lunedì 23 dicembre 2019

Un Canto nella Notte


La cabina si muoveva lentamente su e giù, seguendo il ritmo delle onde. Tutti dormivano, eccetto Luke.
Si era imbarcato sulla Gertrude II (sì, era davvero questo il nome) per racimolare un po' di soldi durante l'inverno. Se la pesca fosse andata bene, si sarebbe garantito il denaro necessario a comprare una nuova macchina. Comprata quella, il suo piano era di lasciare la cittadina in cui era nato, raggiungere alcuni amici che vivevano dall'altra parte dello stato e probabilmente non tornare mai più.
Ma prima lo attendevano almeno altre tre settimane di pesca.
Era il suo primo viaggio, e non si era ancora abituato a dormire in mezzo all'oceano. Intorno a lui gli altri invece dormivano profondamente, beati. Clark borbottava nel sonno, assurdità sui meloni e sugli scoiattoli. Lewis sbavava copiosamente dai lati della bocca, mentre dormiva supino e con le braccia incrociate. Freddie russava così forte da sembrare un trattore. Un trattore vecchio. Un trattore vecchio di cui nessuno si è mai preso molta cura. Infine c'era Dan, il capitano. Lui dormiva in silenzio, mentre la sua grossa pancia saliva e scendeva, lentamente.
Ma Luke non riusciva proprio a prendere sonno.
Non era esattamente infastidito dalla situazione, però. Certo, sarebbe stato stanco l'indomani, ma c'era una certa bellezza nell'essere l'unico sveglio su una barca, nel mezzo dell'oceano e a notte fonda.
Gli piaceva il suono delle onde (quando non era coperto dal russare di Freddie) e si stava anche abituando al movimento della barca. E c'era qualcosa di magico nel pensare che sotto di lui c'erano chilometri e chilometri di acqua, animali e segreti. Per quello che ne sapeva lui, in questo momento gli stava passando sotto una balenottera o una piovra. E nessuno di loro lo avrebbe mai saputo.
Faceva un po' paura, l'abisso sotto di loro, ma era innegabilmente anche magico. Era felice che questa fosse la sua ultima esperienza prima di lasciare la città.
Non odiava la sua città, non odiava i suoi concittadini. Aveva solo bisogno di vedere roba nuova.
Però iniziava a pensare che gli sarebbe mancato l'oceano, nonostante fosse stato inizialmente riluttante a offrirsi per questo lavoro. E gli altri dell'equipaggio lo avevano piacevolmente sorpreso. Si era aspettato omaccioni rudi che lo avrebbero trattato un po' male, vedendo i suoi capelli lunghi, il suo orecchino e le sue mani senza calli. Invece erano stati tutti molto amichevoli e diretti.
“Ecco come stanno le cose.” Gli aveva detto subito Dan. “Lavora sodo, presta attenzione e non fare cazzate. Se ci ascolti e ti dai da fare, saremo amici per tutta la vita.”
E l'andazzo era sembrato davvero quello, finora. Dopo soli tre giorni si era già instaurato un rapporto molto rilassato tra lui e gli altri. Gli dicevano cosa fare, lui obbediva. Lui faceva delle domande educate su come funzionasse qualcosa o sul perché facevano una cosa in un certo modo, e loro glielo spiegavano. Si mangiava e scherzava tutti insieme, con la musica dei Rolling Stones in sottofondo. Poi, stravolti, andavano tutti a letto. E gli altri membri dell'equipaggio, vedendo quanto faticasse per stargli dietro, lo trattavano con rispetto. Era un bel ambiente in cui lavorare.
Certo, era molto faticoso ed era anche anche un lavoro pericoloso, ma a Luke piaceva la soddisfazione che provava ogni sera, vedendo le reti piene e sentendo i muscoli stanchi. E non c'erano quello stress e quei mal di testa che lo avevano perseguitato per tutta la sua carriera universitaria. Era pura fatica fisica, ed era liberatorio.
Stava per addormentarsi, sorridendo tra sé e sé, quando lo udì. Era un suono che non aveva mai sentito in vita sua. Era difficile da descrivere, ma la prima emozione che provò nel sentirlo fu un'enorme tristezza. Come se stesse sentendo il mare che piangeva e si disperava. Era un verso che evocava solitudine, sconforto. Ti veniva voglia di consolare qualunque cosa stesse emettendo quel suono.
Luke si guardò intorno. Freddie, Clark e Lewis continuavano a dormire saporitamente, ma Dan aveva aperto gli occhi ed era anche lui in ascolto. Quando notò che Luke si era svegliato, gli fece cenno con la mano e lo invitò a seguirlo di sopra.
I due salirono sul ponte e guardarono le onde illuminate dai faretti laterali. Lo strano verso continuava ad echeggiare nella notte, ma non riuscivano a vederne la fonte.
“ E' una balena?” Chiese Luke.
“Se lo è, è un tipo di balena che non ho mai sentito in venti anni che faccio questo lavoro.”
I due continuavano a fissare l'oceano. C'era mare mosso quella notte e le onde erano enormi. Il mare sembrava una cosa viva, una cosa piena di furore e frustrazione. Ad un tratto, a Luke sembrò di vedere qualcosa, in mezzo all'acqua. Qualcosa che si muoveva nella direzione opposta alle onde. Lo indicò con il dito.
“Là! Lo vedi?”
Dan socchiuse gli occhi.
“Sì, lo vedo... Porca miseria, ma che cavolo è?”
Luke conosceva Dan da poco tempo, ma in tre giorni il capitano aveva dimostrato di conoscere ogni tipo di pesce, di corrente e di uccello. Sapeva persino recitare Coleridge a memoria. E gli altri lo trattavano sempre come l'enciclopedia della nave. Dan conosceva il mare come le sue tasche, perché lo amava. Quindi era davvero inquietante che ci fosse un suono a lui sconosciuto. E il fatto che non sapesse subito identificare cosa fosse quella strana forma nell'acqua era ancora più inquietante.
Qualunque cosa fosse, era pallida. Una forma bianca in mezzo al blu scuro dell'oceano. E si muoveva lentamente, in un modo che a Luke sembrò quasi...aggraziato. Era come se stesse danzando. E il suono ora sembrava più forte di prima. Era difficile capirne le dimensioni, ma a Luke non sembrava molto grande. Poco più di una persona, forse.
Dan gli mise una mano sulle spalle e Luke non riuscì a trattenere un'esclamazione strozzata. Era rimasto ipnotizzato da quel suono e dalla strana danza della creatura misteriosa. Si era quasi dimenticato che c'era anche Dan, lì con lui.
“Scusa.” Disse il capitano. “Vai di sotto e sveglia gli altri.”
Il suo viso era difficile da decifrare, ma a Luke sembrava un po' preoccupato.
“OK, Dan. Vado.”
Gli altri si svegliarono controvoglia.
“Ma che cazzo, Luke. E' notte fonda...” Disse Freddie.
“Scusa amico, ordini del capitano.”
“Che succede?” Chiese Lewis, improvvisamente sveglissimo. “Qualcosa di serio?”
“No. Cioè, non so... Lo sentite?”
Gli altri si misero ad ascoltare. Il suono non si era interrotto mai, da quando era cominciato. Anzi, sembrava più forte di prima.
“Ma che cazzo è?”
Luke fece spallucce.
“Non lo so. Venite a vedere.”
Salirono tutti sul ponte. Freddie e Clark ancora sbadigliavano, ma Lewis era vigile. Luke sapeva che era un po' il secondo in comando di Dan e che anche lui ne aveva viste tante, in mare. Sembrava profondamente turbato da quel suono alieno.
Trovarono Dan dove Luke lo aveva lasciato, a braccia incrociate. Lo raggiunsero e si misero a guardare la cosa in mare. Era ancora troppo lontana per capire bene cosa fosse, ma si era decisamente avvicinata. Ora si riusciva a distinguere in parte la forma, che sembrava quasi... umanoide.
Lewis aveva intelligentemente portato su il binocolo.
“Tieni, Dan. Vedi se riesci a capire cosa diavolo sia.”
Dan prese il binocolo.
“Grazie.”
Ma proprio mentre Dan si accingeva a guardare, il suono cambiò. Da triste e pieno di dolore, divenne quasi...sensuale. Sembrava assurdo dirlo di un suono del genere, ma lo era davvero. Faceva pensare ai gemiti di piacere di una donna. Luke si accorse con una certa sorpresa che gli stava venendo un'erezione. E dagli occhi spenti degli altri capì che il suono stava avendo lo stesso effetto anche su di loro. Dan sembrava essersi dimenticato del binocolo e, come tutti gli altri, la sua unica preoccupazione ora sembrava continuare ad ascoltare quel suono, quel suono che era improvvisamente diventato stupendo ed eccitante.
I cinque uomini rimasero ad ascoltare il suono ammaliante per molto tempo, forse persino dieci minuti. Inconsciamente, si erano avvicinati tutti al bordo della nave, centimetro dopo centimetro.
Il suono ora stava diventando più rapido e frenetico, il ritmo di un amplesso che inizia ad essere preso dal trasporto e dalla passione. E la figura era sempre più vicina.
I cinque uomini erano ormai a pochi centimetri dal parapetto, quando un'onda particolarmente forte scosse la nave e li fece cadere tutti a terra, spezzando quello strano incantesimo.
“Cazzo!” Urlò Clark.
Il suono si interruppe bruscamente. A Luke sembrò di sentire un altro verso, decisamente più sgradevole. Una sorta di conato rabbioso. Ma passò subito e Luke si convinse che era la sua immaginazione.
I cinque uomini guardarono in mare, ma non c'era più niente.
“Dai, torniamo di sotto!” Urlò Dan. Il mare stava diventando davvero selvaggio. “E' stupido stare qua fuori così.”
Scesero tutti sotto coperta. Non parlarono di ciò che era successo. Avevano tutti l'aria confusa.
Luke non sapeva cosa provassero gli altri, ma lui si sentiva confuso e vagamente in colpa, come se avesse fatto qualcosa di cui avrebbe dovuto vergognarsi. Qualcosa di sporco, di proibito, ma anche innegabilmente eccitante. Gli ricordava quando aveva tredici anni, e sgattaiolava in salotto di notte per guardare i canali a luci rosse in televisione.
Gli fu molto difficile prendere sonno, e dalla mancanza di russare e borbottare capì che non era più il solo.

La mattina dopo non ebbero veramente il tempo di parlare. Si svegliarono presto per pescare e fu la giornata più pesante da quando erano partiti. Luke cercò di non pensare troppo a quello strano suono e a quella cosa nell'acqua. Il loro era un lavoro pericoloso e a distrarsi ci si poteva fare male sul serio. I porti sono pieni di marinai senza dita, senza gambe o senza occhi. E, se è per questo, sono anche pieni di marinai che hanno perso i loro amici in mare.
Ma quando fu ora di pranzo, e non ci fu più il lavoro a distrarlo, Luke si ritrovò a pensare alla notte precedente. A quello che avevano visto e sentito. E alla loro inquietante reazione. Stava per farsi coraggio e chiedere agli altri cosa ne pensavano, quando Dan lo precedette.
“Ragazzi, voglio fare una chiacchierata con voi. Una cosa sincera, OK?”
Gli altri alzarono gli occhi dal piatto. Poi annuirono, lentamente.
“Abbiamo tutti visto quella strana cosa, ieri notte. Vero?”
Tutti annuirono nuovamente.
“E l'abbiamo sentita, porca troia.” Disse Freddie.
Questa volta toccò a Dan annuire.
“Sì, poco ma sicuro. La domanda è questa, ragazzi: che cazzo era, quella cosa?”
Ci fu un attimo di silenzio, poi Luke alzò la mano, timidamente.
Lewis sogghignò.
“Non siamo mica a scuola, Luke. Vai tranquillo.” Il tono era bonario, amichevole.
Luke sorrise, imbarazzato.
“Beh, ecco... Non sto dicendo che fosse quello, assolutamente... Ma, ecco...”
Per la prima volta da quando avevano salpato, Dan tradì un pizzico di impazienza nei suoi confronti.
“Su, Luke. Sputa. Che cosa ti sembrava?”
Luke si schiarì la gola.
“Ecco... Mi ha fatto venire in mente l'Odissea, sapete?”
Clark lo guardò.
“Omero? Ulisse e il cavallo?”
Luke annuì. In realtà il cavallo era nell'Eneide, ma chi cazzo se ne frega.
Freddie si grattò la folta barba nera.
“E perché hai pensato a Omero?”
Luke guardò Dan, che aveva l'aria di aver già capito. Sembrava inquieto.
“Beh, ecco... Nell'odissea ci sono le sirene... E con il loro canto esercitano una sorta di, ecco, di potere ipnotico sull'equipaggio.”
Gli altri ora cominciarono a capire. Luke si mise subito sulla difensiva.
“Ora io non credo in mostri, sirene, folletti o Babbo Natale... Ma non è stato così, ieri notte? Eravamo... Ipnotizzati. Rapiti. Sbaglio?”
Nessuno lo prese in giro. Il paragone calzava, era indubbio.
Toccò a Clark parlare.
“Cavolo, per quanto assurdo è proprio vero. Eravamo tutti completamente rimbambiti, altroché.”
Ora Clark si guardò i piedi, sembrava vergognarsi.
“Vi confesso che mi sentivo... Diamine, arrapato come non mai. Mi ha ricordato i primi appuntamenti con Dolores... E, se devo dirvela tutta, mi sento anche un po' in colpa. Come se l'avessi tradita. O, quantomeno, come se fossi andato a vedere le spogliarelliste di nascosto...”
Nessuno parlò. Si erano sentiti tutti così. Preda totale del sangue che gli pompava nelle vene.
Infine fu Dan, il capitano, a rompere il silenzio.
“Non possiamo sapere cosa fosse, ma direi che possiamo tutti concordare che fosse qualcosa in grado di... Rimbecillire gli uomini. Siete d'accordo?”
Tutti annuirono, per la terza volta quel giorno.
“La domanda è: cosa facciamo se torna? Idee?”
Luke alzò di nuovo la mano. Questa volta era voluto che sembrasse uno studente e tutti ridacchiarono. Come per molte cose che fanno paura, parlarne aveva aiutato tutti a sentirsi meglio.
“E se dormissimo con i tappi per le orecchie? Ne abbiamo?”
Dan sorrise.
“E' un'idea idiota, ragazzo.”
Luke abbassò la mano, momentaneamente ferito.
“Così idiota che non so come ho fatto a non pensarci. Ne abbiamo una scorta.”
Luke e gli altri sorrisero.
“Bene, grazie ragazzi.” Disse Dan. “Ora basta discorsi macabri, mettiamo un po' di musica.”
Dan fece partire il suo CD dei Rolling Stones, per la millesima volta da quando erano partiti. Cantarono tutti insieme, mentre finivano il pranzo. Luke era stonato come una campana, decisamente il peggiore tra tutti, ma non era importante. L'importante era stare insieme.
In quel momento, la strana cosa nell'acqua sembrava più lontana che mai.

Luke se ne stava sdraiato a occhi chiusi, senza pensare a nulla in particolare. Era notte fonda. I tappi nelle orecchie gli facevano sentire solo il proprio respiro. Era rilassante, in effetti. Il ritmo regolare del proprio respiro conciliava il sonno.
Ad un tratto, gli sembrò si sentire un rumore, come dei passi furtivi. Aprì gli occhi e si voltò, osservando la stanza illuminata dai raggi di luna, ma non vide nulla. Gli altri sembravano dormire. Si tolse un tappo e si sentì gelare, quando udì di nuovo il suono della creatura misteriosa. Come la volta scorsa, il suono aveva un che di sensuale. Si accorse che gli stava andando il sangue all'inguine e si affrettò a rimettersi il tappo.
Il suono era chiaramente lontano, però. Mentre quei passi che gli sembrava di aver sentito erano dentro la nave, non aveva molti dubbi a riguardo. Anzi, sembravano quasi essere dentro la stanza, in realtà. Ma lì dentro c'erano solo loro.
Silenziosamente, scese dal letto e si avviò verso le scale, per indagare. Prese la torcia, cercando di essere il più discreto possibile. Avrebbe potuto svegliare gli altri, ma non era ancora sicuro che ce ne fosse motivo. Non voleva svegliarli per niente. E il mare era calmo, quindi salire sul ponte non era rischioso come l'ultima volta.
Poiché non era uno stupido, però, decise comunque di portarsi appresso uno dei machete che tenevano nel piccolo magazzino, accanto alla cambusa. Li usavano per tagliare le cime o le reti, quando un nodo non si poteva sciogliere. Trovò la porta del magazzino già aperta, il che era molto strano. Dan era molto pignolo su queste cose. Luke non riusciva a ricordare se la porta fosse chiusa, quando era andato a dormire, ma in quel momento non gli sembrò importante. Prese uno dei machete, traendo un certo conforto dal suo peso e dalla robustezza del manico di legno, poi si avviò.
“Non si sa mai.” Pensò, mentre salive le scale.

Il ponte era deserto. Con cautela, impugnando il machete, si avvicinò al parapetto, per osservare l'acqua. Niente anche lì. Non c'era nessuna forma pallida, nell'acqua. Si tolse un tappo, pronto a rimetterselo immediatamente, ma il suono aveva smesso. La cosa misteriosa sembrava essersene andata. Con un sospiro di sollievo, si rimise comunque il tappo nell'orecchio e abbassò il machete.
Stava per tornare di sotto, quando notò qualcosa nell'acqua, a un paio di metri dallo scafo. Inizialmente aveva cercato qualcosa di pallido, quindi non l'aveva notato. Con una certa sorpresa, si accorse che erano pantaloni. Il tipo di pantaloni che indossavano tutti, sulla nave. Ce n'erano almeno venti paia, nel magazzino. Vecchi jeans da lavoro, caldi e resistenti. Impossibile capire a chi appartenessero.
Ma che cosa ci facevano, in acqua?
Accese la torcia e li illuminò. Poiché il mare era calmo, non si erano allontanati molto. Vide che erano completamente intonsi, ma sembravano macchiati. Con un certo shock, si accorse che le macchie sembravano essere di... sperma? Sì, sembrava proprio di sì. Una quantità sconcertante. Con un certo disgusto, spense la torcia e si avviò verso le scale.
Era turbato, perché gli si stava formando un'immagine nella mente. Un'immagine inquietante e estremamente convincente. Uno degli altri si era fatto tentare dal suono, questo pensava. Era salito di sopra ad ascoltare quel suono, quel suono alieno ma eccitante, e aveva eiaculato. Poi, una volta ripresosi da quella sorta di ipnosi, aveva gettato i pantaloni in mare, aveva preso un altro paio di pantaloni dal magazzino ed era corso a letto, di nascosto.
Quando rientrò nella stanza dove dormivano, sembravano tutti profondamente assopiti. Con cautela, Luke rimise la torcia a posto e si infilò sotto le coperte. Ma ebbe molti problemi ad addormentarsi. Non gli piaceva per niente l'idea che si era fatto. Non gli piaceva il potere che quella cosa aveva su di loro. Non gli piaceva l'idea che uno di loro andasse di sopra per sentirla. Si ricordava cos'era successo, la prima volta che l'avevano sentita. Erano arrivati dannatamente vicini a finire in mare. E non riusciva a ignorare il pensiero che fosse proprio quella, l'intenzione della creatura.
Come l'avrebbe detto agli altri, il giorno dopo? Che cosa gli avrebbe detto? E, soprattutto, chi di loro era andato di sopra ad ascoltare il canto della creatura?

Stavano facendo tutti colazione, a poppa. Era una mattina estremamente nebbiosa, di quelle che ti fanno sentire perso nello spazio e nel tempo. Gli altri chiacchieravano allegramente, ma Luke era silenzioso. Continuava a guardare i volti dei suoi compagni, cercando di capire se uno di loro sembrasse più stanco degli altri. Era però impossibile dire quale di quelle facce dure, ormai rese color mogano dal sole del mare, appartenesse all'insonne misterioso della notte prima. E la faccia più stanca era probabilmente la sua, pensò pigramente. Si sentiva veramente uno straccio.
“Tutto bene, Luke?” La voce di Dan lo fece sussultare.“Mi sembri un po' preoccupato. Ti manca la terra ferma?”
“N-no. Cioè, non è quello...”
Gli altri continuarono a mangiare, ma Dan ora fissava Luke con apprensione. Capiva che c'era qualcosa che non andava. Non si conoscevano da molto, ma Dan lo aveva preso in simpatia e lo considerava un tipo sveglio.
“Dimmi tutto, ragazzo. Hai forse sentito di nuovo quella cosa, stanotte?”
Ora tutti si girarono a guardare Luke. Il ragazzo studiò velocemente i loro volti, cercandone uno che avesse l'aria colpevole, ma sembravano tutti normali. Solo, giustamente, preoccupati.
“Io... Beh, sì. Ma non è solo questo. Ieri notte ho sentito anche-”
Il suo racconto fu interrotto da un violento urto.
“Porca puttana!”
“Ma cosa-”
La vibrazione li fece cadere tutti per terra, facendo tremare visibilmente la barca. Ci volle circa un minuto, prima che tutto smettesse di oscillare. Poi, i cinque uomini si alzarono lentamente in piedi, frastornati.
“Tutto bene, ragazzi?” Chiese Dan, mentre si carezzava il gomito su cui era caduto di peso.
Tutti assentirono.
“Ma che cavolo è stato?” Chiese Freddie.
Dan indicò la prua della nave, a circa dieci metri da dove stavano facendo colazione.
“Niente di buono.”
Tutti si girarono, restando a bocca aperta. Un'altra barca gli era venuta addosso, affiorando dalla nebbia densa che li circondava. Era un peschereccio come il loro. Per fortuna le barche non avevano riportato grossi danni, ma era comunque inquietante pensare al pericolo che avevano sfiorato. A nessuno di loro andava di finire in mare. Specie con quella creatura in giro, qualunque cosa fosse.
“Ma perché cavolo non hanno usato la sirena?” Disse Lewis. “Sono pazzi?”
Dan lo ignorò e si portò le mani alla bocca.
“Ehi! C'è nessuno a bordo?”
Nessuna risposta.
“Porca miseria...” Borbottò Clark. “Una nave fantasma?”
“Non è detto.” Disse Dan. “Potrebbe esserci qualcuno a bordo. Potrebbero aver bisogno di aiuto.”
Fece cenno agli altri di seguirlo, poi si avviò verso la prua. Dopo un attimo di esitazione, gli altri lo seguirono. Luke si disse di stare tranquillo, ma non riusciva a non pensare che quel viaggio fosse stato baciato dalla sfortuna. E non gli piacevano quel silenzio, quella nebbia e quella barca spettrale che affiorava da essa. Sembrava quasi il cadavere di un'enorme cetaceo. Qualcosa di morto e in decomposizione.

Saliti sull'altra imbarcazione, si resero presto conto che doveva essere successo qualcosa di brutto. Non c'era traccia dell'equipaggio, ma il ponte era ricoperto di buchi. Grossi buchi, delle dimensioni di un pugno. E c'era sangue. Tanto, tanto sangue.
Clark si sporse dal parapetto e vomitò, cercando di essere il più discreto possibile. Luke non poteva dargli torto, anche lui si sentiva nauseato. Non era tanto ciò che vedeva, nonostante fosse alquanto inquietante, ma l'odore. Uno non ci pensa spesso, ma il sangue puzza. Una puzza ferrosa e prepotente. E sul ponte sembravano esserne stati versati litri interi. Il tanfo di ferro riempiva l'aria e l'odore del mare, invece di renderlo più sopportabile, sembrava quasi renderlo peggio. Ferro e sale, una disgustosa combinazione che faceva contorcere lo stomaco.
“Ma che cazzo è successo qui?” Chiese Lewis.
Dan scosse la testa, senza rispondere.
“Ragazzi...” Freddie stava guardando una mascella di squalo appesa sopra la porta che conduceva al ponte di comando. Sembrava essere un trofeo di qualche tipo. “Cazzo, ma questa è la Betsy.”
Dan si voltò di scatto. Poi, fissò anche lui la mascella di squalo.
“Oh, cavolo. Hai ragione...”
“Li conosceva- Li conoscete?” Chiese Luke.
Fu Lewis a rispondergli.
“Sì. La Betsy è il peschereccio di John Burton. Seguono spesso le nostre stesse rotte. John è un rompicoglioni, ma non meritava certo una cosa del genere...”
Dan annuiì distrattamente, mentre studiava uno di quei grossi buchi che ricoprivano il ponte.
“Quanti uomini ci saranno, nell'equipaggio di Burton?” Chiese Luke, cercando di ignorare le macchie di sangue su cui erano costretti a camminare.
“Sette o otto, contando anche il capitano.”
Clark li raggiunse. Si stava pulendo la bocca con il retro della mano, cercando di calmare la propria respirazione.
“Ragazzi, dite che d-dovremmo guardare sotto coperta?” Chiese, un po' nervosamente. “Magari
c'è qualcuno.”
Dan annuì.
“Sì, buona idea. Ma prima, vorrei che Luke mi facesse un favore.” Il capitano lo guardò. “Vai a prendere i machete nel magazzino, OK?”
Luke annuì. Dan si girò verso Lewis.
“Lewis, tu potresti prendere la mia doppietta, invece? Mi raccomando, prendi anche le cartucce.”
“Certo.”
I due uomini andarono a prendere le armi, mentre il capitano e gli altri rimasero sul ponte insanguinato e devastato della Betsy. Il puzzo del sangue era ancora asfissiante, ma almeno la nebbia iniziava a diradarsi un po'. Nel cielo, si sentivano i versi striduli dei gabbiani.

Luke portava in braccio i machete, otto in totale. Raggiunse Lewis, che si stava riempendo le tasche di cartucce e teneva il fucile scarico sotto l'ascella. Il ragazzo ci rimase abbastanza male, quando vide l'arma. La doppietta aveva l'aspetto vecchio e malandato, come se risalisse alla seconda guerra mondiale.
“Era del padre di Dan. “ Spiegò Lewis, che aveva interpretato correttamente lo sguardo preoccupato di Luke.
“Sembra un po'... vissuto.”
Lewis rise sottovoce.
“Un bel eufemismo. Sembra che sia stata colpito da un'esplosione nucleare, vorrai dire.”
Luke cercò di ridere, ma non gli riuscì molto bene. Sembrava più il suono di una porta che cigola.
“Non ti preoccupare.” Gli disse Lewis. “Il fucile non sarà bello, ma funziona ancora benissimo. Dan se n'è sempre presa molta cura.”
Luke annuì, ma senza convinzione.
“Fidati.” Gli disse Lewis, facendogli cenno di seguirlo. “Vedere Dan che imbraccia questo fucile dovrebbe farti sentire estremamente sollevato. Sai come mi sento io?”
Luke scosse la testa.
“Come se fosse arrivato Superman.”
“Superman non usa un fucile.”
“Uno si adatta come può, Luke. Non rompere, che cazzo.”
Ridacchiando, i due tornarono dal resto dell'equipaggio.
In lontananza, quasi impercettibile, iniziò a risuonare un suono spettrale. Il canto etereo ed eccitato di un essere malvagio. Ma nessuno dei due se ne accorse, in quel momento.
E, in fondo, che differenza avrebbe fatto?

“Grazie.” Disse Dan, prendendo il fucile da Lewis, che gli passò anche le cartucce.
Il capitano si mise le cartucce in ogni tasca disponibile poi, con molta calma, caricò il fucile e lo richiuse. Il CLICK fu sommesso, ma estremamente soddisfacente. Dava un senso di efficienza, di prontezza. Luke si sentì sollevato, nel sentirlo. E ancora di più quando vide la sicurezza con cui Dan lo impugnava. Lewis gli sorrise, facendogli l'occhiolino. Ora Luke capiva che cosa volesse dire il secondo in comando.
“Bene, ragazzi.” Disse Dan. “Ognuno prenda un paio di machete. E, mi raccomando, occhi aperti.”
Gli altri si armarono, poi annuirono e seguirono Dan, che stava già avviandosi verso le scale.
“Andiamo a vedere che cavolo è successo sotto coperta.” Disse il capitano.
E fu così che scesero.
In lontananza, quel suono iniziava a crescere di intensità.

Sotto coperta l'aria era ancora più puzzolente e disgustosa. Era una combinazione di varie cose: sangue, vomito e feci. Una lampadina sporca era ancora accesa, e tingeva la stanza di una luce giallognola e sgradevole, come le macchie di orina su vecchie mutande.
La stanza era relativamente stretta, ma si estendeva in lunghezza per una decina di metri. C'era del pesce, conservato nel ghiaccio, ma molto poco. Era chiaro che l'equipaggio fosse stato attaccato prima di fare il pieno.
Non vedevano buchi nel legno, lì sotto. E neanche sangue, per ora. Ma quella puzza era insostenibile, e si sentiva anche uno strano suono che fece rizzare i peli sul collo di Luke.
PLIC.... PLIC...
Luke e gli altri si guardarono intorno, nervosi. I machete tremavano leggermente, stretti dalle loro mani sudaticce. Era una fortuna che l'unica mano ferma fosse quella di Dan, visto che teneva lui il fucile.
“Andiamo a vedere lì.” Disse il capitano, indicando l'altra estremità della stanza.
Gli altri annuirono, senza entusiasmo. Era la parte più buia della stanza, l'unica lampadina non riusciva ad illuminarla bene. Ma gli ordini erano ordini.
PLIC... PLIC...
Dan andò avanti per primo, camminando con estrema calma e tenendo il fucile ad altezza d'uomo. La sua postura era sicura, però Luke vedeva le macchie di sudore sotto le sue ascelle.
Nonostante fossero solo una decina di metri, sembrarono durare un quarto d'ora, percorsi a quel ritmo. Ormai non si vedeva quasi niente, era molto buio, ma riuscirono comunque a distinguere il grosso armadio posto all'estremità della stanza. Era vecchio e pieno di graffi, ma era grande abbastanza da contenere un uomo. La puzza proveniva inequivocabilmente da lì. E anche quel suono.
PLIC... PLIC...
Si posizionarono davanti all'armadio, disponendosi a semicerchio e tenendo le armi pronte.
“Lewis, hai la torcia con te?”
“Sì, Dan. Un secondo.”
Lewis si infilò uno dei due machete sotto l'ascella ed estrasse la torcia. Poi illuminò l'armadio. Videro tutti il sangue che gocciolava dal suo interno. Non ne era finito molto sul pavimento, ma era comunque una visione orribile. E spiegava quel suono orribile che sentivano.
PLIC... PLIC...
Dan puntò il fucile dritto davanti a sé.
“Luke.”
“Sì?”
“Quando te lo dico, aprì le ante dell'armadio, OK?”
Luke deglutì.
“Va bene.”
“Voi altri tenetevi pronti, invece.”
Lewis e gli altri annuirono, impugnando i machete.
“Al mio tre.” Disse il capitano, preparandosi a sparare. “Uno... Due... Tre!”
Luke aprì l'armadio, preparandosi al peggio.

Non ci furono spari, ma il ragazzo sentì lo stomaco attorcigliarsi e dovette girarsi dall'altra parte. Cercò di reprimere i conati, ma infine dovette arrendersi e rigettò la colazione, imbrattando il pavimento.
Nell'armadio c'era un cadavere. Era rannicchiato nel proprio vomito e nelle proprie feci. Non era in avanzato stato di decomposizione, ma era comunque gonfio di gas disgustosi.
Avevano pensato che ci fosse puzza, lì sotto? Beh, non era nulla in confronto all'orrore contenuto in quell'armadio. Era come sentire l'alito del diavolo. Se il terrore ha un odore, deve essere quello che stavano sentendo in quel momento. E se ha un aspetto, deve essere quello degli occhi vitrei e sgranati che li fissavano da dentro l'armadio.
Ma non erano gli occhi del cadavere ad inquietare gli uomini, quanto le sue orecchie. Non c'erano più. Al posto delle orecchie c'erano dei buchi sanguinanti. Era chiaro che il sangue provenisse da lì, e che probabilmente fosse morto per quello. Per l'emorragia o per lo shock.
“Cazzo, guardate...” Freddie indicò il fondo dell'armadio. Con un brivido, gli altri videro a che cosa si riferisse. Le orecchie del morto erano lì, appoggiate ordinatamente una accanto all'altra.
“Oh, cristo...” Mormorò Luke.
“Guardategli la mano.” Disse Dan, pacatamente.
Gli altri videro quello che aveva visto il capitano. Il morto impugnava un coltellaccio dalla lama seghettata, imbrattato di sangue. La forma della lama combaciava con i tagli frastagliati che il morto aveva ai lati della testa.
“Se le è... Se le è tolte da solo?” Chiese Lewis, sconvolto.
Dan annuì.
“Parrebbe proprio di sì.”
“Ma perché mai l'avrebbe fatto?” Chiese Clark.
Luke però iniziava ad avere un sospetto, e non gli piaceva affatto. Stava per aprire bocca, quando tutti udirono il suono. Non era mai stato così feroce o intenso, ma era impossibile non riconoscerlo.
La creatura era lì fuori. E, a giudicare dal tono gongolante delle sue urla stridule, era felice.
Molto, molto felice.

“Cazzo, i tappi per le orecchie! Li avete con voi?”
“No, li ho lasciati sotto il cuscino!”
“Anche io, cazzo!”
“Infilatevi le dita nelle orecchie presto!”
Ci fu uno sferragliare di armi, quando i cinque uomini fecero cadere le armi e si tapparono le orecchie. I loro occhi erano spalancati dal terrore e sudavano tutti copiosamente.
Luke si rese conto che le dita bastavano a malapena, quel suono era più forte che mai. Pensò che presto neanche i tappi sarebbero bastati. Per fortuna, però, il suono non aveva quel tono sensuale e ipnotico delle altre notti. Nessuno di loro sembrava essere sotto il suo influsso.
Dan inclinò la testa verso le scale, facendo segno ai suoi uomini di seguirlo.
“Prendiamo le armi e torniamo alla nave, presto!”
I cinque uomini raccolsero in fretta le armi, infilandosele sotto le ascelle, poi si infilarono di nuovo le dita nelle orecchie e corsero di sopra. Nonostante la puzza di sangue fosse più presente che mai, uscire fu comunque un enorme sollievo. Almeno non c'era quel fetore di merda e vomito.
I cinque uomini si guardarono intorno, ma non si vedeva nulla. Il suono però continuava a crescere di intensità. Nonostante le mani sui timpani, lo sentivano tutti. Era ovattato, ma costante. Assomigliava sempre di più ad una risata. Una risata crudele e sguaiata, indecente.
Luke e gli altri corsero verso la Gertrude II, cercando di evitare i buchi che ricoprivano il ponte. Erano quasi arrivati, quando il suono cambiò. Improvvisamente Luke sentì il sangue abbandonargli la testa e sentì un desiderio improvviso e irrefrenabile di togliersi le mani dalle orecchie e gettarsi in mare. Di andare da lei. Fu una cosa passeggera, riuscì a ignorarlo come a volte si ignora un pensiero sgradevole o un'idea spiacevole che ci coglie impreparati, ma Luke temeva che presto sarebbe diventato impossibile ignorare quei pensieri. Orecchie tappate o meno.
“Cazzo, muoviamoci!” Urlò agli altri.
Salirono sulla propria nave in fretta e furia. Dovevano sembrare ridicoli, pensò Luke, con quelle armi infilate sotto le ascelle e le dita nelle orecchie.
Lewis si diresse subito verso il ponte del comando, intenzionato a mettere in moto. Dan invece si voltò verso Luke.
“Prendi i tappi, presto! Corri di so-”
All'improvviso il capitano si interruppe. Guardava qualcosa dietro di Luke. Anche Lewis stava guardando in quella direzione. Luke lesse il labiale e capì che stava imprecando. Terrorizzato, il ragazzo si voltò.
Clark era scivolato a terra, facendo cadere i machete e usando le mani per frenare la caduta. Freddie si era tolto le mani dalle orecchie per aiutarlo a rialzarsi. Improvvisamente, entrambi si bloccarono. Era come se qualcuno avesse spento dei giocattoli. Erano completamente imbambolati.
“Che cazzo fate?” Urlò Dan. “Copritevi le orecchie!!”
Ma i due uomini non sembravano ascoltarlo. Invece Clark si alzò e, insieme a Freddie, si girò verso il mare. Con un brivido, Luke si accorse finalmente dell'ombra. Un'ombra sinuosa che stava ricoprendo i due uomini. La creatura stava uscendo dall'acqua, ne vedeva la sagoma stagliata contro il sole.
Luke premette le mani sulle orecchie con tutte le sue forze, senza neanche accorgersi dei machete che cadevano a terra. Dan guardava il fucile che teneva sotto l'ascella, ma aveva paura di prenderlo. Non voleva scoprirsi le orecchie. Lewis fissava la creatura, completamente bianco in volto.
Ormai il suono era frenetico, selvaggio.
Era lì. Era lì per loro.

Nonostante il paragone che aveva fatto giorni prima, parlando di Ulisse e delle sirene, Luke non si aspettava proprio una cosa del genere. Non c'era altro modo di dirlo, quella che ora li guardava era la donna più bella che avesse mai visto. Il parapetto gli impediva di vedere al di sotto del suo ombelico ma la strana, bellissima creatura sembra galleggiare a mezz'aria, nuda e apparentemente senza peso. Si muoveva lentamente e sinuosamente, come una danzatrice del ventre.
Aveva lunghi capelli color verde marino. La pelle era color porcellana e senza la minima imperfezione. I suoi occhi erano grandi e lucenti, di colore grigio-blu. Le labbra carnose erano di un rosa pallido. Aveva fianchi larghi e pronunciati. I seni sodi e prosperosi brillavano sotto la luce del sole. Le sue mani delicate carezzavano l'aria, mentre continuava a danzare.
I cinque uomini la fissarono, completamente rapiti. Intanto, lei continuava ad emettere quel verso seducente e ipnotico.
Una parte di Luke gli imponeva di tenere le mani sulle orecchie, ma qualcosa nello sguardo della (sirena) creatura rendeva ancora più difficile resisterle. Sentiva il sempre più irrefrenabile desiderio di andare da lei, di essere suo. Gli ci volle ogni briciolo della sua forza di volontà per voltare lo sguardo verso Dan. Anche lui si teneva ancora le mani sulle orecchie, ma aveva fatto cadere il fucile a terra. E i suoi occhi erano sempre più spenti.
“Dan! Sparale! Sparale, cazzo!”
Dan aprì e chiuse le palpebre un paio di volte, poi si girò verso di lui.
“C-cosa?”
Luke stava per ripetersi, quando qualcosa lo colpì alla spalla da dietro, facendolo barcollare. Vide Lewis, che correva verso la creatura. Si era tolto le mani dalle orecchie.
“Lewis, no!”
Ora anche Dan sembrava essere tornato in sé.
“Lewis, torna qui!”
Ma era troppo tardi. Lewis corse verso il parapetto, superando Clark e Freddie, che erano ancora imbambolati e immobili. Si sporse e estese il braccio verso la creatura, che se ne stava appena fuori dalla sua portata. Sorrideva, compiaciuta, mentre continuava ad emettere il suo verso.
“Prendimi, ti prego! Sono tuo!” Urlò Lewis, così forte che riuscirono a sentirlo anche con le orecchie coperte.
All'improvviso, il verso della creatura si interruppe. E anche il suo sorriso sparì. Fissava Lewis, con occhi grandi e spiritati. Lentamente, si avvicinò al parapetto e prese il viso di Lewis tra le mani. Poi, lo baciò. Lewis chiuse gli occhi, apparentemente beato.
Luke non avrebbe saputo dire quanto durò il bacio. Forse pochi secondi, forse un minuto intero.
Ma fu il primo a vedere i tentacoli, su questo non aveva dubbi. Uno avvolse il collo di Lewis, impedendogli di tirarsi indietro. Il secondo gli strisciò lungo la schiena, e Luke vide che avevano una grossa punta ossea all'estremità. La creatura si erse al di sopra del parapetto, e Luke si sentì gelare, quando vide che i tentacoli partivano dalla sua estremità inferiore. Decine di orribili, lunghissimi tentacoli sormontati da uno stupendo busto femminile. Una crudele trappola del mare, in fondo non molto diversa dalla luce spettrale di una rana pescatrice o dalle esche che usavano i pescatori.
Luke e Dan urlarono, ma ormai era inutile. Il secondo tentacolo trapassò la testa di Lewis, facendo schizzare il suo cervello sui volti impassibili di Freddie e Clark. Un terzo gli bucò la pancia, andando poi a trapassare il ponte sottostante. Poi, il povero secondo in comando fu trascinato in acqua, mentre la creatura leccava il sangue che gli colava dalla testa e si immergeva insieme a lui.
Luke e Dan rimasero a fissare il punto dove si trovava Lewis poco prima, le mani ancora sulle orecchie e incapaci di credere a cosa avevano visto. Il canto della creatura si era interrotto, per il momento. Tutto era calmo, sulla Gertrude II.

Dopo quella che sembrò un'eternità, i due si azzardarono a togliersi le mani dalle orecchie. Non c'era più il verso della creatura. Per ora, sembrava essere soddisfatta.
Fu Dan il primo a rompere il silenzio. La sua voce era roca, ma ferma.
“Luke?”
“S-sì?”
“Vai a prendere i tappi, OK? Prendili per tutti e ci- Prendili per tutti.”
Luke guardò Freddie e Clark. Erano ancora immobili, apparentemente inconsapevoli di cosa stesse accadendo intorno a loro.
“Che cosa facciamo con loro?”
Dan raccolse il fucile.
“Li tengo d'occhio io. Vai, ora. Fa' presto.”
Luke annuì e corse di sotto, pregando che la creatura non tornasse proprio in quel momento. Ci mise pochissimo, sostenuto com'era dalla paura. In meno di un minuto era di ritorno.
“OK.” Disse Dan, dopo essersi messo i tappi nelle orecchie. “Andiamo a svegliare quei due.”
“Sei sicuro, Dan? Non sembrano.... Non mi fido molto...”
“Dobbiamo provare, Luke. Abbiamo già perso-”
In quel momento il suono riprese, più forte che mai.
“Cazzo!” Urlò Dan, puntando il fucile verso il parapetto.
Ma non si riusciva a vedere nulla.
“Dove sei?” Urlava Dan, furente. “Dove sei, troia acquatica?”
Luke indicò gli altri due.
“Dan, attento!”
Clark e Freddie si erano voltati verso di loro. Iniziarono a venirgli incontro, con le braccia protese. I loro occhi erano vuoti, senza vita. Dopo qualche secondo, Luke si rese conto di che cosa lo inquietasse davvero: non battevano le palpebre. Erano come due marionette, e Luke sapeva benissimo chi fosse il burattinaio.
Dan puntò il fucile verso di loro, con le mani leggermente tremanti.
“Fermi, ragazzi! Non avvicinatevi!”
Ma i due lo ignorarono. Anzi, accelerarono il passo.
“Dan, è senza speranza!” Urlò Luke. “Non sono più loro! Sono sotto il suo controllo!”
Dan guardò i due uomini, disperato. Luke si rese conto che il capitano era sull'orlo delle lacrime. Aveva perso Lewis, ma in un certo senso, un senso ancora peggiore, sembrava aver perso anche Freddie e Clark. E, ovviamente, non avrebbe mai potuto sparare ai suoi ragazzi.
Dan abbassò il fucile e fece segno a Luke di seguirlo.
“Presto, alla plancia!”
I due corsero, inseguiti dagli altri due compagni. Per fortuna, l'influenza della creatura sembrava quantomeno averli resi lenti.
Dan e Luke entrarono nella stanza che ospitava il timone e si chiusero la porta alle spalle. Poi la chiusero a chiave. Per buona misura, Dan infilò anche una sedia sotto la maniglia.
Dopo pochi secondi, la porta iniziò ad essere tempestata di pugni e spallate. Luke vedeva bene che non avrebbe resistito a lungo, non era una porta particolarmente solida. E il suono della creatura iniziava ad essere insopportabile. Sentiva una voce nella sua testa, una voce aliena che gli diceva di arrendersi. Come temeva, i tappi sarebbero presto diventati inutili.
I due si guardarono, angosciati.
E ora?

“Qui Gertrude II, qui Gertrude II. Qualcuno mi sente? Qui Gertrude II! Abbiamo bisogno di aiuto!”
Erano dieci minuti che Dan cercava qualcuno alla radio, tenendo il volume al massimo per fare in modo che potessero sentire qualcosa anche con i tappi, ma nessuno rispondeva. Si sentiva solo lo sgradevole, inutile suono dell'energia statica.
Intanto, il suono della creatura era sempre peggio, un disgustoso misto di furia ed eccitazione sessuale. Come se una donna stesse urlando insulti al suo uomo mentre faceva l'amore con un altro. E la porta stava iniziando a cedere sotto le spinte di Clark e Freddie.
Dan prese un taccuino dal tavolino e si mise a scrivere. Luke lesse il messaggio.
RIUSCIRANNO A ENTRARE, LO SAI VERO?
Luke prese la penna e scrisse la sua risposta.
LO SO. QUALCHE IDEA?
Dan scosse la testa.
Luke scrisse di nuovo.
COME MAI NESSUNO RISPONDE?
Dan alzò le spalle, poi scrisse sul taccuino.
NON NE HO IDEA. NON SIAMO MICA IN MEZZO AL NULLA, DOVREBBE ESSERCI QUALCUNO.
Luke ci pensò un attimo, poi scrisse.
CREDI CHE ABBIA UCCISO TUTTI I PESCATORI DELLA ZONA?
Dan scosse la testa.
NE DUBITO. MA INIZIO A CHIEDERMI SE IL SUO VERSO, OLTRE A RINCOGLIONIRE GLI UOMINI, NON INTERFERISCA CON LE ONDE RADIO.
Luke inarcò un sopracciglio, dubbioso. Poi scrisse ancora.
FORSE SIAMO SOLO VERAMENTE SFORTUNATI, E NON C'E' NESSUNO IN ZONA.
Dan annuì, poi riprese la penna.
PUO' ESSERE.
COMUNQUE RIMANE LA QUESTIONE DI CHE COSA FACCIAMO.
NON SO TE, MA IO INIZIO A SENTIRMI STRANO, COME SE FOSSI BRILLO.
CREDO CHE INIZIERA' PRESTO A FARE EFFETTO ANCHE SU DI NOI. E IO NON VOGLIO FINIRE COME LEWIS.
Luke annuì, poi indicò il coltello da formaggio che era rimasto sul tavolo, probabilmente dalla notte prima. Lewis andava matto per il formaggio. Poi, il ragazzo si indicò le orecchie.
Dan scosse violentemente la testa, poi scrisse sul taccuino, così forte da bucare il foglio in alcuni punti.
COL CAZZO. HAI VISTO CHE FINE HA FATTO QUEL POVERACCIO NELL'ARMADIO?
Luke indicò la porta, che ormai era vicina a frantumarsi. Filtrava già il sole da alcuni grossi squarci. Il messaggio del ragazzo era chiaro: ormai che differenza poteva fare?
Dan scosse la testa, frustrato. Non sapeva cosa fare. Riprovò alla radio, ma niente. Erano soli.
Alzò il pugno, come per percuotere l'inutile aggeggio, quando Luke lo fermò. Aveva appena visto le cuffie appese al muro e gli era venuta un'idea. Una bella idea.
Prese nuovamente il taccuino e scrisse a Dan cosa fare, per filo e per segno. Dan lesse tutto attentamente, poi sorrise e prese la penna.
CAZZO, PERCHE' NO? VALE UN TENTATIVO.
Luke annuì, poi i due si misero all'opera. A breve gli altri sarebbero entrati, dovevano sbrigarsi.

La porta infine cedette, riversando schegge e frammenti di legno sul pavimento. Freddie e Clark entrarono, gli occhi spenti e le braccia protese. Ma non ci fu scontro, non ci fu resistenza.
Luke e  Dan se ne stavano in piedi, con lo sguardo vitreo. Per terra, c'erano i tappi per le orecchie, ormai inutili. Il suono della creatura aveva raggiunto livelli di intensità insopportabili. Dopo un attimo di esitazione, Freddie e Clark si voltarono e tornarono dalla propria padrona, seguiti da Dan e Luke.
La creatura sogghignò, vedendo i quattro uomini che venivano verso di lei. Il suo canto divenne, se possibile, ancora più gioioso e disgustoso. Erano suoi, come tanti altri prima di loro.
Luke camminava lentamente, cercando di ignorare il dolore alle orecchie e di non battere le palpebre. Dan camminava con calma, sforzandosi di sembrare imbambolato e di nascondere il fucile che aveva infilato nella gamba dei pantaloni.
Avrebbero avuto una sola possibilità, dovevano giocarsela bene.

Pochi minuti prima che la porta cedesse, i due uomini avevano infilato il jack delle cuffie nella radio, poi avevano abbassato il volume al minimo. Luke era stato il primo (del resto, l'idea era stata sua). Si era infilato le cuffie e aveva guardato Dan. Poi, avevano contato insieme, mimando i numeri con le mani.
Uno... Due... Tre!
A quel punto, Luke si era sfilato i tappi da sotto le cuffie e Dan aveva alzato il volume della radio al massimo, di colpo. Il dolore era stato tremendo, inimmaginabile. Come due tizzoni ardenti infilati nel cervello. Ma sempre meglio di tagliarsi le orecchie con un coltello da formaggio, no?
E aveva funzionato. Non sentiva più niente. Niente di niente. Solo un terribile fischio stridulo. Con un po' di fortuna, non sarebbe stato permanente, ma di certo sarebbe durato un bel po'. Abbastanza per fare ciò che andava fatto.
Fatto lui, era stato il turno di Dan.

Ora se ne stavano entrambi davanti alla creatura, completamente sordi e facendo del proprio meglio per somigliare a Freddie e Clark. Tanto per guadagnarsi il suo Oscar, Luke si fece anche colare un po' di bavetta dai lati della bocca. Aspettavano che la creatura fosse il più vicina possibile al parapetto. E all'altezza giusta. Aspettavano che si fermasse e che scegliesse uno di loro, o che uno degli altri le corresse incontro, come aveva fatto Lewis. Quello sarebbe stato il momento giusto.
Ma Freddie e Clark se ne stavano immobili, e la creatura non guardava nessuno di loro. Continuava a cantare e a muoversi sinuosamente, come se stesse ballando. Sì, era difficile non interpretarlo così: la creatura ballava e si beava del proprio potere, mentre i suoi seni si muovevano su e già e le sue lunga dita carezzavano l'aria salata del mare.
Chissà quanti uomini aveva conquistato e ucciso. Chissà da quanto lo faceva, forse da sempre. Chissà di che colore era il suo sangue, pensò aspramente Luke
All'improvviso, la creatura smise di danzare e cantare e lo fissò. Per un pelo Luke non trasalì, mandando a puttane il piano. La creatura lo fissava con quegli incredibili occhi blu, senza sorridere.
Non si vedevano i suoi orribili tentacoli, ma Luke sapeva che erano lì, sotto il pelo dell'acqua. In attesa.
Sperando di aver interpretato correttamente il suo silenzio e il suo sguardo, e sperando che la creatura non potesse distinguere un uomo davvero ipnotizzato da uno che fingeva, Luke corse verso di lei. Come aveva fatto Lewis.
“Sono tuo!” Le urlò, cercando di sembrare il più rintontito possibile. “Prendimi, sono tuo!”
Alle sue spalle, Dan spostò lentamente la mano dietro la schiena, impugnando la doppietta che sporgeva leggermente dalla cintola.
Luke si sporse dal parapetto, fingendo di volere un bacio. Doveva essere veloce a togliersi, quando la creatura si fosse avvicinata. Doveva dare a Dan modo di sparare.
La creatura gli si avvicinò lentamente, sempre con quello sguardo gelido e inquietante. Poi, con una rapidità terrificante, gli prese il volto tra le mani e lo baciò.
Forse sotto l'influenza del suo canto quei baci erano anche piacevoli, chissà. Ma quello fu decisamente il bacio più disgustoso che Luke avesse mai ricevuto. Era come baciare un pesce in putrefazione. Anzi, peggio. Mille volte peggio. Ma almeno la stronza aveva chiuso gli occhi.
Luke sentiva i tentacoli che uscivano dall'acqua e strisciavano su per la chiglia della nave. Mise una mano dietro la schiena e fece segno a Dan di tenersi pronto. Poi, usando tutta la forza che aveva in corpo e pregando per la prima volta in vita sua, fece leva sul parapetto e si liberò dalla presa viscida della creatura.
Per un istante, vide il volto furente e sorpreso della creatura. A quanto pare, non sapeva distinguere un uomo ipnotizzato da uno che finge. Che sfiga.
Luke cadde a terra malamente, di schiena. La creatura lo fissava, digrignando i denti. Alcuni tentacoli uncinati erano sollevati, pronti a colpire.
Poi, la testa della creatura esplose, schizzando sangue ovunque. Era verde e denso, come muco.
“Crepa, brutta troia!” Urlarono insieme Luke e Dan, senza mai sapere che l'altro aveva detto la stessa identica cosa.
Non si accorsero neanche di Freddie e Clark che cadevano a terra, privi di sensi. Entrambi avevano occhi solo per il corpo senza testa della creatura, che ora si agitava e contorceva, come un pollo decapitato. Le braccia stringevano i pugni ritmicamente e i tentacoli si agitavano nell'aria, in un modo che dava i brividi. Era come vedere un ragno riverso sulla schiena.
Poi, finalmente, la creatura smise di muoversi e iniziò ad affondare in mare. Un altro orribile segreto che l'oceano avrebbe custodito per sempre.
Era finita.
Nel cielo, i gabbiani emettevano ancora i loro versi sgraziati e striduli, ma Dan e Luke non potevano sentirli.

Erano passati esattamente vent'anni da quel giorno.
Freddie e Clark avevano rinunciato a fare i pescatori, dopo quell'ultima uscita in mare. Ora lavoravano entrambi in una fabbrica di automobili, ed erano vicini alla pensione. Non era chiaro quanto ricordassero, ma né Dan né Luke gli avevano mai fatto delle domande. E di certo non li avevano biasimati per essersene andati.
Alle autorità, avevano detto che Lewis era caduto in mare. Purtroppo non era un evento così raro, quindi ci furono pochi dubbi su questa versione. E Lewis non aveva una famiglia, al di fuori del lavoro. Nessuno fece molte domande.
Luke avrebbe avuto ogni motivo di lasciare lo stato, come voleva fare prima di quell'avventura, ma non lo aveva fatto. Sorprendendo tutti i suoi amici e i suoi familiari, aveva deciso di lavorare ancora con Dan sulla nave. Erano stati grandi amici e Luke era diventato il suo nuovo secondo in comando, il suo braccio destro. Non c'era al mondo un uomo più leale di Dan, e non c'era capitano migliore che si potesse desiderare. A Luke mancava moltissimo.
Ormai era morto da un paio d'anni. Tranquillo, nel suo letto. Sulla propria imbarcazione. Come aveva sempre voluto. Aveva lasciato a Luke la nave, e Luke era stato orgoglioso di diventarne il capitano.
Buffo, dove ci porta la vita. Non credete?
Era notte fonda, tutti gli uomini dormivano profondamente. Tranne Luke, che se ne stava nella sua cabina a fumare la pipa e a guardare la luna che splendeva nel cielo, riflessa sulle onde.
Amava ciò che faceva e amava il mare. Sì, nonostante gli orrori che contiene a volte.
Del resto, avete mai sentito il verso di una balena a notte fonda? Avete mai visto il sole sorgere su un'orizzonte azzurro? Avete mai sentito il vento del mare che ti scompiglia i capelli, facendoti sentire vivo e felice come poche altre cose possono fare? Il mare è un luogo stupendo. Dan lo sapeva bene, e lo sapeva anche Luke.
Distolse lo sguardo dalla luna e guardò il legno della sua amata nave. Quel colore rossiccio che lo faceva sentire a casa, accolto e protetto. La nave era uguale al giorno in cui era morto Dan. Compreso il nome scritto sulla fiancata. Il nuovo nome che Dan e Luke le avevano dato insieme, tanti anni prima.
La Lewis solcava il mare calmo della notte, mentre il suo capitano si riaccendeva la pipa. L'unico suono che si udiva, era quello delle onde.


FINE


venerdì 15 novembre 2019

Batman: Caduta Libera - Capitolo 2



CAPITOLO 2

VERSO LA FIAMMA

Era mattina inoltrata, quando entrò nella batmobile e si avviò verso la caverna. Vedeva gli sguardi terrorizzati e stanchi dei cittadini, ma non aveva risposte per loro. Non ancora.
Guardò l'orologio: erano le 11:45. Rifletté mestamente che, per i cittadini di Gotham, vedere Batman in giro di giorno era sempre il segno di qualcosa di orribile. Solo una vera catastrofe poteva costringerlo a rimanere in giro, in pubblico, fino a un'ora del genere. E infatti si trattava di una catastrofe. 47 morti e almeno 100 feriti. E il bilancio continuava a salire. Quasi tutte le persone contenute nel palazzo erano morte, ed erano morte anche alcune persone che si trovavano per strada e nei palazzi circostanti.
Aveva aiutato i vigili del fuoco e la polizia per ore, aiutandoli a trovare gente intrappolata tra le macerie e facendo i rilevamenti iniziali, ma ormai non era rimasto altro da fare che finire di spegnere le macerie fumanti, sperando che ci fosse qualche altro sopravvissuto (ormai sembrava improbabile). Poi, sarebbe venuto il momento dei rilevamenti più approfonditi, che avrebbero potuto portare al colpevole. Perché era stata una bomba a causare tutto questo, non c'erano dubbi a riguardo.
Le mani di Batman strinsero il volante, mentre una furia cieca gli scorreva nelle vene. Se il responsabile di tutto questo si fosse trovato davanti a lui in quel momento, avrebbe dovuto ritenersi molto fortunato e ringraziare il codice che Batman si era imposto molti anni prima. Perché c'era una parte di Batman, una parte che lui odiava e temeva, che non avrebbe voluto altro che prendere il responsabile e ucciderlo, senza pietà.
Batman fece un profondo respiro e picchiò sull'acceleratore. La sua città aveva bisogno che lui fosse migliore di così. La sua città non aveva bisogno di vendetta e rabbia cieca. La sua città aveva bisogno di giustizia.

Giunto alla caverna e uscito dall'auto, Batman si tolse immediatamente la maschera, gettandola lontano da sé. In quel momento non si sentiva degno della maschera. Si sentiva solo inutile, sconfitto e assolutamente ottenebrato dalla rabbia.
Corse dritto verso l'area della caverna dove si allenava. Era una piattaforma piena di armi, pesi, sofisticati dispositivi di simulazione virtuale, manichini di legno e sacchi da pugilato. Erano sacchi estremamente duri; una volta Tim Drake si era rotto la mano, durante un allenamento. Bruce ne prese uno e lo portò al centro dell'area.
Fece un profondo respiro, immaginando di avere davanti a sé l'artefice di quella bomba, poi iniziò a tempestarlo di cazzotti. Pugni feroci, di una forza inaudita. Ogni colpo era seguito da un grugnito furioso. Continuò a picchiarlo e picchiarlo, ignorando le proteste dei suoi muscoli stremati. Tutto ciò che riusciva a vedere erano quei palazzi che esplodevano, i cadaveri carbonizzati che aveva estratto dalle macerie e le lacrime di coloro che invece erano sopravvissuti (alcuni incolumi, molti altri riportando orribili ustioni).
Colpì e colpì, finché il sacco infine si squarciò, riversando sabbia sul pavimento. Ormai i suoi grugniti si erano trasformati in vere e proprie urla di rabbia, disarticolate e spaventose. Alla fine cadde in ginocchio, stringendo ancora i pugni. I tendini del collo erano tesi, i suoi denti digrignati. L'ira gli scorreva in corpo come un'orribile forma di elettricità o un liquido velenoso. Era così furente, che quasi non udì i passi di Alfred.
“Signor Wayne... Non è colpa sua.”
Bruce ignorò questo commento. Il suo respiro non voleva accennare a rallentare.
Alfred gli mise una mano sulla spalla.
“Mi ascolti, la prego. Non è colpa sua.”
“Avrei dovuto impedirlo, Alfred. Avrei dovuto salvarli.”
Alfred gli strinse la spalla. Con gentilezza, ma anche con fermezza.
“Non puoi salvarli tutti, Bruce.”
Bruce chiusi gli occhi, cercando di respingere le lacrime. Ma inutilmente.
Ovviamente Alfred aveva ragione, non poteva salvarli tutti. Non era possibile. Non era mai stato possibile. Se lo fosse stato, non sarebbe mai stato necessario diventare Batman. Ma questo fatto, questa semplice verità, non lo confortava. Si sentiva di nuovo come la notte in cui erano morti i suoi genitori: costretto a fissare l'ingiustizia del mondo negli occhi. Ad accettare che alcune persone muoiono e altre no, senza apparente motivo. Che la vita sa essere crudele e feroce, specie a Gotham City.
“Lo troverà, sir. Chiunque sia stato.”
Bruce annuì. Sì, lo avrebbe trovato. Avrebbe aspettato che le lacrime si interrompessero, che il respiro si calmasse, che i pugni stretti smettessero di tremare. Poi, si sarebbe rialzato e avrebbe ripreso immediatamente le indagini. Avrebbe trovato il responsabile.
E' vero, non poteva salvarli tutti. E il mondo non era giusto. Ma non poteva arrendersi. Non avrebbe permesso che il male vincesse. Le ingiustizie sarebbero state punite. Bisognava rialzarsi. Ogni volta.
Alfed gli tenne la mano sulla spalla finché Bruce non si sentì pronto a rimettersi in piedi, poi andò a preparare il tè. Bruce, invece, raccolse la maschera e si recò al computer, intenzionato a trovare una pista da seguire. Non avrebbe più versato lacrime per Gotham, quella notte. Solo sudore.

“Ha dei sospetti, sir?” Gli chiese Alfred, dopo circa un'ora che Bruce digitava al computer.
“Più di uno, in realtà.” Gli rispose Bruce, che ora fissava varie foto sui suoi schermi.
“Il primo e più ovvio, è Garfield Lynns.” Batman indicò una delle immagini. Ritraeva un uomo con indosso un pesante costume metallico, dotato di jetpack e grosse ali. Impugnava un lanciafiamme e le lenti della sua maschera erano di un rosso brillante. “Firefly.”
“Ah, certamente.” Rispose Alfred. “Quel piromane dall'assurdo costume.”
“ Ma una cosa del genere è estrema, persino per lui.” Continuò Bruce. “Sarebbe un livello nuovo. Inoltre, in questo momento si trova ad Arkham.”
Alfred fissò con sdegno la foto di Lynns, poi rivolse la sua attenzione agli altri schermi.
“Altri sospetti?”
“Beh, quando ci sono centinaia di morti e un'esplosione, non si può mai escludere il coinvolgimento di Joker.”
Questa volta Bruce non indicò lo schermo in questione, dove gli occhi crudeli del clown sembravano deriderli. Ma Alfred fissò comunque quel volto tanto odiato, con espressione dura.
“Naturalmente, sir. Ma è anche lui ad Arkham, se non erro.”
“Infatti. Inoltre, difficilmente farebbe una cosa del genere senza assicurarsi di riceverne il merito. No, quell'esplosione era troppo anonima, per essere opera sua.”
“Capisco, sir. Chi altro?”
Batman si toccò il mento con una mano, mentre con l'altra indicava gli schermi, in un modo distratto e poco entusiasta.
“Quasi ogni supercriminale che ho affrontato avrebbe potuto fare una cosa del genere, per un motivo o per l'altro. Per ora non c'è nulla che possa restringere il campo delle ricerche.”
“E cosa intende fare, allora?”
Bruce si strofinò gli occhi stanchi. Non dormiva da moltissimo tempo, e iniziava a sentirsi davvero debole.
“Credo che la cosa migliore, per ora, sia aspettare l'esito dei rilievi della polizia e dei vigili del fuoco. Poi stanotte andrò a fare i miei, se necessario. E eventualmente andrò ad Arkham a fare delle domande.”
“Molto bene, sir. Posso suggerirle di dormire un paio d'ore, nel frattempo? Lei è in piedi da più di ventiquattro ore.”
“Veramente vol-”
“Chiedo scusa, sir. Mi sono espresso male. “Il tono di Alfred era neutro, ma si avvertiva comunque una minima traccia di irritazione. “Non glielo sto suggerendo. Glielo sto ordinando. Si tolga quel dannato costume e vada a dormire. La chiamerò prima del tramonto, ha la mia parola.”
Bruce sorrise leggermente.
“Una volta, un maggiordomo sarebbe stato severamente punito, se avesse parlato così al padrone di casa.”
Alfed sbuffò, mentre raccoglieva la maschera e la portava verso la teca dove veniva conservato il costume.
“Una volta, i maggiordomi non dovevano togliere il guano di pipistrello dal pavimento almeno cinque volte al giorno. Ognuno ha le sue croci, sir.”

“Jim? Sono io.”
“Sono contento di sentirti. Spero che ti sia riposato un po'. Non avevi una bella cera, quando sei andato via.”
“Non preoccuparti per me. Sto bene.”
Il sole era appena tramontato. Era una notte ventosa di luna piena. Batman guidava la sua moto attraverso la città, dirigendosi verso il luogo dell'esplosione.
“No che non stai bene. E neanche io. Ma ne usciremo. Immagino tu voglia sapere che cosa abbiamo trovato.”
“Sì.”
“Beh, abbiamo appurato che si è trattato di un ordigno artigianale. Secondo i vigili del fuoco e gli artificieri, chi l'ha realizzato non era particolarmente abile. E' un miracolo che non gli sia esploso in faccia, così mi hanno detto.”
“Interessante.”
“Questo sembra escludere gente come Firefly, non pensi?”
“Forse.” Rispose Batman, senza esporsi troppo. “Mandami i dettagli della bomba al solito indirizzo, per favore.”
“Subito.”
Batman fermò la moto e studiò i dettagli che erano appena stati inviati al computer, visualizzandoli sul display olografico del suo avambraccio. Concordava con il parere degli artificieri e dei pompieri: l'ordigno era rudimentale, inelegante. Essenzialmente avevano attaccato un innesco ad un contenitore di sostanze instabili e avevano fatto partire il conto alla rovescia. Forse neanche il colpevole si era immaginato un tale disastro. Questa possibilità non fece sentire meglio Batman, però. Per niente.
“Dove si trovava l'ordigno?”
“Nello scantinato. L'esplosione ha fatto esplodere anche la caldaia del palazzo. La seconda esplosione che abbiamo sentito era quella.”
Per un istante, Batman rivide chiaramente le fiamme, come se stesse accadendo tutto in quel momento.
“Hanno trovato altro?”
“Beh, come puoi immaginare le macerie sono piene di possibili prove. Vestiti bruciati, mobili, roba di ogni tipo. E, probabilmente, anche alcuni resti umani che ci sono sfuggiti... Non abbiamo trovato nulla di palesemente sospetto, ma non escludo che ci sia qualcosa di importante. Abbiamo avuto molto da fare e potrebbe esserci sfuggito qualcosa.”
“Certo.”
Batman avviò di nuovo la moto, premendo sull'acceleratore.
“Stai andando lì?”
“Sì.”
“Bene. Fammi sapere se trovi qualcosa.”
“Contaci, Jim.”
“Lo faccio sempre.”

I suoi piedi affondavano nella cenere, mentre lo scanner forense analizzava l'ambiente. Ormai del palazzo non rimaneva molto, se non quella vasta superficie di macerie incenerite, ancora leggermente fumanti. Dopo mezz'ora di scansioni, non trovò nulla di particolare in superficie, così si diresse verso il piano interrato, lo scantinato da cui era partita l'esplosione. Ne era rimasto ben poco, solo alcuni muri anneriti e delle scale di pietra coperte di fuliggine.
Se c'era un indizio lì, non era qualcosa che poteva essere rivelato dallo scanner. Batman lo spense e iniziò a guardarsi in giro, cercando qualcosa che gli saltasse all'occhio come sospetto. Ma dopo un'ora spesa ad osservare mobili e giocattoli carbonizzati, dovette rassegnarsi. Non c'era nulla che sembrasse utile, lì. Solo una profonda angoscia.
Si diresse verso la moto, quando gli arrivò una chiamata.
“Sì?”
“Batman, sono io.”
“Jim, temo di non aver trovato nulla.”
“Ma io sì.”
Batman smise di camminare.
“Che cosa hai scoperto?”
“Beh, stavo controllando i nomi delle vittime, per confrontarli con la lista dei condomini.”
“Manca qualcuno all'appello?”
“Sì. Il portinaio. Era stato assunto un mese fa. E uno dei sopravvissuti ci ha detto che ultimamente armeggiava molto nel locale caldaia. Sosteneva che c'erano dei lavori da fare. I condomini erano indispettiti perché temevano che volesse farli pagare per una riparazione inutile.”
“Ottimo lavoro, Jim. Sappiamo il suo nome?”
“Rupert Smith. Scommetto che non ti dice nulla.”
“No, infatti.”
“Ma ora guarda la foto che ti ho inviato. L'ho ottenuta dall'ufficio di collocamento. Dimmi se ti sembra familiare.”
Batman aprì il display olografico. Ci fu un momento di silenzio.
“Drury Walker.”
“Proprio lui. Killer Moth. Ha un nuovo nome, ma quella faccia non si scorda.”
“Lo troverò. Se è a Gotham, lo troverò.”
“So che lo farai. Credi che sia stato lui?”
“Tutto punta in quella direzione.”
“Beh, sarà contento.” Disse Gordon, con amarezza. “E' finalmente diventato un pezzo grosso, come aveva sempre voluto.”
“Lo troverò.”
La moto parti, stridendo nella notte.

Drury Walker era sempre stato una barzelletta, nell'ambiente criminale. Non aveva nessun potere, non aveva talenti particolari e non possedeva tecnologia speciale. Ma aveva sempre voluto diventare un supercriminale, qualcuno del rango di Joker o Due Facce. Il massimo che aveva ottenuto, però, era stato di collaborare con il Pinguino (principalmente preparava il caffè) e di compiere qualche piccolo furto qua e là, per conto suo.
Cercando di emulare i suoi idoli, quando aveva iniziato la sua carriera, Drury si era creato un alter ego, qualcosa che potesse renderlo temibile. Così era diventato Killer Moth, la falena assassina. Ma tutto quello che aveva ottenuto, erano pesanti prese in giro da parte degli altri criminali di Gotham. Il costume aderente rosa e viola non aveva aiutato.
Batman lo aveva catturato e mandato ad Arkham molte volte, sempre con molta facilità. Walker non era solo un criminale mediocre, era anche alquanto stupido.
Ma se ora i loro sospetti erano giusti, allora Walker era finalmente diventato quello che aveva sempre voluto essere. Un pezzo grosso. Un supercriminale. Un altro assassino. Un altro mostro che popolava gli angoli bui di Gotham. Era finalmente diventato parte di quell'inferno che ammirava tanto.
Proprio come una falena, non aveva resistito e si era fatto attirare verso la fiamma.

L'Impiccato Dondolante era uno dei locali più malfamati di Gotham. La sua insegna al neon, raffigurante un omino sorridente che dondolava da un cappio, era ormai un'istituzione da più di dieci anni. Non era frequentato dai supercriminali, se non saltuariamente, ma ogni criminale comune di Gotham ci andava a bere qualcosa, a qualche punto. E i criminali comuni avevano la lingua lunga, specie quando si ritrovavano tutti insieme a bere birra. Lì si potevano trovare informazioni su chiunque, se si era abbastanza persuasivi. Per alcuni, la persuasione era questione di seduzione. Altri preferivano usare un biglietto da cinquanta dollari. Batman, d'altro canto, aveva imparato molti anni prima quale fosse il metodo adatto a lui.
La porta si spalancò di colpo, sbattendo sulla parete e facendo entrare il vento gelido di ottobre. Le risate e le urla degli ubriachi si interruppero di colpo. Un istante dopo, anche la musica country si interruppe, spenta frettolosamente dal barista. La sagoma di Batman era stagliata sulla porta, un bozzolo di tenebra creato dal mantello e sormontato da due occhi bianchi e furenti.
“Drury Walker. Ditemi dov'è. Ora.”
Nessuno rispose.
Batman entrò, chiudendosi lentamente la porta alle spalle. Cigolò leggermente, quel tanto che bastava a renderlo un suono inquietante.
“Ve lo chiederò di nuovo.” Disse Batman, usando il suo tono più rabbioso. Spesso quel tono era in parte una recita, ma non quella notte. “Dove si trova Drury Walker? Killer Morth, dov'è?”
Dopo qualche istante, uno degli uomini parlò.
“Non lo abbiamo visto. Smamma, roditore!”
Batman si girò verso di lui. Il suo sguardo fece deglutire il criminale, in un gesto che provocava un certo piacere al Batman più giovane, quello degli inizi. Questo Batman, invece, ne aveva viste tante, troppe, per trarre piacere da queste misere vittorie. E non aveva tempo da perdere.
“Avete un'ultima possibilità. Dov'è Drury Walker?”
Alcuni uomini si alzarono in piedi. Facce nuove, che Batman non aveva mai visto. I clienti abituali e il barista ormai avevano imparato, e si tenevano a distanza, ma c'era sempre qualche nuovo arrivato che voleva dimostrare a se stesso e agli altri che il pipistrello era sopravvalutato, che non era così tosto.
“Sparisci, buffone, o ti cacceremo via noi!”
“Non ve lo consiglio.” Disse Batman.
Ma fu inutile. Gli energumeni lo caricarono, estraendo coltelli a serramanico, tirapugni e catene.

Cinque minuti dopo, Batman era circondato da criminali rantolanti. Alcuni si tenevano le braccia fratturate, altri cercavano di allontanarsi strisciando. Era una fortuna, per loro, che Bruce Wayne finanziasse la più grande clinica gratuita di Gotham City.
Dal fondo del locale, venne avanti un criminale che Batman conosceva. Lenny Porter. Era un ladruncolo di professione ma, per quanto ne sapesse Batman, non aveva mai puntato la pistola addosso a nessuno. A Gotham, questo lo rendeva quasi uno dei buoni.
“OK, OK. Te lo dico io dove si trova quella mammoletta. Tanto qui non sta simpatico a nessuno, dico bene?”
Ci fu un mormorio di assenso. I criminali feriti si lamentavano ancora, ma non interessava a nessuno.
“Dimmelo.”
“Ma che cos'ha fatto?”
“L''ultimo errore della sua carriera.”
Lenny guardò Batman per un istante. Forse aveva capito, ma non lo disse ad alta voce.
“OK, capito. Beh, è stato qui una settimana fa. Cercava qualcuno che gli vendesse della robaccia elettronica, non sapevamo bene a cosa gli servisse. Pensavamo fossero i suoi soliti stupidi tentativi di fare il colpo grosso...”
“E ha trovato qualcuno che gliela vendesse?”
“Sì, ma non posso dirti chi. E' un ami-”
Batman sollevò Lenny, facendo dondolare i suoi piedi come quelli dell'omino raffigurato sull'insegna del locale. Era stufo di perdere tempo.
“CHI?”
“Cristo! OK, OK! Marvin! Marvin Styles! Vive sull'East Side!”
In un battito di ciglia, Lenny fu lasciato cadere a terra e Batman uscì dalla porta, silenzioso come un fantasma.

Marvin Styles stava gettando freneticamente i propri averi in una grossa valigia. Si trovava nel suo appartamento, una topaia sporca con il soffitto gocciolante e grosse macchie di muffa alle pareti. L'aria puzzava del suo sudore e il suo respiro era affannoso. Proprio mentre gettava l'ultimo paio di mutande nella valigia, preparandosi a chiuderla, qualcosa fuori dalla finestra attirò la sua attenzione. Che cavolo era stato? Un lampo? Un uccello?
Si avvicinò, cercando di capire cosa fosse stato quel movimento. Niente, era tutto buio e silenzioso.
“Sto diventando para-”
La mano di Batman sfondò il vetro e lo afferrò per la gola.
“Oh, cristo!” Urlò Marvin, terrorizzato.
I vetri volarono ovunque, mentre Batman spingeva il delinquente a terra, puntellandolo al suolo con il proprio peso.
“Vai da qualche parte, Styles?”
Marvin urlò. Aveva visto il pipistrello, in passato, ma sempre da lontano. Mentre se la prendeva con qualcun altro. Questo era completamente diverso. Era lì per lui. Era venuto a cercarlo personalmente. Tutti i criminali di Gotham sapevano che Batman non uccide, era una cosa che ti insegnavano non appena arrivavi in città. Ma vederlo che ti entrava in casa, sfondando una finestra, ti faceva domandare se il pipistrello non stesse per fare un'eccezione proprio per te.
“C-che cosa vuoi?” Gli chiese, pregando di non farsela addosso.
Batman avvicinò i suoi occhi a quelli di Marvin. Fu come guardare dentro una fornace accesa. Quegli occhi bianchi sembravano brillare di luce propria, e fissarli troppo a lungo sembrava quasi far male.
“Lo sai benissimo. Drury Walker ha ucciso quarantasette persone. E tu gli hai dato gli strumenti per farlo. Per questo stai scappando.”
“N-Non so di che cosa-”
Batman diede un pugno al pavimento, a pochi centimetri dal viso di Marvin. Il pavimento era di legno, e il braccio di Batman penetrò fino al gomito.
“Non ho tempo da perdere, Styles! Dimmi dove si trova, o la pagherai cara!”
“Tu... Tu non uccidi, lo sanno tutti.”
Batman afferrò la gamba di Styles con entrambe le mani. La presa era spaventosamente forte, come essere intrappolati in un macchinario industriale. La pressione che esercitava era enorme e, Marvin si rese conto con un brivido, quello era solo un assaggio.
“Posso farti desiderare la morte, Marvin. Quarantasette persone sono morte. Anche per causa tua. Romperò un osso per ogni vittima, finché non parlerai. Iniziando dal femore.”
Batman fece un gesto improvviso, come se stesse per spezzare la gamba.
“No! No! OK! OK, ti dirò tutto!”
“Parla!”
“Non pensavo che l'avrebbe fatto davvero, lo giuro! Drury è sempre stato una mezzasega, non pensavo che dicesse sul serio! Pensavo che fosse solo per fare lo spaccone con gli altri pazzi in costume!”
Batman strinse di nuovo la gamba, facendo urlare Marvin.
“Non mi interessano le tue scuse! Gli hai venduto altro, oltre al necessario per quella bomba?”
“No, lo giuro!”
“Non può farne altre?”
“Non credo, no! Non con quello che gli ho dato io!”
Batman inspirò profondamente.
“Dove si trova? Dimmelo!”
“Al molo! Ha un capannone sul molo! Non so dove, esattamente! Dalle parti di Miagani Harbor!”
Batman strinse nuovamente la gamba di Marvin.
“Se mi nascondi qualcosa...”
“Lo giuro, è tutto quello che so!”
Batman lo fissò per un momento, poi gli lasciò la gamba.
Marvin se la toccò, benedicendo il cielo di averla ancora integra.
“S-senti, ora che ti ho aiutato, tu mi lascerai andare. G-giusto?”
“Sbagliato.”
Batman gli diede un pugno, facendogli perdere i sensi.

“Jim? Sono io.”
La moto sfrecciava attraverso la notte, per le strade quasi deserte di Gotham. Erano quasi le quattro del mattino, ormai.
“Batman, scoperto qualcosa?”
“Ho trovato l'idiota che ha venduto il materiale a Walker. Si chiama Marvin Styles.”
“Lo conosco, è un criminale di poco conto. Maledetto imbecille, questa volta l'ha fatta grossa.”
“Si trova nell'East Side. Ti ho mandato le coordinate, puoi mandarci una volante.”
“Lo faccio subito. E Walker?”
“Styles dice che si trova a Miagani Harbor, in un capannone sul molo. Sto andando lì ora.”
“Mobilito subito tutti quanti. Lasciane un pezzo anche per noi, d'accordo?”
“Non scapperà, Jim.”
“Ci puoi giurare.”
Batman chiuse la chiamata e premette sull'acceleratore. Sarebbe giunto a Miagani Harbor nel giro di cinque minuti. Iniziò a piovere, dando a Batman la sgradevole sensazione che quel cielo rosso, quel cielo innaturale che amava e odiava allo stesso tempo, stesse riversando sangue su di lui e su tutta Gotham.

Non gli ci volle molto a trovare il capannone giusto, grazie al suo scanner. Era l'unico ad avere la corrente, in quella zona del molo. Batman inviò le coordinate precise a Gordon, poi guardò da una finestra. Il capannone era fatiscente, coperto di polvere. Alcuni topi camminavano per il pavimento, grassi ed indisturbati.
Drury Walker era seduto su una sedia e se ne stava immobile, a capo chino, sotto la debole luce di una lampadina. Indossava il suo ridicolo costume da falena, ma era in pessime condizioni. Era pieno di strappi e ricoperto di sporcizia. Era come se Killer Moth fosse rimasto lì per ore o giorni, immobile e in attesa.
Batman attivò nuovamente il suo scanner, per accertarsi che fosse vivo. Sì, c'era battito cardiaco. E la temperatura del corpo era di trentasei gradi centigradi, nella media.
Con un grugnito, Batman sfondò il vetro della finestra ed atterrò nel capannone, facendo fuggire i topi terrorizzati.
“Walker, ora verrai con me. Devi pagare, per ciò che hai fatto.”
Walker non sembrò reagire.
“Mi senti, Walker?”
Dopo alcuni istanti di silenzio, Walker alzò la testa.
“Sì, ti sento.”
“Alza le mani e mettiti in ginocchio. La polizia sta venendo a prenderti.”
Walker si alzò lentamente in piedi, poi si mise in ginocchio e alzò le mani.
“Certo. Obbedisco.”
Questo comportamento era davvero strano. Walker sembrava drogato, stordito. Batman gli si avvicinò, estraendo le manette dalla cintura.
“Mani dietro la schiena.”
Walker fece come gli era stato detto. Batman lo ammanettò, poi gli tolse la maschera da falena. Sotto di essa, il viso di Walker appariva normale, tranquillo. Troppo tranquillo, vista la situazione.
Batman gli controllò le pupille. Non sembravano dilatate o alterate in nessun modo. Non c'erano segni di droghe.
“Perché lo hai fatto, Walker?”
Walker lo fissò, placidamente.
“Ero stufo, Batman. Stufo di essere una barzelletta. Di essere ignorato da tutti. Ma ora non ridete più, vero? Ora non siete indifferenti. Ora mi odiate. Mi temete.”
Batman controllò l'impulso di colpirlo. Ormai l'avevano preso.
“Potevi essere qualcos'altro, Walker. Qualcosa di migliore.”
“Il mio nome è Killer Moth. E ora nessuno metterà più in discussione il mio nome, vero?”
Batman lo prese per il bavero, sollevandolo da terra.
“Sei un assassino. Questo ti rende così felice, Walker?” Mise molta enfasi sull'ultima parola, decidendo scientemente di non utilizzare quel nome ridicolo di cui Walker andava così fiero.
“Mi chiamo Killer Moth!”
Batman stava per rispondergli, quando sentì un movimento alle proprie spalle.
Un grosso blocco di cemento fu scagliato verso di lui. Batman riuscì a togliere se stesso e Walker dalla traiettoria del blocco e il cemento cadde a terra, frantumandosi in parte. Batman si rialzò subito in piedi, cercando il responsabile.
Una figura uscì dall'ombra, ridacchiando. Alto almeno un metro e novanta, con il volto coperto di cicatrici e con indosso grossi guanti meccanici che emettevano potenti scariche elettriche.
Lester Buchinski, detto Electrocutioner.
“Ciao, pipistrello.” La sua voce baritonale e sgraziata echeggiò per tutto il capannone.
“Buchinski. Sei coinvolto anche tu in questa storia?”
Buchinski rise, mentre potenti scariche elettriche continuavano a esplodere dalle sue mani.
“Non te l'aspettavi, vero? Così impari a sottovalutarmi.”
Batman non rispose, ma dentro di sé era confuso. Da quando in qua Walker e Buchinski lavoravano insieme? E a quale scopo? Buchinski, poi, aveva sempre lavorato per soldi. Non per dimostrare qualcosa a Batman o a chiunque altro. Era stato pagato per essere lì? E la forza fisica che aveva dimostrato, lanciando quel blocco di cemento, era anch'essa insolita. Buchinski non era certo un peso piuma, ma non era neanche Bane.
Cosa stava succedendo?
“Non rendere le cose difficili, Lester.” Disse Batman. “Arrenditi.”
Ma Buchinski si limitò a ridere, correndogli incontro. Batman evitò il suo primo cazzotto e fece per colpirlo al volto, ma Buchinski reagì in modo estremamente rapido, afferrandogli l'avambraccio e dandogli una potente scarica elettrica. Nonostante il costume, Batman avvertì un enorme dolore e fu costretto a spingere via Buchinski con un calcio. Buchinski arretrò di qualche passo, ridendo.
Batman cercò di riprendere il controllo delle mani, che formicolavano e tremavano leggermente.
Buchinski era diventato più abile, nella lotta corpo a corpo. E più veloce. La prima volta che si erano affrontati, ormai agli inizi della sua carriera, Batman lo aveva steso con un singolo cazzotto. Invece questa volta Buchinski era riuscito a prenderlo di sorpresa.
“Fa male, vero?” Disse Buchinski, con una risata. “Credo di non essere mai riuscito a darti la scossa, in tutti questi anni, sai?”
Batman strinse i pugni, imponendo ai tremori di cessare.
“E non accadrà mai più.”
I due corsero uno verso l'altro. Batman evitò la presa di Buchinski e gli diede un potente cazzotto nello stomaco, facendolo piegare in due. Poi gli prese la testa tra le mani e gli mollò una poderosa ginocchiata sul mento. Buchinski cadde a terra, stordito ma ancora cosciente. Prima che potesse riprendersi, Batman estrasse due capsule dalla cintura e le scagliò contro le mani di Buchinski. Le capsule esplosero, ricoprendo i guanti elettrici con una sostanza collosa ed isolante e rendendoli completamente inutili.
Lentamente, Batman si rialzò in piedi. Nella distanza, iniziavano a sentirsi le sirene della polizia. Jim stava arrivando.
Batman si voltò per controllare Walker, quando un cacciavite gli si infilò nel fianco, facendogli emettere un grugnito di dolore e sorpresa. Walker si era liberato dalle manette e aveva approfittato della distrazione causata da Buchinski per prendere un'arma dal tavolo più vicino. Che fosse stato calcolato o un gesto fortuito, era riuscito a colpirlo proprio in uno dei punti più vulnerabili del costume: nella giuntura tra due placche protettive.
“Mi sono dislocato il pollice e tolto le manette. Me lo ha insegnato Ragdoll.” Disse Walker, con un ghigno. “Un bel trucco, vero?”
Batman gli strinse il polso che teneva il cacciavite con una mano, mentre con l'altra afferrava l'avambraccio.
“Io ne conosco uno migliore.”
Spinse in su la mano che teneva il polso di Walker e in giù quella che teneva il suo avambraccio. Il suono dell'osso che si spezzava echeggiò per tutto il capannone, seguito rapidamente dalle urla di Walker. Batman estrasse il cacciavite, constatando che la ferita non era troppo grave. Il cacciavite era entrato a malapena. Gli sarebbero serviti a massimo un paio di punti. Walker intanto era crollato a terra, tenendosi il braccio rotto e piagnucolando.
Ormai le sirene della polizia erano vicinissime.
Batman inspirò profondamente. Era finita, finalm-
Il colpo alla testa fu fortissimo. Se non avesse avuto il cappuccio, probabilmente avrebbe riportato un serio trauma cranico. Buchinski si era ripreso e lo aveva colpito alle spalle. I guanti non erano più funzionanti, ma erano estremamente duri. Batman perse l'equilibrio e cadde a terra, mentre la sua vista iniziava ad annebbiarsi. L'ultima cosa che vide, prima di perdere i sensi, era Buchinski che aiutava Walker a rialzarsi.
Poi, il buio.

“Batman. Batman!”
Batman aprì gli occhi. La testa gli faceva molto male. Jim Gordon gliela stava sorreggendo e lo guardava, con aria preoccupata. Erano sempre dentro al capannone, ma ora era pieno di poliziotti. Buchinski e Walker se n'erano andati.
“Jim... Mi dispiace... Sono riusciti a fuggire.”
“Non ti preoccupare, succede a tutti.”
Ma Batman vedeva gli sguardi delusi o amareggiati di alcuni poliziotti. Si rialzò lentamente, senza guardare Jim e il resto della GCPD. Era stato sconfitto da Killer Moth e Electrocutioner, come era potuto succedere?
“Allora è stato Walker a far esplodere il palazzo?” Gli chiese Gordon. “Quelli sui tavoli sembrano strumenti adatti a costruire una bomba.”
“Sì, lo ha ammesso. Era... Era fiero di averlo fatto.”
Gordon imprecò sottovoce.
“Chi altro c'era con lui? Chi ti ha fatto perdere i sensi?”
“Buchinski. Era suo complice.”
“Lester Buchinski? Electrocutioner? Perché?”
“Non lo so... Erano strani, Jim. Più spietati che mai. E più abili che mai. Non avevano mai rappresentato una vera minaccia, in passato.”
Gordon si grattò la testa.
“Senti, c'è una cosa che-”
Ma Batman non stava davvero ascoltando, era assorto nei suoi pensieri.
“Era come volessero dimostrare qualcosa. A me. A tutti noi.”
“Batman...”
“Come se si fossero stufati di essere criminali di serie C. Hanno voluto fare un salto di qualità. Proprio come.... Merkel!”
Batman si voltò verso di Gordon.
“Jim, Walker ha nominato Ragdoll. Ha detto che Merkel gli ha insegnato come dislocarsi il pollice. E anche Merkel è cambiato, ultimamente. Dobbiamo interrogarlo, potrebbe essere loro complice.”
“Batman...”
Batman si rese finalmente conto che qualcosa non andava.
“Che cosa è successo, Jim? Cos'altro è successo?”
“Merkel. E' morto. Si è suicidato in cella, mentre noi venivamo qui.”
Batman e Gordon si guardarono. Nessuno dei due disse nulla, ma stavano pensando la stessa cosa. Non poteva essere una coincidenza. C'era qualcosa di grosso, dietro a tutto questo. Ed era ben lontano dall'essere finita.

Batman e Gordon stavano guardando i nastri di sorveglianza, insieme ad un tecnico della polizia. Ormai stava albeggiando. Merkel era morto da un paio d'ore.
“Da non credere...” Disse Gordon, guardando le immagini.
“Rimettilo da capo.” Disse Batman.
Il tecnico della polizia rimandò indietro il filmato. In esso si vedeva Merkel che, lentamente e con tranquillità, si avvicinava alle sbarre della finestra. Gli dava le spalle. Appoggiava il mento nell'incavo dei gomiti. Metteva le mani dietro la testa. Intrecciava i polsi dietro la nuca, in un modo che sarebbe stato possibile solo per lui. Afferrava le sbarre con le sue lunghe dita. E, infine,si lasciava cadere di colpo, spezzandosi il collo nel cappio creato con le proprie braccia scheletriche.
Il nastro di sorveglianza mostrava l'ora in cui era successo: le quattro e mezza del mattino.
“Cristo santo...” Mormorò Gordon.
Batman non disse nulla. Continuava a fissare il video, e il corpo senza vita di Merkel. Dopo che gli si era spezzato il collo, era caduto a terra, sgraziato e scomposto. Guardando i suoi resti scheletrici e immobili, a Batman sembrò davvero di fissare un pupazzo.

“Ecco fatto, sir.”
Batman guardò i punti che gli aveva messo Alfred. Ne erano serviti tre, per chiudere la ferita causata dal cacciavite.
“Grazie, Alfred.”
“Di niente, sir. La sua testa sembra a posto, invece. Del resto, ho sempre saputo che era dura.”
Il maggiordomo mise via gli strumenti, mentre Bruce si alzava dal lettino e si dirigeva verso un'altra parte della caverna. Quando ebbe finito di sistemare tutto, Alfred vide che Bruce era andato nell'angolo della caverna dove teneva i suoi costumi. C'erano file e file di vecchi costumi, armature e prototipi. Ognuno nella propria teca o sotto un telo. Ma Bruce stava guardando il suo attuale costume, che era contenuto in una teca isolata dalle altre, posizionata vicino all'armeria e alle fila e fila di gadget.
Bruce guardava il proprio costume, con quello sguardo tormentato e ossessivo che Alfred tanto odiava. Così come odiava tutte le cicatrici che vedeva sul petto e sulla schiena di Bruce. Aveva perso il conto di tutti i punti che gli aveva messo, ormai. Eppure, passava ogni notte temendo che sarebbe giunto il momento. Il momento in cui non gliene avrebbe più potuti mettere. In cui non sarebbe rimasto più nulla da rattoppare. Che, molto semplicemente, ci sarebbe stato un mattino in cui Bruce non sarebbe tornato a casa.
“Sir, la prego, mangi qualcosa.”
“Sarebbero fieri, Alfed?”
“Sir?”
Bruce continuava a fissare il costume, concentrandosi soprattutto sul simbolo nero a forma di pipistrello che ne copriva il petto. Quel simbolo che popolava ogni angolo della caverna, per non dire della sua mente.
“Mamma e papà. Sarebbero fieri di quello che faccio?”
Alfred gli si avvicinò.
“Ma certo che lo sarebbero, sir.”
“Anche in momenti come questo? Quando fallisco?”
Alfed mise la mano sulla spalla di Bruce.
“Soprattutto in momenti come questo, Bruce. Sai perché?”
Bruce si voltò a guardare Alfred.
“Perché saprebbero, come lo so io, che tu ti rialzi sempre. Che giornate come questa non ti fermano ma, anzi, ti rendono ancora più determinato.”
Alfred toccò brevemente la guancia di Bruce, in un gesto che lo fece sentire di nuovo bambino, seppure per un solo istante.
“Non ti dirò che i tuoi genitori avrebbero voluto tutto questo, Bruce. Avrebbero voluto che tu fossi felice, in pace. Ma sarebbero fieri? Fieri di un figlio che mette il bene degli altri prima del suo, sempre e senza eccezioni? Sì. Assolutamente. Non dubitarne mai. Mai.”
Bruce premette un pulsante sulla teca, che affondò lentamente nel terreno, nascondendo nuovamente il costume alla loro vista.
“Grazie, Alfred.”
Alfed annuì, poi i due si avviarono verso l'ascensore.
Sopra di loro, un pipistrello emise un verso stridulo, stiracchiando le ali. Poi, si addormentò nuovamente, stanco dopo una lunga notte di caccia.

FINE CAPITOLO 2



lunedì 28 ottobre 2019

Mop


Non avrei mai pensato che un clown potesse farmi ridere. Eppure, eccoci qua.
“Ti prego, lasciami andare! Stai commettendo un errore!”
Il pagliaccio mi implorava, fissandomi disperato dalla sedia a cui l'avevo legato. Il trucco sul suo viso non si stava sciogliendo, nonostante stesse sudando copiosamente. E piangeva, apparentemente disperato. Ma se c'è una cosa che ho imparato, è che le lacrime di un clown non hanno valore.
Risi forte, ascoltando le sue suppliche.
“Un errore, dici? No, io non penso.”
Presi la tanica di benzina e cominciai a versargliela addosso.
“No, no! Ti prego, no!”
Svuotai la tanica e la buttai in un angolo dello scantinato, mentre osservavo freddamente il clown che tossiva e sputacchiava. Il blu intorno ai suoi occhi e il rosso intorno alle sue labbra erano ancora vividi, immacolati. E il suo volto continuava ad essere bianco, nonostante fosse zuppo come un pulcino.
“Dimmi, clown, come mai il tuo trucco non si è sciolto?”
“C-come?”
Gli diedi una sberla, forte.
“Il tuo trucco. Stai frignando. Sudando come un maiale. Ti ho appena versato tre litri di benzina addosso. Eppure il tuo trucco disgustoso è rimasto identico. Come mai?”
Mi guardò. Per la prima volta nel suo sguardo lessi qualcos'altro, oltre alla paura. Consapevolezza, realizzazione. Sapeva che io sapevo.
“Io... Io non lo so...” Disse, debolmente.
Tirai fuori i fiammiferi e ne accesi uno.
“Io penso di sì, invece.”
Gli gettai il fiammifero in grembo. Prese fuoco in un secondo, una vampata tremenda che mi scompigliò i capelli. Lentamente, mi allontanai, ignorando le sue grida disperate e stridule.
Ma non smisi di fissarlo, colmo di una rabbiosa, accecante soddisfazione. Lo fissai finché non smise di urlare e la pelle da bianca diventò nera.
E' come ho sempre detto: l'unico modo in cui un clown può illuminare una stanza, è se gli si dà fuoco.

Mi lasciai la casa abbandonata alle spalle, mentre veniva divorata dalle fiamme. Chiamai i vigili del fuoco da una cabina telefonica poco distante, poi mi avviai tranquillamente verso casa in macchina, imboccando l'autostrada.
Ci avrebbero messo ore a spegnere l'incendio. Ancora più tempo a trovare il cadavere. E io ormai sarei stato molto lontano.
Erano anni che lo facevo, ormai ero diventato piuttosto bravo.

Rincasai tardi, era buio già da alcune d'ore. Chiusi a chiave la porta del mio appartamento (quattro mandate) e gettai le chiavi sul mobiletto lì vicino. Poi andrai dritto verso il divano del soggiorno, mi tolsi le scarpe e mi stesi, evitando volutamente di guardare qualcosa che non fosse il soffitto.
Immagino che un ladro avrebbe pensato di essere finito nella casa di un pazzo, se si fosse intrufolato lì dentro e avesse visto le foto che erano appese ovunque. Non solo sulle pareti, ma anche sull'armadio, sulla lavagna che tenevo in un angolo e persino sul frigo.
Erano clown, ovviamente. Tutte foto di quei fottuti clown. Articoli di giornale, foto scattate da lontano col teleobiettivo e, in alcuni casi, le foto dei loro cadaveri (spesso carbonizzati).
Ma io non ero pazzo. Non ero un assassino. Non ero io il cattivo, in tutta questa storia.
Io ero l'eroe. E quelli che uccidevo, non erano esseri umani. Erano clown.
E io sapevo che cosa fossero davvero i clown.

Quando ero bambino, avevo un amico. Si chiamava Barry. Era il miglior amico che si potesse desiderare . Era divertente, era leale, era tosto.
Fu con Barry che fumai la mia prima sigaretta e fu con Barry che vidi il mio primo paio di tette su una rivista. E quando Mark Gregory mi rubò i soldi del pranzo e mi ruppe il naso, fu Barry a cercarlo a casa e a fargliela pagare. Ho ancora uno dei denti di Mark, nella mia scatola dei ricordi. Barry me lo portò il giorno dopo, dicendomi tranquillamente che Mark non ci avrebbe più provato.
Era un vero amico.
Ricordo ancora la sua risata, come il ragliare di un asino. Valeva la pena di imparare una nuova barzelletta solo per sentirlo ridere. Chissà come riderebbe oggi, se fosse ancora vivo.
Ma purtroppo Barry non arrivò mai ai tredici anni. Loro lo presero. Nessuno mi credette, la versione ufficiale dice che Barry è scomparso, probabilmente scappato di casa e rapito da qualche maniaco. O affogato in un fiume. O altre stronzate del genere.
Ma io vidi tutto. Loro lo presero, e se lo mangiarono.

Per la festa del suo dodicesimo compleanno, la madre di Barry aveva assunto un clown. Tony il clown (e, sì, sono d'accordo con voi che è un nome del cazzo). A Barry non piaceva per niente, e neanche a me. In primo luogo, avevamo dodici anni e i clown erano roba da mocciosi. In secondo luogo, era inquietante. Non ci piacevano i suoi occhi spiritati, non ci piacevano le sue labbra rosse e non ci piaceva la sua voce stridula. Era molto fastidioso, per non dire inquietante, sentirsi chiamare “fanciulli” da quella voce schifosa.
Ma Barry fece il bravo figliolo e finse di divertirsi. Si sa, spesso sono i figli che fingono entusiasmo per fare felici i genitori. Succede molto più spesso di quanto vogliano ammettere tutti gli adulti del mondo. I bambini ci vogliono bene e ci vengono incontro, ma spesso gli facciamo dei pessimi regali.
Comunque, durante la festa Tony si comportò bene. Niente di strano. Ma non mi piaceva come guardava Barry. Tirai un sospiro quando quel clown si tolse dalle palle.
Purtroppo, però, Tony tornò a cercare Barry un paio di settimane dopo. E non era da solo.

Ricordo vividamente il suono che fece il mio walkie talkie, svegliandomi nel cuore della notte. Ricordo la voce di Barry che chiamava aiuto. Che bisbigliava il mio nome. Mi accorsi che stava piangendo, e questo mi fece gelare il sangue. Barry non piangeva mai.
Disse che lo stavano portando al parco, poi la comunicazione si interruppe di colpo, come se qualcuno avesse distrutto il walkie talkie dall'altra parte.
Cercai di svegliare mia madre, ma era stordita dall'alcol e, dopo venti secondi di inutili tentativi, decisi che dovevo fare da solo. Così presi la bici e pedalai come un forsennato, dirigendomi verso il parco (che era a soli due isolati da me). Avrei dovuto chiamare subito la polizia, col senno di poi sembra ovvio, ma non lo feci. Mia madre non si era svegliata e i genitori di Barry avevano lasciato che venisse preso. Credo che, inconsciamente, decisi che gli adulti non erano meritevoli di fiducia, in quel momento.
Arrivai al parco e cercai ovunque, disperatamente alla ricerca del mio amico. Proprio quando iniziavo a perdere la speranza, sentii dei rumori provenire da alcuni cespugli e, facendomi coraggio, sbirciai con cautela. Quello che vidi, non sono mai riuscito a dimenticarlo. Cambiò la mia vita per sempre.
Tony e altri suoi amici tenevano Barry. Erano tutti clown. Chi vestito di argento, chi di viola, chi di verde. Due di loro gli tenevano le gambe, altri due le braccia. Tony teneva tra le mani la sua testa, ormai separata dal corpo. Lo stavano divorando, con gusto. Suoni gutturali e ripugnanti riempivano l'aria gelida di ottobre. Ormai Barry non urlava più.
I cinque clown erano ricoperti di sangue e mangiavano voracemente, eppure il loro trucco era completamente intonso. Vedevo il bianco, il blu e il rosso sotto i raggi della luna. Perfetti come se fossero appena stai applicati. In quel momento capii: non era trucco. Quelli erano i loro volti. I travestimenti erano quelli che indossavano per fingere che fossero solo attori, intrattenitori. Ma non lo erano. Erano mostri.
E, mentre si rimpinzavano, li sentivo sghignazzare. Suoni striduli e disgustosamente gioiosi, che da allora avrebbero popolato i miei incubi quasi ogni notte.
Corsi via, senza neanche badare all'orina che mi aveva macchiato i pantaloni e mi colava giù per le gambe. Trovai la cabina telefonica più vicina e chiamai la polizia. Ma quando arrivarono, ormai i clown erano scomparsi. E anche di Barry, il migliore amico che avessi mai avuto, non c'era più traccia.

Potete immaginare da soli cosa accade dopo: dissi tutto alla polizia, ma nessuno mi credette. I genitori di Barry non avevano sentito o visto nulla, non c'era segno di effrazione e non c'erano tracce di un'aggressione. Il walkie talkie non fu mai trovato, ma nessuno diede molto peso a questo. Si sa, i ragazzini non si prendono molta cura delle loro cose, no?
Quanto a me, dissero che il trauma mi aveva sconvolto e che mi ero immaginato tutto. Forse, ipotizzò uno psicologo che mi visitò qualche giorno dopo, avevo visto il vero aggressore e la mia mente aveva proiettato la mia fobia dei clown sull'accaduto. Ma io non avevo nessuna fobia dei clown, prima di quella notte. E se è per questo, non ce l'ho neanche adesso. Non li temo, li odio e basta.
Va detto che la polizia indagò su Tony il clown. Potevano non credere alla storia dei clown cannibali, ma era ragionevole considerare come sospetto il clown che era stato a casa della vittima poco tempo prima, specie se c'era un potenziale testimone che affermava di averlo visto la notte della sparizione. Purtroppo, però, Tony aveva un alibi di ferro. Stava facendo uno spettacolo con altri clown, a centinaia di chilometri di distanza, la notte in cui Barry sparì. C'erano decine di testimoni. Nessuno, mi disse la polizia, avrebbe potuto percorrere una tale distanza in così poco tempo.
Così, Barry fu dichiarato scomparso. I suoi genitori andarono in televisione e fu promessa una sostanziosa ricompensa a chi lo avesse ritrovato o avesse informazioni utili. Ci furono decine di telefonate, ma ovviamente erano tutti mitomani e io sapevo bene che era tutto inutile.
Barry non fu mai ritrovato.

Sono passati sedici anni da allora. Adesso so tante cose su di loro. Eppure, ancora non so come riescano a fare quello che fanno. O da dove provengono.
Non so come facciano a viaggiare e sparire così velocemente, per esempio. Non so come facciano ad entrare nelle case senza lasciare tracce. E non so perché mangino solo bambini.
So però che sono tanti, e potenti. Che gestiscono moltissime cose. Che si sono insinuati tra di noi come una mafia, o i massoni. Pensateci, a chi piacciono davvero i clown? Quasi a nessuno.
Eppure continuano ad essere un simbolo. Continuiamo tutti a fare finta che siano simpatici e non agghiaccianti. Tornando a casa ho visto una statua di Ronald McDonald che mi salutava dal tetto di un fast food. Chi cazzo potrebbe sinceramente affermare di voler vedere una cosa del genere, andando in giro per la città? Nessuno, meno che mai un bambino.
Sono riusciti a convincere il mondo che li vogliamo, ma non è vero. E' tutta una barzelletta e gli unici che ridono sono loro.
In qualche modo sono riusciti a trovare il modo di stare sempre vicino ai bambini, e ogni tanto alcuni spariscono misteriosamente. Ma io gliela farò pagare, perché so anche altre cose: so che possono essere uccisi. So che non sono fisicamente più forti di un essere umano. E so che odore fanno quando bruciano. E' il mio odore preferito al mondo.
Ed è questo che ho fatto, per gli ultimi cinque anni. Li ho cercati e li ho uccisi, senza alcuna pietà.
Ancora non ho incontrato Tony, ma quando lo troverò so esattamente cosa farò: gli taglierò la testa, da vivo. Poi gli strapperò un dente e lo porterò al parco, dove Barry fu ucciso. E dirò al mio amico che Tony non ci proverà mai più.

Dormii per quasi dieci ore, e mi svegliai che era praticamente ora di pranzo. Fortunatamente, ero in ferie. Quando avevo da lavorare, la mia caccia ai clown doveva passare necessariamente in secondo piano, relegata ai weekend, ma d'estate davo il meglio di me. E il bastardo arrostito del giorno prima era solo l'inizio: contavo di beccarne almeno altri due, prima che finisse l'estate.
Mi feci delle uova e le mangiai rapidamente, mentre controllavo su internet se ci fossero degli eventi circensi in programma, quella settimana. Guarda caso, ce n'era uno proprio quel giorno.
Il Circo Rockfeller era in città. Guardai l'immagine promozionale e sentii il solito nodo allo stomaco, nel vedere il clown ridanciano che avevano disegnato.
Il sito diceva che sarebbero rimasti in città per una settimana, quindi l'approccio migliore era andare a vedere lo spettacolo la prima sera e studiare un po' la situazione. Capire quanti ce n'erano, come fosse organizzato il circo e quale fosse il modo migliore di entrare per prenderne uno.
Purtroppo ero solo in questa battaglia. Non potevo andare in giro a reclutare altri combattenti. Numero uno, mi avrebbero rinchiuso e bollato come pazzo. Numero due, i clown avrebbero saputo nome e faccia di chi gli dava la caccia. Avevo postato qualcosa online agli inizi, su forum e chat anonime, ma avevo ricevuto solo prese in giro. Quindi potevo solo prenderne uno per volta, con pazienza, e sperare che il mio esempio magari ispirasse qualcun altro come me. Quella sera avrei dovuto scegliere un bersaglio e studiare molto bene il piano. Poi, una volta ucciso il clown, avrei fatto meglio a sparire per un po'.
Credo che ormai sappiano che qualcuno gli dà la caccia, ma non credo che sappiano di chi si tratta. E finora la polizia non sembra aver collegato le morti, visto che cerco sempre di andare in città e stati diversi, evitando di colpire troppo spesso nel posto in cui vivo. Meglio essere cauti, rimanere nell'ombra.
Prenotai il mio biglietto, poi andai a farmi una doccia.

Lo spettacolo di quella quella sera fu il solito schifo a cui ormai mi ero abituato. Contorsionisti dall'aria cadaverica, animali drogati e malaticci, musica assordante. E, ovviamente, i clown.
Come sempre, sorrisi mestamente nel constatare che quasi nessuno nel pubblico rideva sinceramente, guardando i loro numeri idioti. Come ho già detto, l'idea che siano divertenti è tutta una recita a cui noi, per qualche stupido motivo, continuiamo a prestarci.
Però, avevo scelto il mio bersaglio. Uno dei clown era un nanetto grassoccio, con una corporatura alla Danny DeVito e i denti sporgenti. L'annunciatore disse che si chiamava Mop.
Mentre uscivo, insieme al resto del pubblico, studiai le uscite e feci le mie considerazioni logistiche. Doveva essere una cosa veloce. Entrare, stordirlo, portarlo via, ucciderlo da un'altra parte.
Per sicurezza, sarei tornato anche il giorno dopo a studiare il posto, ma avevo già un piano.
In macchina, guardai le foto che avevo fatto con il telefono durante lo spettacolo. Studiai attentamente il volto di Mop. Quegli occhi piccoli e ottusi, quella bocca rossa, quel verde intorno agli occhi, quei capelli arancioni.
Mop.
Sembrava un'onomatopea. Il suono che potrebbe fare una bolla di sapone quando si posa su una superficie e scoppia, ad esempio. O il suono che fanno dei bulbi oculari quando esplodono tra le fiamme, forse.
Mop! Mop!
Misi in moto e mi avviai verso casa. Ricordo che le prime volte sentivo un certo senso di colpa, nel pianificare cose del genere e fare questi pensieri. Erano mostri, certo, ma era sano passare la vita a pianificare morti e torture? Ma ormai non mi ponevo più questi problemi. Quella era la vita che avevo scelto, e andava benissimo così.
“Mop! Mop!” Esclamai, nella solitudine della mia auto.
Risi, ma era una risata forzata, come quella del pubblico al circo.
In realtà, mi ero fatto accapponare la pelle da solo.

Nelle due notti seguenti studiai ulteriormente la planimetria del circo. La terza notte mi intrufolai anche dopo l'orario di chiusura per capire esattamente dove dormissero i clown e quale fosse il modo migliore di sorprendere Mop. Scoprii che sarebbe stato più facile del previsto. Mop aveva una roulotte tutta per sé e, guarda caso, era lontana da quella degli altri. Spiandoli un po', capii che Mop beveva, ed era alquanto fastidioso dopo un paio di bicchieri. Lo vidi personalmente spingere uno degli altri clown, biascicando frasi sconnesse e vaghe accuse da ubriaco. L'altro lo spinse via in malo modo e si chiuse nella propria roulotte, imprecando. Era chiaro perché nessuno degli altri ci tenesse molto a dormire vicino a lui. Perfetto.
Dicono che la fortuna aiuti gli audaci. Non credo che sia vero, ma forse ogni tanto si sente in colpa per aver aiutato troppo i malvagi. Sarebbe il minimo, mi viene spesso da pensare.
La notte dopo il loro quarto spettacolo, venni a prenderlo.

Mop il clown barcollava leggermente, mentre svuotava la vescica tra i cespugli dietro alla sua roulotte. La bottiglia di vodka che teneva in mano era quasi vuota. Aveva ancora addosso il costume da clown. E, ovviamente, anche il trucco era ancora al suo posto.
Aspettai che finisse (l'ultima pisciata del condannato), poi lo raggiunsi alle spalle prima che si voltasse e gli misi il braccio intorno al collo, togliendogli l'aria. Crollò in pochi secondi, lasciando cadere la bottiglia vuota sul prato, dove non si ruppe. A volte si cagavano addosso, quando li prendevo alle spalle in quel modo e gli toglievo l'aria, ma con Mop non accadde. Me lo caricai in spalla, come fanno i pompieri, e lo portai verso la mia auto. Avevo già un posto adatto, a circa un chilometro da lì. Sarebbe stata una cosa veloce.

“Sveglia. Sveglia, Mop il clown.”
Niente, era ancora privo di sensi. Gli diedi una sberla.
“Sveglia, barilotto di merda.”
Piano piano, aprì gli occhi. All'inizio era confuso, poi i suoi occhi si spalancarono, quando si rese conto di essere legato. Ma non poteva protestare, dato che l'avevo imbavagliato.
“Temo di non essere un sostenitore del diritto di replica, mi dispiace.” Gli dissi. “Non siamo qui per parlare. Tu sei qui per bruciare, clown del cazzo.”
Lo sentii urlare, dietro al bavaglio. Grugniti soffocati, inutili. Come lo sarebbero state delle vere e proprie urla, del resto.
Eravamo in un vecchio magazzino fatiscente che avevo trovato. Niente elettricità e niente acqua corrente, ma andava benissimo. Le due lampade ad olio che mi ero portato non illuminavano molto, ma presto l'intero locale avrebbe brillato alla grande.
Avevo poco tempo, volevo fare in fretta. Raccolsi subito la tanica di benzina e iniziai ad innaffiare il pagliaccio.
“Mop! Mop!” Canticchiai, mentre lui si agitava sulla sedia. “Come mai hai scelto questo nome?”
Ovviamente non poteva rispondermi.
“Beh, in ogni caso, mi piace. Devo dire che è uno dei migliori che io abbia sentito, negli anni. Di certo meglio di Tony, non credi?”
Mop continuava ad agitarsi sulla sedia, a quanto pare poco interessato a discutere l'onerosa questione dei nomi che si danno i clown.
“Beh, è stato bello parlare con te.” Dissi, estraendo i fiammiferi. “Ora, temo che sia ora di salutarci.”
Mop urlava e urlava, mentre faceva vibrare la sedia. Notai che se l'era fatta addosso. Bene, pensai. Proprio come me, la notte in cui presero Barry.
“Ci vediamo all'inferno, buffone di merda.”
Accesi il fiammifero e lo gettai. La vampata fu, come sempre, abbastanza forte da farmi retrocedere di qualche passo. Proprio mentre Mop prendeva fuoco, mi accorsi però di una cosa strana: la mia mano era sporca. Ignorando le urla soffocate di Mop e il calore che si stava sprigionando nella stanza, esaminai la mia mano. Era sporca di bianco. Trucco bianco. Mi girai a guardare Mop, concentrandomi sul suo viso. Le fiamme lo avevano avviluppato, ma non avevano ancora ricoperto del tutto la faccia. Vidi che i capelli si arricciavano e che il trucco stava venendo via. Il trucco stava venendo via!
“No...” Dissi debolmente. “Non è possibile...”
Mop non era un mostro. Mop era umano, cazzo. Mi guardai intorno, alla ricerca di qualcosa per spegnere le fiamme, ma non c'era nulla. Non era un'eventualità che avevo preso in considerazione.
Feci per uscire dal magazzino, pur sapendo che non avrei mai fatto in tempo, quando la porta si aprì dall'esterno.
“Mani in alto, pezzo di merda! Mani in alto!”
I poliziotti entrarono bruscamente, puntandomi addosso le loro armi. Alcuni erano in divisa, altri in giacca a cravatta, altri ancora vestiti con le tute della SWAT.
Misi le mani in alto e mi inginocchiai, mentre i poliziotti accorrevano a spegnere Mop. Ma era troppo tardi, Mop stava morendo. Ormai il magazzino puzzava di carne bruciata e del vomito di alcuni agenti.
“ Hai il diritto di rimanere in silenzio.” Recitò uno dei poliziotti. “Qualsiasi cosa dirai potrà essere usata contro di te in tribunale. Hai diritto a un avvocato durante l'interrogatorio. Se non puoi permetterti un avvocato, te ne sarà assegnato uno d'ufficio. E' tutto chiaro?”
“Mop! Mop!” Dissi debolmente, mentre la polizia mi trascinava fuori dalla stanza.

Mi trovavo nel retro di una volante. Stavo venendo scortato al commissariato di polizia da due detective. Due uomini sulla cinquantina, stempiati e con i capelli alquanti incolti, devo dire.
“Come.. Come mi avete trovato?” Chiesi, dopo un silenzio che mi era parso interminabile.
Uno dei due si voltò, sorridendomi sprezzante.
“Hai sottovalutato la polizia, pezzo di merda. Non ci abbiamo messo molto a collegare le morti. Tutte le vittime erano clown. Abbiamo cercato online su siti come reddit e 4chan, e abbiamo trovato i post di un matto che parlava di una grande cospirazione, di come andassero uccisi e bruciati tutti. E, guarda caso, l'indirizzo IP collegava i post a un tizio che dice di aver visto dei clown cannibali, quando era ragazzo. Non ci è stato difficile capire che te la saresti presa col circo Rockfeller, visto che era venuto proprio nella tua città. Purtroppo, però, siamo arrivati troppo tardi per salvare quel clown.”
“Si chiamava Mop...” Dissi debolmente.
“E tu lo hai ammazzato.” Disse il detective, con tono duro.
Deglutii, sconvolto. Ma non era il fatto che mi avessero preso, a sconvolgermi. Ero stato un idiota, a postare online. Quello che mi preoccupava, era il trucco bianco sulle mie mani.
“Lui... Lui non era un mostro.” Dissi, ancora incapace di accettare quello che avevo fatto.
“Nessuno di loro lo era, razza di psicopatico.” Mi disse l'altro detective, quello che guidava. “Nessuno di loro lo era!”
Io scossi la testa, spaventato ma ancora convinto di essere nel giusto.
“No, no! Erano dei mostri! Hanno divorato Barry!”
Il detective alla guida scosse la testa.
“Sei proprio suonato, amico.”
Guardai il suo riflesso nello specchietto retrovisore, e vidi che anche lui guardava me. Non sapevo perché, ma quello sguardo mi dava i brividi. C'era qualcosa di inquietante, nei suoi occhi.
“No, voi non capite.” Dissi, cercando di darmi un tono. “Quelli prima non erano come Mop. Il trucco non si scioglieva. Era la loro vera faccia. Io... Io non avevo mai pensato che alcuni fossero davvero degli esseri umani...”
Il detective che non era alla guida si voltò di nuovo, furente.
“O forse, razza di idiota, tutti erano umani. Ti è mai venuto in mente che magari sei pazzo? Che hai passato anni a uccidere dei poveracci che non avevano fatto nulla di male?”
“Ma il trucco-”
“Te lo sei immaginato, deviato del cazzo!” Disse l'altro detective. “Se erano mostri, e se come dici tu erano in grado di entrare ovunque e di viaggiare veloci come fantasmi, come hai fatto a catturarli e a ucciderli?”
Mi schiarii la gola, sentendo un orribile peso nel mio stomaco.
“P-perché i loro poteri sono limitati...”
I detective scossero la testa.
“Sei veramente fuori di testa. Spero che tu abbia un bravo avvocato, perché rischi davvero la pena di morte. E te la meriti.”
Viaggiamo per altri dieci minuti, in silenzio. Dentro di me iniziava a crescere un terribile dubbio. Era possibile che fosse tutto nella mia testa? Mi ero inventato tutto questo solo per dare un senso alla mia vita? O per spiegare a me stesso la scomparsa di Barry? Quello psicologo anni prima aveva ragione?
Iniziai a singhiozzare, disperato. Tenevo la testa tra le ginocchia e tremavo come una foglia.
“Mi dispiace... Mi dispiace...”
Non sapevo cos'altro dire. Non ero ancora sicuro di aver sbagliato con gli altri clown, ma mi dispiaceva davvero tanto per Mop. Mop non era un mostro, era solo un povero alcolizzato che veniva probabilmente pagato da schifo. Era innocente, e io gli avevo dato fuoco. Lo avevo ucciso.
Solo per questo, meritavo di marcire in prigione a vita. O un'iniezione letale.
“Fai bene a dispiacerti, sacco di merda.” Disse il detective alla guida.
“Siamo arrivati, comunque.” Mi disse l'altro. “Preparati ad essere trattato come meriti.”
Mi rialzai, aspettando di vedere il commissariato, invece vidi che ci stavamo infilando in un vicolo buio, pieno di spazzatura. Mi accorsi anche che non c'erano altre auto della polizia, dietro di noi.
“Dove siamo?” Chiesi preoccupato, chiedendomi se i due detective avessero intenzione di picchiarmi.
Il detective seduto dal lato del passeggero si girò a guardarmi.
“Non ti preoccupare, amico. Va tutto bene. Vuoi un po' di musica?”
Prima che potessi rispondere, infilò un nastro nell'autoradio. La musica che ne uscì mi fece gelare il sangue. Non era rock 'n roll. Non era rap. E neanche musica classica. Era musica da circo.
Tuttu-turu-turu-tuttu-turuuuu...
“Ma cosa...?” Chiesi, terrorizzato.
Il detective alla guida aveva tirato fuori una salviettina umida, e si stava sfregando vigorosamente il viso.
“Tony, ne hai una anche per me?” Gli chiese l'altro.
“T-Tony?” Dissi io, mentre la vescica mi cedeva e orina calda mi scendeva giù per le gambe, bagnando il sedile.
“Certo! Tieni!” La voce del detective ora era più alta, stridula.
I due si pulirono il viso, poi voltarono a guardarmi. Si erano anche passati le mani tra i capelli, che ora sporgevano ai lati come molle. Non erano colorati, ma ovviamente la tintura non viene via solo passandoci le mani.
“Ciao, fanciullo!” Mi disse Tony il clown, con quel suo enorme ghigno rosso. “Che bello rivederti!”
Cercavo di parlare, ma mi uscivano solo suoni strozzati. Ero ammanettato e rinchiuso nell'auto, ma anche se fossi stato libero di scappare, non so se ci sarei riuscito.
“Spero che tu non te la sia presa, se ti abbiamo fatto credere di essere matto!” Rise l'altro clown, che non avevo mai visto prima ma che aveva grosse labbra blu e occhi iniettati di sangue. “Era così divertente!”
“V-voi... Voi...” Non riuscivo a dire altro.
Tony estrasse qualcosa dall'impermeabile. Era un grosso coltello.
“Sei stato davvero bravo, in questi anni. Dobbiamo ammetterlo.”
Anche l'altro clown tirò fuori un coltello.
“Troppo bravo.”
I due clown scesero dall'auto e mi raggiunsero sul sedile posteriore. La luce di un lampione malconcio faceva brillare i loro occhi terrificanti e metteva in mostra il loro trucco, immacolato. Le lame dei coltelli brillavano.
Mi misi a urlare, mentre i clown mi prendevano per le braccia e iniziavano a colpirmi con i loro coltelli. Poi li guardai mentre, voracemente, iniziavano a mangiare i brandelli che mi avevano staccato. Capii che sarebbe stata una cosa lenta. Che volevano punirmi.
E li sentivo ridere. Ridevano e ridevano.
“Mop! Mop! Fanciullo! Mop! Mop!” Disse Tony.
L'altro rise sguaiatamente, mentre il mio sangue gli colava sul mento.
Urlavo, ma nessuno sarebbe venuto a salvarmi.
Mop! Mop!
Mop! Mop!


FINE

Batman: Caduta Libera - Capitolo 8

CAPITOLO 8  MOSTRI La folla aveva circondato la moto. Occhi vitrei e senza emozioni lo fissavano, mentre i cittadini avanzavano lentamente v...