venerdì 15 novembre 2019

Batman: Caduta Libera - Capitolo 2



CAPITOLO 2

VERSO LA FIAMMA

Era mattina inoltrata, quando entrò nella batmobile e si avviò verso la caverna. Vedeva gli sguardi terrorizzati e stanchi dei cittadini, ma non aveva risposte per loro. Non ancora.
Guardò l'orologio: erano le 11:45. Rifletté mestamente che, per i cittadini di Gotham, vedere Batman in giro di giorno era sempre il segno di qualcosa di orribile. Solo una vera catastrofe poteva costringerlo a rimanere in giro, in pubblico, fino a un'ora del genere. E infatti si trattava di una catastrofe. 47 morti e almeno 100 feriti. E il bilancio continuava a salire. Quasi tutte le persone contenute nel palazzo erano morte, ed erano morte anche alcune persone che si trovavano per strada e nei palazzi circostanti.
Aveva aiutato i vigili del fuoco e la polizia per ore, aiutandoli a trovare gente intrappolata tra le macerie e facendo i rilevamenti iniziali, ma ormai non era rimasto altro da fare che finire di spegnere le macerie fumanti, sperando che ci fosse qualche altro sopravvissuto (ormai sembrava improbabile). Poi, sarebbe venuto il momento dei rilevamenti più approfonditi, che avrebbero potuto portare al colpevole. Perché era stata una bomba a causare tutto questo, non c'erano dubbi a riguardo.
Le mani di Batman strinsero il volante, mentre una furia cieca gli scorreva nelle vene. Se il responsabile di tutto questo si fosse trovato davanti a lui in quel momento, avrebbe dovuto ritenersi molto fortunato e ringraziare il codice che Batman si era imposto molti anni prima. Perché c'era una parte di Batman, una parte che lui odiava e temeva, che non avrebbe voluto altro che prendere il responsabile e ucciderlo, senza pietà.
Batman fece un profondo respiro e picchiò sull'acceleratore. La sua città aveva bisogno che lui fosse migliore di così. La sua città non aveva bisogno di vendetta e rabbia cieca. La sua città aveva bisogno di giustizia.

Giunto alla caverna e uscito dall'auto, Batman si tolse immediatamente la maschera, gettandola lontano da sé. In quel momento non si sentiva degno della maschera. Si sentiva solo inutile, sconfitto e assolutamente ottenebrato dalla rabbia.
Corse dritto verso l'area della caverna dove si allenava. Era una piattaforma piena di armi, pesi, sofisticati dispositivi di simulazione virtuale, manichini di legno e sacchi da pugilato. Erano sacchi estremamente duri; una volta Tim Drake si era rotto la mano, durante un allenamento. Bruce ne prese uno e lo portò al centro dell'area.
Fece un profondo respiro, immaginando di avere davanti a sé l'artefice di quella bomba, poi iniziò a tempestarlo di cazzotti. Pugni feroci, di una forza inaudita. Ogni colpo era seguito da un grugnito furioso. Continuò a picchiarlo e picchiarlo, ignorando le proteste dei suoi muscoli stremati. Tutto ciò che riusciva a vedere erano quei palazzi che esplodevano, i cadaveri carbonizzati che aveva estratto dalle macerie e le lacrime di coloro che invece erano sopravvissuti (alcuni incolumi, molti altri riportando orribili ustioni).
Colpì e colpì, finché il sacco infine si squarciò, riversando sabbia sul pavimento. Ormai i suoi grugniti si erano trasformati in vere e proprie urla di rabbia, disarticolate e spaventose. Alla fine cadde in ginocchio, stringendo ancora i pugni. I tendini del collo erano tesi, i suoi denti digrignati. L'ira gli scorreva in corpo come un'orribile forma di elettricità o un liquido velenoso. Era così furente, che quasi non udì i passi di Alfred.
“Signor Wayne... Non è colpa sua.”
Bruce ignorò questo commento. Il suo respiro non voleva accennare a rallentare.
Alfred gli mise una mano sulla spalla.
“Mi ascolti, la prego. Non è colpa sua.”
“Avrei dovuto impedirlo, Alfred. Avrei dovuto salvarli.”
Alfred gli strinse la spalla. Con gentilezza, ma anche con fermezza.
“Non puoi salvarli tutti, Bruce.”
Bruce chiusi gli occhi, cercando di respingere le lacrime. Ma inutilmente.
Ovviamente Alfred aveva ragione, non poteva salvarli tutti. Non era possibile. Non era mai stato possibile. Se lo fosse stato, non sarebbe mai stato necessario diventare Batman. Ma questo fatto, questa semplice verità, non lo confortava. Si sentiva di nuovo come la notte in cui erano morti i suoi genitori: costretto a fissare l'ingiustizia del mondo negli occhi. Ad accettare che alcune persone muoiono e altre no, senza apparente motivo. Che la vita sa essere crudele e feroce, specie a Gotham City.
“Lo troverà, sir. Chiunque sia stato.”
Bruce annuì. Sì, lo avrebbe trovato. Avrebbe aspettato che le lacrime si interrompessero, che il respiro si calmasse, che i pugni stretti smettessero di tremare. Poi, si sarebbe rialzato e avrebbe ripreso immediatamente le indagini. Avrebbe trovato il responsabile.
E' vero, non poteva salvarli tutti. E il mondo non era giusto. Ma non poteva arrendersi. Non avrebbe permesso che il male vincesse. Le ingiustizie sarebbero state punite. Bisognava rialzarsi. Ogni volta.
Alfed gli tenne la mano sulla spalla finché Bruce non si sentì pronto a rimettersi in piedi, poi andò a preparare il tè. Bruce, invece, raccolse la maschera e si recò al computer, intenzionato a trovare una pista da seguire. Non avrebbe più versato lacrime per Gotham, quella notte. Solo sudore.

“Ha dei sospetti, sir?” Gli chiese Alfred, dopo circa un'ora che Bruce digitava al computer.
“Più di uno, in realtà.” Gli rispose Bruce, che ora fissava varie foto sui suoi schermi.
“Il primo e più ovvio, è Garfield Lynns.” Batman indicò una delle immagini. Ritraeva un uomo con indosso un pesante costume metallico, dotato di jetpack e grosse ali. Impugnava un lanciafiamme e le lenti della sua maschera erano di un rosso brillante. “Firefly.”
“Ah, certamente.” Rispose Alfred. “Quel piromane dall'assurdo costume.”
“ Ma una cosa del genere è estrema, persino per lui.” Continuò Bruce. “Sarebbe un livello nuovo. Inoltre, in questo momento si trova ad Arkham.”
Alfred fissò con sdegno la foto di Lynns, poi rivolse la sua attenzione agli altri schermi.
“Altri sospetti?”
“Beh, quando ci sono centinaia di morti e un'esplosione, non si può mai escludere il coinvolgimento di Joker.”
Questa volta Bruce non indicò lo schermo in questione, dove gli occhi crudeli del clown sembravano deriderli. Ma Alfred fissò comunque quel volto tanto odiato, con espressione dura.
“Naturalmente, sir. Ma è anche lui ad Arkham, se non erro.”
“Infatti. Inoltre, difficilmente farebbe una cosa del genere senza assicurarsi di riceverne il merito. No, quell'esplosione era troppo anonima, per essere opera sua.”
“Capisco, sir. Chi altro?”
Batman si toccò il mento con una mano, mentre con l'altra indicava gli schermi, in un modo distratto e poco entusiasta.
“Quasi ogni supercriminale che ho affrontato avrebbe potuto fare una cosa del genere, per un motivo o per l'altro. Per ora non c'è nulla che possa restringere il campo delle ricerche.”
“E cosa intende fare, allora?”
Bruce si strofinò gli occhi stanchi. Non dormiva da moltissimo tempo, e iniziava a sentirsi davvero debole.
“Credo che la cosa migliore, per ora, sia aspettare l'esito dei rilievi della polizia e dei vigili del fuoco. Poi stanotte andrò a fare i miei, se necessario. E eventualmente andrò ad Arkham a fare delle domande.”
“Molto bene, sir. Posso suggerirle di dormire un paio d'ore, nel frattempo? Lei è in piedi da più di ventiquattro ore.”
“Veramente vol-”
“Chiedo scusa, sir. Mi sono espresso male. “Il tono di Alfred era neutro, ma si avvertiva comunque una minima traccia di irritazione. “Non glielo sto suggerendo. Glielo sto ordinando. Si tolga quel dannato costume e vada a dormire. La chiamerò prima del tramonto, ha la mia parola.”
Bruce sorrise leggermente.
“Una volta, un maggiordomo sarebbe stato severamente punito, se avesse parlato così al padrone di casa.”
Alfed sbuffò, mentre raccoglieva la maschera e la portava verso la teca dove veniva conservato il costume.
“Una volta, i maggiordomi non dovevano togliere il guano di pipistrello dal pavimento almeno cinque volte al giorno. Ognuno ha le sue croci, sir.”

“Jim? Sono io.”
“Sono contento di sentirti. Spero che ti sia riposato un po'. Non avevi una bella cera, quando sei andato via.”
“Non preoccuparti per me. Sto bene.”
Il sole era appena tramontato. Era una notte ventosa di luna piena. Batman guidava la sua moto attraverso la città, dirigendosi verso il luogo dell'esplosione.
“No che non stai bene. E neanche io. Ma ne usciremo. Immagino tu voglia sapere che cosa abbiamo trovato.”
“Sì.”
“Beh, abbiamo appurato che si è trattato di un ordigno artigianale. Secondo i vigili del fuoco e gli artificieri, chi l'ha realizzato non era particolarmente abile. E' un miracolo che non gli sia esploso in faccia, così mi hanno detto.”
“Interessante.”
“Questo sembra escludere gente come Firefly, non pensi?”
“Forse.” Rispose Batman, senza esporsi troppo. “Mandami i dettagli della bomba al solito indirizzo, per favore.”
“Subito.”
Batman fermò la moto e studiò i dettagli che erano appena stati inviati al computer, visualizzandoli sul display olografico del suo avambraccio. Concordava con il parere degli artificieri e dei pompieri: l'ordigno era rudimentale, inelegante. Essenzialmente avevano attaccato un innesco ad un contenitore di sostanze instabili e avevano fatto partire il conto alla rovescia. Forse neanche il colpevole si era immaginato un tale disastro. Questa possibilità non fece sentire meglio Batman, però. Per niente.
“Dove si trovava l'ordigno?”
“Nello scantinato. L'esplosione ha fatto esplodere anche la caldaia del palazzo. La seconda esplosione che abbiamo sentito era quella.”
Per un istante, Batman rivide chiaramente le fiamme, come se stesse accadendo tutto in quel momento.
“Hanno trovato altro?”
“Beh, come puoi immaginare le macerie sono piene di possibili prove. Vestiti bruciati, mobili, roba di ogni tipo. E, probabilmente, anche alcuni resti umani che ci sono sfuggiti... Non abbiamo trovato nulla di palesemente sospetto, ma non escludo che ci sia qualcosa di importante. Abbiamo avuto molto da fare e potrebbe esserci sfuggito qualcosa.”
“Certo.”
Batman avviò di nuovo la moto, premendo sull'acceleratore.
“Stai andando lì?”
“Sì.”
“Bene. Fammi sapere se trovi qualcosa.”
“Contaci, Jim.”
“Lo faccio sempre.”

I suoi piedi affondavano nella cenere, mentre lo scanner forense analizzava l'ambiente. Ormai del palazzo non rimaneva molto, se non quella vasta superficie di macerie incenerite, ancora leggermente fumanti. Dopo mezz'ora di scansioni, non trovò nulla di particolare in superficie, così si diresse verso il piano interrato, lo scantinato da cui era partita l'esplosione. Ne era rimasto ben poco, solo alcuni muri anneriti e delle scale di pietra coperte di fuliggine.
Se c'era un indizio lì, non era qualcosa che poteva essere rivelato dallo scanner. Batman lo spense e iniziò a guardarsi in giro, cercando qualcosa che gli saltasse all'occhio come sospetto. Ma dopo un'ora spesa ad osservare mobili e giocattoli carbonizzati, dovette rassegnarsi. Non c'era nulla che sembrasse utile, lì. Solo una profonda angoscia.
Si diresse verso la moto, quando gli arrivò una chiamata.
“Sì?”
“Batman, sono io.”
“Jim, temo di non aver trovato nulla.”
“Ma io sì.”
Batman smise di camminare.
“Che cosa hai scoperto?”
“Beh, stavo controllando i nomi delle vittime, per confrontarli con la lista dei condomini.”
“Manca qualcuno all'appello?”
“Sì. Il portinaio. Era stato assunto un mese fa. E uno dei sopravvissuti ci ha detto che ultimamente armeggiava molto nel locale caldaia. Sosteneva che c'erano dei lavori da fare. I condomini erano indispettiti perché temevano che volesse farli pagare per una riparazione inutile.”
“Ottimo lavoro, Jim. Sappiamo il suo nome?”
“Rupert Smith. Scommetto che non ti dice nulla.”
“No, infatti.”
“Ma ora guarda la foto che ti ho inviato. L'ho ottenuta dall'ufficio di collocamento. Dimmi se ti sembra familiare.”
Batman aprì il display olografico. Ci fu un momento di silenzio.
“Drury Walker.”
“Proprio lui. Killer Moth. Ha un nuovo nome, ma quella faccia non si scorda.”
“Lo troverò. Se è a Gotham, lo troverò.”
“So che lo farai. Credi che sia stato lui?”
“Tutto punta in quella direzione.”
“Beh, sarà contento.” Disse Gordon, con amarezza. “E' finalmente diventato un pezzo grosso, come aveva sempre voluto.”
“Lo troverò.”
La moto parti, stridendo nella notte.

Drury Walker era sempre stato una barzelletta, nell'ambiente criminale. Non aveva nessun potere, non aveva talenti particolari e non possedeva tecnologia speciale. Ma aveva sempre voluto diventare un supercriminale, qualcuno del rango di Joker o Due Facce. Il massimo che aveva ottenuto, però, era stato di collaborare con il Pinguino (principalmente preparava il caffè) e di compiere qualche piccolo furto qua e là, per conto suo.
Cercando di emulare i suoi idoli, quando aveva iniziato la sua carriera, Drury si era creato un alter ego, qualcosa che potesse renderlo temibile. Così era diventato Killer Moth, la falena assassina. Ma tutto quello che aveva ottenuto, erano pesanti prese in giro da parte degli altri criminali di Gotham. Il costume aderente rosa e viola non aveva aiutato.
Batman lo aveva catturato e mandato ad Arkham molte volte, sempre con molta facilità. Walker non era solo un criminale mediocre, era anche alquanto stupido.
Ma se ora i loro sospetti erano giusti, allora Walker era finalmente diventato quello che aveva sempre voluto essere. Un pezzo grosso. Un supercriminale. Un altro assassino. Un altro mostro che popolava gli angoli bui di Gotham. Era finalmente diventato parte di quell'inferno che ammirava tanto.
Proprio come una falena, non aveva resistito e si era fatto attirare verso la fiamma.

L'Impiccato Dondolante era uno dei locali più malfamati di Gotham. La sua insegna al neon, raffigurante un omino sorridente che dondolava da un cappio, era ormai un'istituzione da più di dieci anni. Non era frequentato dai supercriminali, se non saltuariamente, ma ogni criminale comune di Gotham ci andava a bere qualcosa, a qualche punto. E i criminali comuni avevano la lingua lunga, specie quando si ritrovavano tutti insieme a bere birra. Lì si potevano trovare informazioni su chiunque, se si era abbastanza persuasivi. Per alcuni, la persuasione era questione di seduzione. Altri preferivano usare un biglietto da cinquanta dollari. Batman, d'altro canto, aveva imparato molti anni prima quale fosse il metodo adatto a lui.
La porta si spalancò di colpo, sbattendo sulla parete e facendo entrare il vento gelido di ottobre. Le risate e le urla degli ubriachi si interruppero di colpo. Un istante dopo, anche la musica country si interruppe, spenta frettolosamente dal barista. La sagoma di Batman era stagliata sulla porta, un bozzolo di tenebra creato dal mantello e sormontato da due occhi bianchi e furenti.
“Drury Walker. Ditemi dov'è. Ora.”
Nessuno rispose.
Batman entrò, chiudendosi lentamente la porta alle spalle. Cigolò leggermente, quel tanto che bastava a renderlo un suono inquietante.
“Ve lo chiederò di nuovo.” Disse Batman, usando il suo tono più rabbioso. Spesso quel tono era in parte una recita, ma non quella notte. “Dove si trova Drury Walker? Killer Morth, dov'è?”
Dopo qualche istante, uno degli uomini parlò.
“Non lo abbiamo visto. Smamma, roditore!”
Batman si girò verso di lui. Il suo sguardo fece deglutire il criminale, in un gesto che provocava un certo piacere al Batman più giovane, quello degli inizi. Questo Batman, invece, ne aveva viste tante, troppe, per trarre piacere da queste misere vittorie. E non aveva tempo da perdere.
“Avete un'ultima possibilità. Dov'è Drury Walker?”
Alcuni uomini si alzarono in piedi. Facce nuove, che Batman non aveva mai visto. I clienti abituali e il barista ormai avevano imparato, e si tenevano a distanza, ma c'era sempre qualche nuovo arrivato che voleva dimostrare a se stesso e agli altri che il pipistrello era sopravvalutato, che non era così tosto.
“Sparisci, buffone, o ti cacceremo via noi!”
“Non ve lo consiglio.” Disse Batman.
Ma fu inutile. Gli energumeni lo caricarono, estraendo coltelli a serramanico, tirapugni e catene.

Cinque minuti dopo, Batman era circondato da criminali rantolanti. Alcuni si tenevano le braccia fratturate, altri cercavano di allontanarsi strisciando. Era una fortuna, per loro, che Bruce Wayne finanziasse la più grande clinica gratuita di Gotham City.
Dal fondo del locale, venne avanti un criminale che Batman conosceva. Lenny Porter. Era un ladruncolo di professione ma, per quanto ne sapesse Batman, non aveva mai puntato la pistola addosso a nessuno. A Gotham, questo lo rendeva quasi uno dei buoni.
“OK, OK. Te lo dico io dove si trova quella mammoletta. Tanto qui non sta simpatico a nessuno, dico bene?”
Ci fu un mormorio di assenso. I criminali feriti si lamentavano ancora, ma non interessava a nessuno.
“Dimmelo.”
“Ma che cos'ha fatto?”
“L''ultimo errore della sua carriera.”
Lenny guardò Batman per un istante. Forse aveva capito, ma non lo disse ad alta voce.
“OK, capito. Beh, è stato qui una settimana fa. Cercava qualcuno che gli vendesse della robaccia elettronica, non sapevamo bene a cosa gli servisse. Pensavamo fossero i suoi soliti stupidi tentativi di fare il colpo grosso...”
“E ha trovato qualcuno che gliela vendesse?”
“Sì, ma non posso dirti chi. E' un ami-”
Batman sollevò Lenny, facendo dondolare i suoi piedi come quelli dell'omino raffigurato sull'insegna del locale. Era stufo di perdere tempo.
“CHI?”
“Cristo! OK, OK! Marvin! Marvin Styles! Vive sull'East Side!”
In un battito di ciglia, Lenny fu lasciato cadere a terra e Batman uscì dalla porta, silenzioso come un fantasma.

Marvin Styles stava gettando freneticamente i propri averi in una grossa valigia. Si trovava nel suo appartamento, una topaia sporca con il soffitto gocciolante e grosse macchie di muffa alle pareti. L'aria puzzava del suo sudore e il suo respiro era affannoso. Proprio mentre gettava l'ultimo paio di mutande nella valigia, preparandosi a chiuderla, qualcosa fuori dalla finestra attirò la sua attenzione. Che cavolo era stato? Un lampo? Un uccello?
Si avvicinò, cercando di capire cosa fosse stato quel movimento. Niente, era tutto buio e silenzioso.
“Sto diventando para-”
La mano di Batman sfondò il vetro e lo afferrò per la gola.
“Oh, cristo!” Urlò Marvin, terrorizzato.
I vetri volarono ovunque, mentre Batman spingeva il delinquente a terra, puntellandolo al suolo con il proprio peso.
“Vai da qualche parte, Styles?”
Marvin urlò. Aveva visto il pipistrello, in passato, ma sempre da lontano. Mentre se la prendeva con qualcun altro. Questo era completamente diverso. Era lì per lui. Era venuto a cercarlo personalmente. Tutti i criminali di Gotham sapevano che Batman non uccide, era una cosa che ti insegnavano non appena arrivavi in città. Ma vederlo che ti entrava in casa, sfondando una finestra, ti faceva domandare se il pipistrello non stesse per fare un'eccezione proprio per te.
“C-che cosa vuoi?” Gli chiese, pregando di non farsela addosso.
Batman avvicinò i suoi occhi a quelli di Marvin. Fu come guardare dentro una fornace accesa. Quegli occhi bianchi sembravano brillare di luce propria, e fissarli troppo a lungo sembrava quasi far male.
“Lo sai benissimo. Drury Walker ha ucciso quarantasette persone. E tu gli hai dato gli strumenti per farlo. Per questo stai scappando.”
“N-Non so di che cosa-”
Batman diede un pugno al pavimento, a pochi centimetri dal viso di Marvin. Il pavimento era di legno, e il braccio di Batman penetrò fino al gomito.
“Non ho tempo da perdere, Styles! Dimmi dove si trova, o la pagherai cara!”
“Tu... Tu non uccidi, lo sanno tutti.”
Batman afferrò la gamba di Styles con entrambe le mani. La presa era spaventosamente forte, come essere intrappolati in un macchinario industriale. La pressione che esercitava era enorme e, Marvin si rese conto con un brivido, quello era solo un assaggio.
“Posso farti desiderare la morte, Marvin. Quarantasette persone sono morte. Anche per causa tua. Romperò un osso per ogni vittima, finché non parlerai. Iniziando dal femore.”
Batman fece un gesto improvviso, come se stesse per spezzare la gamba.
“No! No! OK! OK, ti dirò tutto!”
“Parla!”
“Non pensavo che l'avrebbe fatto davvero, lo giuro! Drury è sempre stato una mezzasega, non pensavo che dicesse sul serio! Pensavo che fosse solo per fare lo spaccone con gli altri pazzi in costume!”
Batman strinse di nuovo la gamba, facendo urlare Marvin.
“Non mi interessano le tue scuse! Gli hai venduto altro, oltre al necessario per quella bomba?”
“No, lo giuro!”
“Non può farne altre?”
“Non credo, no! Non con quello che gli ho dato io!”
Batman inspirò profondamente.
“Dove si trova? Dimmelo!”
“Al molo! Ha un capannone sul molo! Non so dove, esattamente! Dalle parti di Miagani Harbor!”
Batman strinse nuovamente la gamba di Marvin.
“Se mi nascondi qualcosa...”
“Lo giuro, è tutto quello che so!”
Batman lo fissò per un momento, poi gli lasciò la gamba.
Marvin se la toccò, benedicendo il cielo di averla ancora integra.
“S-senti, ora che ti ho aiutato, tu mi lascerai andare. G-giusto?”
“Sbagliato.”
Batman gli diede un pugno, facendogli perdere i sensi.

“Jim? Sono io.”
La moto sfrecciava attraverso la notte, per le strade quasi deserte di Gotham. Erano quasi le quattro del mattino, ormai.
“Batman, scoperto qualcosa?”
“Ho trovato l'idiota che ha venduto il materiale a Walker. Si chiama Marvin Styles.”
“Lo conosco, è un criminale di poco conto. Maledetto imbecille, questa volta l'ha fatta grossa.”
“Si trova nell'East Side. Ti ho mandato le coordinate, puoi mandarci una volante.”
“Lo faccio subito. E Walker?”
“Styles dice che si trova a Miagani Harbor, in un capannone sul molo. Sto andando lì ora.”
“Mobilito subito tutti quanti. Lasciane un pezzo anche per noi, d'accordo?”
“Non scapperà, Jim.”
“Ci puoi giurare.”
Batman chiuse la chiamata e premette sull'acceleratore. Sarebbe giunto a Miagani Harbor nel giro di cinque minuti. Iniziò a piovere, dando a Batman la sgradevole sensazione che quel cielo rosso, quel cielo innaturale che amava e odiava allo stesso tempo, stesse riversando sangue su di lui e su tutta Gotham.

Non gli ci volle molto a trovare il capannone giusto, grazie al suo scanner. Era l'unico ad avere la corrente, in quella zona del molo. Batman inviò le coordinate precise a Gordon, poi guardò da una finestra. Il capannone era fatiscente, coperto di polvere. Alcuni topi camminavano per il pavimento, grassi ed indisturbati.
Drury Walker era seduto su una sedia e se ne stava immobile, a capo chino, sotto la debole luce di una lampadina. Indossava il suo ridicolo costume da falena, ma era in pessime condizioni. Era pieno di strappi e ricoperto di sporcizia. Era come se Killer Moth fosse rimasto lì per ore o giorni, immobile e in attesa.
Batman attivò nuovamente il suo scanner, per accertarsi che fosse vivo. Sì, c'era battito cardiaco. E la temperatura del corpo era di trentasei gradi centigradi, nella media.
Con un grugnito, Batman sfondò il vetro della finestra ed atterrò nel capannone, facendo fuggire i topi terrorizzati.
“Walker, ora verrai con me. Devi pagare, per ciò che hai fatto.”
Walker non sembrò reagire.
“Mi senti, Walker?”
Dopo alcuni istanti di silenzio, Walker alzò la testa.
“Sì, ti sento.”
“Alza le mani e mettiti in ginocchio. La polizia sta venendo a prenderti.”
Walker si alzò lentamente in piedi, poi si mise in ginocchio e alzò le mani.
“Certo. Obbedisco.”
Questo comportamento era davvero strano. Walker sembrava drogato, stordito. Batman gli si avvicinò, estraendo le manette dalla cintura.
“Mani dietro la schiena.”
Walker fece come gli era stato detto. Batman lo ammanettò, poi gli tolse la maschera da falena. Sotto di essa, il viso di Walker appariva normale, tranquillo. Troppo tranquillo, vista la situazione.
Batman gli controllò le pupille. Non sembravano dilatate o alterate in nessun modo. Non c'erano segni di droghe.
“Perché lo hai fatto, Walker?”
Walker lo fissò, placidamente.
“Ero stufo, Batman. Stufo di essere una barzelletta. Di essere ignorato da tutti. Ma ora non ridete più, vero? Ora non siete indifferenti. Ora mi odiate. Mi temete.”
Batman controllò l'impulso di colpirlo. Ormai l'avevano preso.
“Potevi essere qualcos'altro, Walker. Qualcosa di migliore.”
“Il mio nome è Killer Moth. E ora nessuno metterà più in discussione il mio nome, vero?”
Batman lo prese per il bavero, sollevandolo da terra.
“Sei un assassino. Questo ti rende così felice, Walker?” Mise molta enfasi sull'ultima parola, decidendo scientemente di non utilizzare quel nome ridicolo di cui Walker andava così fiero.
“Mi chiamo Killer Moth!”
Batman stava per rispondergli, quando sentì un movimento alle proprie spalle.
Un grosso blocco di cemento fu scagliato verso di lui. Batman riuscì a togliere se stesso e Walker dalla traiettoria del blocco e il cemento cadde a terra, frantumandosi in parte. Batman si rialzò subito in piedi, cercando il responsabile.
Una figura uscì dall'ombra, ridacchiando. Alto almeno un metro e novanta, con il volto coperto di cicatrici e con indosso grossi guanti meccanici che emettevano potenti scariche elettriche.
Lester Buchinski, detto Electrocutioner.
“Ciao, pipistrello.” La sua voce baritonale e sgraziata echeggiò per tutto il capannone.
“Buchinski. Sei coinvolto anche tu in questa storia?”
Buchinski rise, mentre potenti scariche elettriche continuavano a esplodere dalle sue mani.
“Non te l'aspettavi, vero? Così impari a sottovalutarmi.”
Batman non rispose, ma dentro di sé era confuso. Da quando in qua Walker e Buchinski lavoravano insieme? E a quale scopo? Buchinski, poi, aveva sempre lavorato per soldi. Non per dimostrare qualcosa a Batman o a chiunque altro. Era stato pagato per essere lì? E la forza fisica che aveva dimostrato, lanciando quel blocco di cemento, era anch'essa insolita. Buchinski non era certo un peso piuma, ma non era neanche Bane.
Cosa stava succedendo?
“Non rendere le cose difficili, Lester.” Disse Batman. “Arrenditi.”
Ma Buchinski si limitò a ridere, correndogli incontro. Batman evitò il suo primo cazzotto e fece per colpirlo al volto, ma Buchinski reagì in modo estremamente rapido, afferrandogli l'avambraccio e dandogli una potente scarica elettrica. Nonostante il costume, Batman avvertì un enorme dolore e fu costretto a spingere via Buchinski con un calcio. Buchinski arretrò di qualche passo, ridendo.
Batman cercò di riprendere il controllo delle mani, che formicolavano e tremavano leggermente.
Buchinski era diventato più abile, nella lotta corpo a corpo. E più veloce. La prima volta che si erano affrontati, ormai agli inizi della sua carriera, Batman lo aveva steso con un singolo cazzotto. Invece questa volta Buchinski era riuscito a prenderlo di sorpresa.
“Fa male, vero?” Disse Buchinski, con una risata. “Credo di non essere mai riuscito a darti la scossa, in tutti questi anni, sai?”
Batman strinse i pugni, imponendo ai tremori di cessare.
“E non accadrà mai più.”
I due corsero uno verso l'altro. Batman evitò la presa di Buchinski e gli diede un potente cazzotto nello stomaco, facendolo piegare in due. Poi gli prese la testa tra le mani e gli mollò una poderosa ginocchiata sul mento. Buchinski cadde a terra, stordito ma ancora cosciente. Prima che potesse riprendersi, Batman estrasse due capsule dalla cintura e le scagliò contro le mani di Buchinski. Le capsule esplosero, ricoprendo i guanti elettrici con una sostanza collosa ed isolante e rendendoli completamente inutili.
Lentamente, Batman si rialzò in piedi. Nella distanza, iniziavano a sentirsi le sirene della polizia. Jim stava arrivando.
Batman si voltò per controllare Walker, quando un cacciavite gli si infilò nel fianco, facendogli emettere un grugnito di dolore e sorpresa. Walker si era liberato dalle manette e aveva approfittato della distrazione causata da Buchinski per prendere un'arma dal tavolo più vicino. Che fosse stato calcolato o un gesto fortuito, era riuscito a colpirlo proprio in uno dei punti più vulnerabili del costume: nella giuntura tra due placche protettive.
“Mi sono dislocato il pollice e tolto le manette. Me lo ha insegnato Ragdoll.” Disse Walker, con un ghigno. “Un bel trucco, vero?”
Batman gli strinse il polso che teneva il cacciavite con una mano, mentre con l'altra afferrava l'avambraccio.
“Io ne conosco uno migliore.”
Spinse in su la mano che teneva il polso di Walker e in giù quella che teneva il suo avambraccio. Il suono dell'osso che si spezzava echeggiò per tutto il capannone, seguito rapidamente dalle urla di Walker. Batman estrasse il cacciavite, constatando che la ferita non era troppo grave. Il cacciavite era entrato a malapena. Gli sarebbero serviti a massimo un paio di punti. Walker intanto era crollato a terra, tenendosi il braccio rotto e piagnucolando.
Ormai le sirene della polizia erano vicinissime.
Batman inspirò profondamente. Era finita, finalm-
Il colpo alla testa fu fortissimo. Se non avesse avuto il cappuccio, probabilmente avrebbe riportato un serio trauma cranico. Buchinski si era ripreso e lo aveva colpito alle spalle. I guanti non erano più funzionanti, ma erano estremamente duri. Batman perse l'equilibrio e cadde a terra, mentre la sua vista iniziava ad annebbiarsi. L'ultima cosa che vide, prima di perdere i sensi, era Buchinski che aiutava Walker a rialzarsi.
Poi, il buio.

“Batman. Batman!”
Batman aprì gli occhi. La testa gli faceva molto male. Jim Gordon gliela stava sorreggendo e lo guardava, con aria preoccupata. Erano sempre dentro al capannone, ma ora era pieno di poliziotti. Buchinski e Walker se n'erano andati.
“Jim... Mi dispiace... Sono riusciti a fuggire.”
“Non ti preoccupare, succede a tutti.”
Ma Batman vedeva gli sguardi delusi o amareggiati di alcuni poliziotti. Si rialzò lentamente, senza guardare Jim e il resto della GCPD. Era stato sconfitto da Killer Moth e Electrocutioner, come era potuto succedere?
“Allora è stato Walker a far esplodere il palazzo?” Gli chiese Gordon. “Quelli sui tavoli sembrano strumenti adatti a costruire una bomba.”
“Sì, lo ha ammesso. Era... Era fiero di averlo fatto.”
Gordon imprecò sottovoce.
“Chi altro c'era con lui? Chi ti ha fatto perdere i sensi?”
“Buchinski. Era suo complice.”
“Lester Buchinski? Electrocutioner? Perché?”
“Non lo so... Erano strani, Jim. Più spietati che mai. E più abili che mai. Non avevano mai rappresentato una vera minaccia, in passato.”
Gordon si grattò la testa.
“Senti, c'è una cosa che-”
Ma Batman non stava davvero ascoltando, era assorto nei suoi pensieri.
“Era come volessero dimostrare qualcosa. A me. A tutti noi.”
“Batman...”
“Come se si fossero stufati di essere criminali di serie C. Hanno voluto fare un salto di qualità. Proprio come.... Merkel!”
Batman si voltò verso di Gordon.
“Jim, Walker ha nominato Ragdoll. Ha detto che Merkel gli ha insegnato come dislocarsi il pollice. E anche Merkel è cambiato, ultimamente. Dobbiamo interrogarlo, potrebbe essere loro complice.”
“Batman...”
Batman si rese finalmente conto che qualcosa non andava.
“Che cosa è successo, Jim? Cos'altro è successo?”
“Merkel. E' morto. Si è suicidato in cella, mentre noi venivamo qui.”
Batman e Gordon si guardarono. Nessuno dei due disse nulla, ma stavano pensando la stessa cosa. Non poteva essere una coincidenza. C'era qualcosa di grosso, dietro a tutto questo. Ed era ben lontano dall'essere finita.

Batman e Gordon stavano guardando i nastri di sorveglianza, insieme ad un tecnico della polizia. Ormai stava albeggiando. Merkel era morto da un paio d'ore.
“Da non credere...” Disse Gordon, guardando le immagini.
“Rimettilo da capo.” Disse Batman.
Il tecnico della polizia rimandò indietro il filmato. In esso si vedeva Merkel che, lentamente e con tranquillità, si avvicinava alle sbarre della finestra. Gli dava le spalle. Appoggiava il mento nell'incavo dei gomiti. Metteva le mani dietro la testa. Intrecciava i polsi dietro la nuca, in un modo che sarebbe stato possibile solo per lui. Afferrava le sbarre con le sue lunghe dita. E, infine,si lasciava cadere di colpo, spezzandosi il collo nel cappio creato con le proprie braccia scheletriche.
Il nastro di sorveglianza mostrava l'ora in cui era successo: le quattro e mezza del mattino.
“Cristo santo...” Mormorò Gordon.
Batman non disse nulla. Continuava a fissare il video, e il corpo senza vita di Merkel. Dopo che gli si era spezzato il collo, era caduto a terra, sgraziato e scomposto. Guardando i suoi resti scheletrici e immobili, a Batman sembrò davvero di fissare un pupazzo.

“Ecco fatto, sir.”
Batman guardò i punti che gli aveva messo Alfred. Ne erano serviti tre, per chiudere la ferita causata dal cacciavite.
“Grazie, Alfred.”
“Di niente, sir. La sua testa sembra a posto, invece. Del resto, ho sempre saputo che era dura.”
Il maggiordomo mise via gli strumenti, mentre Bruce si alzava dal lettino e si dirigeva verso un'altra parte della caverna. Quando ebbe finito di sistemare tutto, Alfred vide che Bruce era andato nell'angolo della caverna dove teneva i suoi costumi. C'erano file e file di vecchi costumi, armature e prototipi. Ognuno nella propria teca o sotto un telo. Ma Bruce stava guardando il suo attuale costume, che era contenuto in una teca isolata dalle altre, posizionata vicino all'armeria e alle fila e fila di gadget.
Bruce guardava il proprio costume, con quello sguardo tormentato e ossessivo che Alfred tanto odiava. Così come odiava tutte le cicatrici che vedeva sul petto e sulla schiena di Bruce. Aveva perso il conto di tutti i punti che gli aveva messo, ormai. Eppure, passava ogni notte temendo che sarebbe giunto il momento. Il momento in cui non gliene avrebbe più potuti mettere. In cui non sarebbe rimasto più nulla da rattoppare. Che, molto semplicemente, ci sarebbe stato un mattino in cui Bruce non sarebbe tornato a casa.
“Sir, la prego, mangi qualcosa.”
“Sarebbero fieri, Alfed?”
“Sir?”
Bruce continuava a fissare il costume, concentrandosi soprattutto sul simbolo nero a forma di pipistrello che ne copriva il petto. Quel simbolo che popolava ogni angolo della caverna, per non dire della sua mente.
“Mamma e papà. Sarebbero fieri di quello che faccio?”
Alfred gli si avvicinò.
“Ma certo che lo sarebbero, sir.”
“Anche in momenti come questo? Quando fallisco?”
Alfed mise la mano sulla spalla di Bruce.
“Soprattutto in momenti come questo, Bruce. Sai perché?”
Bruce si voltò a guardare Alfred.
“Perché saprebbero, come lo so io, che tu ti rialzi sempre. Che giornate come questa non ti fermano ma, anzi, ti rendono ancora più determinato.”
Alfred toccò brevemente la guancia di Bruce, in un gesto che lo fece sentire di nuovo bambino, seppure per un solo istante.
“Non ti dirò che i tuoi genitori avrebbero voluto tutto questo, Bruce. Avrebbero voluto che tu fossi felice, in pace. Ma sarebbero fieri? Fieri di un figlio che mette il bene degli altri prima del suo, sempre e senza eccezioni? Sì. Assolutamente. Non dubitarne mai. Mai.”
Bruce premette un pulsante sulla teca, che affondò lentamente nel terreno, nascondendo nuovamente il costume alla loro vista.
“Grazie, Alfred.”
Alfed annuì, poi i due si avviarono verso l'ascensore.
Sopra di loro, un pipistrello emise un verso stridulo, stiracchiando le ali. Poi, si addormentò nuovamente, stanco dopo una lunga notte di caccia.

FINE CAPITOLO 2



Batman: Caduta Libera - Capitolo 8

CAPITOLO 8  MOSTRI La folla aveva circondato la moto. Occhi vitrei e senza emozioni lo fissavano, mentre i cittadini avanzavano lentamente v...