CAPITOLO 8
MOSTRI
La folla aveva circondato la moto. Occhi vitrei e senza emozioni lo fissavano, mentre i cittadini avanzavano lentamente verso di lui.
“State indietro.” Li intimò Batman. “Non voglio farvi del male.”
Ma continuarono ad avanzare, indifferenti.
“Maledizione...”
Evidentemente, Jervis aveva ripreso il controllo del segnale.
“Tic, toc. Tic, toc.” Iniziò a sussurrare qualcuno dei presenti. “Tic, toc, Batman.”
Il cavaliere oscuro tirò fuori un fucile da uno scompartimento laterale della moto. Lo puntò verso il cittadino più vicino, un ragazzo adolescente, e premette il grilletto. Una rete lo avviluppò, facendolo cadere a terra.
“Dovete svegliarvi.” Disse il detective. “Combattetelo!”
Ma le sue parole furono inutili. Anzi, la folla sembro accelerare il passo. Ormai erano a pochi metri da lui.
Batman prese una granata dalla cintura e la lanciò tra loro. Poi, si infilò rapidamente la maschera antigas. Ci fu un'esplosione, e circa metà dei presenti furono avviluppati da una grossa nube bianca. Uno a uno, caddero a terra, addormentati.
Il Cappellaio Matto poteva anche controllarne le menti, ma l'effetto di quel gas era una questione fisiologica. E, per fortuna, aveva un effetto quasi immediato.
Il cavaliere oscuro si voltò verso i cittadini rimasti, puntando nuovamente il fucile. Sparò un paio di colpi, immobilizzando una signora armata di forbici e un uomo anziano col bastone. Rimanevano circa dieci persone, ormai a solo un paio di metri da lui.
Batman stava per tirare fuori un'altra granata, questa volta abbagliante, quando la folla si bloccò. I loro occhi si riaccesero e iniziarono a guardarsi intorno, confusi e spaventati.
“Dove mi trovo?”
“Ma che diavolo-”
“Batman? Quello è Batman!”
“Ehi, toglietemi questa rete!”
“Ho dovuto fermarvi.” Disse il detective. “Eravate un pericolo per voi stessi e per gli altri.”
“Ma pensa te!” Urlò una donna di mezza età, con aria indignata. “Invece di fermare i criminali, se la prende con la povera g-”
“Chiamate il GCPD.” La interruppe bruscamente Batman. “Vi aiuteranno loro.”
“Bruce! Mi senti?” Era la voce di Lucius, al comunicatore.
“Sono qui, Lucius.”
“Tutto bene?”
“Sì. Ero stato circondato da una folla, ma sono riuscito a tenerli a bada senza fargli del male.”
“Grazie al cielo. Sono mortificato. Tetch era riuscito a riprendere il controllo, ma l'ho fermato di nuovo. Per ora, almeno.”
“Grazie, Lucius. Continua a fare del tuo meglio, io sono quasi arrivato.”
“Si sbrighi, la prego.”
Batman chiuse la comunicazione e ripartì, passando in mezzo ai cittadini addormentati e immobilizzati. Ormai, mancavano solo due isolati.
“State indietro.” Li intimò Batman. “Non voglio farvi del male.”
Ma continuarono ad avanzare, indifferenti.
“Maledizione...”
Evidentemente, Jervis aveva ripreso il controllo del segnale.
“Tic, toc. Tic, toc.” Iniziò a sussurrare qualcuno dei presenti. “Tic, toc, Batman.”
Il cavaliere oscuro tirò fuori un fucile da uno scompartimento laterale della moto. Lo puntò verso il cittadino più vicino, un ragazzo adolescente, e premette il grilletto. Una rete lo avviluppò, facendolo cadere a terra.
“Dovete svegliarvi.” Disse il detective. “Combattetelo!”
Ma le sue parole furono inutili. Anzi, la folla sembro accelerare il passo. Ormai erano a pochi metri da lui.
Batman prese una granata dalla cintura e la lanciò tra loro. Poi, si infilò rapidamente la maschera antigas. Ci fu un'esplosione, e circa metà dei presenti furono avviluppati da una grossa nube bianca. Uno a uno, caddero a terra, addormentati.
Il Cappellaio Matto poteva anche controllarne le menti, ma l'effetto di quel gas era una questione fisiologica. E, per fortuna, aveva un effetto quasi immediato.
Il cavaliere oscuro si voltò verso i cittadini rimasti, puntando nuovamente il fucile. Sparò un paio di colpi, immobilizzando una signora armata di forbici e un uomo anziano col bastone. Rimanevano circa dieci persone, ormai a solo un paio di metri da lui.
Batman stava per tirare fuori un'altra granata, questa volta abbagliante, quando la folla si bloccò. I loro occhi si riaccesero e iniziarono a guardarsi intorno, confusi e spaventati.
“Dove mi trovo?”
“Ma che diavolo-”
“Batman? Quello è Batman!”
“Ehi, toglietemi questa rete!”
“Ho dovuto fermarvi.” Disse il detective. “Eravate un pericolo per voi stessi e per gli altri.”
“Ma pensa te!” Urlò una donna di mezza età, con aria indignata. “Invece di fermare i criminali, se la prende con la povera g-”
“Chiamate il GCPD.” La interruppe bruscamente Batman. “Vi aiuteranno loro.”
“Bruce! Mi senti?” Era la voce di Lucius, al comunicatore.
“Sono qui, Lucius.”
“Tutto bene?”
“Sì. Ero stato circondato da una folla, ma sono riuscito a tenerli a bada senza fargli del male.”
“Grazie al cielo. Sono mortificato. Tetch era riuscito a riprendere il controllo, ma l'ho fermato di nuovo. Per ora, almeno.”
“Grazie, Lucius. Continua a fare del tuo meglio, io sono quasi arrivato.”
“Si sbrighi, la prego.”
Batman chiuse la comunicazione e ripartì, passando in mezzo ai cittadini addormentati e immobilizzati. Ormai, mancavano solo due isolati.
La vecchia casa in legno sembrava uscita direttamente dai primi anni del novecento. Era alta due piani, aveva un tetto spiovente e sul davanti aveva un grande portico, sempre in legno.
Una volta, doveva essere stata molto bella, una casa di cui andare fieri. Ora, però, era alquanto sgradevole e deprimente. La vernice rosa era venuta via, facendola sembrare qualcosa di organico e in decomposizione. Le persiane delle finestre penzolavano, a malapena fissate all'abitazione.
Lo steccato che la circondava doveva essere bianco, un tempo, ma era ormai ingiallito e ricoperto di macchie e graffi. Il prato davanti all'entrata era disordinato, pieno di erbacce e spazzatura.
Sarebbe sembrata abbandonata, non fosse stato per il fumo che usciva dal camino e per la luce che usciva da una finestra del secondo piano.
Batman aprì la porticina cigolante al centro dello steccato e percorse il sentiero lastricato che portava all'entrata. Salì i gradini scricchiolanti che conducevano all'ingresso e osservò la porta.
A differenza del resto della casa, era moderna. E blindata.
La scansionò con il proprio palmo illuminato e non trovò tracce di esplosivi o meccanismi sospetti. Bene, allora era solo questione di scassinarne la serratura. Fece per tirare fuori gli strumenti dalla cintura, quando si udì uno scatto meccanico. La porta si era aperta da sola.
Da dentro l'abitazione, si sentiva l'odore di muffa, misto a quello di tè e cavi elettrici surriscaldati.
Il cavaliere oscuro colse l'invito e, stringendo i pugni, entrò nella casa.
La porta si richiuse alle sue spalle.
Una volta, doveva essere stata molto bella, una casa di cui andare fieri. Ora, però, era alquanto sgradevole e deprimente. La vernice rosa era venuta via, facendola sembrare qualcosa di organico e in decomposizione. Le persiane delle finestre penzolavano, a malapena fissate all'abitazione.
Lo steccato che la circondava doveva essere bianco, un tempo, ma era ormai ingiallito e ricoperto di macchie e graffi. Il prato davanti all'entrata era disordinato, pieno di erbacce e spazzatura.
Sarebbe sembrata abbandonata, non fosse stato per il fumo che usciva dal camino e per la luce che usciva da una finestra del secondo piano.
Batman aprì la porticina cigolante al centro dello steccato e percorse il sentiero lastricato che portava all'entrata. Salì i gradini scricchiolanti che conducevano all'ingresso e osservò la porta.
A differenza del resto della casa, era moderna. E blindata.
La scansionò con il proprio palmo illuminato e non trovò tracce di esplosivi o meccanismi sospetti. Bene, allora era solo questione di scassinarne la serratura. Fece per tirare fuori gli strumenti dalla cintura, quando si udì uno scatto meccanico. La porta si era aperta da sola.
Da dentro l'abitazione, si sentiva l'odore di muffa, misto a quello di tè e cavi elettrici surriscaldati.
Il cavaliere oscuro colse l'invito e, stringendo i pugni, entrò nella casa.
La porta si richiuse alle sue spalle.
L'interno della casa era un caotico miscuglio di vittoriano e tecnologico. C'erano dipinti ad olio, fiori secchi e centrini ricamati, ma anche componenti elettronici e cavi che andavano in tutte le direzioni. Praticamente su ogni superficie visibile, si poteva trovare una tazza di tè abbandonata, con intorno dei biscottini mangiati solo in parte. Grossi scarafaggi scorrazzavano ovunque, godendosi quella libidine zuccherosa.
Batman si guardò intorno, sulla difensiva. Se Jervis Tetch l'aveva fatto entrare di sua volontà, doveva esserci una qualche trappola. Avanzò lentamente, cercando le scale che portavano al piano di sopra.
Si udì il suono di un microfono che veniva acceso, e la voce del Cappellaio Matto riempì la casa.
“Tu non ti fermi mai, vero? Curiosissimo e sempre più curiosissimo. Proprio come Alice. Ma ormai, sei quasi alla fine della tana del Bianconiglio. Puoi smettere di cadere, ora.”
Batman vide che c'erano degli altoparlanti, fissati negli angoli delle stanze.
“E' finita, Jervis. Arrenditi.”
“No.”
La semplicità di quella risposta prese Batman momentaneamente alla sprovvista. Nessun monologo, nessuna giustificazione. Nessuna minaccia in rima. Solo quel tono di voce freddo e determinato.
“Jervis, so cosa ti hanno fatto ad Arkham.”
Ci fu un momento di silenzio.
“E così, hai parlato con Stevens.”
“Sì.”
“Conosci tutte le persone coinvolte? Proprio tutte?”
“Sì. L'infermiere. L'inserviente. Arkham. Fines. Jameson. Li hai uccisi tutti, ormai.”
“Sì. Ora tocca all'intera città.”
“Perché?”
“Se me lo chiedi, allora non hai ancora capito tutto.
“Ciò che ti è stato fatto è sbagliato, Jervis. Mostruoso.”
“Sì, lo è.”
“Ma lo è anche quello che hai fatto tu. Non hai il diritto di causare tanto male. Nessuno ha quel diritto. E ora devo fermarti, lo sai.”
Ci fu un altro momento di silenzio, poi arrivò la risposta del Cappellaio. Il tono era sommamente crudele, sprezzante.
“E allora vieni.”
Batman arrivò ad un grosso salotto. Divano e poltrone erano di velluto verde, completamente ricoperti di polvere. Lo erano anche la cristalleria, piena di tazzine e piattini, e il tavolino. Il tappeto era lercio, ricoperto di macchie e scarafaggi. Lì, non c'erano componenti elettronici o tazze di tè. A quanto pare, Tetch non usava molto quella stanza.
Il cavaliere oscuro stava seguendo i cavi elettrici sul pavimento. Era logico pensare che l'avrebbero condotto a Jervis.
Stava per uscire dal salotto, quando udì un leggero scricchiolio alle sue spalle e si voltò di scatto.
Il fendente lo mancò di appena un centimetro. Batman vide i propri occhi riflessi nel metallo della lama. Con un calcio, allontanò l'assalitore, che arretrò di qualche metro ma non lasciò cadere il coltello.
Era Victor Zsasz. Non indossava una maglietta e le numerosi cicatrici sul suo corpo, una per ogni sua vittima, erano molto evidenti, persino nella debole luce di quella casa.
Batman vide che, cucita sulla sua fronte, c'era una carta con scritto “10/6”.
“Sei stato bravo a fermare il mio segnale, Batman.” Disse la voce di Jervis dagli altoparlanti.” Per fortuna, avevo usato un metodo più... tradizionale, con il caro Victor. E' meno sofisticato, ma lo rende comunque un ottimo burattino.”
Zsasz gli corse incontro, brandendo il coltello. Batman evitò i suoi colpi e gli diede un possente cazzotto, colpendogli il mento. Il serial killer cadde a terra, ma non perse i sensi. In un attimo, fu di nuovo in piedi. La manipolazione del Cappellaio Matto li rendeva estremamente resistenti.
“Non sarà così facile, Batman.” Ridacchiò Jervis.
Batman corse incontro a Zsasz. Schivò un altro fendente e gli afferrò la vita. Poi, con un grugnito, lo sollevò e lo scagliò contro la cristalleria, mandando in mille pezzi il suo contenuto e spargendo cocci di vetro per tutta la stanza.
Purtroppo, anche stavolta, il killer si rialzò quasi subito.
“Dimmi una cosa, Jervis.” Disse il cavaliere oscuro, riprendendo fiato.
“Cosa vuoi sapere, prima di morire?” Gli rispose il criminale, con tono volutamente annoiato.
Batman parò l'ennesimo colpo di Zsasz con le punte dei propri avambracci, poi gli afferrò il polso e lo spezzò. Il suono fu estremamente forte, come se qualcuno avesse spezzato un bastoncino nel mezzo di un bosco. Il coltello cadde a terra, la mano ormai inservibile, ma Victor non urlò. Era come combattere uno zombie.
Tanto per confermare questo pensiero, Victor gli morse il collo. Nonostante la protezione del costume, fu comunque estremamente doloroso. Batman gli diede una testata e lo allontanò con un cazzotto.
“Perché ora, Jervis?”
“Non capisco la domanda.”
Il detective colpì le caviglie di Zsasz, facendolo cadere a terra. Poi, veloce come un'ombra, gli afferrò una gamba e torse. Ci fu un altro schiocco. Fece lo stesso con l'altra gamba.
Persino in quel momento, Zsasz continuò a cercare di graffiargli la faccia con la mano integra.
Batman si portò dietro di lui e gli prese il collo nell'incavo del braccio. Con l'altra mano, tirò fuori un batarang e si mise a tagliare i punti di sutura che fissavano la carta alla sua fronte. Era chiaramente l'unica soluzione.
“Perché fai tutto questo proprio adesso, Jervis? Quello che ti fu fatto ad Arkham è avvenuto anni e anni fa. Ma questa tua crudeltà è una cosa nuova. Non ti eri mai spinto così oltre.”
“Già.”
Batman tolse l'ultimo punto di sutura e gettò via la carta. Zsasz batté un paio di volte le palpebre, poi iniziò ad urlare per il dolore delle ossa rotte e per la confusione.
“Dove mi trovo? Ma che caz-”
Batman lo stordì con un cazzotto. Brutta nottata, per Victor Zsasz. Riprendendo fiato, il cavaliere oscuro si alzò in piedi. Inutile legare il serial killer, non sarebbe andato da nessuna parte.
“Quindi qual è stato il fattore scatenante, Jervis? Me lo vuoi dire? Ci siamo solo io e te, ormai. In un modo o nell'altro, finisce qui. Stanotte. Dimmi cosa è successo.”
Un lungo, lungo momento di silenzio. Poi, Jervis iniziò ad urlare, facendo gracchiare tutti gli altoparlanti.
“PERCHÉ'? TU OSI CHIEDERE PERCHÉ? E SARESTI IL DETECTIVE? COSA È SUCCESSO QUASI UN ANNO FA, BATMAN? COSA SUCCEDE A GOTHAM, OGNI QUATTRO ANNI, A NOVEMBRE?”
Batman sgranò gli occhi. Aveva capito.
“Le elezioni.”
“LE ELEZIONI!” Ripeté Jervis, con una voce che non si sarebbe mai potuta immaginare, sprigionata da un uomo così piccolo. “TUTTA LA CITTÀ, QUESTA DIGUSTOSA CITTÀ, SI E' RIUNITA PER VOTARE. E CHI HA VOTATO? CHI HA SCELTO? JAMESON! QUELLO SPORCO VERME!
Jervis riprese fiato, ansimando. Quando riprese a parlare, il tono era più pacato, ma non c'era comunque musicalità nella sua voce. Quel suo solito tono, il tono di chi è un po' perso tra le nuvole e ama citare poesie e filastrocche, non c'era più.
C'era solo furore.
“Un plebiscito, Batman. Così lo hanno chiamato. Il 78% dei voti. Questa ripugnante città ha scelto un uomo del genere per rappresentarla. Ed è giusto così, infatti. La rappresenta eccome. È allora che ho capito, cavaliere oscuro. Ho capito che questa città è marcia fino al midollo. Non è un paese delle meraviglie. È molto, molto più folle. E anche molto, ma molto più triste. È un paese di orrori. Un paese di violenza, di sangue e di crudeltà. È tutto ciò che conosce ed e è tutto ciò che, sotto sotto, brama. Quindi, ho deciso di dargli quello che voleva. Quello che meritava. Ho deciso di diventare davvero ciò che hanno tentato così disperatamente di rendermi. Un mostro.”
“C'è del bene, in questa città, Jervis. Persone buone.”
“Non mi interessa. Se fossero davvero buone, non sarebbero qui.”
Batman non disse nulla. Era chiaro che nulla avrebbe potuto farlo ragionare, a questo punto. Non con tutta quella rabbia e quel dolore che gli ottenebravano la mente. Aveva ragione, ormai era un mostro. Il tempo di capirlo era finito. Ora, andava solo fermato.
“Vengo a prenderti Jervis.”
“Ti aspetto, Batman. “
Gli altoparlanti si spensero. Per un istante, prima che il suono fosse spento, al cavaliere oscuro sembrò di udire un singhiozzo.
Batman si guardò intorno, sulla difensiva. Se Jervis Tetch l'aveva fatto entrare di sua volontà, doveva esserci una qualche trappola. Avanzò lentamente, cercando le scale che portavano al piano di sopra.
Si udì il suono di un microfono che veniva acceso, e la voce del Cappellaio Matto riempì la casa.
“Tu non ti fermi mai, vero? Curiosissimo e sempre più curiosissimo. Proprio come Alice. Ma ormai, sei quasi alla fine della tana del Bianconiglio. Puoi smettere di cadere, ora.”
Batman vide che c'erano degli altoparlanti, fissati negli angoli delle stanze.
“E' finita, Jervis. Arrenditi.”
“No.”
La semplicità di quella risposta prese Batman momentaneamente alla sprovvista. Nessun monologo, nessuna giustificazione. Nessuna minaccia in rima. Solo quel tono di voce freddo e determinato.
“Jervis, so cosa ti hanno fatto ad Arkham.”
Ci fu un momento di silenzio.
“E così, hai parlato con Stevens.”
“Sì.”
“Conosci tutte le persone coinvolte? Proprio tutte?”
“Sì. L'infermiere. L'inserviente. Arkham. Fines. Jameson. Li hai uccisi tutti, ormai.”
“Sì. Ora tocca all'intera città.”
“Perché?”
“Se me lo chiedi, allora non hai ancora capito tutto.
“Ciò che ti è stato fatto è sbagliato, Jervis. Mostruoso.”
“Sì, lo è.”
“Ma lo è anche quello che hai fatto tu. Non hai il diritto di causare tanto male. Nessuno ha quel diritto. E ora devo fermarti, lo sai.”
Ci fu un altro momento di silenzio, poi arrivò la risposta del Cappellaio. Il tono era sommamente crudele, sprezzante.
“E allora vieni.”
Batman arrivò ad un grosso salotto. Divano e poltrone erano di velluto verde, completamente ricoperti di polvere. Lo erano anche la cristalleria, piena di tazzine e piattini, e il tavolino. Il tappeto era lercio, ricoperto di macchie e scarafaggi. Lì, non c'erano componenti elettronici o tazze di tè. A quanto pare, Tetch non usava molto quella stanza.
Il cavaliere oscuro stava seguendo i cavi elettrici sul pavimento. Era logico pensare che l'avrebbero condotto a Jervis.
Stava per uscire dal salotto, quando udì un leggero scricchiolio alle sue spalle e si voltò di scatto.
Il fendente lo mancò di appena un centimetro. Batman vide i propri occhi riflessi nel metallo della lama. Con un calcio, allontanò l'assalitore, che arretrò di qualche metro ma non lasciò cadere il coltello.
Era Victor Zsasz. Non indossava una maglietta e le numerosi cicatrici sul suo corpo, una per ogni sua vittima, erano molto evidenti, persino nella debole luce di quella casa.
Batman vide che, cucita sulla sua fronte, c'era una carta con scritto “10/6”.
“Sei stato bravo a fermare il mio segnale, Batman.” Disse la voce di Jervis dagli altoparlanti.” Per fortuna, avevo usato un metodo più... tradizionale, con il caro Victor. E' meno sofisticato, ma lo rende comunque un ottimo burattino.”
Zsasz gli corse incontro, brandendo il coltello. Batman evitò i suoi colpi e gli diede un possente cazzotto, colpendogli il mento. Il serial killer cadde a terra, ma non perse i sensi. In un attimo, fu di nuovo in piedi. La manipolazione del Cappellaio Matto li rendeva estremamente resistenti.
“Non sarà così facile, Batman.” Ridacchiò Jervis.
Batman corse incontro a Zsasz. Schivò un altro fendente e gli afferrò la vita. Poi, con un grugnito, lo sollevò e lo scagliò contro la cristalleria, mandando in mille pezzi il suo contenuto e spargendo cocci di vetro per tutta la stanza.
Purtroppo, anche stavolta, il killer si rialzò quasi subito.
“Dimmi una cosa, Jervis.” Disse il cavaliere oscuro, riprendendo fiato.
“Cosa vuoi sapere, prima di morire?” Gli rispose il criminale, con tono volutamente annoiato.
Batman parò l'ennesimo colpo di Zsasz con le punte dei propri avambracci, poi gli afferrò il polso e lo spezzò. Il suono fu estremamente forte, come se qualcuno avesse spezzato un bastoncino nel mezzo di un bosco. Il coltello cadde a terra, la mano ormai inservibile, ma Victor non urlò. Era come combattere uno zombie.
Tanto per confermare questo pensiero, Victor gli morse il collo. Nonostante la protezione del costume, fu comunque estremamente doloroso. Batman gli diede una testata e lo allontanò con un cazzotto.
“Perché ora, Jervis?”
“Non capisco la domanda.”
Il detective colpì le caviglie di Zsasz, facendolo cadere a terra. Poi, veloce come un'ombra, gli afferrò una gamba e torse. Ci fu un altro schiocco. Fece lo stesso con l'altra gamba.
Persino in quel momento, Zsasz continuò a cercare di graffiargli la faccia con la mano integra.
Batman si portò dietro di lui e gli prese il collo nell'incavo del braccio. Con l'altra mano, tirò fuori un batarang e si mise a tagliare i punti di sutura che fissavano la carta alla sua fronte. Era chiaramente l'unica soluzione.
“Perché fai tutto questo proprio adesso, Jervis? Quello che ti fu fatto ad Arkham è avvenuto anni e anni fa. Ma questa tua crudeltà è una cosa nuova. Non ti eri mai spinto così oltre.”
“Già.”
Batman tolse l'ultimo punto di sutura e gettò via la carta. Zsasz batté un paio di volte le palpebre, poi iniziò ad urlare per il dolore delle ossa rotte e per la confusione.
“Dove mi trovo? Ma che caz-”
Batman lo stordì con un cazzotto. Brutta nottata, per Victor Zsasz. Riprendendo fiato, il cavaliere oscuro si alzò in piedi. Inutile legare il serial killer, non sarebbe andato da nessuna parte.
“Quindi qual è stato il fattore scatenante, Jervis? Me lo vuoi dire? Ci siamo solo io e te, ormai. In un modo o nell'altro, finisce qui. Stanotte. Dimmi cosa è successo.”
Un lungo, lungo momento di silenzio. Poi, Jervis iniziò ad urlare, facendo gracchiare tutti gli altoparlanti.
“PERCHÉ'? TU OSI CHIEDERE PERCHÉ? E SARESTI IL DETECTIVE? COSA È SUCCESSO QUASI UN ANNO FA, BATMAN? COSA SUCCEDE A GOTHAM, OGNI QUATTRO ANNI, A NOVEMBRE?”
Batman sgranò gli occhi. Aveva capito.
“Le elezioni.”
“LE ELEZIONI!” Ripeté Jervis, con una voce che non si sarebbe mai potuta immaginare, sprigionata da un uomo così piccolo. “TUTTA LA CITTÀ, QUESTA DIGUSTOSA CITTÀ, SI E' RIUNITA PER VOTARE. E CHI HA VOTATO? CHI HA SCELTO? JAMESON! QUELLO SPORCO VERME!
Jervis riprese fiato, ansimando. Quando riprese a parlare, il tono era più pacato, ma non c'era comunque musicalità nella sua voce. Quel suo solito tono, il tono di chi è un po' perso tra le nuvole e ama citare poesie e filastrocche, non c'era più.
C'era solo furore.
“Un plebiscito, Batman. Così lo hanno chiamato. Il 78% dei voti. Questa ripugnante città ha scelto un uomo del genere per rappresentarla. Ed è giusto così, infatti. La rappresenta eccome. È allora che ho capito, cavaliere oscuro. Ho capito che questa città è marcia fino al midollo. Non è un paese delle meraviglie. È molto, molto più folle. E anche molto, ma molto più triste. È un paese di orrori. Un paese di violenza, di sangue e di crudeltà. È tutto ciò che conosce ed e è tutto ciò che, sotto sotto, brama. Quindi, ho deciso di dargli quello che voleva. Quello che meritava. Ho deciso di diventare davvero ciò che hanno tentato così disperatamente di rendermi. Un mostro.”
“C'è del bene, in questa città, Jervis. Persone buone.”
“Non mi interessa. Se fossero davvero buone, non sarebbero qui.”
Batman non disse nulla. Era chiaro che nulla avrebbe potuto farlo ragionare, a questo punto. Non con tutta quella rabbia e quel dolore che gli ottenebravano la mente. Aveva ragione, ormai era un mostro. Il tempo di capirlo era finito. Ora, andava solo fermato.
“Vengo a prenderti Jervis.”
“Ti aspetto, Batman. “
Gli altoparlanti si spensero. Per un istante, prima che il suono fosse spento, al cavaliere oscuro sembrò di udire un singhiozzo.
I cavi lo condussero alle scale. I gradini erano ricoperti di velluto rosso e ogni suo passo sprigionava una piccola nuvola di polvere.
Arrivato in cima, si ritrovò all'inizio di un corridoio. Il pavimento in legno era molto bello, persino dopo anni di abbandono, ma il soffitto alto e le pareti strette davano un vago senso di claustrofobia. La carta da parati marroncina, ormai fatiscente, e i quadri storti non aiutavano. C'erano alcuni ritratti, dipinti a olio probabilmente appartenuti ai vecchi proprietari, ma c'erano anche dei disegni che erano stati chiaramente appesi da Jervis stesso. Erano illustrazioni prese da Alice nel Paese delle Meraviglie. C'erano la Lepre Marzolina, lo Stregatto, Humpty Dumpy, la Regina di Cuori, Alice stessa. E, naturalmente, Il Cappellaio Matto.
Il vetro delle cornici era rotto, come se qualcuno li avesse prese a pugni ripetutamente.
In fondo al corridoio, c'era una porticina verde. I cavi finivano tutti sotto di essa. Il detective vide che erano stati fatti dei buchi nel legno, per permetterne il passaggio. Si udivano anche le note di un vecchio grammofono, gracchianti e lugubri. Uno stridulo violino che urlava le sue canzoni di angoscia.
Batman arrivò davanti alla porta. Prima di aprirla, attivò lo scanner del cappuccio. Non individuò trappole o esplosivi. Se c'erano congegni elettronici, erano stati spenti. L'unica attività che riusciva a vedere era un fuoco scoppiettante, in un angolo. Tetch era seduto poco lontano, dietro una scrivania. Se ne stava immobile.
“Sono qui, Jervis.”
“Lo so. Entra.”
Batman girò la maniglia e percorse la soglia.
Era un piccolo studio, illuminato solo dalla luce del fuoco nel camino. Tetch sedeva su una grossa poltrona, dietro una splendida scrivania in rovere. L'enorme mole della poltrona imbottita lo faceva apparire ancora più piccolo.
Intorno a lui, era pieno di libri polverosi, componenti elettronici e altre tazze di tè abbandonate. Grosse tende di velluto rosso coprivano le finestre, dando la sgradevole impressione di trovarsi dentro una bara.
Batman vide che i cavi salivano sulla scrivania, andando ad inserirsi nel cilindro verde scuro che il criminale portava in testa. Davanti a lui, sulla scrivania, c'era un dispositivo, grande all'incirca quanto una vecchia macchina da scrivere. Era un insieme di cavi e lampadine, ed era sormontato da una grossa antenna, alta circa un metro e spessa quanto un piede di porco. Anche il dispositivo era collegato al cappello, naturalmente.
“E così, è quella la macchina con la quale hai fatto tutto questo.” Disse il detective.
“Sì.” Rispose il Cappellaio. “Chiedo scusa per l'aspetto rozzo, ma fa il suo lavoro, non è vero?”
Batman digrignò i denti, poi si avvicinò alla scrivania ed estrasse il taser elettrico.
“Togliti il cappello e alza le mani, Jervis. È finita.”
Jervis lo fissò, con un sorriso triste.
“Cosa potrei mai fare, Batman? Il segnale è ancora interrotto. E, comunque, tu non hai addosso uno dei miei chip. Non posso fare nulla.”
“Il cappello, Jervis. Ora!”
“Perché difendi questa città, Batman? Tu, più di tutti, sai quanto è putrida. Quanto è senza speranza. Lo vedi tutti le notti, non è forse vero? Tu sei un uomo con dei principi, lo so. Non appartieni a un posto del genere. Sei come Alice. Fuori posto. Un intruso in un mondo folle.”
Batman si avvicinò di un altro passo e puntò il taser dritto alla testa di Tetch.
“Il cappello, Jervis!”
Jervis sospirò, alzando le mani.
“Se la metti in questo modo... No.”
Si udì il suono di un interruttore. Il cavaliere oscuro capì, troppo tardi, che era stato attivato dal piede di Tetch, nascosto dietro la scrivania. Le lampadine sul dispositivo si accesero.
Un dolore tremendo gli attraversò la testa, e il taser gli cadde per terra.
“Come- Come è possibile?” Esclamò Batman, cadendo in ginocchio per il dolore. “Il segnale-”
Jervis scese dalla poltrona, sorridendo. Il cavo che lo collegava alla macchina era abbastanza lungo da permettergli di avvicinarsi alle tende.
“Oh, povero Batman... Sì, il segnale è stato bloccato in tutta la città. E tu non hai chip addosso. Ma vedi...”
Jervis aprì le tende. Il detective vide che non c'erano finestre, sotto di esse. C'erano grossi circuiti, ora sfrigolanti.
“Ho trasformato questa stanza in un enorme ricevitore. Il segnale non ha bisogno di uscire e io non ho bisogno di microchip, qui dentro. Perché è come se tu ti trovassi dentro un microchip, Batman. Sei piccolo piccolo. Come la dolce Alice, quando morse il fungo. E ora, sei mio.”
Batman si rese conto che non era solo il dolore, a farlo rimanere in ginocchio. Sentiva la volontà di Tetch, nella sua testa. Che gli imponeva di rimanere fermo. Che gli imponeva di arrendersi.
“Te l'avevo detto, Batman. Ti avevo detto di avere paura.”
Era come se una mano enorme gli stesse stringendo le tempie. Era pura agonia. Ma, ancora peggio era l'incapacità di muoversi. Non sentirsi padrone del proprio corpo.
Jervis alzò il volume del grammofono, gli occhi chiusi in un'espressione soddisfatta. La lugubre musica echeggiò per lo studio.
“Ti chiedo scusa, il processo sembra essere più doloroso dei normali chip o delle carte. Ma questo dolore può finire, se ti arrendi.”
I due uomini si guardarono. Gli occhi bianchi e furiosi di Batman trovarono quelli piccoli e vagamente strabici di Jervis.
“Mai.”
Tetch sospirò.
“Maledizione, è finita, Batman! Non costringermi a farti più male del necessario! Cedi!”
“N-No...”
Il Cappellaio Matto gli si avvicinò.
“Lasciati andare, Batman. Non deve essere così doloroso, sai? Se ti arrendi, posso darti la pace. Posso darti quello che più desideri.”
“Tu non sai cosa desidero, Jervis!”
Tetch sorrise, con tristezza.
“No, ma tu sì. Lasciati andare, e io darò pace alla tua mente. Sarai libero di immaginare la vita che vuoi. Il mondo che vuoi. E di viverci, senza pensieri, per sempre. Qualunque terribile torto ti sia stato fatto, qualunque dolore ti spinga a essere Batman ogni notte, può sparire per sempre. Posso darti la felicità, se me lo permetti.”
Il dolore gli stringeva la testa. La voce di Jervis gli echeggiava nella mente, come un riverbero. Quella maledetta musica gli trapanava i timpani.
Una parte della mente di Batman non poté fare a meno di immaginare la vita di cui parlava Jervis. Un mondo dove i suoi genitori non erano morti. Un mondo senza ingiustizie. La possibilità di abbracciare di nuovo sua madre e suo padre. Di essere abbracciato da loro. Di parlarci. Di sentirli ridere. Di essere, semplicemente, Bruce Wayne.
Una vita felice...
Ma no. Non era possibile. Non era reale. Un mondo dove i suoi genitori erano vivi, dove lui era felice, non era più possibile. E c'era un solo modo per ottenere un mondo meno ingiusto: rialzarsi in piedi. Continuare a lottare.
Lentamente, Batman si alzò. Il dolore era lancinante, ma si alzò ugualmente.
Il volto di Jervis inizò a irrigidirsi, come quello di qualcuno che sta facendo un grosso sforzo. I circuiti sulle pareti iniziarono ad emanare del fumo.
“No, non è possibile! Perché? Perché ti opponi? Perché non ti arrendi?!”
Il cavaliere oscuro raddrizzò la schiena e fissò il volto di Jervis Tetch.
“Perché non posso e non voglio.”
Alcuni dei circuiti avevano preso fuoco. Il criminale li osservò per un istante, sconvolto.
“No, nessuno ha una mente così forte! S-Sei... Sei un mostro!”
L'eroe sorrise leggermente.
“Sono Batman.”
Sangue iniziò a uscire dal naso del criminale. La stanza era ormai in fiamme.
“No, no, no! È impossibile! Impossibile!”
Jervis estrasse una pistola e fece per puntarla contro di lui. Per un momento, Batman rivide l'uomo che aveva ucciso i suoi genitori. In quel momento, lui e Jervis erano uguali. Uomini che si arrogavano il diritto di decidere il destino altrui. Mostri.
Nonostante il dolore e nonostante il suo corpo gli sembrasse pesare una tonnellata, il cavaliere oscuro afferrò il braccio di Tetch e lo costrinse a far cadere la pistola. Finì a terra, accanto al taser elettrico.
Ormai il sangue usciva copiosamente dal naso di Jervis, e uno dei suoi occhi era diventato rosso, colmo di capillari esplosi. Proprio come i suoi dispositivi, stava andando in pezzi.
“Arrenditi, Jervis! Lo sforzo ti ucciderà!”
“No, non è giusto! Gotham deve pagare!”
“Arrenditi!”
“No! Non mi riporterai ad Arkham! Mai più! Mai p-”
Il viso del Cappellaio Matto si afflosciò, come se qualcuno lo avesse spento.
“Oh... Curiosissimo...”
Il criminale cadde a terra, privo di sensi. Il dolore nella testa di Batman passò improvvisamente e il suo corpo ridiventò normale, completamente libero dal controllo di Tetch.
Ormai, erano circondati dalle fiamme e nello studio mancava l'aria. Il calore era insopportabile e il bagliore del fuoco accecante. Il grammofono si stava sciogliendo e la musica non c'era più. Batman toccò il collo di Jervis, per accertarsi che fosse vivo. Lo era, ma il suo battito era molto irregolare.
Il cavaliere oscuro se lo caricò in spalla, poi corse incontro al muro di legno e gli diede un possente calcio, con un grugnito. Crollò con facilità, e i due uomini si ritrovarono fuori.
Planando, Batman portò il corpo senza sensi di Tetch fino al prato. Sbilanciato dal peso aggiuntivo di Tetch, atterrò malamente ed entrambi caddero di schiena.
L'eroe si rialzò, tossendo e riprendendo fiato. Dopo il fuoco e il fumo, persino l'aria sporca e fredda di Gotham sembrava meravigliosa. Cercò di nuovo il battito di Tetch e sentì che era diventato più regolare.
In lontananza, iniziavano a sentirsi delle sirene. Jim stava arrivando, a quanto pare.
Batman guardò la casa. Per ora, bruciava solo il secondo piano. Era ancora in tempo. Corse di nuovo dentro, dall'ingresso principale, e andò a recuperare il corpo di Victor Zsasz. Un minuto dopo, lo fece cadere accanto a quello di Jervis. Erano entrambi vivi, sebbene malconci.
La tentazione di lasciarsi cadere a terra accanto a loro era forte, si sentiva davvero esausto, ma resistette.
Aspettò l'arrivo di Jim e continuò a guardare la casa in fiamme, ancora incapace di credere che quel lungo, lungo ottobre fosse finalmente finito.
Arrivato in cima, si ritrovò all'inizio di un corridoio. Il pavimento in legno era molto bello, persino dopo anni di abbandono, ma il soffitto alto e le pareti strette davano un vago senso di claustrofobia. La carta da parati marroncina, ormai fatiscente, e i quadri storti non aiutavano. C'erano alcuni ritratti, dipinti a olio probabilmente appartenuti ai vecchi proprietari, ma c'erano anche dei disegni che erano stati chiaramente appesi da Jervis stesso. Erano illustrazioni prese da Alice nel Paese delle Meraviglie. C'erano la Lepre Marzolina, lo Stregatto, Humpty Dumpy, la Regina di Cuori, Alice stessa. E, naturalmente, Il Cappellaio Matto.
Il vetro delle cornici era rotto, come se qualcuno li avesse prese a pugni ripetutamente.
In fondo al corridoio, c'era una porticina verde. I cavi finivano tutti sotto di essa. Il detective vide che erano stati fatti dei buchi nel legno, per permetterne il passaggio. Si udivano anche le note di un vecchio grammofono, gracchianti e lugubri. Uno stridulo violino che urlava le sue canzoni di angoscia.
Batman arrivò davanti alla porta. Prima di aprirla, attivò lo scanner del cappuccio. Non individuò trappole o esplosivi. Se c'erano congegni elettronici, erano stati spenti. L'unica attività che riusciva a vedere era un fuoco scoppiettante, in un angolo. Tetch era seduto poco lontano, dietro una scrivania. Se ne stava immobile.
“Sono qui, Jervis.”
“Lo so. Entra.”
Batman girò la maniglia e percorse la soglia.
Era un piccolo studio, illuminato solo dalla luce del fuoco nel camino. Tetch sedeva su una grossa poltrona, dietro una splendida scrivania in rovere. L'enorme mole della poltrona imbottita lo faceva apparire ancora più piccolo.
Intorno a lui, era pieno di libri polverosi, componenti elettronici e altre tazze di tè abbandonate. Grosse tende di velluto rosso coprivano le finestre, dando la sgradevole impressione di trovarsi dentro una bara.
Batman vide che i cavi salivano sulla scrivania, andando ad inserirsi nel cilindro verde scuro che il criminale portava in testa. Davanti a lui, sulla scrivania, c'era un dispositivo, grande all'incirca quanto una vecchia macchina da scrivere. Era un insieme di cavi e lampadine, ed era sormontato da una grossa antenna, alta circa un metro e spessa quanto un piede di porco. Anche il dispositivo era collegato al cappello, naturalmente.
“E così, è quella la macchina con la quale hai fatto tutto questo.” Disse il detective.
“Sì.” Rispose il Cappellaio. “Chiedo scusa per l'aspetto rozzo, ma fa il suo lavoro, non è vero?”
Batman digrignò i denti, poi si avvicinò alla scrivania ed estrasse il taser elettrico.
“Togliti il cappello e alza le mani, Jervis. È finita.”
Jervis lo fissò, con un sorriso triste.
“Cosa potrei mai fare, Batman? Il segnale è ancora interrotto. E, comunque, tu non hai addosso uno dei miei chip. Non posso fare nulla.”
“Il cappello, Jervis. Ora!”
“Perché difendi questa città, Batman? Tu, più di tutti, sai quanto è putrida. Quanto è senza speranza. Lo vedi tutti le notti, non è forse vero? Tu sei un uomo con dei principi, lo so. Non appartieni a un posto del genere. Sei come Alice. Fuori posto. Un intruso in un mondo folle.”
Batman si avvicinò di un altro passo e puntò il taser dritto alla testa di Tetch.
“Il cappello, Jervis!”
Jervis sospirò, alzando le mani.
“Se la metti in questo modo... No.”
Si udì il suono di un interruttore. Il cavaliere oscuro capì, troppo tardi, che era stato attivato dal piede di Tetch, nascosto dietro la scrivania. Le lampadine sul dispositivo si accesero.
Un dolore tremendo gli attraversò la testa, e il taser gli cadde per terra.
“Come- Come è possibile?” Esclamò Batman, cadendo in ginocchio per il dolore. “Il segnale-”
Jervis scese dalla poltrona, sorridendo. Il cavo che lo collegava alla macchina era abbastanza lungo da permettergli di avvicinarsi alle tende.
“Oh, povero Batman... Sì, il segnale è stato bloccato in tutta la città. E tu non hai chip addosso. Ma vedi...”
Jervis aprì le tende. Il detective vide che non c'erano finestre, sotto di esse. C'erano grossi circuiti, ora sfrigolanti.
“Ho trasformato questa stanza in un enorme ricevitore. Il segnale non ha bisogno di uscire e io non ho bisogno di microchip, qui dentro. Perché è come se tu ti trovassi dentro un microchip, Batman. Sei piccolo piccolo. Come la dolce Alice, quando morse il fungo. E ora, sei mio.”
Batman si rese conto che non era solo il dolore, a farlo rimanere in ginocchio. Sentiva la volontà di Tetch, nella sua testa. Che gli imponeva di rimanere fermo. Che gli imponeva di arrendersi.
“Te l'avevo detto, Batman. Ti avevo detto di avere paura.”
Era come se una mano enorme gli stesse stringendo le tempie. Era pura agonia. Ma, ancora peggio era l'incapacità di muoversi. Non sentirsi padrone del proprio corpo.
Jervis alzò il volume del grammofono, gli occhi chiusi in un'espressione soddisfatta. La lugubre musica echeggiò per lo studio.
“Ti chiedo scusa, il processo sembra essere più doloroso dei normali chip o delle carte. Ma questo dolore può finire, se ti arrendi.”
I due uomini si guardarono. Gli occhi bianchi e furiosi di Batman trovarono quelli piccoli e vagamente strabici di Jervis.
“Mai.”
Tetch sospirò.
“Maledizione, è finita, Batman! Non costringermi a farti più male del necessario! Cedi!”
“N-No...”
Il Cappellaio Matto gli si avvicinò.
“Lasciati andare, Batman. Non deve essere così doloroso, sai? Se ti arrendi, posso darti la pace. Posso darti quello che più desideri.”
“Tu non sai cosa desidero, Jervis!”
Tetch sorrise, con tristezza.
“No, ma tu sì. Lasciati andare, e io darò pace alla tua mente. Sarai libero di immaginare la vita che vuoi. Il mondo che vuoi. E di viverci, senza pensieri, per sempre. Qualunque terribile torto ti sia stato fatto, qualunque dolore ti spinga a essere Batman ogni notte, può sparire per sempre. Posso darti la felicità, se me lo permetti.”
Il dolore gli stringeva la testa. La voce di Jervis gli echeggiava nella mente, come un riverbero. Quella maledetta musica gli trapanava i timpani.
Una parte della mente di Batman non poté fare a meno di immaginare la vita di cui parlava Jervis. Un mondo dove i suoi genitori non erano morti. Un mondo senza ingiustizie. La possibilità di abbracciare di nuovo sua madre e suo padre. Di essere abbracciato da loro. Di parlarci. Di sentirli ridere. Di essere, semplicemente, Bruce Wayne.
Una vita felice...
Ma no. Non era possibile. Non era reale. Un mondo dove i suoi genitori erano vivi, dove lui era felice, non era più possibile. E c'era un solo modo per ottenere un mondo meno ingiusto: rialzarsi in piedi. Continuare a lottare.
Lentamente, Batman si alzò. Il dolore era lancinante, ma si alzò ugualmente.
Il volto di Jervis inizò a irrigidirsi, come quello di qualcuno che sta facendo un grosso sforzo. I circuiti sulle pareti iniziarono ad emanare del fumo.
“No, non è possibile! Perché? Perché ti opponi? Perché non ti arrendi?!”
Il cavaliere oscuro raddrizzò la schiena e fissò il volto di Jervis Tetch.
“Perché non posso e non voglio.”
Alcuni dei circuiti avevano preso fuoco. Il criminale li osservò per un istante, sconvolto.
“No, nessuno ha una mente così forte! S-Sei... Sei un mostro!”
L'eroe sorrise leggermente.
“Sono Batman.”
Sangue iniziò a uscire dal naso del criminale. La stanza era ormai in fiamme.
“No, no, no! È impossibile! Impossibile!”
Jervis estrasse una pistola e fece per puntarla contro di lui. Per un momento, Batman rivide l'uomo che aveva ucciso i suoi genitori. In quel momento, lui e Jervis erano uguali. Uomini che si arrogavano il diritto di decidere il destino altrui. Mostri.
Nonostante il dolore e nonostante il suo corpo gli sembrasse pesare una tonnellata, il cavaliere oscuro afferrò il braccio di Tetch e lo costrinse a far cadere la pistola. Finì a terra, accanto al taser elettrico.
Ormai il sangue usciva copiosamente dal naso di Jervis, e uno dei suoi occhi era diventato rosso, colmo di capillari esplosi. Proprio come i suoi dispositivi, stava andando in pezzi.
“Arrenditi, Jervis! Lo sforzo ti ucciderà!”
“No, non è giusto! Gotham deve pagare!”
“Arrenditi!”
“No! Non mi riporterai ad Arkham! Mai più! Mai p-”
Il viso del Cappellaio Matto si afflosciò, come se qualcuno lo avesse spento.
“Oh... Curiosissimo...”
Il criminale cadde a terra, privo di sensi. Il dolore nella testa di Batman passò improvvisamente e il suo corpo ridiventò normale, completamente libero dal controllo di Tetch.
Ormai, erano circondati dalle fiamme e nello studio mancava l'aria. Il calore era insopportabile e il bagliore del fuoco accecante. Il grammofono si stava sciogliendo e la musica non c'era più. Batman toccò il collo di Jervis, per accertarsi che fosse vivo. Lo era, ma il suo battito era molto irregolare.
Il cavaliere oscuro se lo caricò in spalla, poi corse incontro al muro di legno e gli diede un possente calcio, con un grugnito. Crollò con facilità, e i due uomini si ritrovarono fuori.
Planando, Batman portò il corpo senza sensi di Tetch fino al prato. Sbilanciato dal peso aggiuntivo di Tetch, atterrò malamente ed entrambi caddero di schiena.
L'eroe si rialzò, tossendo e riprendendo fiato. Dopo il fuoco e il fumo, persino l'aria sporca e fredda di Gotham sembrava meravigliosa. Cercò di nuovo il battito di Tetch e sentì che era diventato più regolare.
In lontananza, iniziavano a sentirsi delle sirene. Jim stava arrivando, a quanto pare.
Batman guardò la casa. Per ora, bruciava solo il secondo piano. Era ancora in tempo. Corse di nuovo dentro, dall'ingresso principale, e andò a recuperare il corpo di Victor Zsasz. Un minuto dopo, lo fece cadere accanto a quello di Jervis. Erano entrambi vivi, sebbene malconci.
La tentazione di lasciarsi cadere a terra accanto a loro era forte, si sentiva davvero esausto, ma resistette.
Aspettò l'arrivo di Jim e continuò a guardare la casa in fiamme, ancora incapace di credere che quel lungo, lungo ottobre fosse finalmente finito.
UNA SETTIMANA DOPO
Bruce sedeva dietro le quinte, rileggendo i suoi appunti. Era quasi mezzogiorno, la conferenza stampa sarebbe incominciata in poco meno di cinque minuti.
“Signor Wayne...”
Il miliardario alzò lo sguardo. Era Jim Gordon. Sembrava estremamente a disagio.
“Salve, commissario. Come sta?”
“Io- Bene, grazie. Senta, se non le dispiace, vorrei darle un consiglio.”
Bruce sorrise, già immaginando cosa avrebbe detto.
“Certo, mi dica.”
“So cosa intende dire, oggi. E lo rispetto. Anzi, direi che lo condivido. Ma non credo sia una buona idea, dirlo ora. Non dopo tutto quello che è successo.”
Bruce si alzò in piedi.
“La ringrazio, commissario. Per l'avvertimento e per il suo sostegno. Ma credo che questo sia esattamente il momento giusto, per questo discorso. Prima che la città si rifugi nell'apatia e finga che non sia mai successo nulla.”
“Mi sembra un giudizio severo, il suo.”
Bruce sorrise, con tristezza.
“Amo questa città, commissario. La amerò sempre. Ma credo che dobbiamo fare di meglio, come comunità. E spero di poterla spronare, in questo senso.”
Gordon sospirò.
“Sì, capisco cosa vuole dire. D'accordo, faccia come crede. Le auguro buona fortuna.”
Gordon gli porse la mano e Bruce la strinse.
“Grazie, commissario.”
“Credo sia quasi ora.”
“Sì, un minuto e mi chiameranno.”
Gordon gli lasciò la mano e tirò fuori delle gomme alla nicotina.
Bruce le guardò e sorrise.
“Sta smettendo di fumare?”
Gordon annuì.
“Sì, è un vizio stupido.”
“È vero. Beh, stia bene. A presto.”
Gordon annuì e gli diede le spalle.
“A presto, signor Wayne. Mi raccomando, cerchi di riposarsi un po'. Se l'è guadagnato.”
“Cosa vuole dire?”
Gordon si allontanò.
“Che il turno di notte è massacrante, anche per uno in gamba come lei.”
Bruce non disse nulla, osservando il suo amico che andava via.
“Signor Wayne?” Disse un nervoso dipendente del comune, correndogli incontro. “Siamo pronti per lei!”
“Grazie... Steve, giusto?”
Il dipendente sorrise.
“Sì.”
“Grazie, Steve. Arrivo.”
“Signor Wayne...”
Il miliardario alzò lo sguardo. Era Jim Gordon. Sembrava estremamente a disagio.
“Salve, commissario. Come sta?”
“Io- Bene, grazie. Senta, se non le dispiace, vorrei darle un consiglio.”
Bruce sorrise, già immaginando cosa avrebbe detto.
“Certo, mi dica.”
“So cosa intende dire, oggi. E lo rispetto. Anzi, direi che lo condivido. Ma non credo sia una buona idea, dirlo ora. Non dopo tutto quello che è successo.”
Bruce si alzò in piedi.
“La ringrazio, commissario. Per l'avvertimento e per il suo sostegno. Ma credo che questo sia esattamente il momento giusto, per questo discorso. Prima che la città si rifugi nell'apatia e finga che non sia mai successo nulla.”
“Mi sembra un giudizio severo, il suo.”
Bruce sorrise, con tristezza.
“Amo questa città, commissario. La amerò sempre. Ma credo che dobbiamo fare di meglio, come comunità. E spero di poterla spronare, in questo senso.”
Gordon sospirò.
“Sì, capisco cosa vuole dire. D'accordo, faccia come crede. Le auguro buona fortuna.”
Gordon gli porse la mano e Bruce la strinse.
“Grazie, commissario.”
“Credo sia quasi ora.”
“Sì, un minuto e mi chiameranno.”
Gordon gli lasciò la mano e tirò fuori delle gomme alla nicotina.
Bruce le guardò e sorrise.
“Sta smettendo di fumare?”
Gordon annuì.
“Sì, è un vizio stupido.”
“È vero. Beh, stia bene. A presto.”
Gordon annuì e gli diede le spalle.
“A presto, signor Wayne. Mi raccomando, cerchi di riposarsi un po'. Se l'è guadagnato.”
“Cosa vuole dire?”
Gordon si allontanò.
“Che il turno di notte è massacrante, anche per uno in gamba come lei.”
Bruce non disse nulla, osservando il suo amico che andava via.
“Signor Wayne?” Disse un nervoso dipendente del comune, correndogli incontro. “Siamo pronti per lei!”
“Grazie... Steve, giusto?”
Il dipendente sorrise.
“Sì.”
“Grazie, Steve. Arrivo.”
C'erano ancora più persone di quante non fossero presenti alla conferenza di Jameson, notò Bruce.
Schiere e schiere di giornalisti e, dietro le transenne, centinaia di cittadini curiosi. Molti pensavano che volesse annunciare la sua candidatura a sindaco, ma erano in errore.
Bruce sorrise e salutò il pubblico, poi tirò fuori il discorso e prese un grande respiro.
“Buongiorno, Gotham. Mi rivolgo a tutti voi, oggi, perché ho qualcosa da dire. Qualcosa che reputo molto importante e che, spero, avrete la gentilezza di prendere a cuore.
Come sapete, solitamente mi trattengo dall'apparire in pubblico per questioni così serie. Molti di voi mi vedono come un playboy edonista, con molti soldi e poche inibizioni. Un'immagine che, lo ammetto, mi dona abbastanza e non combatto con particolare impegno.”
Ci furono delle risate.
“Ma gli eventi delle ultime settimane mi hanno fatto riflettere. I miei genitori hanno sempre voluto il meglio per questa città, e anche io lo voglio. Credo quindi che sia giunto il momento per me di pronunciarmi e fare qualcosa. Qualcosa che vada oltre le donazioni di beneficenza e gli eventi mondani. Qualcosa che abbia un significato.”
Bruce prese fiato.
“Tutti voi sapete ciò che ha fatto Jervis Tetch, alias Il Cappellaio Matto.”
Dalla folla di cittadini si sollevò un boato rabbioso, nel sentir pronunciare quel nome.
Bruce annuì.
“Sì. Ciò che ha fatto è mostruoso. È ignobile. È, semplicemente, imperdonabile.”
La folla applaudì.
“Come tutti voi, sono felice di sapere che è rinchiuso. Inoltre, mi è stato detto che potrebbe non uscire mai dal coma. Questo, ne sono certo, aiuterà molti di voi a dormire la notte.”
Altri applausi.
“Capisco il vostro sollievo e capisco la vostra rabbia. Li condivido. E so bene come ci si sente, a perdere qualcuno che si ama per le azioni di un criminale.”
Silenzio rispettoso.
“Ma vi chiedo anche di ripensare a ciò che abbiamo scoperto. Riguardo ad Arkham Asylum. Riguardo al suo personale. Riguardo al sindaco Jameson.”
Ci fu un enorme silenzio, quasi assordante. Si sarebbe potuto udire il suone di un ago che cadeva a terra.
“Ciò che hanno fatto è, anch'esso, mostruoso. Hanno preso un uomo malato e, invece di sottoporlo a delle cure, lo hanno torturato e marginalizzato. Lo hanno reso un mostro capace di ferire questa città in un modo che nessuno avrebbe potuto immaginare.”
Iniziò ad esserci un borbottio irritato dalla folla. Bruce alzò una mano.
“Non mi sentirete mai, MAI, affermare che questo giustifichi le azioni di Jervis Tetch. Nessuno, e voglio che questo sia chiaro ora e sempre, ha il diritto di fare del male agli altri. Di ferirli, di abusarne, di ucciderli. Ma questo vale anche per chi è dal lato giusto delle cose. Soprattutto per chi è dal lato giusto delle cose. Chi dice di avere a cuore la giustizia. Chi dice di amare le persone e la città. Chi vuole sicurezza, ordine e pace.”
Bruce prese nuovamente fiato. Vedeva bene che gran parte del pubblico era irritata, ma era importante finire il discorso.
“Il sindaco Jameson ha sbagliato. Arkham Asylum ha sbagliato. E, se fingiamo che non sia così, se diamo ascolto a quella parte di noi che vorrebbe semplicemente torturare persone come Jervis Tetch, allora sbagliamo anche noi. È per questo che, in aggiunta ai fondi che ho stanziato per aiutare le vittime e rimediare ai danni subiti dalla città, intendo annunciare la creazione di due nuovi enti: la Wayne Mental Health Association e la Gotham Ethical Commity. La WMHA, in accordo con il governatore dello stato e le autorità di Arkham, si occuperà di riformare il sostegno psicologico in questa città e monitorarne la qualità. La GEC invece, sempre in accordo con le autorità, si occuperà di monitorare gli abusi all'interno delle forze dell'ordine, degli ospedali e della procura. Affinché cose come questa non possano succedere mai più. Arkham avrebbe dovuto curare Jervis Tetch e non l'ha fatto. Le autorità non avevano il diritto di coprire gli abusi, ma l'hanno fatto.
Non miriamo solo a punire questi crimini, miriamo a prevenirli. Se Jervis Tetch non fosse stato torturato, non sarebbe diventato un mostro.”
Bruce guardò la folla, sopportando gli sguardi sprezzanti di molti cittadini e di alcuni giornalisti.
“Sono sicuro che anche voi, come me, siete stufi di vedere mostri in questa città. E che non li vogliate da nessuna parte. Che sia per strada, nell'amministrazione o allo specchio.
Questo è ciò che vi chiedo, oggi: siate il meglio di voi stessi. Non lasciate che l'odio vi renda ciechi e crudeli. Non è giusto e, come abbiamo visto, non porta nulla di buono.
Io sono nato fortunato, ho tanto da dare. E intendo dare tutto ciò che ho, per proteggere e migliorare Gotham. Chiedo solo il vostro aiuto. Grazie.”
Ci furono degli applausi, ma perlopiù fischi e urla indignate. I giornalisti, invece, iniziarono subito a fare domande.
“Signor Wayne, lei sta forse affermando che uno psicologo potrebbe curare qualcuno come il Joker? Che dovremmo mirare a questo?”
“La ringrazio per questa domanda. No. Non sono naive, signori. Non penso che tutti possano essere riabilitati. La mia iniziativa in nessun modo vuole essere un'alternativa alle misure di sicurezza o alla lotta contro il crimine. Al grande impegno di uomini come James Gordon.”
“O Batman?” Chiese un altro giornalista.
Bruce annuì, senza esporsi troppo.
“I mostri esistono. E vanno fermati. Quello che sto dicendo è che forse ce ne sarebbero meno in giro, se li avessimo presi in tempo. Quando c'era una possibilità. Che si poteva impedire che diventassero un pericolo. Fermiamo i mostri di oggi e lavoriamo per un futuro in cui ce ne saranno molti, molti di meno.”
Altri applausi, più convinti. Ci furono dei fischi, ma meno rumorosi di prima.
“Inoltre.” Aggiunse Bruce. “Lottiamo affinché i mostri siano solo dall'altra parte e non tra le nostra fila. Altrimenti, la nostra battaglia perderà di significato.”
Altri applausi, ma nuovamente freddi.
Le domande proseguirono per una ventina di minuti, poi la conferenza finì. Era molto evidente che a tanti dei presenti le parole di Bruce avessero lasciato l'amaro in bocca.
Ma, del resto, si poteva uscire da quella storia senza un qualche tipo di amarezza?
Schiere e schiere di giornalisti e, dietro le transenne, centinaia di cittadini curiosi. Molti pensavano che volesse annunciare la sua candidatura a sindaco, ma erano in errore.
Bruce sorrise e salutò il pubblico, poi tirò fuori il discorso e prese un grande respiro.
“Buongiorno, Gotham. Mi rivolgo a tutti voi, oggi, perché ho qualcosa da dire. Qualcosa che reputo molto importante e che, spero, avrete la gentilezza di prendere a cuore.
Come sapete, solitamente mi trattengo dall'apparire in pubblico per questioni così serie. Molti di voi mi vedono come un playboy edonista, con molti soldi e poche inibizioni. Un'immagine che, lo ammetto, mi dona abbastanza e non combatto con particolare impegno.”
Ci furono delle risate.
“Ma gli eventi delle ultime settimane mi hanno fatto riflettere. I miei genitori hanno sempre voluto il meglio per questa città, e anche io lo voglio. Credo quindi che sia giunto il momento per me di pronunciarmi e fare qualcosa. Qualcosa che vada oltre le donazioni di beneficenza e gli eventi mondani. Qualcosa che abbia un significato.”
Bruce prese fiato.
“Tutti voi sapete ciò che ha fatto Jervis Tetch, alias Il Cappellaio Matto.”
Dalla folla di cittadini si sollevò un boato rabbioso, nel sentir pronunciare quel nome.
Bruce annuì.
“Sì. Ciò che ha fatto è mostruoso. È ignobile. È, semplicemente, imperdonabile.”
La folla applaudì.
“Come tutti voi, sono felice di sapere che è rinchiuso. Inoltre, mi è stato detto che potrebbe non uscire mai dal coma. Questo, ne sono certo, aiuterà molti di voi a dormire la notte.”
Altri applausi.
“Capisco il vostro sollievo e capisco la vostra rabbia. Li condivido. E so bene come ci si sente, a perdere qualcuno che si ama per le azioni di un criminale.”
Silenzio rispettoso.
“Ma vi chiedo anche di ripensare a ciò che abbiamo scoperto. Riguardo ad Arkham Asylum. Riguardo al suo personale. Riguardo al sindaco Jameson.”
Ci fu un enorme silenzio, quasi assordante. Si sarebbe potuto udire il suone di un ago che cadeva a terra.
“Ciò che hanno fatto è, anch'esso, mostruoso. Hanno preso un uomo malato e, invece di sottoporlo a delle cure, lo hanno torturato e marginalizzato. Lo hanno reso un mostro capace di ferire questa città in un modo che nessuno avrebbe potuto immaginare.”
Iniziò ad esserci un borbottio irritato dalla folla. Bruce alzò una mano.
“Non mi sentirete mai, MAI, affermare che questo giustifichi le azioni di Jervis Tetch. Nessuno, e voglio che questo sia chiaro ora e sempre, ha il diritto di fare del male agli altri. Di ferirli, di abusarne, di ucciderli. Ma questo vale anche per chi è dal lato giusto delle cose. Soprattutto per chi è dal lato giusto delle cose. Chi dice di avere a cuore la giustizia. Chi dice di amare le persone e la città. Chi vuole sicurezza, ordine e pace.”
Bruce prese nuovamente fiato. Vedeva bene che gran parte del pubblico era irritata, ma era importante finire il discorso.
“Il sindaco Jameson ha sbagliato. Arkham Asylum ha sbagliato. E, se fingiamo che non sia così, se diamo ascolto a quella parte di noi che vorrebbe semplicemente torturare persone come Jervis Tetch, allora sbagliamo anche noi. È per questo che, in aggiunta ai fondi che ho stanziato per aiutare le vittime e rimediare ai danni subiti dalla città, intendo annunciare la creazione di due nuovi enti: la Wayne Mental Health Association e la Gotham Ethical Commity. La WMHA, in accordo con il governatore dello stato e le autorità di Arkham, si occuperà di riformare il sostegno psicologico in questa città e monitorarne la qualità. La GEC invece, sempre in accordo con le autorità, si occuperà di monitorare gli abusi all'interno delle forze dell'ordine, degli ospedali e della procura. Affinché cose come questa non possano succedere mai più. Arkham avrebbe dovuto curare Jervis Tetch e non l'ha fatto. Le autorità non avevano il diritto di coprire gli abusi, ma l'hanno fatto.
Non miriamo solo a punire questi crimini, miriamo a prevenirli. Se Jervis Tetch non fosse stato torturato, non sarebbe diventato un mostro.”
Bruce guardò la folla, sopportando gli sguardi sprezzanti di molti cittadini e di alcuni giornalisti.
“Sono sicuro che anche voi, come me, siete stufi di vedere mostri in questa città. E che non li vogliate da nessuna parte. Che sia per strada, nell'amministrazione o allo specchio.
Questo è ciò che vi chiedo, oggi: siate il meglio di voi stessi. Non lasciate che l'odio vi renda ciechi e crudeli. Non è giusto e, come abbiamo visto, non porta nulla di buono.
Io sono nato fortunato, ho tanto da dare. E intendo dare tutto ciò che ho, per proteggere e migliorare Gotham. Chiedo solo il vostro aiuto. Grazie.”
Ci furono degli applausi, ma perlopiù fischi e urla indignate. I giornalisti, invece, iniziarono subito a fare domande.
“Signor Wayne, lei sta forse affermando che uno psicologo potrebbe curare qualcuno come il Joker? Che dovremmo mirare a questo?”
“La ringrazio per questa domanda. No. Non sono naive, signori. Non penso che tutti possano essere riabilitati. La mia iniziativa in nessun modo vuole essere un'alternativa alle misure di sicurezza o alla lotta contro il crimine. Al grande impegno di uomini come James Gordon.”
“O Batman?” Chiese un altro giornalista.
Bruce annuì, senza esporsi troppo.
“I mostri esistono. E vanno fermati. Quello che sto dicendo è che forse ce ne sarebbero meno in giro, se li avessimo presi in tempo. Quando c'era una possibilità. Che si poteva impedire che diventassero un pericolo. Fermiamo i mostri di oggi e lavoriamo per un futuro in cui ce ne saranno molti, molti di meno.”
Altri applausi, più convinti. Ci furono dei fischi, ma meno rumorosi di prima.
“Inoltre.” Aggiunse Bruce. “Lottiamo affinché i mostri siano solo dall'altra parte e non tra le nostra fila. Altrimenti, la nostra battaglia perderà di significato.”
Altri applausi, ma nuovamente freddi.
Le domande proseguirono per una ventina di minuti, poi la conferenza finì. Era molto evidente che a tanti dei presenti le parole di Bruce avessero lasciato l'amaro in bocca.
Ma, del resto, si poteva uscire da quella storia senza un qualche tipo di amarezza?
Bruce si diresse verso la propria automobile, dove c'era Alfred ad aspettarlo.
“Un lodevole discorso, sir.”
“Grazie, Alfred.”
Il miliardario entrò in macchina e Alfred mise in moto.
“Temo, però, che non abbia ottenuto il consenso di tutti cittadini. Non per ora, almeno.”
“No, infatti.”
“Le sue parole sul prevenire questi mostri sono piaciute. Ma temo che la gente non abbia molta voglia di guardare gli abusi all'interno delle forze dell'ordine o della procura. Vogliono un solo nemico, uno semplice da individuare e che preferibilmente indossi un costume colorato.”
“Sì. Temo di sì.”
“Non si demoralizzi, sir. Vedrà che, se i suoi progetti faranno stare meglio la città, le persone cambieranno atteggiamento.”
Bruce annuì, serio.
“Posso solo fare del mio meglio, Alfred. Non è vero?”
“Come tutti, sir.”
“Sì.” Disse Bruce, osservando i grattacieli di Gotham che si estendevano a perdita d'occhio. “Come tutti.”
“Un lodevole discorso, sir.”
“Grazie, Alfred.”
Il miliardario entrò in macchina e Alfred mise in moto.
“Temo, però, che non abbia ottenuto il consenso di tutti cittadini. Non per ora, almeno.”
“No, infatti.”
“Le sue parole sul prevenire questi mostri sono piaciute. Ma temo che la gente non abbia molta voglia di guardare gli abusi all'interno delle forze dell'ordine o della procura. Vogliono un solo nemico, uno semplice da individuare e che preferibilmente indossi un costume colorato.”
“Sì. Temo di sì.”
“Non si demoralizzi, sir. Vedrà che, se i suoi progetti faranno stare meglio la città, le persone cambieranno atteggiamento.”
Bruce annuì, serio.
“Posso solo fare del mio meglio, Alfred. Non è vero?”
“Come tutti, sir.”
“Sì.” Disse Bruce, osservando i grattacieli di Gotham che si estendevano a perdita d'occhio. “Come tutti.”
Notte fonda. La luna calante si stagliava, luminosa, nel cielo rosso di Gotham.
“Sapevo che ti avrei trovato qui.”
Batman si voltò a guardare Catwoman. La ladra gli venne incontro, sorridendo. Il suo costume nero scintillava sotto i neon di Gotham.
“Come facevi a saperlo?”
“Vedi, hai questa tendenza a rimuginare sul passato e le cose brutte. Dovresti lavorarci.”
La ladra si sedette sul cornicione, mentre il cavaliere oscuro rimase in piedi. Insieme, osservarono il palazzo adiacente. C'erano ancora i sigilli della polizia, nell'appartamento di Gary Fines. Si riuscivano a vedere, attraverso la finestra.
Era lì che era iniziato tutto. Il primo di molti, molti morti.
“È finita, Bats. Davvero, questa volta. Dovresti prenderti qualche giorno di ferie.”
“Sai bene che non posso.”
“Dì piuttosto che non vuoi.”
“Non posso e non voglio.”
Catwoman sorrise.
“Giusto riassunto, sì.”
Catwoman si rialzò in piedi.
“Hai fatto un ottimo lavoro, Batman. Devi essere fiero di te.”
“Tu mi hai aiutato.”
“E infatti sono fiera di me.” Disse la ladra, con un sorriso stizzito. “Possibile che tu non sappia mai accettare i complimenti?”
“Ho preso da Alfred.”
Catwoman sorrise.
“Davvero, Bruce. Datti tregua. Anche tu meriti un po' di pace, ogni tanto. Qualcosa di bello.”
“Sono felice che Gotham sia al sicuro.”
“Non è quello che intendevo.”
“Mi basta, Selina. Mi è sempre bastato.”
Catwoman gli mise una mano sulla spalla e lo fece giare verso di lei.
“Ma meriti qualcosina di più.”
“Cosa-”
Lei lo baciò, chiudendo gli occhi e stringendolo a sé. Sembrò durare un'eternità. Il vento ululò intorno alle due figure mascherate e, per un istante, la città non esistette più. Batman sentì i muscoli rilassarsi e, per la prima volta da settimane, si concesse di non essere preoccupato. Di abbassare la guardia. Di sentirsi quasi felice.
Poi, nel cielo apparve il bat segnale.
Non senza gentilezza, Batman allontanò Catwoman.
“Il segnale.”
Catwoman riaprì gli occhi e guardò il cielo.
“Ovviamente...”
“Devo andare, lo sai.”
Lei gli sorrise, un po' tristemente.
“Oh, lo so bene. Ci vediamo, Bats.”
Gli diede una piccola carezza alla spalla, poi saltò nel vuoto, sparendo tra i grattacieli.
Dopo un attimo di riflessione, Batman si avviò verso il GCPD, chiedendosi quanto fosse grave.
Se la città, che aveva appena salvato dal baratro, fosse di nuovo in caduta libera. Se smettesse mai davvero di esserlo.
Ma, del resto, che differenza faceva? Lui non avrebbe mai smesso di porgere la mano per afferrarla. Non avrebbe mai rinunciato a salvarla, prima che cadesse davvero.
Non poteva e non voleva.
Perché era Batman.
“Sapevo che ti avrei trovato qui.”
Batman si voltò a guardare Catwoman. La ladra gli venne incontro, sorridendo. Il suo costume nero scintillava sotto i neon di Gotham.
“Come facevi a saperlo?”
“Vedi, hai questa tendenza a rimuginare sul passato e le cose brutte. Dovresti lavorarci.”
La ladra si sedette sul cornicione, mentre il cavaliere oscuro rimase in piedi. Insieme, osservarono il palazzo adiacente. C'erano ancora i sigilli della polizia, nell'appartamento di Gary Fines. Si riuscivano a vedere, attraverso la finestra.
Era lì che era iniziato tutto. Il primo di molti, molti morti.
“È finita, Bats. Davvero, questa volta. Dovresti prenderti qualche giorno di ferie.”
“Sai bene che non posso.”
“Dì piuttosto che non vuoi.”
“Non posso e non voglio.”
Catwoman sorrise.
“Giusto riassunto, sì.”
Catwoman si rialzò in piedi.
“Hai fatto un ottimo lavoro, Batman. Devi essere fiero di te.”
“Tu mi hai aiutato.”
“E infatti sono fiera di me.” Disse la ladra, con un sorriso stizzito. “Possibile che tu non sappia mai accettare i complimenti?”
“Ho preso da Alfred.”
Catwoman sorrise.
“Davvero, Bruce. Datti tregua. Anche tu meriti un po' di pace, ogni tanto. Qualcosa di bello.”
“Sono felice che Gotham sia al sicuro.”
“Non è quello che intendevo.”
“Mi basta, Selina. Mi è sempre bastato.”
Catwoman gli mise una mano sulla spalla e lo fece giare verso di lei.
“Ma meriti qualcosina di più.”
“Cosa-”
Lei lo baciò, chiudendo gli occhi e stringendolo a sé. Sembrò durare un'eternità. Il vento ululò intorno alle due figure mascherate e, per un istante, la città non esistette più. Batman sentì i muscoli rilassarsi e, per la prima volta da settimane, si concesse di non essere preoccupato. Di abbassare la guardia. Di sentirsi quasi felice.
Poi, nel cielo apparve il bat segnale.
Non senza gentilezza, Batman allontanò Catwoman.
“Il segnale.”
Catwoman riaprì gli occhi e guardò il cielo.
“Ovviamente...”
“Devo andare, lo sai.”
Lei gli sorrise, un po' tristemente.
“Oh, lo so bene. Ci vediamo, Bats.”
Gli diede una piccola carezza alla spalla, poi saltò nel vuoto, sparendo tra i grattacieli.
Dopo un attimo di riflessione, Batman si avviò verso il GCPD, chiedendosi quanto fosse grave.
Se la città, che aveva appena salvato dal baratro, fosse di nuovo in caduta libera. Se smettesse mai davvero di esserlo.
Ma, del resto, che differenza faceva? Lui non avrebbe mai smesso di porgere la mano per afferrarla. Non avrebbe mai rinunciato a salvarla, prima che cadesse davvero.
Non poteva e non voleva.
Perché era Batman.
FINE