lunedì 28 ottobre 2019

Mop


Non avrei mai pensato che un clown potesse farmi ridere. Eppure, eccoci qua.
“Ti prego, lasciami andare! Stai commettendo un errore!”
Il pagliaccio mi implorava, fissandomi disperato dalla sedia a cui l'avevo legato. Il trucco sul suo viso non si stava sciogliendo, nonostante stesse sudando copiosamente. E piangeva, apparentemente disperato. Ma se c'è una cosa che ho imparato, è che le lacrime di un clown non hanno valore.
Risi forte, ascoltando le sue suppliche.
“Un errore, dici? No, io non penso.”
Presi la tanica di benzina e cominciai a versargliela addosso.
“No, no! Ti prego, no!”
Svuotai la tanica e la buttai in un angolo dello scantinato, mentre osservavo freddamente il clown che tossiva e sputacchiava. Il blu intorno ai suoi occhi e il rosso intorno alle sue labbra erano ancora vividi, immacolati. E il suo volto continuava ad essere bianco, nonostante fosse zuppo come un pulcino.
“Dimmi, clown, come mai il tuo trucco non si è sciolto?”
“C-come?”
Gli diedi una sberla, forte.
“Il tuo trucco. Stai frignando. Sudando come un maiale. Ti ho appena versato tre litri di benzina addosso. Eppure il tuo trucco disgustoso è rimasto identico. Come mai?”
Mi guardò. Per la prima volta nel suo sguardo lessi qualcos'altro, oltre alla paura. Consapevolezza, realizzazione. Sapeva che io sapevo.
“Io... Io non lo so...” Disse, debolmente.
Tirai fuori i fiammiferi e ne accesi uno.
“Io penso di sì, invece.”
Gli gettai il fiammifero in grembo. Prese fuoco in un secondo, una vampata tremenda che mi scompigliò i capelli. Lentamente, mi allontanai, ignorando le sue grida disperate e stridule.
Ma non smisi di fissarlo, colmo di una rabbiosa, accecante soddisfazione. Lo fissai finché non smise di urlare e la pelle da bianca diventò nera.
E' come ho sempre detto: l'unico modo in cui un clown può illuminare una stanza, è se gli si dà fuoco.

Mi lasciai la casa abbandonata alle spalle, mentre veniva divorata dalle fiamme. Chiamai i vigili del fuoco da una cabina telefonica poco distante, poi mi avviai tranquillamente verso casa in macchina, imboccando l'autostrada.
Ci avrebbero messo ore a spegnere l'incendio. Ancora più tempo a trovare il cadavere. E io ormai sarei stato molto lontano.
Erano anni che lo facevo, ormai ero diventato piuttosto bravo.

Rincasai tardi, era buio già da alcune d'ore. Chiusi a chiave la porta del mio appartamento (quattro mandate) e gettai le chiavi sul mobiletto lì vicino. Poi andrai dritto verso il divano del soggiorno, mi tolsi le scarpe e mi stesi, evitando volutamente di guardare qualcosa che non fosse il soffitto.
Immagino che un ladro avrebbe pensato di essere finito nella casa di un pazzo, se si fosse intrufolato lì dentro e avesse visto le foto che erano appese ovunque. Non solo sulle pareti, ma anche sull'armadio, sulla lavagna che tenevo in un angolo e persino sul frigo.
Erano clown, ovviamente. Tutte foto di quei fottuti clown. Articoli di giornale, foto scattate da lontano col teleobiettivo e, in alcuni casi, le foto dei loro cadaveri (spesso carbonizzati).
Ma io non ero pazzo. Non ero un assassino. Non ero io il cattivo, in tutta questa storia.
Io ero l'eroe. E quelli che uccidevo, non erano esseri umani. Erano clown.
E io sapevo che cosa fossero davvero i clown.

Quando ero bambino, avevo un amico. Si chiamava Barry. Era il miglior amico che si potesse desiderare . Era divertente, era leale, era tosto.
Fu con Barry che fumai la mia prima sigaretta e fu con Barry che vidi il mio primo paio di tette su una rivista. E quando Mark Gregory mi rubò i soldi del pranzo e mi ruppe il naso, fu Barry a cercarlo a casa e a fargliela pagare. Ho ancora uno dei denti di Mark, nella mia scatola dei ricordi. Barry me lo portò il giorno dopo, dicendomi tranquillamente che Mark non ci avrebbe più provato.
Era un vero amico.
Ricordo ancora la sua risata, come il ragliare di un asino. Valeva la pena di imparare una nuova barzelletta solo per sentirlo ridere. Chissà come riderebbe oggi, se fosse ancora vivo.
Ma purtroppo Barry non arrivò mai ai tredici anni. Loro lo presero. Nessuno mi credette, la versione ufficiale dice che Barry è scomparso, probabilmente scappato di casa e rapito da qualche maniaco. O affogato in un fiume. O altre stronzate del genere.
Ma io vidi tutto. Loro lo presero, e se lo mangiarono.

Per la festa del suo dodicesimo compleanno, la madre di Barry aveva assunto un clown. Tony il clown (e, sì, sono d'accordo con voi che è un nome del cazzo). A Barry non piaceva per niente, e neanche a me. In primo luogo, avevamo dodici anni e i clown erano roba da mocciosi. In secondo luogo, era inquietante. Non ci piacevano i suoi occhi spiritati, non ci piacevano le sue labbra rosse e non ci piaceva la sua voce stridula. Era molto fastidioso, per non dire inquietante, sentirsi chiamare “fanciulli” da quella voce schifosa.
Ma Barry fece il bravo figliolo e finse di divertirsi. Si sa, spesso sono i figli che fingono entusiasmo per fare felici i genitori. Succede molto più spesso di quanto vogliano ammettere tutti gli adulti del mondo. I bambini ci vogliono bene e ci vengono incontro, ma spesso gli facciamo dei pessimi regali.
Comunque, durante la festa Tony si comportò bene. Niente di strano. Ma non mi piaceva come guardava Barry. Tirai un sospiro quando quel clown si tolse dalle palle.
Purtroppo, però, Tony tornò a cercare Barry un paio di settimane dopo. E non era da solo.

Ricordo vividamente il suono che fece il mio walkie talkie, svegliandomi nel cuore della notte. Ricordo la voce di Barry che chiamava aiuto. Che bisbigliava il mio nome. Mi accorsi che stava piangendo, e questo mi fece gelare il sangue. Barry non piangeva mai.
Disse che lo stavano portando al parco, poi la comunicazione si interruppe di colpo, come se qualcuno avesse distrutto il walkie talkie dall'altra parte.
Cercai di svegliare mia madre, ma era stordita dall'alcol e, dopo venti secondi di inutili tentativi, decisi che dovevo fare da solo. Così presi la bici e pedalai come un forsennato, dirigendomi verso il parco (che era a soli due isolati da me). Avrei dovuto chiamare subito la polizia, col senno di poi sembra ovvio, ma non lo feci. Mia madre non si era svegliata e i genitori di Barry avevano lasciato che venisse preso. Credo che, inconsciamente, decisi che gli adulti non erano meritevoli di fiducia, in quel momento.
Arrivai al parco e cercai ovunque, disperatamente alla ricerca del mio amico. Proprio quando iniziavo a perdere la speranza, sentii dei rumori provenire da alcuni cespugli e, facendomi coraggio, sbirciai con cautela. Quello che vidi, non sono mai riuscito a dimenticarlo. Cambiò la mia vita per sempre.
Tony e altri suoi amici tenevano Barry. Erano tutti clown. Chi vestito di argento, chi di viola, chi di verde. Due di loro gli tenevano le gambe, altri due le braccia. Tony teneva tra le mani la sua testa, ormai separata dal corpo. Lo stavano divorando, con gusto. Suoni gutturali e ripugnanti riempivano l'aria gelida di ottobre. Ormai Barry non urlava più.
I cinque clown erano ricoperti di sangue e mangiavano voracemente, eppure il loro trucco era completamente intonso. Vedevo il bianco, il blu e il rosso sotto i raggi della luna. Perfetti come se fossero appena stai applicati. In quel momento capii: non era trucco. Quelli erano i loro volti. I travestimenti erano quelli che indossavano per fingere che fossero solo attori, intrattenitori. Ma non lo erano. Erano mostri.
E, mentre si rimpinzavano, li sentivo sghignazzare. Suoni striduli e disgustosamente gioiosi, che da allora avrebbero popolato i miei incubi quasi ogni notte.
Corsi via, senza neanche badare all'orina che mi aveva macchiato i pantaloni e mi colava giù per le gambe. Trovai la cabina telefonica più vicina e chiamai la polizia. Ma quando arrivarono, ormai i clown erano scomparsi. E anche di Barry, il migliore amico che avessi mai avuto, non c'era più traccia.

Potete immaginare da soli cosa accade dopo: dissi tutto alla polizia, ma nessuno mi credette. I genitori di Barry non avevano sentito o visto nulla, non c'era segno di effrazione e non c'erano tracce di un'aggressione. Il walkie talkie non fu mai trovato, ma nessuno diede molto peso a questo. Si sa, i ragazzini non si prendono molta cura delle loro cose, no?
Quanto a me, dissero che il trauma mi aveva sconvolto e che mi ero immaginato tutto. Forse, ipotizzò uno psicologo che mi visitò qualche giorno dopo, avevo visto il vero aggressore e la mia mente aveva proiettato la mia fobia dei clown sull'accaduto. Ma io non avevo nessuna fobia dei clown, prima di quella notte. E se è per questo, non ce l'ho neanche adesso. Non li temo, li odio e basta.
Va detto che la polizia indagò su Tony il clown. Potevano non credere alla storia dei clown cannibali, ma era ragionevole considerare come sospetto il clown che era stato a casa della vittima poco tempo prima, specie se c'era un potenziale testimone che affermava di averlo visto la notte della sparizione. Purtroppo, però, Tony aveva un alibi di ferro. Stava facendo uno spettacolo con altri clown, a centinaia di chilometri di distanza, la notte in cui Barry sparì. C'erano decine di testimoni. Nessuno, mi disse la polizia, avrebbe potuto percorrere una tale distanza in così poco tempo.
Così, Barry fu dichiarato scomparso. I suoi genitori andarono in televisione e fu promessa una sostanziosa ricompensa a chi lo avesse ritrovato o avesse informazioni utili. Ci furono decine di telefonate, ma ovviamente erano tutti mitomani e io sapevo bene che era tutto inutile.
Barry non fu mai ritrovato.

Sono passati sedici anni da allora. Adesso so tante cose su di loro. Eppure, ancora non so come riescano a fare quello che fanno. O da dove provengono.
Non so come facciano a viaggiare e sparire così velocemente, per esempio. Non so come facciano ad entrare nelle case senza lasciare tracce. E non so perché mangino solo bambini.
So però che sono tanti, e potenti. Che gestiscono moltissime cose. Che si sono insinuati tra di noi come una mafia, o i massoni. Pensateci, a chi piacciono davvero i clown? Quasi a nessuno.
Eppure continuano ad essere un simbolo. Continuiamo tutti a fare finta che siano simpatici e non agghiaccianti. Tornando a casa ho visto una statua di Ronald McDonald che mi salutava dal tetto di un fast food. Chi cazzo potrebbe sinceramente affermare di voler vedere una cosa del genere, andando in giro per la città? Nessuno, meno che mai un bambino.
Sono riusciti a convincere il mondo che li vogliamo, ma non è vero. E' tutta una barzelletta e gli unici che ridono sono loro.
In qualche modo sono riusciti a trovare il modo di stare sempre vicino ai bambini, e ogni tanto alcuni spariscono misteriosamente. Ma io gliela farò pagare, perché so anche altre cose: so che possono essere uccisi. So che non sono fisicamente più forti di un essere umano. E so che odore fanno quando bruciano. E' il mio odore preferito al mondo.
Ed è questo che ho fatto, per gli ultimi cinque anni. Li ho cercati e li ho uccisi, senza alcuna pietà.
Ancora non ho incontrato Tony, ma quando lo troverò so esattamente cosa farò: gli taglierò la testa, da vivo. Poi gli strapperò un dente e lo porterò al parco, dove Barry fu ucciso. E dirò al mio amico che Tony non ci proverà mai più.

Dormii per quasi dieci ore, e mi svegliai che era praticamente ora di pranzo. Fortunatamente, ero in ferie. Quando avevo da lavorare, la mia caccia ai clown doveva passare necessariamente in secondo piano, relegata ai weekend, ma d'estate davo il meglio di me. E il bastardo arrostito del giorno prima era solo l'inizio: contavo di beccarne almeno altri due, prima che finisse l'estate.
Mi feci delle uova e le mangiai rapidamente, mentre controllavo su internet se ci fossero degli eventi circensi in programma, quella settimana. Guarda caso, ce n'era uno proprio quel giorno.
Il Circo Rockfeller era in città. Guardai l'immagine promozionale e sentii il solito nodo allo stomaco, nel vedere il clown ridanciano che avevano disegnato.
Il sito diceva che sarebbero rimasti in città per una settimana, quindi l'approccio migliore era andare a vedere lo spettacolo la prima sera e studiare un po' la situazione. Capire quanti ce n'erano, come fosse organizzato il circo e quale fosse il modo migliore di entrare per prenderne uno.
Purtroppo ero solo in questa battaglia. Non potevo andare in giro a reclutare altri combattenti. Numero uno, mi avrebbero rinchiuso e bollato come pazzo. Numero due, i clown avrebbero saputo nome e faccia di chi gli dava la caccia. Avevo postato qualcosa online agli inizi, su forum e chat anonime, ma avevo ricevuto solo prese in giro. Quindi potevo solo prenderne uno per volta, con pazienza, e sperare che il mio esempio magari ispirasse qualcun altro come me. Quella sera avrei dovuto scegliere un bersaglio e studiare molto bene il piano. Poi, una volta ucciso il clown, avrei fatto meglio a sparire per un po'.
Credo che ormai sappiano che qualcuno gli dà la caccia, ma non credo che sappiano di chi si tratta. E finora la polizia non sembra aver collegato le morti, visto che cerco sempre di andare in città e stati diversi, evitando di colpire troppo spesso nel posto in cui vivo. Meglio essere cauti, rimanere nell'ombra.
Prenotai il mio biglietto, poi andai a farmi una doccia.

Lo spettacolo di quella quella sera fu il solito schifo a cui ormai mi ero abituato. Contorsionisti dall'aria cadaverica, animali drogati e malaticci, musica assordante. E, ovviamente, i clown.
Come sempre, sorrisi mestamente nel constatare che quasi nessuno nel pubblico rideva sinceramente, guardando i loro numeri idioti. Come ho già detto, l'idea che siano divertenti è tutta una recita a cui noi, per qualche stupido motivo, continuiamo a prestarci.
Però, avevo scelto il mio bersaglio. Uno dei clown era un nanetto grassoccio, con una corporatura alla Danny DeVito e i denti sporgenti. L'annunciatore disse che si chiamava Mop.
Mentre uscivo, insieme al resto del pubblico, studiai le uscite e feci le mie considerazioni logistiche. Doveva essere una cosa veloce. Entrare, stordirlo, portarlo via, ucciderlo da un'altra parte.
Per sicurezza, sarei tornato anche il giorno dopo a studiare il posto, ma avevo già un piano.
In macchina, guardai le foto che avevo fatto con il telefono durante lo spettacolo. Studiai attentamente il volto di Mop. Quegli occhi piccoli e ottusi, quella bocca rossa, quel verde intorno agli occhi, quei capelli arancioni.
Mop.
Sembrava un'onomatopea. Il suono che potrebbe fare una bolla di sapone quando si posa su una superficie e scoppia, ad esempio. O il suono che fanno dei bulbi oculari quando esplodono tra le fiamme, forse.
Mop! Mop!
Misi in moto e mi avviai verso casa. Ricordo che le prime volte sentivo un certo senso di colpa, nel pianificare cose del genere e fare questi pensieri. Erano mostri, certo, ma era sano passare la vita a pianificare morti e torture? Ma ormai non mi ponevo più questi problemi. Quella era la vita che avevo scelto, e andava benissimo così.
“Mop! Mop!” Esclamai, nella solitudine della mia auto.
Risi, ma era una risata forzata, come quella del pubblico al circo.
In realtà, mi ero fatto accapponare la pelle da solo.

Nelle due notti seguenti studiai ulteriormente la planimetria del circo. La terza notte mi intrufolai anche dopo l'orario di chiusura per capire esattamente dove dormissero i clown e quale fosse il modo migliore di sorprendere Mop. Scoprii che sarebbe stato più facile del previsto. Mop aveva una roulotte tutta per sé e, guarda caso, era lontana da quella degli altri. Spiandoli un po', capii che Mop beveva, ed era alquanto fastidioso dopo un paio di bicchieri. Lo vidi personalmente spingere uno degli altri clown, biascicando frasi sconnesse e vaghe accuse da ubriaco. L'altro lo spinse via in malo modo e si chiuse nella propria roulotte, imprecando. Era chiaro perché nessuno degli altri ci tenesse molto a dormire vicino a lui. Perfetto.
Dicono che la fortuna aiuti gli audaci. Non credo che sia vero, ma forse ogni tanto si sente in colpa per aver aiutato troppo i malvagi. Sarebbe il minimo, mi viene spesso da pensare.
La notte dopo il loro quarto spettacolo, venni a prenderlo.

Mop il clown barcollava leggermente, mentre svuotava la vescica tra i cespugli dietro alla sua roulotte. La bottiglia di vodka che teneva in mano era quasi vuota. Aveva ancora addosso il costume da clown. E, ovviamente, anche il trucco era ancora al suo posto.
Aspettai che finisse (l'ultima pisciata del condannato), poi lo raggiunsi alle spalle prima che si voltasse e gli misi il braccio intorno al collo, togliendogli l'aria. Crollò in pochi secondi, lasciando cadere la bottiglia vuota sul prato, dove non si ruppe. A volte si cagavano addosso, quando li prendevo alle spalle in quel modo e gli toglievo l'aria, ma con Mop non accadde. Me lo caricai in spalla, come fanno i pompieri, e lo portai verso la mia auto. Avevo già un posto adatto, a circa un chilometro da lì. Sarebbe stata una cosa veloce.

“Sveglia. Sveglia, Mop il clown.”
Niente, era ancora privo di sensi. Gli diedi una sberla.
“Sveglia, barilotto di merda.”
Piano piano, aprì gli occhi. All'inizio era confuso, poi i suoi occhi si spalancarono, quando si rese conto di essere legato. Ma non poteva protestare, dato che l'avevo imbavagliato.
“Temo di non essere un sostenitore del diritto di replica, mi dispiace.” Gli dissi. “Non siamo qui per parlare. Tu sei qui per bruciare, clown del cazzo.”
Lo sentii urlare, dietro al bavaglio. Grugniti soffocati, inutili. Come lo sarebbero state delle vere e proprie urla, del resto.
Eravamo in un vecchio magazzino fatiscente che avevo trovato. Niente elettricità e niente acqua corrente, ma andava benissimo. Le due lampade ad olio che mi ero portato non illuminavano molto, ma presto l'intero locale avrebbe brillato alla grande.
Avevo poco tempo, volevo fare in fretta. Raccolsi subito la tanica di benzina e iniziai ad innaffiare il pagliaccio.
“Mop! Mop!” Canticchiai, mentre lui si agitava sulla sedia. “Come mai hai scelto questo nome?”
Ovviamente non poteva rispondermi.
“Beh, in ogni caso, mi piace. Devo dire che è uno dei migliori che io abbia sentito, negli anni. Di certo meglio di Tony, non credi?”
Mop continuava ad agitarsi sulla sedia, a quanto pare poco interessato a discutere l'onerosa questione dei nomi che si danno i clown.
“Beh, è stato bello parlare con te.” Dissi, estraendo i fiammiferi. “Ora, temo che sia ora di salutarci.”
Mop urlava e urlava, mentre faceva vibrare la sedia. Notai che se l'era fatta addosso. Bene, pensai. Proprio come me, la notte in cui presero Barry.
“Ci vediamo all'inferno, buffone di merda.”
Accesi il fiammifero e lo gettai. La vampata fu, come sempre, abbastanza forte da farmi retrocedere di qualche passo. Proprio mentre Mop prendeva fuoco, mi accorsi però di una cosa strana: la mia mano era sporca. Ignorando le urla soffocate di Mop e il calore che si stava sprigionando nella stanza, esaminai la mia mano. Era sporca di bianco. Trucco bianco. Mi girai a guardare Mop, concentrandomi sul suo viso. Le fiamme lo avevano avviluppato, ma non avevano ancora ricoperto del tutto la faccia. Vidi che i capelli si arricciavano e che il trucco stava venendo via. Il trucco stava venendo via!
“No...” Dissi debolmente. “Non è possibile...”
Mop non era un mostro. Mop era umano, cazzo. Mi guardai intorno, alla ricerca di qualcosa per spegnere le fiamme, ma non c'era nulla. Non era un'eventualità che avevo preso in considerazione.
Feci per uscire dal magazzino, pur sapendo che non avrei mai fatto in tempo, quando la porta si aprì dall'esterno.
“Mani in alto, pezzo di merda! Mani in alto!”
I poliziotti entrarono bruscamente, puntandomi addosso le loro armi. Alcuni erano in divisa, altri in giacca a cravatta, altri ancora vestiti con le tute della SWAT.
Misi le mani in alto e mi inginocchiai, mentre i poliziotti accorrevano a spegnere Mop. Ma era troppo tardi, Mop stava morendo. Ormai il magazzino puzzava di carne bruciata e del vomito di alcuni agenti.
“ Hai il diritto di rimanere in silenzio.” Recitò uno dei poliziotti. “Qualsiasi cosa dirai potrà essere usata contro di te in tribunale. Hai diritto a un avvocato durante l'interrogatorio. Se non puoi permetterti un avvocato, te ne sarà assegnato uno d'ufficio. E' tutto chiaro?”
“Mop! Mop!” Dissi debolmente, mentre la polizia mi trascinava fuori dalla stanza.

Mi trovavo nel retro di una volante. Stavo venendo scortato al commissariato di polizia da due detective. Due uomini sulla cinquantina, stempiati e con i capelli alquanti incolti, devo dire.
“Come.. Come mi avete trovato?” Chiesi, dopo un silenzio che mi era parso interminabile.
Uno dei due si voltò, sorridendomi sprezzante.
“Hai sottovalutato la polizia, pezzo di merda. Non ci abbiamo messo molto a collegare le morti. Tutte le vittime erano clown. Abbiamo cercato online su siti come reddit e 4chan, e abbiamo trovato i post di un matto che parlava di una grande cospirazione, di come andassero uccisi e bruciati tutti. E, guarda caso, l'indirizzo IP collegava i post a un tizio che dice di aver visto dei clown cannibali, quando era ragazzo. Non ci è stato difficile capire che te la saresti presa col circo Rockfeller, visto che era venuto proprio nella tua città. Purtroppo, però, siamo arrivati troppo tardi per salvare quel clown.”
“Si chiamava Mop...” Dissi debolmente.
“E tu lo hai ammazzato.” Disse il detective, con tono duro.
Deglutii, sconvolto. Ma non era il fatto che mi avessero preso, a sconvolgermi. Ero stato un idiota, a postare online. Quello che mi preoccupava, era il trucco bianco sulle mie mani.
“Lui... Lui non era un mostro.” Dissi, ancora incapace di accettare quello che avevo fatto.
“Nessuno di loro lo era, razza di psicopatico.” Mi disse l'altro detective, quello che guidava. “Nessuno di loro lo era!”
Io scossi la testa, spaventato ma ancora convinto di essere nel giusto.
“No, no! Erano dei mostri! Hanno divorato Barry!”
Il detective alla guida scosse la testa.
“Sei proprio suonato, amico.”
Guardai il suo riflesso nello specchietto retrovisore, e vidi che anche lui guardava me. Non sapevo perché, ma quello sguardo mi dava i brividi. C'era qualcosa di inquietante, nei suoi occhi.
“No, voi non capite.” Dissi, cercando di darmi un tono. “Quelli prima non erano come Mop. Il trucco non si scioglieva. Era la loro vera faccia. Io... Io non avevo mai pensato che alcuni fossero davvero degli esseri umani...”
Il detective che non era alla guida si voltò di nuovo, furente.
“O forse, razza di idiota, tutti erano umani. Ti è mai venuto in mente che magari sei pazzo? Che hai passato anni a uccidere dei poveracci che non avevano fatto nulla di male?”
“Ma il trucco-”
“Te lo sei immaginato, deviato del cazzo!” Disse l'altro detective. “Se erano mostri, e se come dici tu erano in grado di entrare ovunque e di viaggiare veloci come fantasmi, come hai fatto a catturarli e a ucciderli?”
Mi schiarii la gola, sentendo un orribile peso nel mio stomaco.
“P-perché i loro poteri sono limitati...”
I detective scossero la testa.
“Sei veramente fuori di testa. Spero che tu abbia un bravo avvocato, perché rischi davvero la pena di morte. E te la meriti.”
Viaggiamo per altri dieci minuti, in silenzio. Dentro di me iniziava a crescere un terribile dubbio. Era possibile che fosse tutto nella mia testa? Mi ero inventato tutto questo solo per dare un senso alla mia vita? O per spiegare a me stesso la scomparsa di Barry? Quello psicologo anni prima aveva ragione?
Iniziai a singhiozzare, disperato. Tenevo la testa tra le ginocchia e tremavo come una foglia.
“Mi dispiace... Mi dispiace...”
Non sapevo cos'altro dire. Non ero ancora sicuro di aver sbagliato con gli altri clown, ma mi dispiaceva davvero tanto per Mop. Mop non era un mostro, era solo un povero alcolizzato che veniva probabilmente pagato da schifo. Era innocente, e io gli avevo dato fuoco. Lo avevo ucciso.
Solo per questo, meritavo di marcire in prigione a vita. O un'iniezione letale.
“Fai bene a dispiacerti, sacco di merda.” Disse il detective alla guida.
“Siamo arrivati, comunque.” Mi disse l'altro. “Preparati ad essere trattato come meriti.”
Mi rialzai, aspettando di vedere il commissariato, invece vidi che ci stavamo infilando in un vicolo buio, pieno di spazzatura. Mi accorsi anche che non c'erano altre auto della polizia, dietro di noi.
“Dove siamo?” Chiesi preoccupato, chiedendomi se i due detective avessero intenzione di picchiarmi.
Il detective seduto dal lato del passeggero si girò a guardarmi.
“Non ti preoccupare, amico. Va tutto bene. Vuoi un po' di musica?”
Prima che potessi rispondere, infilò un nastro nell'autoradio. La musica che ne uscì mi fece gelare il sangue. Non era rock 'n roll. Non era rap. E neanche musica classica. Era musica da circo.
Tuttu-turu-turu-tuttu-turuuuu...
“Ma cosa...?” Chiesi, terrorizzato.
Il detective alla guida aveva tirato fuori una salviettina umida, e si stava sfregando vigorosamente il viso.
“Tony, ne hai una anche per me?” Gli chiese l'altro.
“T-Tony?” Dissi io, mentre la vescica mi cedeva e orina calda mi scendeva giù per le gambe, bagnando il sedile.
“Certo! Tieni!” La voce del detective ora era più alta, stridula.
I due si pulirono il viso, poi voltarono a guardarmi. Si erano anche passati le mani tra i capelli, che ora sporgevano ai lati come molle. Non erano colorati, ma ovviamente la tintura non viene via solo passandoci le mani.
“Ciao, fanciullo!” Mi disse Tony il clown, con quel suo enorme ghigno rosso. “Che bello rivederti!”
Cercavo di parlare, ma mi uscivano solo suoni strozzati. Ero ammanettato e rinchiuso nell'auto, ma anche se fossi stato libero di scappare, non so se ci sarei riuscito.
“Spero che tu non te la sia presa, se ti abbiamo fatto credere di essere matto!” Rise l'altro clown, che non avevo mai visto prima ma che aveva grosse labbra blu e occhi iniettati di sangue. “Era così divertente!”
“V-voi... Voi...” Non riuscivo a dire altro.
Tony estrasse qualcosa dall'impermeabile. Era un grosso coltello.
“Sei stato davvero bravo, in questi anni. Dobbiamo ammetterlo.”
Anche l'altro clown tirò fuori un coltello.
“Troppo bravo.”
I due clown scesero dall'auto e mi raggiunsero sul sedile posteriore. La luce di un lampione malconcio faceva brillare i loro occhi terrificanti e metteva in mostra il loro trucco, immacolato. Le lame dei coltelli brillavano.
Mi misi a urlare, mentre i clown mi prendevano per le braccia e iniziavano a colpirmi con i loro coltelli. Poi li guardai mentre, voracemente, iniziavano a mangiare i brandelli che mi avevano staccato. Capii che sarebbe stata una cosa lenta. Che volevano punirmi.
E li sentivo ridere. Ridevano e ridevano.
“Mop! Mop! Fanciullo! Mop! Mop!” Disse Tony.
L'altro rise sguaiatamente, mentre il mio sangue gli colava sul mento.
Urlavo, ma nessuno sarebbe venuto a salvarmi.
Mop! Mop!
Mop! Mop!


FINE

martedì 22 ottobre 2019

Batman: Caduta Libera - Capitolo 1


CAPITOLO 1

STANZA CHIUSA A CHIAVE

Atterrò sul cornicione con una leggerezza sorprendente, visto il suo fisico poderoso e il costume semi-corazzato che indossava. Il vento muoveva leggermente il suo mantello e i suoi occhi bianchi bucavano l'oscurità come piccole fiamme rabbiose.
Batman si alzò in piedi, osservando una finestra illuminata nel palazzo situato dall'altro lato della strada. Da quella distanza non si riusciva a vedere bene l'interno ma, a giudicare dall'architettura e dalle dimensioni, era chiaramente l'attico di qualcuno molto ricco. E, stando a quanto gli avevano detto, quel qualcuno era morto.
Una figura più snella atterrò dietro di lui, così dolcemente da sembrare quasi senza peso.
“Sei stato rapidissimo.” Disse Catwoman, togliendosi gli occhialetti e venendo verso di lui. “Ti ho chiamato solo dieci minuti fa.”
“Ero in zona.” Rispose Batman. “Hai visto nient'altro, mentre aspettavi?”
“Niente di niente.”
“Come lo hai trovato?”
Selina si sedette sul cornicione, lasciando penzolare le gambe sopra lo strapiombo rumoroso e pieno di luci che si ergeva davanti a loro. Erano almeno al quarantesimo piano, e davanti a loro c'era un'enorme distesa di palazzi e luci al neon. Alcuni edifici avevano l'aria gotica, quasi antica, altri avevano l'aria moderna e illuminavano la città come enormi schermi di un computer. Le luci della città si riflettevano sullo smog, tingendo il cielo di un rosso tanto mozzafiato quanto innaturale.
“Stavo facendo un giretto nei quartieri ricchi.” Disse Catwoman. “Sai, per accertarmi che tutto fosse in ordine...”
Batman emise un singolo, breve grugnito di impazienza, ma non corresse questa dubbia ricostruzione degli eventi.
“E quando ho guardato dentro quella finestra, mi sono resa conto che qualcosa non andava. Che quell'uomo era morto.”
“Potrebbe stare dormendo.” Le rispose Batman.
“Non ho mai visto nessuno dormire per terra con gli occhi aperti e la bava alla bocca, Bats.”
“D'accordo. Sei entrata nell'appartamento?”
Selina gli sorrise.
“Batman, ma sarebbe illegale!”
Senza risponderle, Batman si gettò dal cornicione, planando verso l'attico.
“Il solito logorroico.” Disse Catwoman, affrettandosi a raggiungerlo.

Catwoman atterrò accanto a Batman, che ora era in piedi sul cornicione dell'attico e studiava il sistema d'allarme. I suoi occhi e il palmo della sua mano destra erano illuminati di rosso, mentre lo scanner analizzava i circuiti del sistema.
“Allora, sai come si chiamava il morto?” Gli chiese lei, guardando l'uomo riverso sul tappeto.
“Sì. “ Le rispose Batman. “L'attico risulta intestato ad un certo Gary Fines e il riconoscimento facciale l'ha confermato. Era un avvocato difensore. Uno dei più costosi, la sua parcella era di mille dollari all'ora.”
Catwoman fischiò.
“Ecco spiegato l'attico da urlo. E l'antifurto, com'è?”
“E' un sistema estremamente sofisticato. Ultima generazione.” Disse Batman. “Molto difficile da superare.”
“Lascia fare a me, allora. Tu intanto puoi chiamare Gordon.”
Batman spense lo scanner e la guardò.
“So che puoi farlo anche tu, ma sappiamo entrambi che io ci metterò di meno.” Disse Catwoman, con un sorriso furbetto sulle labbra.
Dopo un attimo di esitazione, e senza dire nulla, Batman si spostò e le fece spazio. Poi, si toccò l'orecchio e avviò una chiamata.
“Jim? Sono io. C'è una morte sospetta. Gary Fines. East Row, Numero 37.”
Sempre sorridendo, Catwoman si mise al lavoro sull'antifurto.

“Ho analizzato l'aria.” Disse Batman, mentre entravano dieci minuti dopo. “E' respirabile, ma qualcosa è stato vaporizzato nella stanza alcune ore fa. E' probabile che sia stato quello ad uccidere Fines.”
Catwoman guardò il cadavere. I suoi occhi erano sbarrati, le pupille dilatate. Aveva la schiuma alla bocca e le labbra erano sporche di sangue.
“Si è morso le labbra così forte da farle sanguinare, prima di morire.”
“Già.” Le rispose Batman, chinandosi ad ispezionare il cadavere. “E' probabile che il gas gli abbia causato delle tremende emorragie interne e dei violenti spasmi, e che si sia morso le labbra per il dolore.”
Lo scanner di Batman si riaccese, mentre lui analizzava il cadavere e il tappeto circostante.
Catwoman intanto guardava le pareti. Erano ornate di quadri raffinati, diplomi e maschere africane.
“Questo Fines era davvero pieno di soldi. Quelle maschere sono originali. Nigeriane, del diciannovesimo secolo.”
“Credi che le abbia comprate al mercato nero?” Le chiese Batman, mentre continuava ad analizzare il cadavere.
“No.” Rispose Catwoman. “Ma tutte insieme devono essergli costate più dell'attico stesso, direi.”
Batman annuì.
“Lo scanner forense ha finito. La morte risale a sei ore fa. Fines è stato colpito da varie emorragie interne, ma non è questo che l'ha ucciso.”
“Che cosa, allora?”
Batman si rialzò, guardandosi intorno.
“Dopo almeno un'ora di orribili dolori, il gas gli ha paralizzato i muscoli polmonari, impedendogli di respirare.”
“Brutta morte.”
Batman annuì di nuovo.
“Ma non è questo che mi inquieta.”
Batman prese fuori un dispositivo digitale dalla cintura. Catwoman sapeva di che cosa si trattasse: era un gioiellino che usava per decodificare password, hackerare terminali e mille altre cose. Una ad una, Batman controllò tutte le finestre, poi la porta, e infine il terminale dell'antifurto nascosto in un angolo della casa.
“Non c'è segno di effrazione, vero?” Gli disse Catwoman, che aveva sospettato questa evenienza da quando erano entrati.
Batman si girò a guardarla.
“Sì. Porte e finestre non vengono aperte da ieri mattina. Siamo i primi ad entrare qui da trentasei ore.”
“Potrebbero aver hackerato l'antifurto.” Disse Catwoman, ma senza convinzione.
“Se così fosse, ne avrei trovato traccia. La tua effrazione di venti minuti fa è stata rilevata dal decodificatore, ma non ne risultano altre.”
“E allora come hanno fatto a far entrare il gas?”
Batman mise via il suo decodificatore.
“Non lo so.”
I due guardavano il cadavere, mentre le sirene della polizia iniziavano a sentirsi, sempre più forti.
Selina si avviò verso la finestra da cui erano entrati.
“Meglio che me ne vada. Credo che a Gordon basti un solo intruso, sulla scena del delitto.”
Batman si voltò a guardarla.
“Grazie del tuo aiuto, Selina.”
“E' stato un piacere.” Catwoman si accovacciò sul davanzale. Stava per gettarsi nel vuoto, ma prima di farlo si voltò e sorrise a Batman.
“Un omicidio in una stanza chiusa a chiave. Non è il sogno di ogni detective?”
“Il sogno di ogni detective è trovare il colpevole.” Le rispose Batman, senza accennare un sorriso.
Lei sospirò.
“Non hai mai saputo trarre gioia da quello che fai, Bats. Dovresti lavorarci.”
Detto questo, Catwoman si gettò dalla finestra, usando la propria frusta per volteggiare tra i palazzi e sparendo tra le luci della città.

“Sì, i rilievi della scientifica confermano la tua ricostruzione, Batman. Nessuno sembra essere entrato in quell'appartamento, eppure in qualche modo il gas è stato introdotto.”
Gordon fumava la sua pipa, osservando il volto indecifrabile di Batman. I due si trovavano sul tetto del commissariato e le prime, deboli luci del mattino iniziavano ad illuminare i tetti della città.
“Condotti di areazione?” Chiese Batman, che non era riuscito a fare tutti i suoi rilievi prima dell'arrivo della polizia.
“Uno, ma non crediamo che il gas sia stato introdotto da lì. Non ce n'erano tracce dentro al condotto. E' stato sprigionato quando l'assassino era già dentro la stanza, le tracce rimaste erano localizzate nell'attico. E chiunque sia stato, ha portato via con sé il contenitore da cui l'ha sprigionato. Inoltre, il condotto è troppo stretto perché qualcuno possa essere passato da lì. Neanche la tua amica felina sarebbe riuscita a passarci.”
Batman guardò Gordon, con aria incuriosita. Gordon sapeva che Selina era stata lì, prima che arrivasse il GCPD? Ma Gordon non disse nulla, limitandosi a ricambiare il suo sguardo con tranquillità.
“Il gas non corrisponde a nessuno presente nei nostri database. Niente che possa essere collegato a Crane, Ivy o al Joker. Tu hai avuto più fortuna?”
“No.” Ammise Batman. “E' qualcosa di nuovo, a quanto pare.”
“Fantastico.” Disse amaramente Gordon.
“Lo troveremo, Jim. Chiunque sia.”
“Sarà meglio.”
“Cosa hanno detto i tuoi superiori?”
“Volevano minimizzarlo, classificarlo come fuga di gas e non pensarci più.”
“Una fuga di gas?” Batman lo disse tradendo un minimo di stizza per la natura pressapochista e pusillanime degli alti papaveri di Gotham, che da sempre preferivano una bugia rassicurante ad una verità inquietante.
Gordon ridacchiò sprezzante. La risata divenne presto un attacco di tosse.
“Già. Molto plausibile, vero? Ma visto che l'attico era chiuso dall'interno e visto che non ci sono tracce di un intruso, non ci sarà facile dimostrare che sia stato un omicidio. Chissà, forse avrebbero meno voglia di minimizzare, se avessero visto gli occhi di quel poveraccio. O forse no. Dopotutto, siamo a Gotham.”
Ormai il sole iniziava a sorgere davvero. Gordon guardò il suo orologio.
“Sono le sei del mattino, vecchio mio. Direi che è ora di darci il cambio. Il turno di notte è finito.”
Batman sorrise fugacemente.
“Mi farò sentire se ho delle novità, Jim.”
“Anche io.”
Batman gli mise una mano sulla spalla, in un breve gesto di rispetto e saluto, poi si gettò nel vuoto e sparì tra i grattacieli, dirigendosi verso la batmobile.
Gordon spense la pipa e si diresse verso la porta che conduceva ai piani inferiori.
“Questa storia non promette nulla di buono.” Borbottò, mentre scendeva le scale.
Gotham, che città.
Che città.

La Batmobile si fermò sulla grande piattaforma illuminata, al centro della caverna. Spento il motore, nell'aria si sentirono solo i suoni della cascata all'ingresso e i versi striduli dei pipistrelli che vivevano tra le stalattiti.
Batman scese dall'auto, assorto nelle sue riflessioni, e si diresse verso il computer.
“Computer. Avvio.”
Una decina di enormi schermi si accesero, illuminando il volto del detective.
Batman si tolse la maschera e si sedette davanti al computer, iniziando subito a digitare sulla tastiera.
“Notte proficua, sir?” Chiese una voce alle sue spalle.
Alfred si avvicinò, portando la colazione su un vassoio.
“Non so se la definirei tale. Un avvocato difensore è stato ucciso, nei quartieri ricchi.”
“Capisco. Ha intenzione di mangiare qualcosa, prima di mettersi a dormire?”
“Non ho fame. E non ho intenzione di dormire, Alfred. Ho delle ricerche da fare.”
Alfred appoggiò delicatamente il vassoio sulla tastiera, in modo tale che Batman non potesse adoperarla.
“Mangi. Sir.” Il tono era asciutto, di quelli che non ammettevano repliche.
Bruce inarcò un sopracciglio, ma il volto di Alfred rimase impassibile. I due si fissarono per qualche momento poi, in silenzio, Bruce si mise il vassoio sulle ginocchia e iniziò a mangiare.
“Buon appetito, sir.” Il tono tradiva solo un minimo di sarcasmo.
“Grazie.”
Alfred si allontanò, recandosi verso l'ascensore che conduceva ai piani superiori. Nell'aria si sentivano solo i suoni della cascata e il lento masticare di Bruce.

“Il signor Fox gradirebbe la sua presenza alla riunione delle quattro, sir.”
Alfred prese il vassoio vuoto, mentre Bruce già si rimetteva al lavoro e digitava velocemente sulla tastiera.
“Non posso, Alfred. Ho molto lavoro da-”
“Il signor Fox mi ha detto di dirle che lo considererebbe un favore personale. Sembrava preoccupato.”
Bruce smise di digitare per la seconda volta e si girò a guardare Alfred.
“Preoccupato?”
“Se posso permettermi, ho avuto proprio questa impressione. E lei sa quanto me che Lucius non le farebbe una richiesta simile senza una buona ragione.”
Bruce annuì, pensoso.
“D'accordo, chiamalo e digli che ci sarò.”
“Molto bene, sir.”
Bruce si toccò il mento, aggrottando la fronte. Sullo schermo, dati e nomi scorrevano all'impazzata, ma lui non vi stava prestando davvero attenzione.
Se Lucius era preoccupato, qualcosa non andava. Bruce si fidava ciecamente degli istinti di Lucius Fox.
Si rimise a fare ricerche sulla vittima, cercando di ignorare la sgradevole sensazione che a Gotham si stesse muovendo qualcosa, nell'ombra.
E, come avrebbe detto Dick Grayson, era Bruce l'unica cosa buona che si muoveva nell'ombra, a Gotham.

“Bruce, grazie di essere qui.” Lucius gli strinse la mano calorosamente, mentre con quella libera si aggiustava gli occhiali.
“Figurati. Che succede?”
Si trovavano nell'ufficio di Lucius, mancavano ancora venti minuti alle quattro. Era prassi che si vedessero da soli, prima di una riunione. Era importante fare fronte comune, col consiglio di amministrazione. Occorreva mettersi d'accordo su cosa dire e su chi doveva dirla.
“Ci sono due cose che vorrei discutere con te. Una è seria, l'altra meno. Ma dovresti essere messo al corrente di entrambe.”
Si sedettero, Lucius dietro alla propria scrivania e Bruce dal lato opposto.
“Dimmi tutto, Lucius.”
Lucius si tolse gli occhiali e si strofinò gli occhi, in un gesto che tradiva una profonda stanchezza. Ma, si sa, a Gotham i sonni tranquilli non erano la norma. Specie per chi cercava sempre di fare la cosa giusta, come Lucius.
“Bruce, quello che ti chiedo oggi è di fidarti di me. E di sostenermi. Perché la riunione non sarà affatto piacevole.”
Lucius fece una pausa e Bruce aspettò.
“Credo che qualcuno all'interno della Wayne Enterprise stia vendendo tecnologia sperimentale sul mercato nero. E temo proprio che il colpevole abbia un forte legame con un membro del consiglio di amministrazione.”
Bruce non rispose subito, ma studiò il viso stanco di Lucius.
“Da quanto lo sospetti, Lucius?”
“Una settimana. Non è sparito molto, è stato furbo. Ha trafugato la roba messa da parte, quella meno urgente. Ma mi sono presto reso conto che mancavano delle cose. E, guardando i nastri di sorveglianza, ho individuato il colpevole.
Bruce sospirò, preparandosi al peggio. Ma l'aveva capito non appena Lucius aveva nominato il consiglio.
“E' Brent Stine, vero? Il figlio di Howard.”
Lucius sospirò.
“Proprio lui. Mi dispiace.”
Howard Stine era uno dei membri più anziani del consiglio. Grande amico dei genitori di Bruce e collaboratore leale. Aveva regalato a Martha Wayne i guanti che indossava la notte in cui lei e Thomas erano stati assassinati. Era un brav'uomo.
Bruce e Lucius erano stati ben felici di accogliere suo figlio nel reparto Ricerca e Sviluppo, e Brent si era sempre dimostrato brillante e volenteroso, nei suoi tre mesi di stage.
Era una notizia davvero sconcertante.
Dopo qualche momento, Bruce ruppe il silenzio.
“Puoi dimostrarlo al di sopra di ogni ragionevole dubbio, Lucius?”
“Sì.”
“Nei filmati lo si vede prendere il materiale?”
“Sì.”
Bruce annuì.
“Non sarà una riunione piacevole.”
“No, non penso neanche io.”
I due si alzarono. Mancavano solo due minuti alla riunione. Mentre entravano nell'ascensore, diretti al piano inferiore, Bruce si ricordò che c'era anche un'altra cattiva notizia.
“Che altro dovevi dirmi, Lucius?”
“Ah, già. Beh, direi che può aspettare, ma la Wayne TV sta avendo dei problemi di ricezione in tutta la città. Non siamo ancora riusciti a capire quale sia il problema, ma abbiamo ricevuto molte lamentele.”
La Wayne TV trasmetteva soprattutto rubriche politiche e notizie sui titoli azionari. Era un canale a pagamento. A Bruce non era mai piaciuto, ma aveva un pubblico fedele e tenerlo in vita lo aiutava a mantenere rapporti amichevoli con gli altri cittadini benestanti di Gotham. E Lucius questo lo sapeva bene.
“Hai ragione, direi che può aspettare. Ma grazie per avermelo detto.”
“E' il mio lavoro, Bruce.”
Le porte dell'ascensore si chiusero.

La riunione fu dolorosa, ma meno di quanto pensassero. Principalmente, fu triste.
Howard non andrò su tutte e furie e non si indignò, ma accettò invece la notizia con una sorta di mesta rassegnazione.
“Purtroppo, questa notizia non mi sorprende troppo. Non che io fossi al corrente di una condotta illegale da parte di Brent, voglio che questo sia chiaro. Ma negli ultimi tempi è strano, alienato. Non sembra più lui. Mi sono chiesto se non si droghi, in realtà. Lui dice che va tutto bene, ma un padre se ne accorge, quando qualcosa non va. E ora, me ne avete dato conferma con questa notizia.”
Il resto del consiglio non guardava Howard in volto, chi per rispetto e chi per imbarazzo. Solo Bruce e Lucius ricambiavano il suo sguardo contrito.
“Cosa intendete fare?” Chiese Howard, dopo qualche momento di esitazione.
Bruce e Lucius si guardarono.
“Credo che la cosa migliore sia convocare immediatamente Brent.” Disse Lucius. “Sentire cosa ha da dire. Se può recuperare la tecnologia che ha rubato o dimostrare che non è finita nelle mani sbagliate, potremmo risolvere tutto con un risarcimento e delle scuse, senza chiamare la polizia. Ma...”
Lucius si interruppe, indeciso su come proseguire.
“Ma dovrete licenziarlo in ogni caso, non è vero?” Disse Howard.
“Sì, mi dispiace Howard.” Disse Bruce. “Brent ha tradito la nostra fiducia e non possiamo tenerlo vicino alla nostra tecnologia. Ma ti prometto che, qualunque sia il suo problema, io vi aiuterò a venirne a capo. Se è davvero una questione di droga, contatterò personalmente Leslie Thompkins e farò avere a Brent le migliori cure che ci siano a Gotham.”
Howard annuì e sorrise ai due uomini. Era un sorriso triste, da spezzare il cuore, ma anche riconoscente.
“Vi ringrazio.”
Loro annuirono. Poi Bruce attivò l'interfono.
“Miss Davidson, può dire a Brent Stine di raggiungerci?”
“Subito, signor Wayne.”
“Grazie.”
Il consiglio finse di non vedere, mentre Howard si asciugava le lacrime e cercava di ricomporsi.
Questa volta, anche Bruce e Lucius preferirono guardare da un'altra parte.

“Brent, perché lo hai fatto?” La voce di Howard era triste, ma ferma.
Gli altri presenti osservavano i due Stine, chi col viso malinconico, chi con l'espressione severa.
“Papà, non sono stato io. Non so cosa stia succedendo!” La voce di Brent tremava, mentre grandi lacrime gli scorrevano giù per le guance.
“Non prenderci in giro, Brent!” Howard tremava come una foglia, colmo di dolore e rabbia. “Ci sono le riprese delle telecamere a circuito chiuso. Era durante il tuo orario di lavoro. Non ci sono dubbi che sia stato tu.”
“Brent.” Intervenne Lucius, con tono gentile. “E' inutile negarlo. Così facendo, peggiori solo le cose. Ammetti ciò che hai fatto e dicci dove si trovano i pezzi rubati, d'accordo?”
Brent si voltò verso Lucius, il volto disperato.
“Ma signor Fox, lo giuro, non sono stato io! Non farei mai una cosa del genere! Adoro lavorare qui!”
“Brent.” Ora fu Bruce a parlare. “Se sei nei guai, puoi dircelo. Ti aiuteremo. So che sei un bravo ragazzo. Devi forse dei soldi a qualcuno? Sei nei guai? Possiamo-”
“Non ho fatto niente!” Brent scoppiò a piangere, crollando in ginocchio.
Dopo qualche attimo in cui il silenzio fu riempito solo dal pianto del ragazzo, Howard Stine si alzò in piedi e gli venne vicino. Gli mise una mano sulla spalla.
“Figlio mio, che cosa ti succede? Parlaci. Parlami! Qualunque cosa sia successa, insieme poss-”
Ciò che avvenne dopo fu così veloce che solo un occhio allenato come quello di Bruce avrebbe potuto registrarlo. Con una sola, improvvisa mossa, Brent si alzò in piedi. Tirò fuori un bisturi dal camice che indossava e, prima che chiunque altro del consiglio potesse capire cosa fosse accaduto, Howard Stine era a terra. Gli sgorgava sangue dalla gola recisa e i suoi occhi, prima di spegnersi, si fermarono sul volto di suo figlio, che era gelido e senza emozione.
“Brent! Nooo!” Lucius era sconvolto.
Bruce si alzò e si diresse verso Brent, ma era troppo tardi. Sempre con quella stessa espressione fredda e inespressiva, Brent corse verso la finestra e ci saltò attraverso, lasciando dietro di sé solo vetri infranti e insanguinati. Pochi istanti dopo, Bruce e gli altri membri del consiglio udirono il suono definitivo e brutale del suo corpo che si schiantava sull'asfalto.
Nello spazio di un minuto, i due Stine erano spariti per sempre.

Bruce sedeva nel suo ufficio, coprendosi gli occhi con una mano. Lucius sedeva davanti a lui, con l'espressione triste. Erano passate diverse ore dalla riunione, ormai era buio. La polizia era venuta ad interrogarli tutti e il coroner aveva ormai portato via il corpo di Howard e quello che restava di Brent (ovvero non molto).
“Non riesco proprio a capire..” Lucius era inconsolabile. “Brent era un gran lavoratore, era pieno di talento. Era una persona mite. Perché mai avrebbe fatto una cosa del genere?”
Bruce si tolse la mano dal viso e si raddrizzò sulla sedia.
“Non lo so, Lucius. Ma intendo scoprirlo.”
Proprio in quel momento, il bat segnale illuminò il cielo. Dall'ufficio di Bruce entrambi potevano vederlo chiaramente, mentre si rifletteva sul cielo rossiccio e inquinato di Gotham.
“E adesso cos'altro c'è?” Disse Lucius, nervosamente.
“Sarà meglio che vada a scoprirlo.” Disse Bruce, alzandosi in piedi.
Gli ci vollero meno di due minuti per infilarsi il costume che teneva nascosto nel suo ufficio.
“Ne verremo a capo, Lucius. Te lo prometto.” Disse Bruce, mentre apriva la vetrata, facendo entrare il freddo vento di ottobre.
“Lo so, signor Wayne. Non si preoccupi per me. Vada da Gordon, e mi faccia sapere se le serve il mio aiuto.”
Bruce annuì, sorridendo brevemente al suo amico. Poi si gettò dalla finestra, stagliato contro le luci al neon di Gotham. Non riusciva a ignorare la sensazione che la sua città fosse di nuovo in pericolo, sull'orlo del baratro. O oltre. Che fosse, proprio come lui in quel momento, in caduta libera.

“Un altro.” Gli disse subito Gordon, non appena lo vide atterrare sul tetto del commissariato. “Un altro riccone morto.”
“Chi era?” Chiese Batman, rialzandosi in piedi.
“Julius Douchette. Proprietario della Douchette's Diamonds.”
“La più grossa catena di gioiellerie di Gotham.”
“Proprio lui.”
Gordon fumava alacremente, la luce della pipa gli illuminava il volto.
“Stessa modalità di Fines?” Chiese Batman, già intuendo la risposta.
“Sì. Porte e finestre chiuse a chiave. Allarme inserito. Stessi segni sul cadavere. Qualcuno ha introdotto, chissà come, del gas nel suo lussuosissimo appartamento. I polmoni gli si sono paralizzati, dopo almeno un'ora di agonia.”
I due si guardarono. Nessuno dei due voleva dirlo ad alta voce, ma era ormai chiaro che si trattava di delitti seriali. E che, molto probabilmente, un terzo delitto era in arrivo.
“Da quanto tempo è morto?”
“L'abbiamo trovato due ore fa. E il coroner ha stimato che la morte fosse avvenuta nel pomeriggio.”
Batman annuì, pensoso.
“Se vuoi fare i tuoi rilievi, queste sono le chiavi della casa di Douchette.” Gordon gliele porse. “ Era uno scapolo, proprio come Fines, quindi nessuno ti disturberà.”
Batman prese le chiavi.
“Grazie, Jim.”
“Sarai tu a farmi un favore, se trovi qualche indizio.”
“Nessun collegamento tra le vittime, immagino.”
“Nessuno. Fines non ha mai rappresentato Douchette in un processo. E non era tipo da gioielli. I due non frequentavano gli stessi club. Per quanto ne sappiamo, non sono mai stati insieme nella stessa stanza. Forse tu scoprirai di più.”
Gordon si voltò e si diresse verso il bat segnale.
“Vedrò cosa posso fare.” Batman mise le chiavi nella cintura. “Buonanotte, Jim.”
“Buonanotte.” Gordon spense il segnale e si diresse verso le scale che riconducevano all'interno del commissariato. Neanche si voltò, ben sapendo che Batman era già sparito nell'ombra.

Batman seppe che qualcosa non andava dal momento in cui entrò nell'appartamento. La porta era chiusa, ma non a chiave. Qualcuno doveva essere entrato, dopo che Gordon e i suoi uomini erano andati via. Mise via le chiavi e irrigidì i muscoli, pronto ad un confronto, ma quando entrò non vide nulla di strano, quantomeno a prima vista. L'appartamento sembrava assolutamente normale.
Lo ispezionò da cima a fondo, ma non c'era nessuno. Perplesso, si diresse verso il salotto e accese il suo scanner forense, ispezionando la stanza. Trovò tracce minime dello stesso gas usato per Fines, e particelle del sangue sputato dal defunto Douchette. Ma non c'erano segni di effrazione e il suo decodificatore non trovò tracce di hackeraggi o interferenze esterne per quanto riguardasse l'antifurto. Per di più, non c'erano neanche condotti d'areazione, solo un normalissimo impianto di aria condizionata che non presentava comunque tracce di gas.
Passando alla visione a infrarossi, notò però qualcosa di strano. In un angolo del salotto c'era una statua di ceramica, raffigurante un orso. Era alta poco più di un metro e mezzo, con una circonferenza di mezzo metro. Al suo interno c'erano tracce di calore, come se qualcuno o qualcosa fosse rimasto lì dentro a lungo e fosse andato via da poco. Si avvicinò e capovolse la statua. Il fondo era di feltro, e Batman vide che era rimovibile. Dentro, la statua era cava. E vuota. Ma lo scanner forense rivelò la presenza di nylon. Sottili fili che erano venuti via da qualche indumento mentre, per quanto sembrasse incredibile, qualcuno era rimasto nascosto all'interno della statua per ore.
Vide che c'era ancora il cartellino del prezzo. Tremila dollari. E una ricevuta di consegna con la data del giorno prima.
Batman premette il comunicatore sul suo orecchio.
“Jim? Sono io.”
“Batman! Hai scoperto qualcosa?”
“Credo proprio di sì. Hai notato una statua a forma di orso, durante la vostra ispezione?”
“Sì, me la ricordo. Un pezzo costoso.”
“Era arrivato proprio ieri. Al suo interno ho trovato tracce di calore, e frammenti di nylon.”
Ci fu un momento di silenzio.
“Porca puttana. Stai dicendo che c'era qualcuno al suo interno?”
“Sì.”
“Lo ha ucciso, si è nascosto di nuovo e poi ha aspettato che ne andassimo, prima di togliere il disturbo.”
“Esatto.”
“Ma... quella statua era alta poco più di un metro e mezzo. Ed era stretta. Chi mai potrebbe-” Gordon si interruppe. Aveva capito anche lui. “Merkel? Peter Merkel? Ragdoll?”
“Deve essere stato lui. Ecco come è entrato il gas nell'attico di Fines. Attraverso il condotto d'areazione, proprio come avevamo ipotizzato inizialmente. Avevi ragione, Catwoman non sarebbe riuscita a passarci. Ma lui sì. E' strisciato su per il condotto e ha lasciato il gas, poi è uscito da dov'era entrato. Semplice e geniale.”
“Maledizione. Ma perché? Non è nel suo stile. Merkel è un ladro, non un serial killer.”
“Vedrò di scoprirlo. Tu dirama la notizia, fallo cercare. E' da tanto che non viene a Gotham, ma magari abbiamo fortuna e si nasconde in uno dei suoi covi conosciuti.”
“Non sembra quel tipo di settimana.”
“Lo so. Mi farò risentire.”
Batman riattaccò e, assorto nei suoi pensieri, lasciò l'appartamento.

Peter Merkel era nato con una particolare condizione genetica. Le sue articolazioni si piegavano in qualsiasi direzione desiderasse, rendendolo un formidabile contorsionista. E la sua corporatura era spaventosamente magra, quasi scheletrica. Dopo un iniziale periodo come fenomeno da baraccone, Merkel aveva utilizzato le sue doti per diventare un ladro, con risultati eccezionali. Inizialmente nessuno aveva idea di come venissero eseguiti i furti, sembrava quasi che fosse stato un fantasma.
Batman ora si sentiva un idiota per non aver pensato a lui. Ma, come aveva detto Gordon, delitti del genere non erano mai stati nel suo stile. E dopo il suo ultimo soggiorno ad Arkham, sette anni prima, sembrava ravveduto e aveva lasciato per sempre Gotham. Cosa lo aveva spinto a tornare?
Batman scese dalla batmobile e si recò verso il computer, intenzionato a cercare un collegamento tra Merkel e le vittime, quando ricevette una chiamata.
“Sì?”
“Bruce, sono io.”
“Selina?”
“Dobbiamo incontrarci. Credo di sapere chi è l'assassino.”
“Peter Merkel.”
Ci fu un attimo di silenzio.
“A volte sei davvero insopportabile. Comunque sì, è Merkel.”
“E tu come fai a saperlo?”
“Perché l'ho appena visto uscire da una finestra, con quel suo ridicolo costume da pupazzo. E dentro l'appartamento c'è un altro riccone morto, con la bava alla bocca.”
“Maledizione! Dove?”
“44, Clancy Street.”
“Arrivo subito, cerca di pedinarlo e tienimi al corrente dei suoi spos-.”
“Non credo che sarà necessario.”
“Perché?”
“L'ho già catturato. E' qui davanti a me, legato come un salame. Datti una mossa, fa freddo stanotte.”
“Lo hai-”
Ma Selina aveva interrotto la chiamata.
Pochi istanti dopo, la batmobile partì con un rombo assordante, disturbando il sonno di decine di pipistrelli irritati.

La maschera di Ragdoll giaceva ai suoi piedi, sgualcita. Selina lo aveva legato ad un comignolo, così stretto che poteva a malapena respirare. Merkel guardava davanti a sé, evitando lo sguardo delle due ombre in piedi davanti a lui. Aveva l'aria decisamente invecchiata, rispetto all'ultima volta in cui Batman l'aveva visto. Aveva i capelli grigi e radi, occhiaie molto pesanti e profonde rughe ai lati della bocca. Ma non c'erano dubbi, era proprio lui.
“Perché lo hai fatto, Merkel?” Gli chiese Batman. “Non sei mai stato quel tipo di criminale. Te n'eri andato. Qual è il movente?”
Merkel rimase in silenzio.
“E' meglio che tu gli risponda, Peter.” Gli disse Selina. “Batman ha avuto una brutta settimana.”
Merkel continuò a ignorarli. Dopo qualche istante, si mise a fischiettare.
Batman sferrò un pugno al comignolo, pochi centimetri sopra la sua testa. Merkel smise di fischiare, ma per il resto continuò ad ignorarli.
“Vuoi portarlo al commissariato?” Chiese Selina.
“Sì.”
Annuendo, la ladra felina iniziò a slegare Merkel. Era leggermente preoccupata dalla reazione di Batman. Era stata un po' troppo improvvisa. Non le piaceva la rabbia che gli leggeva in volto. Guardò con una certa apprensione i frammenti di cemento e mattoni che cadevano sulla testa di Merkel, quanto il cavaliere oscuro tolse la mano dal comignolo.
Una volta che Merkel fu slegato, Batman lo afferrò saldamente per un braccio e raccolse la sua maschera da terra.
“Grazie del tuo aiuto, Catwoman. Lo dirò a Gordon, ti sarà riconoscente.”
Selina scosse la testa.
“Preferirei di no, ragazzone. Non vorrei che si spargesse la voce che Catwoman aiuta i poliziotti a catturare altri ladri. Non sarebbe carino.”
“Merkel non è un ladro. E' un assassino.”
Lo sguardo di Batman era gelido, la sua voce tagliente. Qualcosa nel suo tono inquietò Selina. Non era irritata o spaventata dai suoi modi burberi, quelli non erano di certo una novità. Era preoccupata per lui. Batman le sembrava estremamente stanco, e nervoso.
“Hai ragione.” Gli rispose infine. “Ma allora preferirei che rimanesse tra noi tre, d'accordo? Per favore.”
Batman annuì, poi si gettò dal palazzo, portando Merkel con sé. Neanche un minuto dopo, guardando le strade sotto di lei, Selina vide la batmobile che si dirigeva, rombando, verso il GCPD.
“Non mi piace questa storia.” Mormorò Selina. “C'è qualcosa che non va.”
Poi, con la grazia vagamente irreale di un gatto, saltò sul cornicione opposto e iniziò a dirigersi verso casa.

Merkel sedeva nella sua cella, silenzioso più che mai. Batman e Gordon l'avevano interrogato per un'ora, ma non aveva aperto bocca. Ora i due lo guardavano attraverso le telecamere a circuito chiuso.
“E' molto strano.” Disse Gordon. “Merkel non è mai stato così bravo a rimanere in silenzio. Bastavano dieci minuti di domande, e iniziava a vantarsi di come aveva fregato tutti, ti ricordi? Blaterava di come fosse il migliore ladro del mondo. Che fosse come un fantasma. E bla, bla, bla.”
Batman annuì, senza distogliere lo sguardo dallo schermo.
“Deve essergli successo qualcosa, in questi sette anni.” Disse Gordon.
“E' possibile.” rispose Batman.
“Forse collegato a Fines e Douchette.”
Batman annuì di nuovo.
“Non ho ancora avuto modo di fare delle ricerche, Jim. Ma qualunque sia il collegamento tra lui e le vittime, lo troverò.”
Gordon tirò fuori la sua pipa.
“Abbiamo identificato il terzo cadavere, tra l'altro. Clint Jenkins. Meno ricco degli altri due, ma comunque un uomo facoltoso. Addetto marketing da pochi anni negli uffici della Dagget Industries, in aria di promozione.”
“Indagherò anche su di lui.”
“C'è una cosa che non mi torna, però.” Disse Gordon, accendendo un fiammifero. “Perché Merkel è uscito dalla finestra, questa volta? Era stato maledettamente bravo a nascondere la sua presenza, le prime due volte. Perché uscire dalla finestra?”
Batman non rispose subito, ma continuò a fissare Merkel sullo schermo.
“Forse era l'ultima vittima. Forse aveva finito.”
“Beh, in ogni caso ora ha finito.” Disse Gordon, senza nascondere la sua soddisfazione.
“Già.” Gli rispose Batman, che non condivideva la sua positività. C'era qualcosa che non gli tornava, in tutta questa storia.
“Accompagnami a fumare.” Disse Gordon, infilandosi il cappotto. “Un po' d'aria fresca farà bene a tutti e due.”
I due uomini uscirono dalla stanza, dirigendosi verso il tetto. Sullo schermo, Merkel sbadigliò e si stese. L'orologio sul muro segnava le 2 del mattino.
Era il 21 ottobre, una data che tutti i cittadini di Gotham avrebbero ricordato, in futuro.

“Sei preoccupato, te lo leggo addosso.” Disse Gordon, riaccendendosi la pipa. Il freddo vento autunnale l'aveva subito spenta. “Ormai ti conosco.”
Batman non rispose, ma si limitò a guardarlo.
“Dovresti essere felice, invece.” Continuò Gordon. “ L'abbiamo preso. Grazie a te. E a Catwoman.”
“Avremmo potuto prenderlo prima.”
“E su questo siamo d'accordo. Ma in una città come Gotham, un successo del genere va sempre festeggiato. Anche quando è sofferto. Soprattutto quando è sofferto.”
“Inizio ad essere davvero stanco di quello che vediamo tutti i giorni, Jim. Inizio a chiedermi se serva davvero a qualcosa, quello che facciamo.”
Gordon guardò il cielo rosso di Gotham, con aria pensosa.
“Sai, ti capisco. Questa città è difficile da amare. E' un po' come un'amante che prima ti dà un bacio e poi uno schiaffo. Non sai mai cosa aspettarti da lei. Ma, in serate come questa, sono felice. Perché mi ricordo che ci sono persone come te e Catwoman. Persone che, pur stando sempre in mezzo a quelle tenebre, rimangono buone. E fanno la cosa giusta. E' questo che mi permette di amare ancora Gotham, dopo tutti questi anni.”
Ora Gordon si voltò a guardare Batman.
“E' merito tuo se la vedo così. Sei tu che mi fai vedere il meglio di Gotham. Perché è quello che fai tu. Se non avessi speranza, se non credessi in Gotham, non saresti qui. Tu ami questa città schifosa, proprio come me. Quindi non rompere.”
Batman gli sorrise, poi si mise anche lui a guardare il cielo rosso.
“Grazie, Jim.”
“Figurati. A volte tutti abbiamo bisogno di un po' di prospettiva.”
“Però devo dirti una cosa.”
“Che c'è?”
Batman tornò a guardare Gordon.
“Fumi troppo.”
Gordon rise, con aria colpevole.
“Me lo dice sempre anche Barbara. Ma che ci vuoi fare, è la mia unica gio-”
L'esplosione interruppe Gordon e illuminò il cielo. Pochi istanti dopo, udirono il boato e gli allarmi delle macchine. Poi, le urla. Decine e decine di urla.
A qualche isolato da loro, vicino al centro storico di Gotham, un grattacielo era appena esploso. L'esplosione aveva coinvolto anche alcuni palazzi vicini. Ammutoliti, i due amici guardarono il fumo che si sollevava nel cielo.
“Gesù cristo!” Urlò infine Gordon, tirando fuori la sua radio. “Qui Gordon, qui Gordon! Mandate pattuglie, ambulanze e vigili del fuoco al centro storico! C'è stata-”
Un'altra esplosione interruppe Gordon.
“Oh, mio dio!” Disse Gordon, sconvolto. “Batman, che cosa-”
Ma Batman non c'era più.

Planava verso il luogo dell'incendio, assordato dal vento, dal suono delle fiamme e dalle urla sotto di lui. Gordon aveva ragione, lui amava questa città. E in quel momento, si sentiva come se qualcuno lo avesse pugnalato al ventre. La sua città bruciava, la sua città sanguinava.
Giunto sopra al centro storico, Batman si lasciò cadere verso la strada. Vedeva già arrivare i vigili del fuoco e le ambulanze. Il calore era insopportabile, la luce delle fiamme faceva male agli occhi.
Batman corse verso le fiamme, alla ricerca di qualche superstite. La sua città sembrava davvero essere in caduta libera, ora. Ma lui era deciso ad afferrarla, e a salvarla dall'oblio.

FINE CAPITOLO 1




Batman: Caduta Libera - Capitolo 8

CAPITOLO 8  MOSTRI La folla aveva circondato la moto. Occhi vitrei e senza emozioni lo fissavano, mentre i cittadini avanzavano lentamente v...