
“E' un design di Lucius.” Disse Batman. “Ha fatto un ottimo lavoro.”
“E io ti servo per restringere il campo delle ricerche, vero? Ispezionare un quinto della città è fattibile, ma altrimenti sarebbe quasi impossibile.”
Batman annuì.
“Non sarebbe impossibile trovare Pierce ispezionando l'intera città, ma sarebbe come cercare un ago in un pagliaio. Potrebbero volerci mesi, specie se rimane nascosto al chiuso. E anche con un quinto della città, non sarebbe facile. Se tu sai in che zona si trova, se puoi restringere la ricerca a un paio di quartieri, i droni ci metteranno molto di meno. Forse anche solo delle ore.”
Batman si tolse la maschera e la appoggiò accanto alla tastiera. Selina vide che aveva grosse occhiaie e delle rughe intorno agli occhi che non gli aveva mai visto. Sospettava che gli fossero venute solo nell'ultima settimana.
“Ora sai qual è il mio metodo.” Disse Bruce. “Dimmi dove si trova quel bastardo e facciamola finita.”
Lei gli sorrise. Bruce non imprecava spesso, e le faceva sempre un certo effetto.
“Con piacere.” Disse la ladra, alzandosi in piedi e dirigendosi verso la mappa. Toccò delicatamente lo schermo con un dito, indicando la zona del West Village.
“Qui. Manda i tuoi amichetti volanti qui.”
Batman osservò lo schermo. Il West Village era composto da circa sedici isolati. Con un po' di fortuna, sarebbero potuti andarlo a prendere entro la giornata. E forse, finalmente, avrebbero trovato anche la mente dietro a tutte quelle morti.
“Grazie, Selina.”
Bruce digitò sulla tastiera. La mappa fece zoom sulla sezione del West Village. Poi, Selina vide che una lucina rossa si era accesa su ogni drone. All'unisono, i congegni volanti partirono, tornando nel buio della caverna e, evidentemente, raggiungendo una qualche uscita nascosta.
“Ora, aspettiamo.” Disse Bruce, sedendosi a guardare gli schermi.
“Toglimi una curiosità.” Disse Selina, sedendosi anche lei e togliendosi il cappuccio e gli occhialetti. “Quanto costano, quei giocattolini?”
Bruce non le rispose. Selina si voltò verso Alfred, che stava portando via il vassoio con il tè, per tornare di sopra. Il maggiordomo sollevò un sopracciglio.
“Se non erro, il progetto è costato circa il doppio dell'ultima batmobile. Mille dollari più, mille dollari meno.”
Selina non sapeva cosa rispondere, quindi non disse niente.
Alfred tornò di sopra, lasciando i due alleati in silenzio, a osservare gli schermi del computer.

“Beh, tutto questo è molto divertente.” Disse Selina un'ora dopo, alzandosi in piedi e stiracchiandosi la schiena. “Ma credo che mi farò un giro per la tua bella caverna, mentre aspettiamo.”
Bruce fissava ancora lo schermo, in attesa di una notifica. Selina aveva cercato di iniziare una conversazione, ma lui aveva attenzione solo per la ricerca dei droni e aveva risposto a monosillabi per tutto il tempo. Ora la guardò, con sguardo serio.
“Preferirei che tu rimanessi qui, Selina.”
“Hai paura che rubi qualcosa?” Disse lei, con un sorriso malizioso.
“Ho i migliori sistemi di allarme della città.”
“E' una sfida?”
Si fissarono per un lungo momento, poi Bruce attivò il comunicatore.
“Alfred? Potresti far fare un tour della caverna a Selina?”
“Arrivo subito, sir.”
“Grazie.”
Selina gli sorrise.
“Se hai i migliori sistemi di allarme della città, perché chiamare Alfred?”
“Alfred è il mio miglior sistema di allarme.”
“Ah, touché.”
L'ascensore era già arrivato al piano. Alfred venne incontro a Selina.
“Prego, miss Kyle.” Le disse, con un gesto cortese del braccio.
“Grazie.” Disse la ladra. “A dopo, Bruce. Divertiti a fissare lo schermo.”
Bruce non le rispose, ma Selina avrebbe giurato che un sorriso quasi impercettibile gli aveva attraversato le labbra. Solo per un secondo.

Sebbene la stesse scortando per la caverna, Alfred non diede spiegazioni delle cose che conteneva, lasciando che Selina si facesse le sue idee e guardasse tutto con i propri tempi. Lei gliene fu grata.
Era un luogo decisamente straordinario. Non era la prima volta che ci veniva, ovviamente, ma una sguardo così approfondito era inusuale per lei. Inoltre, Batman aggiungeva roba nuova di continuo.
Per prima cosa, Selina guardò i trofei legati ai nemici del cavaliere oscuro: la carta da gioco del Joker, il cappuccio rosso da lui indossato la notte in cui era precipitato nell'acido, il penny gigante di Due Facce, una delle marionette del Ventriloquo, un ombrello del Pinguino, un cappello del Cappellaio Matto, una maschera bianca di ceramica appartenente alla Corte dei Gufi, una spada di Deathstroke e tante altre cose. Quanti nemici che si era fatto, negli anni. Sorridendo, Selina riconobbe anche un paio di occhialetti che erano appartenuti a lei, con le lenti rosse ormai crepate e inutili.
Poi, la ladra si diresse verso la parte della caverna che conteneva i veicoli. Come sempre, l'enorme mole le fece provare un misto di ammirazione e ilarità. C'erano fila e fila di macchine, moto e, al centro di una gigantesca piattaforma, anche un aereo. Intorno a questi, c'erano vari tavoli ricoperti di attrezzi, componenti e teli.
Da qui, Selina si diresse verso l'armeria. Ammirò le rastrelliere piene di batarang, bombe fumogene, arpioni e dispositivi elettronici. C'erano anche delle armi bianche classiche, come spade e asce.
Osservate quelle, andrò verso l'angolo che ospitava i costumi e le armature. Ce n'erano decine. Negli anni, Batman aveva cambiato molti costumi, cercando di trovare design sempre più pratici ed efficaci. Con un sorriso, Selina riconobbe il costume indossato da Bruce la prima volta che loro due si erano incontrati. Era ormai in pessime condizioni, logoro e scolorito. E quei calzoncini neri! Quasi se n'era dimenticata! Un po' le mancavano (Bruce era probabilmente l'unico uomo al mondo al quale stessero bene), ma capiva perché se ne fosse liberato.
Alcuni costumi non se li ricordava neanche, ma uno in particolare colpì la sua attenzione: il simbolo sul petto era diverso da quello attuale, più aggressivo. Le nocche bronzee dei guanti erano pesanti e usurate. E l'intero costume era ricoperto di graffi e fori da proiettile. Era decisamente il più malconcio, tra i vari.
“Non mi ricordo questo costume.” Disse Selina, guardando Alfred. “Quando l'ha indossato?”
Alfred seguì il suo sguardo.
“Ah. Sì...” Alfred si rabbuiò. “No, naturalmente lei non glielo avrà mai visto addosso. Pochi glielo hanno visto. Questo è il costume che il signorino Bruce si costruì dopo la morte del signorino Todd.”
Selina inarcò le sopracciglia. Poi, guardò in alto, verso una piattaforma che conosceva bene. La piattaforma era isolata dal resto della caverna. Ci si arrivava con delle lunghe scale ripide, ma sapeva che Batman vi si recava regolarmente. Sulla piattaforma, c'era una teca contenente il costume di Jason Todd, il secondo Robin.
La ladra si girò nuovamente verso Alfred.
“Vuoi dire il costume che indossava quando ha rotto le ossa di Joker?”
Alfred annuì, tristemente.
“Temevo che quella notte avrebbe fatto qualcosa di cui si sarebbe pentito per sempre, glielo confesso. In quel periodo, Bruce non vide nessuno. A malapena rivolse la parola a me. Non fece altro che setacciare la città, alla ricerca di Joker. Spezzò molte ossa, per trovarlo.”
“E alla fine lo ha preso.”
Alfred annuì.
“Sì. Ma, per fortuna, non cedette alla rabbia. Non troppo, almeno.”
“Dicono che Joker ci mise sei mesi, a riprendersi.”
Alfred annuì nuovamente, questa volta con aria palesemente soddisfatta.
“Esatto. E ho notato con piacere che ora zoppica leggermente. Lo nasconde, ma credo proprio che camminare gli faccia male. Bene. E' fortunato che il signorino Bruce sia così forte di carattere, poteva ucciderlo in cento modi diversi.”
“Posso chiederti una cosa, Alfred?”
“Mi dica, miss.”
“Tu condividi la sua regola? Anche tu credi che sia sbagliato uccidere? Persino uno come Joker?”
Alfred riflette' un momento.
“Credo che il signorino Bruce abbia ragione: tutti, specie qualcuno con le sue risorse e le sue abilità, devono evitare la tentazione di quel abisso omicida. Se si fa un'eccezione, c'è l'enorme rischio che se ne faccia un'altra. E un'altra. E un'altra. Uccidere diventerebbe facile, una soluzione conveniente riservata a ogni problema, a ogni criminale. Grande e piccolo. E' una risposta semplice al problema del male nel mondo, e quelle raramente sono le risposte giuste. Un giorno, Bruce si sveglierebbe e si renderebbe conto di essere diventato ciò che ha sempre odiato: un prepotente armato. Qualcuno che si arroga il diritto di decidere il destino degli altri, solo perché può. Sarebbe uguale al bastardo che ha ucciso i suoi genitori. E questo è per lui inaccettabile. E anche per me.”
Ci furono un paio di minuti di silenzio, mentre i due guardavano i costumi di Batman.
“Quindi, anche tu avresti risparmiato la vita a Joker?” Chiese infine Selina.
Alfred ci pensò solo per un istante, prima di rispondere.
“No. Io gli avrei sparato in faccia. Due volte.”
Selina sgranò gli occhi, ma Alfred si era già girato, dirigendosi verso un'altra zona della caverna.

Stavano per tornare da Bruce, quando Selina notò un angolo un po' più nascosto. Notò che Alfred era un po' a disagio, quando la vide andare in quella direzione, ma il maggiordomo non disse nulla.
Su quella parete, c'era appeso un quadro. Raffigurava una famiglia felice. Padre, madre e figlio. Decisamente eleganti e facoltosi.
Selina studiò i lineamenti duri di Thomas Wayne, così simili a quelli del figlio, e gli occhi intelligenti di Martha Wayne, anch'essi molto simili a quelli di Bruce. Entrambi erano però molto più di felici di quanto Selina avesse mai visto loro figlio. E il bambino di dieci anni immortalato sulla tela era essenzialmente un'altra persona. Quella pura e semplice gioia sul suo volto era completamente aliena all'uomo taciturno che ora sedeva davanti al computer, in determinata attesa di risposte. Il giovane Bruce Wayne teneva in mano un pupazzo con le fattezze di un eroe mascherato vestito di grigio, un personaggio televisivo di cui la ladra aveva dimenticato il nome.
Abbassando lo sguardo, Selina notò delle teche. La prima conteneva una pistola e dei bossoli. La seconda dei biglietti del cinema. La terza, una collana di perle. In una teca poco distante, c'era una lettera firmata dal padre di Bruce. Infine, nell'anfratto più buio di quel lato della caverna, c'era un ultimo contenitore di vetro, con al suo interno un medaglione d'oro. Il medaglione era molto semplice e sobrio, con sopra un cuore. Selina si chiese se fosse appartenuto anche quello a Martha Wayne, ma il suo intuito le disse che era qualcosa di diverso.
La ladra si voltò e vide lo sguardo triste di Alfred, che osservava quei cimeli con volto solenne. Sorridendo, Selina gli toccò la spalla e i due tornarono da Bruce.

“Ancora niente?” Gli chiese, sedendosi accanto a lui.
Bruce scosse la testa.
“Niente. Potrebbero volerci ancora molte ore. Pierce non è uno stupido. E' probabilmente barricato da qualche parte, lontano dalle finestre.”
“E intendi passare tutto il tempo qui davanti allo schermo?”
Bruce si girò a guardarla.
“Cos'altro proponi?”
Selina aveva qualche idea, ma conosceva troppo bene Bruce per dirgliele in quel momento. Era totalmente in modalità “vigilante serio e inarrestabile”, quindi totalmente incapace di prendere in considerazione qualcosa di divertente o romantico. Anche più del solito.
“Che ne dici di allenarci un po?” Gli propose invece. “O tutta quell'attrezzatura è solo una scelta di arredamento?”
Bruce studiò il suo viso, poi sorrise brevemente.
“D'accordo. Armi o corpo a corpo?”
Selina gli sorrise.
“Conosci già la risposta.”

Stavano combattendo da circa un'ora, quando lo schermo del computer si illuminò di rosso e si udì una voce elettronica echeggiare per la caverna.
“RISCONTRO! RISCONTRO! RISCONTRO!”
Bruce e Selina smisero immediatamente l'allenamento e corsero nella direzione degli schermi. Uno dei droni aveva inviato un'immagine dalla zona del West Village. C'era un uomo che fumava una sigaretta, affacciato da una finestra. Aveva una grossa barba incolta ed era completamente calvo.
“Ma non è lui!” Disse Selina, visibilmente delusa. “I tuoi giocattoli hanno fatto cilecca!”
Bruce scosse la testa.
“Guarda meglio.”
Il detective digitò sulla tastiera. L'immagine si ingrandì, mostrando ciò che c'era alle spalle dell'uomo barbuto, appena visibile sotto la sua ascella. Pierce sedeva su una poltrona, leggendo un libro e bevendo un bicchiere di vino.
“Che mi venisse...” Disse Selina, sorridendo impressionata. “Lucius non fa le cose a caso, eh?”
“Mai.” Confermò Bruce, raccogliendo la maschera e indossandola. “Le coordinate sono state inviate alla batmobile. Andiamo.”
Selina annuì e indossò il proprio cappuccio e gli occhialetti.
“Sì. Facciamola finita.”
“Se mi è permesso.” Disse Alfred, alle loro spalle. “Dovreste mangiare qualcosa, prima di andare. Non credete?”
Il maggiordomo aveva un vassoio, con sopra dei panini e del succo di frutta.
“Ma li tiene nascosti per tutta la caverna?” Chiese Catwoman, divertita. “O ha gli stessi poteri di Flash?”
“Non c'è tempo, Alfred.” Disse Batman. “Dobbiamo-”
“Mangi, signore. Dia a Pierce la soddisfazione di essere picchiato da un Batman in piena forma.”
Il cavaliere oscuro fissò il proprio maggiordomo con aria impaziente, ma la ladra stava già prendendo un panino e un bicchiere.
“Ha ragione, ragazzone. Ci siamo allenati finora. Sarebbe una mossa stupida andare lì senza qualcosa in corpo.”
Batman guardò prima lei, poi Alfred. Infine, senza dire nulla, prese un panino. Mangiò come se fosse un inutile e sgradevole spreco di tempo, da togliersi il più in fretta possibile. Nonostante ciò, Alfred sorrise soddisfatto.
In meno di cinque minuti, il vassoio fu svuotato e i due eroi mascherati si diressero, correndo, verso la batmobile.
“Buona fortuna.” Disse Alfred. “Siate prudenti.”
Ma la macchina era già partita, rombando, e nessuno dei due lo sentì.

Parcheggiarono in un vicolo buio e proseguirono sui tetti, cercando di rimanere nelle ombre delle antenne e dei comignoli.
A nessuno dei due piaceva muoversi di giorno, ma non potevano evitarlo. Bisognava farla finita il prima possibile, era andata avanti anche troppo a lungo.
Dopo un paio di minuti di corsa sui cornicioni, arrivarono alla loro meta. Questa volta non si trattava di un palazzo particolarmente alto, ma di un vecchio magazzino in disuso.
“Sette uomini.” Disse Batman, guardando il display sul proprio avambraccio, che mostrava una mappatura infrarossi dell'interno.
“Come fai a aver quelle immagini?” Chiese Catwoman.
Batman le indicò due punti nel cielo, a circa sei metri dal tetto. C'erano due droni, puntati verso l'edificio.
“Fico.” Rispose la ladra, guardando il display. “Allora, come ci muoviamo?”
Batman riflette' un attimo.
“Sono tutti accalcati nell'angolo nord-ovest dell'edificio. Insieme, possiamo stenderli in pochi secondi. Io entrerò dalla finestra dritta davanti a loro, attirando la loro attenzione. Passati un paio di secondi, tu sfonderai il lucernario e gli atterrerai dritta sulla testa. Metà degli scagnozzi a me, l'altra a te. D'accordo?”
Catwoman annuì, soddisfatta del piano d'azione.
“Perfetto. Facciamogli il culo.”

“Allora, qualche notizia dal nostro misterioso amico?” Chiese Pierce, accendendosi un sigaro.
“Ancora niente, capo.”
“Dannazione! Speriamo che non sappia di Buchinski e del pipistrello! Non voglio perdere un cliente così grosso.”
“Sì, capo.” Disse la guardia, con tono ebete.
Pierce trattenne a stento la voglia di dargli una sberla. Odiava la puzza di chiuso in quella topaia. Odiava doversi nascondere. E odiava quegli idioti che lo circondavano. Erano i suoi uomini peggiori, ma erano anche gli unici che gli fossero rimasti, per il momento. Gli unici che gli avesse lasciato il pipistrello.
Quantomeno, aveva il suo asso nella manica, lì. Se lo avesse avuto la notte prima, le cose sarebbero andate ben diversamente.
Che Batman venisse pure. Questa volta era pronto. Questa volta, gliel'avrebbe fatta pag-
La finestra davanti a loro si infranse in mille pezzi. Il suono fu tremendo, in quel magazzino enorme e vuoto.
“Cristo!” Urlò Pierce, con voce nasale e terrorizzata.
Tre dei suoi uomini fecero per puntare i loro fucili verso Batman, ma vennero disarmati bruscamente da tre batarang. Prima che le altre tre guardie potessero dare man forte, il lucernario sopra le loro teste fu sfondato a sua volta e Catwoman atterrò in mezzo a loro, stordendone due con gli stivali e abbattendo il terzo con un poderoso cazzotto sul naso.
Batman planò verso i tre uomini disarmati e ne colpì uno alla testa con un calcio. Atterrare gli altri due fu questione di un attimo. Un braccio rotto e un setto nasale fratturato, e il magazzino tornò silenzioso.
Pierce era rannicchiato a terra, sconvolto dalla rapidità con cui era avvenuto il tutto. Aveva fatto giusto in tempo ad estrarre il telecomando, mentre i due pazzi mascherati annichilivano i suoi uomini.
Lo alzò sopra la testa, in modo tale che potessero vederlo bene. Il telecomando aveva due pulsanti e una manopola.
“Non fate una mossa! Non mi toccate!”
Batman e Catwoman abbandonarono le loro posizioni difensive e raddrizzarono la schiena, osservando il congegno tra le mani del trafficante.
“Che cos'hai di bello, lì?” Chiese la ladra, sprezzante. “Una bomba? Vuoi farci credere che sei pronto a morire, pur di ucciderci?”
“Mettilo giù, Pierce.” Disse il detective, con voce dura. “Arrenditi ora e non ti faremo del male. Ormai è finita.”
Pierce prese una decisione. Nessuno gli dava ordini. Nessuno.
“Crepate, bastardi.”
Poi, premette il primo pulsante.

Non ci furono esplosioni. Non sembrò accadere nulla. Poi, appena percettibile, si udì il rumore di qualcosa di meccanico.
Batman e Catwoman si voltarono e videro che si stava aprendo una botola al centro del magazzino. Una pedana stava uscendo dal sottosuolo e su di essa c'era un uomo con una lunga barba e capelli incolti. Era vestito di stracci, magro come un chiodo e sembrava privo di sensi. Al collo aveva uno strano collare, dall'aria estremamente resistente.
“Ma chi-” Disse Catwoman, prima di essere interrotta dalle risate di Pierce.
“Oh, adesso sì che ci divertiamo, dannati rompiscatole.” Disse il trafficante di armi. “E tu! Tu, svegliati! Andiamo!”
Lentamente, l'uomo barbuto si alzò, guardandosi intorno.
“Ma cosa succede? Io...” L'uomo vide Batman. “Tu! Sei tu! Grazie a Dio! Ti prego, aiutami!”
Batman sgranò gli occhi. Aveva finalmente riconosciuto l'uomo.
“Kirk? Kirk Langstrom?”
Catwoman si voltò verso il cavaliere oscuro, improvvisamente agitata.
“Langstrom? Vuoi dire-”
“Man-Bat.” Confermò Batman.
“Oh, cavolo.”

Kirk Langstrom era stato uno scienziato brillante, un uomo buono e mite, mosso da nobili principi.
Nel tentativo di curare la sordità, aveva condotto numerosi test sul DNA umano e quello dei pipistrelli, con effetti disastrosi. Si era trasformato in un'orribile creatura dalle fattezze di un pipistrello gigante, ribattezzata Man-Bat dai giornali.
Per colpa di questo incidente, Kirk aveva accidentalmente ucciso sua moglie Francine e seminato il terrore a Gotham. Batman era stato inizialmente incolpato per le azioni della creatura, prima che i giornalisti riprendessero l'epico scontro che i due avevano avuti tra i tetti di Gotham, scagionandolo definitivamente.
Il cavaliere oscuro era riuscito a trovare una cura, ma purtroppo il suo effetto non si era rivelato permanente. La creatura rimaneva latente, dentro di lui. Quando era sotto grandi quantità di stress, poteva accadere che Kirk si trasformasse nuovamente. E ogni volta che accadeva, i risultati erano disastrosi. C'erano stati moltissimi danni e più di un morto, come conseguenza delle sue mutazioni.
Solitamente, sebbene fosse stato giudicato non responsabile per le azioni di Man-Bat, il dottore rimaneva a Blackgate, in una cella di altissima sicurezza. A lui andava bene così, non voleva mettere in pericolo nessun altro e aveva completamente perso la voglia di vivere, dopo la morte di Francine.
Sfortunatamente, dopo un anno senza sintomi o trasformazioni, Blackgate aveva però deciso che quella cella gli serviva per detenuti più pericolosi. Contro la volontà di Kirk, Batman e Jim Gordon, lo scienziato era stato rilasciato ed era stato costretto a stabilirsi in una casa del West Village.
Batman lo aveva rassicurato, promettendogli che l'avrebbe tenuto d'occhio. E così aveva fatto, finché Langstrom non era misteriosamente scomparso, ormai due anni prima. Batman aveva sospettato che lo scienziato si fosse tolto la vita, o che qualche parente delle sue vittime lo avesse trovato.
Ora sapeva cosa fosse successo davvero: Pierce lo aveva rapito. E, a giudicare dal collare, tenuto come schiavo.
“La pagherai anche per questo, Pierce. “Disse il cavaliere oscuro. “Credimi.”
“Oh, che paura.” Lo sbeffeggiò il trafficante. “Vi consiglio di stare lontani e non fare scherzi. Mi basta sfiorare il telecomando, e il buon dottore morirà. Quel collare non è una scelta stilistica.”
“Perché lui? Come lo hai trovato?” Chiese Catwoman.
Pierce sogghignò, compiaciuto.
“Il poveraccio stava venendo perseguitato da alcuni parenti delle sue vittime. Compresi i genitori della sua amata Josephine.”
“Francine...” Mormorò Langstrom, piagnucolando. Sembrava a malapena cosciente. Chissà da quanto non mangiava, si chiese Batman con rabbia.
“Pardon. “ Disse Pierce, con indifferenza. “Comunque, il povero Kirk è venuto da me per acquistare un'arma. Voleva difendersi, capite? E non poteva certo andare in un negozio d'armi, non con i suoi precedenti.”
Pierce carezzò il telecomando.
“Il buon dottore non aveva abbastanza soldi per pagarmi. Gli dissi che non potevo vendergli nulla, e che se non trovava i soldi sarebbe finita male per lui. Questo lo stressò molto...”
Ora il sorriso di Pierce era diventato assolutamente rivoltante.
“E io ebbi modo di vedere cosa fa lo stress al Dottor Langstrom.”
Batman lo fissò, con disprezzo.
“Come hai fatto a sopravvivere?”
“Oh, Langtrom è un uomo buono, Batman. Non vuole fare male a nessuno. Non è colpa sua. Si è trattenuto, reprimendo la trasformazione. Gli è uscito qualche pelo e gli si sono allungati i canini, ma è finita lì. Sai, è diventato molto bravo a trattenersi. Credo che abbia imparato a meditare, o qualcosa del genere. Ammirevole, no?”
Ora Pierce sollevò il telecomando.
“Ma io avevo visto il potenziale che c'era in lui, così decisi di fare qualche esperimento. Volevo vedere come potevo tirare fuori il mostro di nuovo, e usarlo per dare una lezione a chi mi infastidiva.”
“Sei un pazzo bastardo.” Disse Catwoman. “Langstrom stava cercando di vivere una vita normale. Ce la stava facendo!”
Pierce la guardò con sdegno.
“Sì, sì. Molto commovente. Comunque, lo stordii e lo incatenai nel magazzino. Poi, io e i miei ragazzi abbiamo passato qualche giorno a condurre esperimenti su di lui. E' scienza anche questo, no?”
Batman strinse i pugni, ma non rispose. Aveva occhi solo per il telecomando.
“Finalmente, dopo una settimana, abbiamo scoperto come fare. Il poverino ci ha pregati di smetterla, ha fatto tanti respiri profondi e ha tenuto a bada il mostro quanto possibile. Lo ammiro, davvero. Ma, alla fine, abbiamo scoperto che c'è una cosa che non può contrastare. Qualcosa che lo trasforma ogni volta, garantito.”
Ora Pierce mise una mano sulla manopola del telecomando e la ruotò.
Dietro di loro, Kirk urlò orribilmente. Si sentiva il suono sfrigolante dell'elettricità e l'odore di carne bruciata.
“Vedete, vi ho detto una piccola bugia. Questo telecomando non può ucciderlo. Ma può uccidere voi. Perché l'elettricità lo fa trasformare ogni volta. E' più forte di lui.”
Langstrom iniziò a mutare. La sue pelle si ricoprì di peli marroni. Gli occhi divennero gialli e enormi. Le braccia si allungarono e si formarono delle membrana tra le dita, ormai lunghissime. I capelli e la barba si fusero con il nuovo pelo. Le orecchie crebbero.
In pochi attimi, Batman e Catwoman si trovarono davanti Man-Bat, una visione da incubo alta almeno quattro metri.
“Divertitevi. “ Disse Pierce, compiaciuto. “La trasformazione dura almeno un'ora, dopo una scossa così forte. E sapete il bello? Non mi attaccherà mai e non uscirà dal magazzino. L'ho addestrato bene a temermi, grazie al telecomando. E' come un meraviglioso cane da guardia.”
Man-Bat si alzò in volo, volteggiando per il magazzino. Stava girando in cerchio, e Batman vedeva bene che presto sarebbe sceso in picchiata per colpire lui e Selina. Si voltò verso la ladra, ma fu stupito nel constatare che lei neanche guardava il pipistrello. Si era girata verso Pierce.
“Le consiglio di tenere gli occhi davanti a lei, miss. “Disse lui, con aria boriosa. “Non è di me che deve aver paura, adesso.”
Selina prese fuori la frusta con tale rapidità che persino Batman ebbe difficoltà a percepire il movimento. In un attimo, le gambe di Pierce furono avvolte dalla fune e il trafficante cadde a terra.
“Non vi servirà a nulla!” Disse Pierce. “Ormai è trasformato, può passare solo col tempo! Il telecomando non vi salverà!”
Selina gli mise un piede sul torace.
“Oh, ci credo. Ma stavolta tu non vai da nessuna parte.”
“No! Attaccali! Attaccali!”
Man-Bat scese verso di loro, ma non prima che Selina mettesse il proprio stivale sul ginocchio di Pierce e spingesse violentemente verso il basso. L'uomo urlò di dolore, poi svenne.
Batman le fece un cenno di approvazione, poi entrambi assunsero rapidamente delle posizioni difensive, preparandosi ad affrontare la creatura alata che veniva, sbavando e urlando, verso di loro.

Nonostante fossero pronti, l'impatto fu comunque terrificante. Entrambi vennero scagliati a metri di distanza, finendo riversi sulla schiena. Man-Bat tornò in aria, riprendendo a volare in circolo. Come uno squalo, gli girava intorno aspettando il momento adatto per attaccare nuovamente.
Batman si rialzò con un grugnito. Si girò, preoccupato, verso Catwoman ma la ladra si era già rialzata e osservava la creatura volante, con aria concentrata. Sembrava un gatto che osserva una farfalla, aspettando il momento adatto per colpire.
Batman fece un rapido inventario mentale dei gadget contenuti nella cintura, ed ebbe un'idea.
“Catwoman.”
Lei lo guardò.
“Ho un'idea, ma per funzionare dobbiamo essere perfettamente sincronizzati. D'accordo?”
Lei annuì. Lui sollevo un dispositivo preso da una delle sue tasche.
“Quando verrà verso di me, attiverò questo. E' un dispositivo ad ultrasuoni. Dovrebbe disorientarlo. Non appena toccherà il suolo, voglio che tiri le tue bolas sulle sue gambe. Io mi occuperò delle ali. Forse possiamo immobilizzarlo. A quel punto, potremo stordirlo.”
“D'accordo.”
Batman lanciò un batarang nella direzione della creatura, mancandola volutamente.
“Qui. Vieni qui, avanti!”
Man-Bat calò in picchiata, venendo verso di lui. Batman lo vide arrivare, ma aspettò fino all'ultimo momento per attivare gli ultrasuoni. I tempi dovevano essere perfetti. Proprio quando la creatura era a un metro di distanza da lui, attivò gli ultrasuoni e si tolse dalla sua traiettoria. Gli ultrasuoni erano terribili, insopportabili persino per lui e Catwoman. Urlando ferocemente, Man-Bat si mosse convulsamente in aria e finì per schiantarsi rovinosamente a terra.
“ORA!” Urlò Batman, prendendo fuori una fune e afferrando una delle ali, con l'intenzione di legargliele. Catwoman lanciò le sue bolas, riuscendo a fermare le gambe della creatura, poi corse ad aiutarlo con le ali.
Sembrava quasi fatta, quando udirono lo schiocco violento delle bolas che venivano spezzate. Poi, anche le ali si liberarono, spingendoli via. Era semplicemente troppo forte.
Con un verso stridulo, Man-Bat si allontanò, strisciando. Gli ultrasuoni sembravano averlo confuso a tal punto che non riusciva a riprendere il volo.
Batman e Catwoman si guardarono. Sapevano cosa andava fatto.
“Beh, meno male che ci siamo allenati con il corpo a corpo.” Disse lei.
“Non fargli troppo male. Non è colpa sua.”
“Lo so.”
Detto questo, i due compagni corsero verso il pipistrello, pronti a tutto.
Catwoman evitò agilmente un terribile fendente che avrebbe probabilmente potuto tagliare un cinghiale a metà, poi colpì la creatura al viso, cercando di stordirla. La creatura ringhiò e le diede un calcio.
Batman scivolò sotto le zampe di Man-Bat, finendogli alle spalle. Si infilò tra le ali e gli afferrò il collo con l'incavo del braccio, cercando di fargli perdere i sensi. La creatura urlò e prese il volo, portando Batman con se.
Volteggiarono per tutto il magazzino, mentre il pipistrello cercava di togliersi Batman di dosso, divincolandosi e cercando di farlo sbattere sulle travi del tetto. Il cavaliere oscurò non lasciò la presa, continuando ad aumentare gradualmente la pressione della sua morsa. Prima o poi, la creatura avrebbe perso i sensi. Era molto forte, ma lo era anche lui.
Finalmente, dopo un paio di minuti, Batman sentì che stava avendo effetto. Le ali iniziarono a battere più lentamente e i ringhi della creatura divennero più bassi, letargici.
“Sembra che stia funzionando!” Commentò Catwoman, da terra.
All'improvviso, Man-Bat diede un potente scrollone, riuescendo a disarcionare Batman. Il detective cadde a terra, con un grugnito di dolore.
La creatura iniziò a dirigersi, debolmente, verso la finestra che Batman aveva distrutto entrando. Sembrava intenzionato a fuggire, nonostante il crudele addestramento di Pierce. Fuori, le tipiche nuvole di Gotham avevano coperto il sole, rendendo la fuga possibile.
Catwoman prese la sua frusta e la avvolse intorno alla caviglia della creatura. Nonostante fosse rintontita e volasse in modo scomposto, era comunque ancora molto faticoso trattenerla. Gli stivali di Catwoman iniziarono a scivolare, trascinati attraverso il pavimento polveroso.
“Non resisterò a lungo, Batman! Mi serve una mano!”
Batman si alzò in piedi, col naso sanguinante, e sparò il suo rampino, avvolgendolo intorno all'altra caviglia della creatura. Tirarono con tute le loro forze, ma Man-Bat era semplicemente troppo forte. E stava iniziando a riprendersi dalla stretta di Batman.
“Che cosa facciamo?” Disse Catwoman. “Non ce la faremo!”
Batman osservò la finestra distrutta, ed ebbe un'idea.
“Drone 7, a me! Velocità massima!”
“Cosa stai-”
Uno dei due droni che monitorava il magazzino attraversò la finestra, con rapidità stupefacente. Colpì Man-Bat in pieno viso, con un suono spaventoso. La creatura perse i sensi, precipitando verso il suolo. Il drone si infranse in mille pezzi, completamente sfracellato dall'urto.
Il rumore del corpo che cadeva a terra fu ancora più spaventoso di quello dell'urto con il drone. Rimbombò per tutto il magazzino, poi cadde il silenzio.
Batman corse verso Man-Bat. Era convinto che la creatura potesse sopportare quei colpi, le aveva visto fare di peggio, ma voleva accertarsi che il respiro fosse regolare. Lo era.
“E' vivo. Respira normalmente.”
Catwoman gli venne incontro.
“Meraviglioso. Ora leghiamolo, OK?”
Insieme, lo legarono e ancorarono al suolo. Poi, si sedettero a riposare, ansimando.
“Quanto ha detto che ci sarebbe voluto, il bastardo?” Chiese la ladra.
“Circa un'ora. Quindi altri quaranta minuti, direi.”
“Va bene. Vuoi chiamare Gordon?”
“Dopo che Langstrom sarà tornato normale.”
“Non ti fidi di lui?”
“Mi fido ciecamente di Jim. Ma alcuni dei suoi uomini hanno il grilletto troppo facile. Non diamogli ragione di sparare a Langstrom.”
Catwoman annuì.
“OK. Sai che ci vorrebbe, mentre aspettiamo?”
“Cosa?”
“Il tè di Alfred.”
Batman annuì brevemente, asciugandosi il sangue che gli colava dal naso.

“Bel colpo, Batman.” Disse Gordon, un'ora e mezza dopo.
La polizia stava ispezionando il posto. Batman e Catwoman avevano slegato Langstrom, una volta che la trasformazione era passata. Insieme, erano anche riusciti a togliergli il collare.
Ora il pover'uomo stava venendo visitato da un medico, avvolto in una coperta e tremante. Sul suo collo c'erano le profonde cicatrici lasciate dalle scosse elettriche, e sembrava anche più magro di prima. Era riuscito a ringraziare i due eroi mascherati, ma ora non sembrava capace di pronunciare altre parole.
Il dottore disse che sarebbe stato bene, ma che aveva bisogno di bere e mangiare. E di molto riposo, naturalmente.
“Poveraccio...” Commentò Gordon, mentre tutti e tre lo osservavano, dall'altro lato del magazzino.
“Lo porterete a Blackgate?” Chiese Batman.
“Sì.” Disse Gordon. “Ho spiegato tutto al direttore e ha acconsentito a tenerlo lì. A tempo indefinito, stavolta.”
“Se quell'idiota non lo avesse fatto uscire, tutto questo non sarebbe successo.” Disse Catwoman.
Gordon annuì.
“Per convincerlo, ho dovuto far intercedere Jameson.”
Roger Jameson era il sindaco di Gotham da circa sei mesi. Era stato procuratore distrettuale per due anni, prima di essere eletto come primo cittadino. Era molto amato dai cittadini, grazie al suo pugno di ferro nei confronti del crimine e al suo senso dell'umorismo.
“Ah, il sindaco ha il cuore tenero.” Disse Catwoman.
“Per niente.” Le rispose bruscamente Batman, a cui Jameson non era mai piaciuto molto. “Non è una gentilezza nei confronti di Langstrom. Il sindaco vuole solo mantenere la sua reputazione di uomo severo nei confronti del crimine, tutto qui.”
Gordon si grattò i baffi, con aria nervosa. Poi, guardò dietro le spalle dei due eroi mascherati.
“Direi che è ora di parlare con lui, non credete?”
Pierce stava venendo visitato da un medico della polizia. Era ammanettato alla barella e sbraitava a chiunque gli passasse vicino. Nonostante fosse stato sedato, sembrava più energico che mai.
“Questo è un sopruso! Una violazione dei miei diritti! Mi hanno rotto il ginocchio! Non sono neanche membri delle forze dell'ordine! Esigo che sia fatta giustizia!”
Batman, Catwoman e Gordon vennero verso di lui.
“Buffo che tu lo dica.” Disse il commissario. “Era proprio quello che avevamo in mente noi.”
“Io vi denuncio, è chiaro? Vi porto tutti in tribunale!”
“Perfetto.” Disse Catwoman. “Così vengo e ti firmo il gesso.”
“Maledetta put-”
“Ora basta, Pierce.” Disse Batman, con voce glaciale. “Stai per finire in prigione per molto, molto tempo. Lo sappiamo tutti. Rapimento. Traffico d'armi. Tentato omicidio. Tortura. Rischi il carcere a vita. Collabora con noi, e potresti avere qualche sconto di pena.”
Pierce smise di sbraitare e osservò gli occhi di Batman.
“Io... Cazzo, va bene. Cosa vuoi sapere?”
“Il tuo cliente. Quello che ha mandato Electrocutioner a negoziare ieri notte. Chi è?”
“Non lo so.”
“Goditi l'ergastolo, Pierce.” Disse Gordon, facendo segno ai suoi agenti di portarlo via.
“No, davvero! Non lo so, lo giuro! L'ho sentito solo al telefono, e la sua voce era contraffatta!”
Gordon fece segno ai suoi agenti di fermarsi.
“E allora cos'hai da offrirci?” Chiese Batman.
“So dirvi dove voleva che portassimo la merce. Credo che viva lì.”
“Dove?”
“E' un posto strano, a Founder's Island. Uno di quegli stabili che sta sotto il livello della strada.”
“L'indirizzo!”
“48, Richmond Place!”
Batman e Catwoman si avviarono subito.
“Ci vediamo lì, Jim.” Disse Batman.
Gordon annuì, poi alzò la voce per farsi sentire dai suoi uomini.
“Tutti quanti a Founder's Island! 48, Richmond Place! Diamoci una m-”
La radio di Gordon si fece sentire.
“Commissario! Commissario!”
Gordon rispose, irritato.
“Che c'è?”
“Commissario, abbiamo un problema...”
“Non farmi perdere tempo. Siamo nel mezzo di un'operazione importante. Cosa è successo?”
“C'è stato un altro attacco con quello strano gas, commissario.”
Gordon sgranò gli occhi. Anche Batman e Catwoman si irrigidirono, voltandosi indietro.
“Ma non è possibile, Ragdoll è morto! Non può-”
“No, commissario. Questa volta non è un omicidio in un appartamento. E'... E' una strage...”
Gordon divenne pallido. Catwoman imprecò. Il volto di Batman divenne teso per la rabbia.
“Quanti? Quanti morti?”
“27, commissario. Qualcuno ha rilasciato quel gas in un vagone della metropolitana. Crediamo che abbiano usato un dispositivo a tempo Ci sono anche diversi feriti, qualcuno ha tirato il freno di emergenza ed è stato un gran macello....”
“Maledizione!” Urlò Gordon. “Arriviamo subito! Che fermata?”
“Lance Cross.”
Il commissario si girò verso i suoi uomini.
“Tutti gli agenti a Lance Cross, sbrigatevi!”
Gordon si passò una mano sul viso, poi si voltò verso Batman e Catwoman.
“Io... Io devo andare.”
“Certo, Jim.” Gli rispose Batman. “Vai. Occupati delle vittime. Noi andiamo a prendere il responsabile.””
Gordon annuì.
“Ehi, e io?” Disse Pierce.
“Tu cosa?” Gli rispose Gordon, pieno di rabbia.
“Il mio sconto di pena! Ho collaborato con la polizia, no? Non ne ricavo nulla?”
Gordon aprì la bocca, furente, ma fu Batman a rispondergli.
“Veramente, Pierce, hai detto tutto a me. E io non sono un membro delle forze dell'ordine. Parole tue.”
“Figlio di-”
“Stai zitto.” Gli consigliò Catwoman. “Ti conviene.”
Poi, lei e Batman fecero un cenno a Gordon e corsero via, dirigendosi verso la batmobile.

La macchina sfrecciava per le strade al neon di Gotham, a velocità allarmante.
“Rallenta un po'.” Disse Catwoman. “Ci farai ammazzare.”
Batman scosse la testa.
“Founder's Island è a dieci chilometri da qui. Chiunque sia, potrebbe essersene già andato. La strage potrebbe essere un espediente per darsi alla fuga. Dobbiamo fare in fretta.”
Selina fece per rispondergli, poi ci ripensò. Invece, guardò fuori dal finestrino. Il cielo rosso, gli edifici gotici, le luci al neon. Tutto scorreva come una macchia confusa. Dopo un po', guardarla le fece venire la nausea.
“Va male, vero?” Chiese infine. “Era da tanto che non andava così male.”
“Lo fermeremo. Fermeremo tutto questo.”
“Sei un'inguaribile ottimista.”
“No.” Disse Batman, prendendo il ponte che portava a Founder's Island. “Il mio non è un auspicio. E' una dichiarazione di intenti.”
Due minuti dopo, Batman frenò. I due scesero e osservarono la facciata dell'edificio. Era un vecchio negozio di giocattoli chiamato FUN AND GAMES.
“Chi può essere, Batman?” Chiese Catwoman, mentre si avvicinavano all'entrata. “Chi potrebbe fare una cosa del genere?”
“Andiamo a scoprirlo.” Disse lui, aprendo la porta.
Insieme, entrarono.


FINE CAPITOLO 4



Batman: Caduta Libera - Capitolo 8

CAPITOLO 8  MOSTRI La folla aveva circondato la moto. Occhi vitrei e senza emozioni lo fissavano, mentre i cittadini avanzavano lentamente v...